III.

Una modesta dichiarazione. — La leggenda del Cristo. — L'asina di Balaam e i bovi cadorini. — La capitale del Cadore. — Aspetto della natura dopo Pieve. — Le donne al lavoro dei campi. — Il torrente Molinà e la villa di Calalzo. — I cimiteri di villaggio. — Lozzo di Cadore e le sue rovine. — I Tre ponti. — Fatto d'armi del 14 agosto 1866. — Il patriottismo dei Cadorini. — Auronzo. — Un modo primitivo di dibattere la cosa pubblica. — Un gabinetto di lettura fra i monti. — La questione dei boschi. — Un ripiego da capocomico.

Come puoi credere, il paese di Tai non offre trattenimenti serali. Il viaggiatore non ha da far nulla di meglio che coricarsi per esser vigile e pronto ai primi chiarori dell'alba.

Una delle gite più frequenti pei forestieri che vengono a Tai è quella sul monte Antelao. Si alzano per tempissimo e vanno a vedere dalla pendice del monte il levarsi del sole. Potrei fartene anch'io una descrizione di fantasia, piena d'entusiasmi a freddo, e di punti ammirativi concepiti nel calamaio; ma, nell'accingermi a questa breve monografia, ho giurato a me stesso di non compiacere in nulla ai capriccî della immaginazione, e di non descrivere che quello che ho veduto realmente. Ora la mia gita in Cadore fu così precipitosa, ch'io non potei dilungarmi dalla strada postale, e mi dichiaro di per me un touriste di terzo o quarto ordine. Viaggiare presto, viaggiare in carrozza seguendo l'itinerario della diligenza, è rinunziare spontaneamente ad ogni azione sopra i lettori che vorrebbero sentirsi narrare le cavalcate sull'asino, le ardue discese giù per i greppi, le colazioni sull'erba, le cacce al camoscio, e che so io? Io mi scuserò co' due versi di messer Lodovico Ariosto:

Nè che poco io vi dia da imputar sono,

Chè quanto posso dar tutto vi dono.

Credo del resto che il carattere di quel paese, il colorito naturale di que' luoghi possano colpirsi anche senza gite troppo particolareggiate.

Intanto non fa punto mestieri di abbandonar la strada maestra per recarsi al famoso santuario del Cristo di Cadore. È una delle poche superstizioni di un paese che nel suo complesso è sveglio, e può valer la pena di spendervi alcune parole.

Salendo da Tai a Pieve, e quando hai fornito per tre quarti il tuo cammino, t'imbatti in una chiesetta bianca con peristilio romano e con un affresco di pessimo gusto sulla facciata. Se domandi che cosa sia quella chiesa e che cosa significhi quell'affresco, ti guardano strabiliati, come se l'ignorarlo fosse una grandissima colpa, e poi ti raccontano questo edificantissimo avvenimento. Accadde una volta che de' bifolchi aravano in quel sito la terra co' loro buoi, quand'ecco i laboriosi quadrupedi arrestarsi ad un tratto, nè voler più muover passo per quanto i loro conduttori li evangelizzassero con buone ragioni e con la dialettica persuasiva delle bastonate. L'asina di Balaam, narra la Bibbia, si trovò essa pure in condizioni uguali; ma, da quella bestia di spirito ch'ell'era, seppe almeno, per adoperare una frase del volgo, dire i suoi sentimenti. Citerò un brano del dialogo (Numeri XXII): .... Ed ella disse a Balaam: Che t'ho io fatto che tu m'hai percossa già tre volte?

E Balaam disse all'asina: Io t'ho percossa, perchè tu m'hai beffato; avessi pure in mano una spada che ora t'ucciderei.

E l'asina disse a Balaam: Non sono io la tua asina, che sempre hai cavalcata per addietro fino a questo giorno? Sono io mai stata usata di farti così? Ed egli disse: No.

