XVII.

E in quel giorno e nei giorni successivi ci fu a tutte l’ore un gran viavai a casa Teofoli. Venivano i colleghi e i discepoli; venivano gli amici e i semplici conoscenti; venivano, o mandavano, anche gli estranei che tenevano in pregio l’ingegno e la dottrina del professore. Alcuni privilegiati, o intimi realmente, o creduti tali dalla signora Pasqua, erano lasciati salir le scale e fatti passar nella camera da studio ch’era attigua alla camera da letto, e di dove potevano, essendo aperto dì e notte l’uscio di comunicazione tra le due stanze, scambiare con l’infermo uno sguardo, un gesto, una parola. Così, nonostante il divieto dei dottori, egli vedeva spesso qualcheduno, o colleghi, o studenti, o il rettore dell’Università, o il conservatore dell’Archivio, o il prefetto della Biblioteca, ecc., ecc. E quand’essi s’affacciavano alla soglia, egli, senz’alzar la testa dai guanciali, chiamava a sè ora questo, ora quello, mormorava un ringraziamento, chiedeva un’informazione. Una sera notò la presenza del conte Ermansi, gli fece segno di avvicinarsi, lo pregò di salutar la contessa e di assicurarla che la sua prima visita, quando uscisse di casa, sarebbe per lei. Era manifesto che o non credeva o simulava di non credere alla gravità del suo stato. Si sarebbe detto piuttosto ch’egli riteneva di attraversare una crisi benefica dopo la quale il vecchio uomo sarebbe risorto. E ch’egli aiutasse questa risurrezione con uno sforzo della volontà si capiva anche dallo studio con cui schivava di alludere ai casi e alle persone che avevano avuto una parte prominente negli ultimi mesi della sua esistenza. Un’unica volta domandò alla signora Pasqua se i Serlati si fossero fatti vivi.

— Sì, sì, mandano il servitore, — borbottò la donna con mala grazia. — Avrebbero dovuto venir loro, mi sembra.

E la signora Pasqua si mostrava disposta a continuare su questo tuono, ma Teofoli si voltò sul fianco per tentar di dormire, ciò che non gli riusciva da quando s’era messo a letto, tormentato com’era da un’ambascia ribelle a tutte le cure.

A ogni modo chi non badava che alle apparenze, chi lo vedeva conservar la sua mente lucidissima, chi lo sentiva far mille disegni per l’avvenire non sapeva capacitarsi ch’egli fosse in gran burrasca.

I medici invece tentennavano il capo sfiduciati. E alla fine della settimana uno di loro, il professore Astigiano, accennò all’opportunità di avvertir la sola parente stretta che Teofoli avesse, la sorella maritata a Roma.

La signora Pasqua che, nonostante le sue molte singolarità, era uno spirito equanime, propendeva pel sì; Frusti e Dalla Volpe, i due amici più assidui al letto dell’ammalato, propendevano pel no. — Una donna?.... — essi brontolavano. — Che cosa può far di bene una donna?... Una sorella della quale Teofoli non parla mai?... Se l’avesse desiderata l’avrebbe chiesta.

— E perchè non interrogare in proposito lui stesso?... — notò giudiziosamente qualcuno.

Qui sorsero in gran copia i ma, i se, i forse.... Ma era poi savio consiglio l’interrogarlo?... Se il toccar questo tasto lo mettesse in apprensione?... Forse si faceva peggio.

Mentre si discuteva, il maggior foglio locale, La Specula, annunziava nella sua cronaca con accento contrito che da circa una settimana l’illustre professore Clemente Teofoli, decoro della Università cittadina, decoro degli studi italiani, guardava il letto per non lieve malore. Naturalmente al triste annunzio tenevano dietro i più fervidi auguri di sollecita guarigione. L’articoletto di cronaca aveva un poscritto del seguente tenore: — “Al momento di porre in macchina veniamo assicurati esservi un sensibile miglioramento nelle condizioni dell’insigne uomo. Aumenta quindi la speranza di salvare una vita preziosa agli studi e alla patria.„

In seguito a questo articolo, riprodotto subito dai giornali più diffusi della penisola, capitarono il domani a casa Teofoli parecchi dispacci da varie parti d’Italia, e uno fra gli altri da Roma, della sorella, che domandava pronte e particolareggiate notizie.

