I.
Una riga d'esordio. — La città di Vittorio. — Un panegirico dell'acqua. — Due laghi. — Longarone e la Punta. — L'edificio di seghe del Wiel. — Il bacino della Piave. — Codissago e le zattere. — Castello e gli scalpellini. — Fine della sinfonia e principio dell'opera.
Conosci tu il paese dove fioriscono i cedri, e i belli aranci d'oro splendono sotto il frascato? È questo il grido che il Goethe pose sulle labbra della sua Mignon, e che fa tuttavia balzar di desiderio i buoni Tedeschi sospiranti affannosamente tra le nordiche brume al cielo sereno e al clima primaverile della nostra Italia, prediletta figlia del sole.
Ma noi che i cedri li sappiamo a memoria, e i belli aranci d'oro li sentiamo gridar per le vie a pochi centesimi l'uno, ci prenderemmo volentieri lo svago di seguire un'altra Mignon che ci dicesse: Conosci tu la terra degli abeti e dei larici, la terra ove lo scrosciar del torrente si confonde collo strido dell'aquila? Ebbene, o lettore, senza che tu esca d'Italia, tu puoi soddisfare questa curiosità del tuo spirito. Io non sono certo una Mignon; pur mi ti offro a compagno, e t'invito a venir meco in Cadore. Che tu abiti in riva alle lagune o sui margini del Bacchiglione e del Brenta, che tu sii avvezzo a contemplare il tramonto del sole dalla baia incantata di Napoli o dai colli di San Miniato e di Fiesole; credilo a me, due o tre giorni in Cadore ti lasceranno una gradita impressione.
Diamoci la posta in Conegliano, piccola, ma ridente città edificata sul pendìo d'un poggio. La si direbbe mollemente seduta a bearsi dei raggi del sole che la cingono di tepore e di luce. Io potrei parlarti del suo Castello e del Castello Collalto, e delle leggende di spettri che vi si uniscono, e dei ricordi di Gaspara Stampa e del suo amante infedele. Ma il tempo è prezioso, e tiriamo innanzi.
A Conegliano bisogna abbandonare la strada ferrata che si dirige verso il Friuli, e prendere la postale di Belluno. Una buona carrozza ti conduce in un'ora a Ceneda, che ormai s'è congiunta con la vicina Serravalle e forma, insieme con questa, la città di Vittorio. Ceneda e Serravalle erano divise da ire antiche ed irreconciliabili, e il non aver mai visitato il paese rivale era un titolo di patriottismo per molti fra gli abitanti di ciascuna delle due ville. Le cagioni di questi grandi sdegni io non le so, e a chi legge probabilmente non importa saperle, ond'io posso astenermi dal visitare gli archivi, e dal consultare gli eruditi del luogo; tanto più che con eroico proposito le due borgate pensarono di seppellire i loro rancori in un felice connubio, e rinunziarono al proprio nome per prenderne uno comune — Vittorio. — Che Vittorio sia per diventare la Washington dell'Italia? Non oserei fare pronostici. Sinora l'è una città lunga lunga, la quale ti dà l'immagine di una biscia tagliata a mezzo e congiunta nelle sue parti da alcuni sottili filamenti. E invero il non breve tratto di via che correva fra Ceneda e Serravalle è pressochè deserto d'abitazioni, se non fossero due edifizî che rendono testimonianza della unione, e sono l'Ufficio postale ed il Municipio. Com'è naturale, per non far torto a nessuna delle due frazioni, questi due edifizî pubblici sorgono a giusta metà della strada, e danno agli abitanti la consolazione di dover fare un viaggio per arrivarvi. Vi sono città popolate e importanti, che per la loro conformazione topografica rendono poco faticoso il percorrerle da un capo all'altro: Vittorio ha sciolto felicemente l'arduo problema d'essere una città piccola e sottile di popolazione, e di non permettere a un buon galantuomo di misurarla a piedi nella sua lunghezza senza correr rischio di buscarci un riscaldamento.
Chi non ha voluto saperne della unione si fu un vetusto cipresso che sorgeva all'entrata di Serravalle. Conservatore come tutti i vecchi, quand'egli ha visto cader le antiche barriere che separavano le due rivali, ebbe un accesso di crepacuore e morì! Allorchè io passai di là nel maggio, egli durava ancora in piedi per forza d'inerzia; ma ad ogni occhio un po' esperto riusciva agevole lo scorgere che gli umori vitali non iscorrevano più per le sue fibre irrigidite, e che l'opaco manto delle sue foglie aveva perduto ogni freschezza. Forse oggi il suo tronco ha già sentito la scure, e quei rami, alla cui ombra si riposarono tante generazioni d'abitanti di Serravalle, gemono nel camminetto d'un cittadino di Ceneda.... Ironie della sorte!