Non sembra che i bovi cadorini sfoggiassero una sì persuasiva eloquenza; sembra invece che, sordi ad ogni maniera d'argomenti, s'inginocchiassero con grande compunzione, onde la loro pietà inusitata insospettì gravemente i pastori, che si accinsero a scavare la terra in quel punto. Scava, scava, trovano, oh meraviglia! una cassa di legno. La schiodano, ed ecco, composto fra gli assiti del cataletto, un Cristo in croce, coi capelli lunghi, con la testa china alquanto sul petto. E quei capelli sono ancora cresciuti, e quella testa s'è chinata ancora di più, quasi a dar testimonianza della sua natura miracolosa. Fu quindi deciso che quello era Cristo crocifisso in persona, e si lasciò all'altro Cristo di Betlemme la briga di accertare la propria identità, cosa della quale egli non pare essersi finora occupato. Intanto nel luogo, ove successero questi fatti singolari, si eresse un tempietto votivo, il Cristo vi venne collocato con grandissima pompa, e cominciò a rimeritare i devoti con una buona quantità di prodigi. Occorreva la pioggia? S'invocava il Cristo, ed ecco egli disserrava le cateratte del cielo. Occorreva il sole? Ed ecco il Cristo col suo soffio onnipotente diradava le nuvole e faceva apparire il più bel sereno che si potesse desiderare. Quindi un pellegrinaggio continuo al santuario, quindi una miriade di offerte che, a quanto mi disse argutamente un Cadorino, consentono al Cristo miracoloso di vivere di rendita. I pellegrini vengono anche di lontano, e sogliono lasciar le loro bisacce nel peristilio ed entrar nel tempietto umili e scalzi; prima di partire, se non appartengono ai 17 milioni d'illetterati, scrivono il loro nome sulla facciata della Chiesa, accompagnandolo talvolta con iscrizioni ascetiche. Sono, qual più qual meno, portenti di sintassi e d'ortografia, e mi colpì fra le altre la seguente:

qui Baldassare Chelli toscano di Prato col filio Emilio e sua consorte Nina venne per devosione.

Nello scorrere queste righe in istile epigrafico non potei a meno di chiedere a me stesso se per avventura il signor Baldassare Chelli, toscano di Prato, fosse salito in Cadore a spargervi notizia della buona lingua, secondo il desiderio di Alessandro Manzoni e del ministro Broglio.

Comunque sia, queste singole leggende de' varî paesi, nel mentre attestano lo spirito superstizioso dei volghi, tendono al grande accentramento cattolico, a cui mira la Chiesa. È il municipalismo introdotto nella fede, è un tentativo di autonomia nel campo dell'unità. Il giorno che si forma uno di questi miti nel cuore del popolo, la gerarchia ecclesiastica non può a meno di sentirsene scossa: la fede esce di carreggiata, e anzichè tenersi entro i margini prescritti, cerca i suoi conforti nelle creazioni avventicce del momento e del luogo. Ma come opporvisi? Il prete di campagna, o partecipi egli pure alla credenza comune, o cerchi farne suo pro per uscire alquanto di tutela e sottrarsi alle ferree spire che lo costringono, e acquistar maggiore importanza presso i suoi parrocchiani, si leva assai di rado a combattere le superstizioni nascenti, e con animo volonteroso ministra all'altare dedicato all'idolo che sorge. La Chiesa lo sa e lascia correre. Talora fa le viste di non avvedersene, talora concede il diritto di cittadinanza a questa o quella delle nuove leggende, e impone a' suoi dugento milioni di fedeli la fanfaluca che ha dovuto accettare da un gruppo di cinquanta pastori. Sottili arti d'impero, nelle quali Roma è maestra.

Dal santuario del Cristo a Pieve corrono appena cinque minuti.

Pieve è quasi per intero costrutta di pietra, e sebbene i vetturali, che vogliono risparmiare ai loro ronzini un buon tratto di salita, sostengano che non vi si alloggia nemmeno per idea come nell'osteria al Cadore, ella ha un aspetto molto più signorile di Tai. Ha guarnigione [cinquanta o sessanta bersaglieri], ha pubblici ufficî, e quindi impiegati; ha Pretura, e quindi avvocati e legulei. La piazza è sufficientemente ampia e regolare; ha un carattere antico e contiene i due monumenti più ragguardevoli di Pieve, la casa di Tiziano e la chiesa. Della casa ove nacque il grande pittore dell'Assunta e del San Pietro Martire, non saprei dirti nulla, tranne ch'ella serve a una vendita di vino al minuto, ciò che non mi sembra invero troppo dicevole. Quanto alla cattedrale, che contiene due dipinti di Tiziano, essa è piccola, ma non inelegante.

