IL COGNATO DELLA COGNATA. BOZZETTO.
— È arrivato nessun telegramma all'indirizzo Fausto Garleni? — chiesi, entrando nell'ufficio del capo stazione.
(Qui l'autore apre una parentesi per avvertire che chi parla qui in prima persona non è lui, ma un suo amico che gli raccontò questa storia.)
Il capo stazione discorreva con un signore tra i quaranta e i cinquanta, vestito da provinciale, ma non senza pretensione, che appena mi vide entrare si ritirò in disparte con un umile inchino come di chi vuol propiziarsi. Allorchè io pronunziai il mio nome, questo signore fece un gesto di piacevole sorpresa; pur non gli diedi retta, aspettando la risposta del funzionario da me interrogato. Questi, grosso, corto, con gran fedine nere, diede un'occhiata sul tavolino, chiamò l'impiegato del telegrafo, e mi domandò:
— Il dispaccio doveva proprio essere fermo in stazione?
— Certamente.
— Allora non v'è nulla.
— Ebbene, — diss'io, — pazienza. —
E feci atto di andarmene, riprendendo l'ombrello e il microscopico sacco da viaggio che aveva deposto in un angolo. Io non mancavo da casa mia che da pochi giorni, e dovevo ritornarvi appunto colla corsa della notte. Ma per una certa faccenda, che non ha nessuna importanza, avevo lasciato l'ordine che mi telegrafassero a X***, se per avventura m'era necessario di prolungar la mia assenza.
— Se capita, — soggiunse il capo stazione, — dove devo farglielo avere? —
Ah! non ci avevo pensato. E, in verità, essendo la prima volta ch'io mi recavo nella piccola X***, e non conoscendovi alcuno, ero proprio imbarazzato. Ma il signore, che parlava prima col capo stazione, volle togliermi d'impiccio e movendomi incontro:
— Mi perdoni, — disse: — ella è proprio il signor cavaliere Fausto Garleni?
— A' suoi comandi. — (Che cosa volete? Sono cavaliere senza mia colpa. Fui nominato su proposta del Ministro dell'istruzione pubblica per aver sanificato alcuni terreni paludosi e presentato delle magnifiche barbabietole a un'Esposizione di orticultura.)
— Ma quando lei è il signor Fausto Garleni, — continuò l'incognito con voce più insinuante, — io sono Antonio Meravigli,... vale a dire, scusi, perchè capisco che non è spiegarsi bene,... vale a dire ch'io sono un po' suo parente. —
Invero questo nome di Meravigli non m'era nuovo, ma io non rammentavo più nè come nè quando avessi udito farne menzione.
— Vedo ch'ella non si raccapezza, — egli ripigliò imperturbato, — e mi spiego. Io sono cognato di sua cognata. Mia moglie è sorella della signora Angela che ha sposato il suo signor fratello, avvocato nella Pretura di ***.
— Ah! ora capisco, — risposi. — Senza dubbio ebbi occasione di sentir parlare di lei; ma sono così smemorato!
— Ed è un pezzo che non vede il suo signor fratello?
— Parecchi mesi. Siamo entrambi pieni di faccende.
— A ogni modo — disse il signor Meravigli con un accrescimento di officiosità, e strappandomi a forza di mano il sacco da viaggio — a ogni modo, ella mi permetterà di congratularmi di questo lieto caso che mi fa fare la conoscenza di una persona così distinta, e lascerà ch'io mi metta a sua disposizione piena ed intera in quanto possa occorrerle in questo paese. Intanto, se viene il dispaccio, si porterà a casa mia. Grazie al cielo, — soggiunse poi pavoneggiandosi un poco, — mi è lecito dire che sono qui ben visto da tutti, autorità e cittadini. Non è vero, Roberti? — E si rivolse al capo stazione.
— Verissimo, — riprese l'altro, ch'era conciso quanto il signor Meravigli era prolisso.
— Senta, signor Meravigli, — dissi io un po' sconcertato da quell'onda d'offerte e desideroso solo di liberarmi da siffatto eccesso di cortesia: — ella può credere s'io sia lieto di aver fatta la sua conoscenza (non ero punto, ma son cose che si dicono); però lo scopo, pel quale io mi trovo qui, è assai semplice e non permetterò certo ch'ella si scomodi per cagion mia. Ove mi occorra davvero, non dubiti ch'io farò conto delle sue gentili profferte. —
E così dicendo mi chinai per riprendere il mio sacco, ch'era divenuto il perno della battaglia.
— Ah! nemmeno per idea, nemmeno per idea; — interruppe il degnissimo signor Meravigli, schermendosi con abilissima tattica. — Non sarà mai detto che il fratello di mio cognato si trovi qui senza ch'io lo abbia introdotto presso mia moglie e la mia Romilda. —
Misericordia! pensai fra me e me, questo è un colpo di fulmine. E con molto poca galanterìa risposi: — Sarebbe un onore; ma, com'ella sa, mi trovo qui per affari, e sarò occupato tutte le ore del mio breve soggiorno.