Su su per una via spalleggiata di portici bassi ed angusti, che costituisce quasi tutto il paese di Serravalle, esci finalmente all'aperto, e ti sembra d'uscire da uno spegnitoio per entrare in mezzo alla luce. Già in tutti que' siti, ove la natura è veramente pittoresca, le città mi hanno l'aspetto d'usurpatrici, a cui la gioconda campagna dice con piglio burbanzoso — levati dal mio sole. — Quei colori freddi, quegli orizzonti ristretti, quei rettilinei di pietra impassibili come battaglioni al presentat-arm, sono per me tante stonature, raffrontati con le curve or leggiadre, or maestose delle colline e dei monti, con l'ampio padiglione del cielo, con quel fremito di vita che anima tutto, dalla foglia tremolante sul ramo all'acqua cristallina che si rompe sui sassi.
Oh! l'acqua, la grande incantatrice! Dipingiti per un momento la natura quale una donna bella, capricciosa, elegante, e poi dimmi se non ho ragione di chiamar l'acqua il suo finimento di gioie. Ecco: ella si spiana in un lago, ed è la broche di brillanti; scende romorosa dall'alto, ed è il pendente a faccette che scintilla alla luce; si devolve placida tra i margini d'un fiume, ed è il monile di perle che consente all'arco delicato del collo. Quando il gioielliere vuol vantare il diamante, dice ch'esso ha una bell'acqua, nè certo troverebbe al suo pensiero espressione più acconcia di questa.
All'uscita di Serravalle l'acqua ti si affaccia subito allo sguardo. Prima la senti strepitare fra le ruote dei molini e delle cartiere, poi queta ed immobile forma i così detti laghetti di Serravalle che bagnano le falde di monti vestiti di faggi, indi s'allarga in un lago, cui fu dato il nome lugubre di lago morto. La superficie n'è tersa e levigata come d'uno specchio; non l'agita una corrente, non la increspa una brezza, non la solca uno schifo. I monti all'intorno non sono altissimi, ma aridi e nudi, e sparsi solo qua e là di qualche macchia d'erba che dà maggior rilievo alla sterilità del tutto, come un ciuffo di capelli sulla testa d'un calvo. A vederli riflessi nel lago essi hanno un non so che di fantastico che ti colpisce: sia il colore dell'acqua, sia la immobilità strana di quelle immagini capovolte, ti sembra d'essere in un mondo di apparizioni, e ne provi un senso di freddo e di turbamento. Però, quando salendo la strada che fiancheggia il monte hai girato mezzo lago, dal punto elevato in cui ti trovi e dov'è la villa di Fadalto, volgi lo sguardo alla vallata percorsa, la prospettiva cangia d'aspetto; chè nel fondo del quadro il bel verde dei colli di Serravalle ti conforta la pupilla e fa un contrasto assai pittoresco con le tinte sabbionacee delle alture che si specchiano nel lago morto. Ma io non ti vo' condurre passo passo lungo il cammino, e mi contenterò di farti fare una breve sosta sulle rive d'un altro lago, quello di Santa Croce. Non è nè ampio nè sinuoso come i laghi di Lombardia, non è seminato tutto intorno di giardini e di palazzi signorili, ma vi spira un alito di pace, un soffio di poesia casta e serena, che forse esso perderebbe ove fosse meno isolato, meno deserto. Non v'ha dubbio: all'economista piacerebbe assai più vederlo solcato da vapori che vi portassero il moto delle idee e del lavoro; non v'ha dubbio: quello scorgervi soltanto qualche battello che mena da una sponda all'altra le famigliuole delle povere villette circonvicine, è segno di civiltà primitiva; pure chi sente il fascino della solitudine e del silenzio non può abbandonarne le rive senza un desiderio vivissimo di ritornarvi. Io pensavo a quei laghi dell'Alta Scozia descritti dalla musa pacata e malinconica del Wordsworth, vi pensavo contemplando il raccolto paese, vi pensavo udendo il tintinnìo della greggia che brucava l'erba proprio sul margine estremo delle acque, e quanto, oh! quanto avrei dato per essere poeta e rappresentare ciò che mi passava nell'animo. Era uno splendido mattino di maggio. L'azzurro senza nube del cielo si rifletteva con una tinta più carica sul terso cristallo dell'onda, i monti verdeggiavano per una ricca vegetazione di primavera, e sparsi lungo le falde o sul pendìo di quelle alture si disegnavano gruppi di casupole strette intorno al loro campanile come intorno a un vessillo. Sono paesetti di pochi abitanti che si assottigliano ancor più per la continua emigrazione delle donne, le quali vanno per balie, e dei maschi che scendono nella città a farvisi manovali o domestici. Ma pure nelle lunghe assenze non dimenticano il loro lago, il tugurio affumicato, il campicello bagnato dei loro primi sudori, e accorti e massai vanno raggranellando un po' di moneta per aggiungere un lembo al podere, una pietra alla casa, un giumento alla stalla, e poter morire tranquilli intorno al focolare domestico circondati dai nipoti, a cui commettono le tradizioni d'una vita modestamente operosa.