Chi viaggia con la diligenza non può recarsi più in là di Pieve, perchè l'impresa che aveva cominciato con lo spingere le corse fino ad Auronzo non vi trovò il suo utile, e dovette far le sue colonne d'Ercole della capitale del Cadore. Però la strada, sebben più deserta, non è meno varia e pittoresca: anzi, quanto più t'inoltri, tanto più folto di abeti e di larici è il dorso dei monti, e più spesso lo sguardo ti si riposa sopra il molle declivio degli altipiani coltivati parte a cereali, parte a prateria. E là su quelle praterie e su quei campi vedi disegnarsi i gruppi dei contadini e delle villanelle intenti al lavoro. Delle donne moltissime sono adoperate pei trasporti, o della legna, o del concime, o del fieno, o anche di pesantissime pietre che servono alle costruzioni, e tu le vedi curve sotto la rustica gerla contesta di vimini, che devi certo conoscere, se ricordi le povere femmine che dall'Alto Friuli scendono fra noi a limosinare, portando in quel recipiente di paglia ciò che le madri hanno di più prezioso, i loro bambini. Nel Cadore trovi gerle di tutte le dimensioni, e parrebbe che anch'esse avessero la loro infanzia, tanto ve n'ha di piccine, adatte a fanciulletti di cinque o sei anni. Quando non attendono a' trasporti, le donne si mescono invece ne' campi al lavoro degli uomini. Nella prima giovinezza, chè la fatica affretta in loro il corso degli anni, sono bellissime di aspetto e di forme. Vestono semplici assai: le ripara dal sole, o un cappello di paglia a larghe falde, o una pezzuola avvolta intorno al capo, o rossa o celeste; un corpetto turchino senza maniche fa spiccare le giuste proporzioni del busto; la gonnella più oscura sollevata intorno alle anche, mentre vangano la terra, lascia scoperta la sottana bianca come le maniche e come gli orli della camicia ch'escono fuori del corpetto. Per lo più vanno scalze, o, secondo il costume contadinesco, camminano portando i sandali in mano per calzarli sulla strada maestra o ne' siti di maggiore riguardo. Dopo Pieve il passaggio di carrozze è assai limitato, e perciò, come i contadini del piano, quando guizza dinanzi a loro un convoglio di strada ferrata, così quelle leggiadre montanine si fanno uno spettacolo del transito d'un cocchio, e incrociate le mani sopra la zappa, oppure tenendo il rustico arnese con la destra e appoggiando sul manico il gomito sinistro, piegano la testa sull'avambraccio e guardano in vaghissimo atteggiamento. Ho anch'io un'estetica esclusiva, e non so idearmi la donna bella e poetica altro che splendida di seta, o circonfusa di veli; ma gli è che le figure della nostra fantasia aristocratica si disegnano tutte sopra un fondo convenzionale: o fra la mezza oscurità di un salotto elegante, o fra i sentieri odorati di un parco: ma la bella alpigianina, in mezzo a quei monti, a quel cielo, a quelle pietre, sta bene vestita così; il paese che la circonda fa parte del suo abbigliamento.

Ma eccoci a uno de' punti più pittoreschi del Cadore. A una svolta della strada ti si apre inaspettato al fianco un angusto e profondo burrone, stretto fra due coste del monte, entro il quale devolvesi romoreggiante il torrente Molinà. Strepitano al basso i molini messi in giro dall'acqua, e fa singolare contrasto col candor delle spume, con la tinta fredda dei sassi e col malinconico colore degli abeti, il verde vivo di qualche falda di terra coltivata a praterìa proprio al lembo ultimo della sponda. In alto e alla sinistra di chi si affaccia al parapetto della strada, il villaggio di Calalzo con la sua chiesetta candida di neve, col suo campanile coperto di lavagna, pensile sulla pendice d'un monte, pare intenda l'orecchio al gorgogliare dell'onda.

Indi la via prosegue con un'alternativa di salite e discese. Per lunga pezza scorgi Pieve, di là da una vallata, o da monti più bassi; poi incontri Vallesella, Donnegge, e ti additano il campanile di Lorenzago, ove il Calvi s'accommiatò dagli amici, e quinci e quindi altre villette vagamente sparse, quali sul vertice, quali sulla china d'un monte. Mi ricordo una cosa semplicissima che mi colpì. A pochi metri da ciascuna di quelle ville miri un recinto rettangolare chiuso da un muro bianco e basso. È il cimitero. Quanto più commovente e più bello delle moli superbe che raccolgono migliaia di estinti l'uno all'altro ignoti! Colà almeno dormono insieme quelli che un giorno lavoravano insieme, e la zolla senza nome è distinta fra mille più che il marmo istoriato dei sontuosi cimiteri. Colà almeno, se qualche fremito di vita corre attraverso le fredde reliquie, i defunti sentono le care e note favelle nella capanna vicina, e nelle lunghe sere d'inverno, quando la neve imbianca le povere croci, odono il ronzìo del consueto filò entro la tepida stalla, e indovinano la primavera al tintinnìo delle capre erranti pei monti, e la state all'allegra canzone dei mietitori. Colà almeno la religione della famiglia, sopravvissuta al naufragio di tutti gli Olimpi, ha più facili i suoi riti pietosi, e l'alpigiano che sfronda gli abeti o mena la vaccherella su pegli scoscesi sentieri, vedendosi a' piedi il tranquillo recinto del camposanto, pensa a' suoi diletti che ivi dormono l'eterno sonno, e tempra con soave malinconìa la fierezza dell'animo.