— Ma come? Se mi disse testè che non si tratta che di una bagattella.... Via, via, sia buono. E intanto mi conceda di offrirle la mia carrozza per andare in città.... Ci sono quasi due miglia, e c'è un sole che abbrucia e una polvere che sale fino al ginocchio. —
Così dicendo, il signor Meravigli mi prese per un braccio e, condottomi ad una finestra che riusciva sulla strada, alzò un momento la tendina verde che vi faceva riparo. Vista orribile! La strada si protendeva in linea retta, bianca, senz'alberi, animata soltanto da qualche nugolo di polvere sollevato dal vento. Un unico veicolo si trovava fermo dinanzi alla stazione con un cocchiere mezzo addormentato, e un ronzino che andava cacciandosi di dosso le mosche coi moti impazienti delle zampe e del capo.
Quella era senza dubbio la carrozza del signor Meravigli.
L'omnibus era partito subito dopo l'arrivo della corsa, e lo stesso dicasi dei pochi fiacres che si trovavano colà.
Era colpa mia. Quella disgraziata fermata in stazione mi aveva rovinato, e oramai lo schermirsi era impossibile. Inoltre una passeggiata di tre quarti d'ora sotto un sole di giugno mi dava non poco sgomento.
Accettai quindi l'offerta della carrozza, sperando di levarmi d'impiccio con una visitina a madama Meravigli e a quella Romilda, ch'io non sapevo ancora chi fosse.
Il generale Moltke non sarà stato più superbo della riuscita de' suoi concetti militari che non fosse il signor Meravigli della mia sommissione.
— Sia lodato il cielo! — egli esclamò con volto raggiante, porgendomi la mano che gli restava libera. — Può dirsi che nessun forestiere di riguardo sia venuto a X***, senza mangiare una zuppa in casa Meravigli e conoscere la mia Romilda, e non ci sarebbe voluto altro che una persona, la quale mi è quasi parente, fosse passata di qui inavvertita. —
La situazione si aggravava fuor di misura. Non era più una visita da fare, ma una zuppa da mangiare; insomma un pranzo bell'e buono fra gente sconosciuta e, secondo tutte le apparenze, ridicola in grado superlativo.
Deliberai di tentare un ultimo sforzo in carrozza, sperando che quand'io fossi seduto troverei quell'energia che mi mancava quand'ero in piedi.
Intanto, ricambiato un saluto col capo stazione, al quale il signor Meravigli bisbigliò qualche parola all'orecchio, mi avviai o piuttosto mi lasciai condurre dal mio ospite verso il modesto veicolo che stava ad attendermi. Il cocchiere dormiva profondamente, e il cavallo ne aveva profittato per tirar la vettura verso il margine della via, dove c'era un po' d'erba da rosicchiare.
Uno spintone al braccio ed una chiamata sonora di Luigi! Luigi! scossero il sonnacchioso auriga. Egli aprì una bocca enorme ad un enorme sbadiglio, si rizzò sulla cassetta della carrozza, mi guardò con occhio di curiosità senza nemmeno toccarsi il berretto, e prese in mano le redini che aveva abbandonate e che penzolavano sul dorso del tranquillo quadrupede.
E così, dopo alcune delle frasi solite: Passi Lei — Anzi Lei — Oh la prego, ec. ec., mi trovai proprio nella vettura del signor Antonio Meravigli a fianco di questo degno cittadino.
Che debbo dire? Faceva caldo, io ero un po' stanco dal viaggio di strada ferrata, e nell'assidermi sui guanciali della carrozza provai un sentimento insolito di benessere. Riflettei meco stesso che nemmeno un pranzo in casa Meravigli sarebbe stato il finimondo, e i miei propositi di resistenza andarono via via indebolendosi. Tutt'al più avrei combattuto per l'onore delle armi.
— Oh! che fortuna per me — disse il signor Meravigli, stropicciandosi le mani per la contentezza — di poter condurre dinanzi a Romilda un uomo come il signor cavaliere Fausto Garleni. —
E vedendo ch'io mostravo di non capir troppo chi fosse questa Romilda:
— Ah! scusi, — proseguì; — siccome siamo quasi parenti, mi pare impossibile che non ci conosciamo un po' più. La Romilda, diamine! è mia figliuola. —
E lo disse in modo da far vedere che se ne teneva grandemente.
— Un bel nome! — interposi, tanto per non restarmene mutolo.