I cavalli, rinfrescati per una mezz'ora nella piccola villa di Santa Croce, riprendono con maggior lena il cammino verso Longarone, a cui si giunge dopo non breve tratto di via, percorsa quasi sempre in salita. La Piave, che ti sarà fedele compagna per buona parte della tua gita in Cadore, ti si fa incontro poco dopo il lago di Santa Croce, e da Capo di Ponte la vedi stendersi serpeggiando di vallata in vallata e dileguarsi lontana dietro i monti del Bellunese.
Longarone è una borgata importante, abitata da gente ricca, onesta, industriosa. È, per dirla con voce francese, l'entrepôt del Cadore. Posta alla soglia di questa provincia montuosa, ella vi si fa dispensiera dei prodotti della pianura e sparge nelle valli circostanti il grano che la terra avara non vi produce che in minima copia, e le stoffe modeste destinate a vestire quelle popolazioni massaie. Addossata ai monti, non ha ampiezza di prospettiva se non da un lato, cioè alla destra di chi viene da Santa Croce: ivi si stende ampio e bellissimo il bacino della Piave, della cui vista magnifica non puoi però godere pienamente se non discendi alla così detta Punta, ov'è posto l'edificio di seghe del Wiel.
Ogni edificio di seghe è, per così dire, una sintesi della vita cadorina: là il prodotto principale di que' luoghi, il legname, subisce le sue trasformazioni; là i robusti alpigiani compongono la zattera, l'avventurosa viaggiatrice dei fiumi e delle lagune. A Longarone non siamo ancora in Cadore; ma, visitando il grandioso opificio del Wiel, puoi farti un concetto di tutti quelli che incontrerai poscia sulla strada di Perarolo e che non ne reggono il confronto nè per lo spazio che abbracciano, nè per l'importanza delle opere idrauliche, a cui diedero origine. Il Wiel vi si è messo dentro con passione d'artista; ha voluto domar la natura, ha fatto strade, e canali, e bacini che ti danno l'idea d'essere in un piccolo arsenale marittimo, e nei quali l'acqua non mugghia impetuosa, non corre veloce a somiglianza d'un convoglio in ritardo, ma queta, placida, carezzevole, lambe le pareti del suo carcere e serve di rifugio alle zattere in costruzione. All'opificio arrivi per un sentiero scosceso tagliato nel monte, e, giunto che tu vi sia, ti spingi sotto a una tettoia di legno, che par di quelle che si vedono a certe stazioni di strada ferrata. Ivi si trovano le seghe, ivi è l'arca santa del tempio. Sotto gli assiti che servono di pavimento corre rapidissima l'acqua, e, secondo che s'innalza o s'abbassa un sostegno, irrompe in cascata romorosa o si devolve cheta e tranquilla senza strepito alcuno. Nel primo caso, com'è naturale, le seghe lavorano, nel secondo fanno sciopero. Allorchè sono in moto, senti uno schiamazzo d'inferno, e non è da maravigliarsene, poichè l'opificio ha 17 seghe, ciascuna delle quali appronta una tavola ogni otto minuti, e poichè in quel recinto sono raccolti circa cento operai. Non ti attendere da me la descrizione dei congegni, coi quali si forma il legname. Tra i bernoccoli della mia povera testa non c'è quello della meccanica, ed io non m'arrischierei a descrivere una macchina semplicissima per tema di farmi dar la baia dal più ottuso studente di un Istituto tecnico. Ti dirò soltanto che il tronco dell'albero svestito della corteccia, appena che fu reciso dalla pianta, viene tagliato in pezzi lunghi circa 12 piedi, ognuno de' quali si accomoda sopra una specie di letto di tortura, ove la lama dentata, mossa dalla sottoposta corrente, s'avanza inesorabile, lasciando ogni volta dietro a sè una tavola lunga, uguale, levigata. Com'è facile a immaginarsi, la convessità dell'albero fa sì che la sega, tanto nel primo suo viaggio quanto nell'ultimo, separi dal tronco schegge irregolari che servono come legna da fuoco, o, flessibili come sono, si adoperano per connettere insieme le zattere. I ritagli minori, le così dette segature, non avevano sinora un uso determinato: in piccola parte servivano per concime, le più andavano disperse. Sembrerebbe però che ormai dovessero esser serbate a miglior destino. Alcuni ingegneri francesi, che visitarono l'opificio del Wiel e presero seco una certa quantità di queste segature, le