L'aspetto d'un cimitero dispone lo spirito a tetri pensieri; ma v'è qualche cosa di molto più lugubre, ed è l'aspetto della devastazione e della rovina. Esso ti si presenta a Lozzo, villa distrutta poco men che da capo a fondo da un incendio il 15 settembre 1867. Lo spettacolo che essa mostrava nel maggio successivo, in cui gli abitanti erano già innanzi nell'opera di ricostruzione, poteva darti un'idea della orrenda catastrofe, facile del resto a immaginarsi, quando si pensi che le case erano pressochè tutte di legno e che l'incendio divampò nella notte. Facevano ingombro alla via le travi carbonizzate e i monti di sassi destinati a rifabbricare più solidamente il villaggio, e alcuna delle abitazioni di pietra non soggiaciute a quella ruina portava i segni del guizzo capriccioso della vampa intorno alle muraglie sgretolate. Le case erano ancor senza tetto; la popolazione viveva di giorno sulla strada, e la notte trovava ricovero in qualche capanna ospitale nelle vicinanze. Così quelle genti, colte dalla sventura in autunno, avevano dovuto lasciar trascorrere i lunghi mesi del verno, avevano dovuto lasciar che le nevi coprissero le macerie del loro paese, prima di poter ricomporre di propria mano il povero nido. E fu davvero per un miracolo di carità dei luoghi vicini, che riuscirono a durare i rigori della stagione e a serbar vigorose le braccia e non accasciato lo spirito. In mezzo a quella scena che ti ricorda le irruzioni barbariche, causa di tanti lutti all'Italia, vedi ancora volti sereni, odi le voci festive delle fanciulle che attingono al fonte, e le risate clamorose dei bambini che giuocano sopra i mucchi di sassi.

A poche miglia da Lozzo trovi una specie di chiusa detta dei Treponti. La strada si biforca: il braccio destro entra nel Comelico, il sinistro va verso Auronzo. Dalla destra viene impetuosissima la Piave e in quel sito accoglie le acque d'un altro torrente, che scende dal lato opposto, l'Ansei. Il nome dato a quel luogo è dovuto appunto a tre ponti di pietra, o, a meglio dire, a un ponte che si tripartisce e con due delle arcate traversa le fiumane ancora divise, con la terza le valica dopo il loro connubio. Tutto intorno sorgono monti alti e scoscesi, fitti d'abeti sulla sponda dell'Ansei, aridi e nudi su quella della Piave, quantunque chi penetri nel cuore del Comelico veda nuovamente imboscarsi il terreno. In questa gola si combattè nel 14 agosto 1866 l'ultima scaramuccia fra Italiani ed Austriaci. Venivano questi da Auronzo sotto il comando del generale Mensdorff Pouilly, ed erano in numero di 4000, impazienti di forzare il passaggio, ignari ancora dell'armistizio concluso due giorni innanzi. Avevano a fronte pochissimi volontari cadorini, male vestiti e male armati, che, sebbene colti alla sprovveduta, opposero una pertinace resistenza, spargendosi qua e là dietro gli abeti lungo il dorso del monte che bagna le falde nell'Ansei, e mantenendo un fuoco micidiale da bersaglieri contro le masse nemiche. Vi furono da ambo i lati morti e feriti, vittime inutili d'una lotta che non aveva più scopo. Un oste del luogo, vecchio coi capelli bianchi, certo più che sessantenne, che quel giorno aveva anch'egli brandita la sua carabina e preso parte alla pugna, me ne disse le vicende con ardor giovanile, e l'inatteso approssimarsi degli Austriaci, e lo sgomento delle donne, e il piglio risoluto dei nostri, e il primo sangue versato, e il giungere al campo austriaco d'una staffetta portante la novella dell'armistizio. Come mi piaceva sentire in bocca al valoroso vegliardo quella frase — i nostri! — Com'era bello quel suo infiammarsi nel racconto del breve conflitto! Certo nell'animo di lui non era sceso ancora lo scoramento, onde quasi menano vanto tanti Italiani. La luna di miele della libertà dovrebbe durare secoli: a noi sembrò più dicevole di chiuderla nella cerchia coniugale d'un mese e di atteggiarci poscia a mariti noiati.