Il telegramma arrivò appunto quando i due medici, Astigiani e Barelli, uscivano insieme dalla camera del paziente, e la risposta da inviarsi a Roma fu combinata da Frusti e Dalla Volpe d’accordo con loro. Essa era tale da lasciar ben poche illusioni a chi sapesse legger fra le righe.

In fatti il sensibile miglioramento indicato dalla Specula non esisteva che nella fantasia del cronista. Anzichè migliorare, le cose precipitavano al peggio. La paralisi polmonare accennava ad estendersi dal lato sinistro al destro, gli attacchi al cuore divenivano più frequenti, le forze scemavano, s’offuscava l’intelligenza. C’erano momenti in cui l’ammalato non riusciva nè a connetter le idee, nè a riconoscere le persone.

Nella notte successiva la febbre si esacerbò e cominciò il delirio. Teofoli parlava della sua opera sulla origine delle religioni, dei materiali che aveva raccolti e che gli permettevano di consegnare all’editore il primo volume entro un mese e il secondo entro l’anno. Poi, come se il libro fosse già stampato, passava in rassegna i probabili giudizi dei critici, discuteva con dialettica maravigliosa le obbiezioni di un avversario ipotetico. Sulle sue labbra si avvicendavano date, nomi d’autori, citazioni in lingue diverse; pareva di assistere allo scoppio d’un magazzino di fuochi d’artifizio. Ma di tratto in tratto la sua fisonomia si contraeva spasmodicamente; un pensiero che non si riferiva a’ suoi studi gli attraversava lo spirito, un nome che non aveva nulla da far co’ suoi libri e co’ suoi autori gli saliva alla bocca: — Giorgina, Giorgina. — Non l’aveva dunque dimenticata? E quando, dopo uno sforzo per alzar la testa dai guanciali, ricadeva esausto, e le sue pupille vitree, sbarrate si volgevano ostinatamente verso l’uscio aperto della sua camera da studio, guardava forse soltanto alla sua biblioteca di cui non avrebbe più toccato i volumi, alla sua tavola da lavoro di cui non avrebbe più mosso le carte? O non c’era ne’ suoi occhi l’ansietà dolorosa di chi aspetta qualcheduno che non verrà?

No, la Giorgina, s’è lei ch’egli aspetta, non verrà. Forse il suo primo impulso sarebbe stato di venire, perchè di cuore non è cattiva, perchè nutre una certa amicizia per Teofoli, quantunque gli abbia fatto tanto male (cosa ch’ella non sospetta nemmeno), ma in risposta a una sua allusione in proposito il conte Ercole le disse: — Non conviene che tu vada sola, specialmente dopo quella tua bambinata che diede da discorrere oltre al bisogno. T’accompagnerò io al primo momento di libertà. — Ed ella replicò con inusata mansuetudine: — Come vuoi. — Per disgrazia il conte era occupatissimo a cercare una nuova pariglia pel suo landau e non aveva in quei giorni un minuto disponibile. Anche la contessa era tanto tanto occupata.... a riposarsi dalle fatiche del carnovale e a prepararsi alle penitenze della quaresima.... Però ell’aveva dato ordine espresso a uno dei servi di passare ogni mattina dal professore, e, quel che più importa, quando il servo tornava dalla sua spedizione, ell’aveva l’abitudine non troppo comune di star a sentire ciò ch’egli le riferiva. Anzi un paio di volte ella esclamò: — Povero Teofoli! Quanto mi dispiace!