— Ah! ecco, — soggiunse il signor Meravigli un po' imbarazzato. — Il vero nome della mia figliuola non era questo. La si era battezzata per Orsola (capisce quei riguardi che si hanno in famiglia; era il nome della mia povera madre), ma la fanciulla, appena fu giunta all'età di ragione, mostrò una grande antipatia per esser chiamata così, e andava sempre gonfiandosi la bocca di certi nomi, belli se vuole, ma disusati, come Ermengarda, Ildegonda, Elettra, Antigone e simili. Finalmente s'incapriccì di questo di Romilda, e deliberammo secondarla. Le assicuro io, una figliuola che non si trova l'uguale a cercarla col lumicino. Già il suo forte è lo studio. Per le faccende di casa la non ci ha gusto, ma scrive come un angelo.... In versi poi.... Tutte le prime celebrità d'Italia ne sono estatiche.... Insomma ho un gran piacere ch'ella la conosca.... —
La pazienza asinina, con cui io andavo acconciandomi alla mia sorte, fu alquanto turbata da questo nuovo incidente. E in vero i mali mi si accumulavano sul capo con la rapida progressione delle tragedie greche. L'incontro del signor Meravigli era una noia, il demone della ospitalità che lo possedeva era una grave molestia; ma l'accademia di poesia estemporanea, che mi si presentava oramai allo spirito come una cosa inevitabile, era una sciagura bella e buona. Mi dichiarai onorato grandemente di far la conoscenza di sì maravigliosa donzella; ma tentai di abbreviare il supplizio, dicendo al mio Anfitrione:
— Se non le dispiace, quando io avrò fatto il mio dovere con la sua famiglia mi permetterò di prendere licenza per isbrigar la faccenda che mi condusse in questo paese.
— Cioè.... prender licenza.... spieghiamoci. Son io che mi farò un piacere di accompagnarla. Non faccio per vantarmi, ma conosciuto favorevolmente come sono io presso tutti gli uffizî, credo che potrò agevolarle di molto il suo incarico.... E, se non sono indiscreto, di che cosa si tratta? —
Glielo dissi in breve con malinconica rassegnazione.
— Alla Pretura! — egli esclamò battendo le mani. — Ma allora, si figuri, è presto fatto. Il pretore è amicissimo mio. — Guardò con prosopopea il suo orologio ch'era attaccato ad una catena d'oro grossa due dita, e soggiunse:
— Sono le dieci. Adesso il pretore non ci sarà all'ufficio. Andremo verso l'una. —
In mezzo a queste chiacchiere eravamo entrati in città. Il signor Meravigli dava prove evidenti della sua famigliarità coi proprî concittadini, salutando ad ogni piè sospinto i passanti o quelli che stavano ingannando l'ozio sulla soglia della bottega. In questo ricambio di saluti, nei quali il signor Meravigli manteneva una certa aria di protezione, io pure ricevevo per lo più delle dimostrazioni di ossequio. A un punto ci arrestammo. Credetti giunto il momento funesto di presentarmi alla poetessa di casa Meravigli, e intesi tutta la gravità del mio stato. Polveroso, sudato, istupidito dal caldo e dalla noia, io ero senza dubbio destinato a fare una ben misera figura. Mi ravviai nondimeno i capelli, tastai il nodo della cravatta.... ma non avevamo toccata ancora la mèta.
Da una farmacia all'insegna del Coniglio, situata sotto un porticato, uscì frettoloso e dimenando i fianchi un uomo di mezza età, piccolo di persona, con un berretto nero, sotto cui spuntavano alle tempie due ciocche di capelli rossicci, e il signor Meravigli, rivoltosi a lui ed a me, col suo più beato sorriso fece la seguente presentazione:
— Il nostro signor Angelo Storni, chimico e farmacista. Il distinto cavaliere Fausto Garleni fratello di mio cognato, l'avvocato Alessandro Garleni.... Capite, caro amico, — soggiunse quindi parlando al farmacista, — che quando si ha la fortuna di avere in X*** una persona di tanto merito non gli si risparmia una zuppa in casa Meravigli. Anzi, a questo proposito — egli continuò offerendo una presa di tabacco al signor Storni che era fermo allo sportello della carrozza, tenendo con la mano sinistra il berretto sollevato alquanto sul capo e guardandomi come una bestia rara — a questo proposito sapete bene che in siffatte occasioni vi è sempre posto per voi alla mia tavola. Alle quattro e mezzo in punto, secondo il solito. Avvertitene anche il dottore Trigli. Ah! non mi ricordavo. Il cavaliere ha una faccenda da sbrigare alla Pretura. Potete dirgli voi s'io sia amico del pretore.
— Eh! amicissimo, — rispose l'altro.
— Vede, signor Garleni, che a me non si sfugge. Sarei ingiusto verso il mio paese se non mi compiacessi della benevolenza che tutti hanno per me, certo senza mio merito....
— Oh, che dice mai?... Anzi meritissimamente, — proruppe il farmacista.