In Cadore il patriottismo è sano e vigoroso, convinto che dopo aver toccato una mèta

Ch'era follia sperar

sarebbe delitto il mettere a repentaglio gli acquistati beni con le discordie intestine e con le violenti diatribe, convinto che non v'è gloria passata che basti a far perdonare la colpa di porre a cimento le sorti della propria contrada. Perciò in quella terra veramente eroica, in mezzo a quegli uomini veramente d'azione, non mi accadde di sentir vituperato il Governo come solevasi dell'austriaco, nè di veder fatti segno al pubblico sprezzo tutti coloro che sorsero a qualche rinomanza in Italia. I difetti delle nostre amministrazioni e de' nostri uomini si conoscono in Cadore non meno che altrove; ma i lamenti che se ne muovono non prendono quel tuono d'acrimonia che distingue in molte parti della Penisola le opposizioni, nè indossano quel manto d'intolleranza che nega il patriottismo a chiunque si faccia lecito di non osteggiare l'Autorità. E ciò che più conforta chi giunge dalle città atrabiliari e dalle campagne indifferenti della pianura, si è la pienezza della fede nei patrî destini, si è il sentirsi affollati d'interrogazioni sulle vicende politiche e sull'avvenire economico del paese; non già da ricchi possidenti del luogo, ma da poveri coloni, che una cinquantina di miglia più in giù non saprebbero se non assordarci di piagnistei sulla malattia delle uve e la gravezza delle imposte.

Oserò io dirlo? A quest'ultimo lembo della Penisola che, in ogni moto di popolo, fu o un covo d'insorti, o un rifugio di profughi, a questa regione alpina, ove dai 1848 al 1866 si congiurò in ogni casa, giovò forse non esser gonfiata dagli articoli del giornalismo e dalle arringhe dei meetings. Che pur troppo sinora in Italia pubblicisti e tribuni fecero più male che bene alla patria. Come que' membri dei consigli di disciplina della Guardia Nazionale che vestirono la divisa di giudici, perchè non volevano aver le noie di militi, così una gran parte di essi assunsero l'ufficio di dispensatori di luce per ismettere l'uniforme di cittadini, per sottrarsene ai doveri, per giustificare coi fremiti furibondi i tepidi e patologici affetti.

E adesso, chiudendo la parentesi, rimettiamoci in via, e dai Treponti dirigiamoci al punto estremo del nostro pellegrinaggio, ad Auronzo. Dopo Treponti si perde la compagnia della Piave, che, come abbiam visto, vien giù dal Comelico, e la strada solitaria costeggia sempre l'Ansei, passando in mezzo a un bosco di abeti. Uscendo dal fitto degli alberi, ti si apre al guardo un altipiano di ricca e bella verdura, cinto, ma non oppresso da monti, in mezzo al quale spiccano le candide muraglie della chiesetta d'Auronzo e i tetti bassi ed affumicati delle capanne di legno. Pieve arieggia uno de' soliti borghi della pianura, Tai è composta di poche case, Calalzo non è che un gruppo di meschini tugurî; ma Auronzo, paesotto piuttosto grosso e diviso in due parti (villa piccola e villa grande), ha un suo aspetto particolare con quelle abitazioni quasi tutte di legno, con que' vicoli che salgono con leggiero declivio sul pendio d'un monte, con quei mulini che vi romoreggiano mossi dalla corrente, con quell'abbondanza di acqua che vi zampilla in fontane, vi scorre in ruscelli, vi mugge in torrenti. Nella mia qualità di cittadino delle lagune, al veder tanta ricchezza di fonti, intorno alle quali le fanciulle d'Auronzo, ignude le braccia, piegata la persona, s'affaccendano a fare il bucato, pensai all'interminabile questione dell'acquedotto veneziano, lunga come quella d'Oriente, complicata come quella dello Schleswig-Holstein, e invocai sulla mia patria una vena della linfa cadorina per far tacere una volta il cicaleccio e spegnere gl'incendi del nostro giornalismo.