Il bello si è che pel solo dubbio d’incontrar la Serlati non si recava da Teofoli nemmeno la Ermansi, la quale avrebbe pur voluto portare il suo perdono in extremis all’amico che l’aveva offesa, ferita nel suo amor proprio, posposta ad una civetta. Le due donne erano ormai nemiche mortali, e la Ermansi parlando della Giorgina, diceva: — In società devo subirla; se la trovassi in casa del professore temo che mi dimenticherei d’essere una dama. — Ora, a essere una dama la contessa ci teneva troppo per non sfuggir tutte le occasioni che potevano farla discendere al grado di pedina. Rinunciò quindi al suo magnanimo proposito affidando al conte marito l’ufficio di sostituirla.

In luogo della Serlati e della Ermansi, all’ultimo momento e quando l’infermo aveva già perduto i sensi e non ravvisava nessuno, giunse la sorella Teofoli da Roma. Era una signora magra, stecchita, dalla fisonomia impassibile, d’un’età che non si sarebbe potuta determinare a prima vista. In realtà aveva dieci o dodici anni meno del fratello che studiava all’estero mentr’ella era fanciulla, che, per le necessità della sua carriera, era rimasto lontano anche dopo, e col quale ella non aveva nè analogia di gusti, nè consuetudine di vita, nè frequenza di relazioni epistolari. L’imminente catastrofe la lasciava fredda; mostrava appena quel tanto di dolore ch’era voluto dalle convenienze; aveva piuttosto l’aria dell’erede che volgendo in giro lo sguardo valuta, così a un dipresso, gli oggetti destinati a divenire in breve sua proprietà. In fondo, di tutte le persone che in quell’ora suprema s’affollavano nella casa, ell’era la meno afflitta, la meno commossa; e verso quelle persone ella provava un sentimento difficile a definirsi, un misto di stizza e di soggezione; le parevano intrusi, e nel medesimo tempo una voce le diceva che l’intrusa era lei, lei che del fratello non aveva curato la gloria, lei che ne ignorava i trionfi e le debolezze. Pure, intrusa o no, poichè la parentela le dava una larva di padronanza, ella si affrettò a far prevalere la sua volontà in un soggetto delicatissimo. Tepida credente, ma ligia alle forme, ma convinta della santità d’una massima che il suo consorte, impiegato superiore al Demanio, amava spesso ripetere: bisogna far sempre quello che fa la maggioranza; ella si scandalizzò altamente che Teofoli si fosse ridotto a quel punto senz’adempiere alle pratiche di buon cattolico. Che poi egli fosse vissuto sempre fuori d’ogni religione positiva, che avesse ne’ suoi scritti e ne’ suoi discorsi sostenuto dottrine razionaliste erano piccolezze che alla brava signora non importavano affatto; le importava soltanto ch’egli uscisse dal mondo, per dir così, con le sue carte in regola. Mandò quindi lì per lì a chiamare un prete. Costui, un po’ per sincero zelo religioso, un po’ per il vanto di ricondurre in grembo alla Chiesa l’illustre professore Teofoli, accorse subito, e non fu colpa sua se mentr’egli saliva le scale l’illustre professore Teofoli esalava l’estremo sospiro. Però la Curia fu di manica larga, tenne conto al morto del buon volere manifestato da chi rappresentava la famiglia e si mostrò ben lieta di accompagnarlo con le sue preghiere e di avvolgerlo nello sue pompe. Alcuni arricciavano il naso, protestavano contro questa specie di violenza postuma usata ad un uomo di cui erano notissime le opinioni, e Dalla Volpe in particolare schizzava veleno pensando che la cosa avrebbe fatto piacere a sua moglie. Ma già conveniva piegare il capo, perchè in mancanza di qualsiasi disposizione del defunto non c’era chi avesse diritto di opporsi all’autorità della sorella. Del resto, anche molti indifferenti, molti scettici davano ragione a lei; dicevano ch’ell’aveva fatto benissimo, che non c’è il prezzo dell’opera a singolarizzarsi per questioni di forma, e che i funerali religiosi sono più belli dei funerali civili.