trovarono alte ad aggregarsi nuovamente insieme mediante non so quale preparato chimico, in modo da produrre un legname d'un ordine inferiore, ma solido e compatto in modo che l'industria possa trarne profitto. Io non mi farei mallevadore di siffatta scoperta; ma so che la potenza dell'industria moderna risiede appunto in questa virtù di far sì che nulla vada perduto, di scoprire un'utilità in ciò che prima giudicavasi imbarazzante e superfluo. È una specie di riabilitazione anche questa, ed è una riabilitazione assai più discreta e ragionevole di quella che si vorrebbe mettere in voga nel mondo morale. Difatti, mentre i romanzieri cercano di persuaderci che le signore dalle camelie hanno in sè gli elementi delle donne più virtuose e castamente appassionate, gli industriali si contentano d'assegnare un posto modesto agli antichi rifiuti delle officine. E mi ricordo che il Rossi di Schio, quell'esimio uomo che tutti conoscono, lesse una volta una saporita Memoria all'Istituto veneto circa il partito che si ricava dai vecchi e frusti tessuti, i quali sin a poco tempo fa erano retaggio incontrastato delle tignuole, e adesso, sfilacciati nuovamente, tornano a subire il processo della fabbricazione. I panni che ne derivano sono però d'una qualità ordinaria, e il Rossi non si sognò nemmeno di esaltarli come il nec plus ultra della specie.
Ma sento già richiamarmi al mio dovere di parlare del Cadore e non d'altro.
L'operazione che bene o male vi ho descritta non serve che alla formazione delle tavole, le quali secondo la loro spessezza prendono nel commercio nomi diversi. Il legname serbato alle travature non passa per la prova della sega, ma è uguagliato con l'ascia. Quanto a quello che si destina per gli alberi dei bastimenti, esso è piuttosto raro in Cadore ed è fornito dal solo bosco di Somadida. Io non ne ho veduto nell'opificio del Wiel.
Il modo di trasporto praticato in Cadore pei legnami rende necessario di sottoporre la tavola a una perforazione ai due capi, senza la quale i singoli pezzi non potrebbero connettersi insieme e formare la zattera. Una tale perforazione è però una cosa che dà molto a pensare ai negozianti, perchè sui mercati, ove essi inviano i loro legnami, trovano la concorrenza di quelli che, venuti da altri paesi per strada ferrata, sono intatti in tutta la loro lunghezza, e preferiti a questo titolo dai compratori. E questa, come vedremo più tardi, non è l'ultima fra le cagioni del decadimento del commercio cadorino.
Lettore carissimo, se per avventura tu visiti le segherìe del Wiel, e il cortese ed intelligentissimo direttore dell'opificio t'invita a una breve sosta nella casa del proprietario situata a pochi passi di là, non te lo far dire due volte: accetta l'invito, ed entrato che tu sia nel salotto terreno di quella semplice, ma elegante dimora, affacciati alla finestra e guarda dinanzi a te. A' piedi ti corre la Piave e si perde via via nell'ampia vallata; al tuo fianco è l'edificio di seghe coi suoi diversi scompartimenti, col suo moto vario, continuo, operoso, e tutto intorno scorgi monti o vestiti di verde, o aridi e ignudi, o per la lontananza vaporosi e sfumati, o coperti la cima di nevi. Quel piccolo borgo alla tua sinistra, proprio sulle sponde del fiume, è Codissago, abitato tutto da conduttori e costruttori di zattere. Son veri anfibî, e a ogni tratto li vedi lanciarsi nell'acqua e immergervisi fino alla cintura, sia per imprigionare una tavola che si è divisa dalle compagne, sia per ravviare la zattera impacciata in qualche sinuosità della riva: poi ripigliano il loro posto affidando al sole, se c'è, la cura di rasciugare i loro panni grondanti. Alcuni di essi appartengono a opificî che si trovano più in su nel Cadore; e dopo poche ore di sonno devono nel colmo della notte abbandonare la loro casetta di Codissago e dirigersi verso Perarolo lungo il cammino deserto, ove non altro che lo scrosciar del torrente risponde al suono uniforme dei loro passi. In mezzo a questa esistenza che non conosce riposo si fanno modeste fortune, e fra gli abitanti di Codissago vi sono famiglie agiate, che non abbandonano però il mestiere paterno e la zattera tradizionale.