Chi lo direbbe? Anche Auronzo «la divisa dal mondo ultima Auronzo» ha una questione municipale. Qua e là vidi scritto col gesso — Abaso il segetario, — e deplorai vivamente che nessun giornale del luogo potesse con sagge e temperate polemiche, come si costuma fra noi, illuminare l'opinione pubblica, e che gli abitanti d'Auronzo non avessero alcun organo indipendente, su cui far valere le loro ragioni. È davvero una cosa umiliante, tanti secoli dopo Panfilo Castaldi e il Guttemberg, di non possedere un torchio e una scatola di caratteri di stampa, coi quali annunziare a tutti i popoli della terra che i propri concittadini son ladri e balordi, egoisti quando rifiutano i pubblici uffici, impudenti quando gli accettano.

Frattanto alcuni degli abitanti d'Auronzo cercano consolarsi della grave mancanza, formando un nucleo di società, che per sì piccola villa è veramente prezioso. Si radunano in dieci o dodici in una specie di gabinetto di lettura, ove ricevono i giornali di Venezia e di Firenze, e così, giuocando e ciarlando, ingannano le lunghissime sere d'inverno, e non si coricano che a mezzanotte, cosa da fare stupire chi consideri che in alcuni mesi dell'anno il sole non rischiara quella valle per più di tre ore al giorno, e una lastra di ghiaccio copre costantemente le vie.

Una questione ben più grave della municipale tiene sospesi gli animi in Auronzo, ed è quella della divisione dei boschi. In tutto il Cadore la maggior parte della proprietà boschiva è in mano ai Comuni, ma tra i Comuni più ricchi v'è quello d'Auronzo, ove, per singolare contrasto, la popolazione è poverissima, e s'è avvezzata ormai a vivere di sussidî. Ivi noi vediamo una miniatura del pauper inglese, dell'uomo cioè che, nella piena vigorìa dell'età, rinunzia alle compiacenze del lavoro per chiedere burbanzoso i sussidî del suo Comune, come si chiede una imposta. Perciò alcuni opinano che sarebbe saggio consiglio di venire a un riparto dei boschi, i quali, dicendosi comunali, sono, a rigore, proprietà dei singoli abitanti. Ma un provvedimento sì radicale incontra gagliardi oppositori, mentre sembra a molti che questa specie di legge agraria rovinerebbe il paese, affidando la conservazione dei boschi a gente cupida di farne danaro, e improvvida quindi dell'avvenire, e dimentica, o per accidia, o per ignoranza, di quelle cure che un tal genere di proprietà richiede. I boschi sarebbero distrutti, e con essi la principale, l'unica fonte di ricchezza del luogo, e i coloni tornerebbero al vecchio mestiere di poveri, senza poter affidarsi all'antica liberalità del Comune, ormai esausto di mezzi. Vorrebbesi quindi da molti che la proprietà rimanesse indivisa qual'è nelle mani del Municipio; ma che questo, anzichè volgerne i profitti a mantenere un accattonaggio legale, sapesse convergerli a far sorgere fonti di lavoro agli abitanti, a promuovere, per esempio, l'industria mineraria, ristretta ora alle vicine cave di zinco. Di tale questione, che si dibatte in Cadore con una vivacità che sente dell'acrimonia, io mi son fatto semplice espositore: confesso però che mi sembrerebbe incauto non poco un riparto di beni fra una popolazione che non diede caparra alcuna di alacrità, ma fu avvezza sinora ad aspettare la manna dal cielo.

Ed ora, giunto al termine della mia rapida corsa, dedicherò brevi pagine, se il lettore me lo assente, ad alcune considerazioni generali, le quali suppliranno alle immense lacune descrittive della mia monografia. Nella medesima guisa, quando al teatro, per una ragione o per l'altra, il capocomico non può far rappresentare l'ultimo atto d'una commedia, manda uno dei suoi subalterni ad annunziare al colto pubblico e all'inclita guarnigione che vi supplirà con una farsa non compresa nel programma. Per solito il pubblico fischia; io ti prego, o lettore, di non fare altrettanto, se in luogo di condurti in Comelico, o al bosco di Somadida, o al pensile lago di Mesurina, dove si mangiano di ottime trote, ti ammannisco una piccola dissertazione economica. Tu non ignori che ormai l'economia politica è diventata uno di quei pascoli comunali, ove una volta ciascuno menava gli armenti senza pagar nulla a chicchessia. Come cent'anni fa si scriveva un sonettino od un madrigale, così adesso si scrive una Memoria sul pauperismo, sul risparmio e sul sistema cooperativo. Lasciami pagar questo tributo al mio secolo.