Volgendo ora lo sguardo dal lato opposto, scorgi sul pendìo d'un monte il campanile e la chiesa di Longarone, e più in alto e sospese quasi sulla tua testa come nidi di rondini le villette di Pirago, d'Igna, di Crosta, che a chi le mira dal basso paiono volersi precipitar giù e prendere un bagno nella Piave. Ma se questa voglia del bagno non se la possono cavare, fanno la cura della doccia e si lavano il capo abbondantemente nelle irrefrenate pioggie d'autunno. Sul dorso del monte si distinguono i solchi profondi scavati dall'acqua, a cui non bastano più gli sfogatoi consueti, e vi fu un anno, nel quale un piccolo diluvio afflisse que' luoghi e poco mancò che uno scoscendimento della roccia non travolgesse nel fiume quei gruppi di case. Certo che in novembre una gita colà non deve aver soverchie attrattive; ma nel maggio un vero soffio primaverile anima tutta la valle, e ti seducono come una cara promessa gli alberi fruttiferi in fiore, e i tralci ricchi di pampini, tanto più belli a vedersi inquantochè siamo nel punto estremo, in cui alligni la vite da questa parte d'Italia.
Chi, dalla Punta, ascende l'erta che mette a Castello, non può resistere alla gran tentazione che ha rovinato Orfeo e la moglie di Lot, quella cioè di guardare dietro a sè e godere ancora una volta del magnifico panorama. E quanto più in alto egli sale, tanto più il quadro gli si presenta compiuto, sinchè un gran martellar sulla pietra che gli ferisce le orecchie richiama ad altri oggetti la sua attenzione. Siamo a Castello, il paese degli scalpellini. La pietra dura che si trova in grembo a quei monti ne alimenta l'industria, e viene anche esportata per la costruzione di vasche per fontane e di pilastri solidissimi, uno de' quali regge imperterrito un ponte sulla Piave, proprio in faccia alla casa del Wiel. Gli abitanti di Castello sortirono una speciale attitudine all'architettura, e le case del villaggio furono edificate di loro mano, e non mancano di regolarità e di buon gusto. Certo essi non possono avere attinto che dallo spettacolo della natura il senso artistico che li governa. Parrebbe a prima vista che delle arti diverse l'architettura fosse quella che meno dovesse ispirarsi agli aspetti stranamente mutevoli del mondo esterno, ella che tende a costringere l'ideale nel letto di Procuste d'una linea castigata e severa; ma v'è nella natura un così ammirando conserto di amabile varietà e di rigida simmetria, che il compasso può trovarvi le sue proporzioni nella guisa medesima che il pennello vi trova i colori. Chi ne dubitasse, non ha che a considerare la relazione che passa fra i grandi stili architettonici e la natura de' paesi ov'ebbero origine. Non era soltanto l'allegria spensierata e voluttuosa dell'Olimpo greco che faceva sorgere i tempî, modelli di grazia e di venustà; il capitello corintìo fu, dicono, suggerito da un vaso di fiori, e furono certo i pergolati odorosi, ove le fanciulle menavano in giro le danze, che insegnarono a curvare in arco la pietra, e diedero il tipo ai lunghi colonnati fuggenti. E così non era soltanto lo spiritualismo cristiano che creava le chiese gotiche misteriosamente solenni: nella guglia eminente che fendeva le nuvole era un ricordo dei nordici abeti; nella oscurità del sacro recinto era una reminiscenza delle patrie selve, contese ai raggi del sole.
Sennonchè ai poveri abitanti di Castello non cadde certo in pensiero di essere iniziatori d'una rivoluzione nell'architettura, nè di edificare monumenti durevoli nel loro umile villaggio. Manca loro lo studio, manca il moto assiduo d'una civiltà che ne fecondi l'ingegno, e devono sudare per vivere alla giornata. Alla popolazione che s'addensa non forniscono più sufficiente lavoro le cave di pietra, e ogni anno, a dieci, a venti per volta, quegl'industri alpigiani abbandonano il loro paesello e trasmigrano per lo più verso la Transilvania, ove s'impiegano come manovali nelle strade ferrate che si stanno costruendo. Mi dicevano, che in non lungo tratto di tempo fossero partiti da Castello oltre a 700 abitanti.
E adesso, o lettore, ne partiremo noi pure, non già per recarci in Transilvania, ma per entrare in Cadore, di cui siam giunti alla porta. Ora soltanto s'alza la tenda: finora non abbiamo assistito che alla sinfonia, ma era la sinfonia del Guglielmo Tell.