— Un caro uomo il nostro Storni, — riprese con aria di superiorità il signor Meravigli; — ma un adulatore. Se lo lasci dire, un adulatore. Si figuri ch'egli non sa darsi pace ch'io non sia stato fatto ancora cavaliere.
— Sicuro — sclamò il signor Storni — sicuro che non so darmene pace. È una ingiustizia, è una....
— Zitto, zitto, — interruppe il modesto signor Meravigli, mettendo una mano sulla bocca all'oratore. — Non vi lasciate trasportare dall'amicizia. —
E, ordinato al cocchiere che si movesse, salutò con un cenno della mano il signor Storni e poi bisbigliò a mezza voce:
— Che originale! Io cavaliere! E con che meriti? — Non trovandomi in grado di rispondere a tale inchiesta, abbassai il capo in atto riflessivo.
Di lì a un paio di minuti eccoci a una casa bianca con le persiane abbassate, che il signor Meravigli mi dice essere la sua. Entriamo per un portone laterale e ci arrestiamo in una rimessa, ove un contadino viene ad aprire lo sportello, e una fantesca rubiconda con le maniche rimboccate si avanza verso il portone con diplomatica solennità. Nascosto dietro un uscio un fanciullo in giubboncino corto fa delle boccaccie e dei gesti poco rispettosi verso di me, ma il signor Meravigli non se ne accorge.
Mentre il signor Meravigli dà in fretta alcuni ordini alla tarchiata fantesca che sembra il capo di stato maggiore della casa, e sta ad ascoltare le disposizioni del suo padrone con le braccia arrovesciate sui fianchi, io mi scuoto la polvere del vestito, consegno il mio sacco e il mio ombrello al contadino e mi preparo docile come un agnello a subir la grave penitenza che mi è destinata.
Finalmente, con mille scuse pel piccolo ritardo, mi si invita a salire un brevissimo ramo di scala che dal cortile mette al così detto pian terreno dell'abitazione.
— Agnese! Romilda! Agnese! — gridò l'eccellente uomo, introducendomi in un salottino e pregandomi di attendere, finchè egli fosse andato a chiamare le sue signore.
La stanza non aveva nulla di particolare, nè io perderò il tempo a descriverla. E poi queste descrizioni sono un esercizio di lingua che noi non Toscani non facciamo mai impunemente, nemmeno tenendo aperto dinanzi a noi il libricciuolo del Fanfani: Una casa fiorentina da vendere.
Rimasto solo, guardo le litografie appese alle pareti e sto per mettere la mano sopra un albo di ritratti, quando un fruscìo di vesti mi annunzia l'approssimarsi delle Dee.
L'uscio si spalanca, il signor Meravigli precede affannoso, trafelato. Seguono le due donne.
— Mia moglie, mia figlia, il cavaliere Garleni. —
La signora Agnese Meravigli indossa un vestito di mussolino color pistacchio, porta un fisciù nero al collo, e le maniche a sbuffi di velo bianco che lasciano scorgere due braccia poco meritevoli di essere effigiate in marmo dallo scalpello di Fidia. Ha circa quarant'anni, è magra, appuntita, nè grande, nè piccola, di carnagione olivastra, di capelli scuri, piuttosto radi, che cominciano a inargentarsi qua e là. La sua fisionomia è volgarissima, il suo sorriso insulso, porge la mano tutta d'un pezzo, obliquamente, nel modo che i barcaiuoli sogliono immergere il remo nell'acqua, e appena data la ritira, con una certa furia e come se volesse dire: — Via, anche questa è fatta. — Parla.... ah! è graziosissima, vorrebbe parlare la lingua e non sa, parlerebbe il dialetto e non può.... sua figlia glielo impedisce....
Sì, senza dubbio, la divinità della casa è Romilda.
La musa, che non è ancora ventenne, veste un abito bianco, succinto, accollato, con le maniche abbottonate ai polsi: ha capelli neri che le scendono a ricci sulle spalle e sul collo, il naso piuttosto grande, e occhi che non sarebbero brutti se non cercassero troppo sovente di parere ispirati. È magra come ben si addice ad una che si ciba di poesia, ha statura giusta, e cammina con una singolare affettazione tenendo sollevato con la mano il lembo anteriore del vestito, e appoggiando appena la punta del piede quasi sdegnasse ogni contatto con la terra. Parla con lentezza, calcando le doppie e facendo grande abuso di diminuitivi. Allorchè apre la bocca lei, i suoi genitori tacciono e rimangono estatici. Se la signora Agnese intromette qualche frase nel discorso, la dotta Romilda è sulle spine, e quando la genitrice si lascia sfuggire una sconcordanza (lo che avviene sovente), la giovinetta è piena di fremiti grammaticali, che talora si rivelano con una correzione detta a fior di labbro, ma stizzosamente.
— Ed è la prima volta che viene in questo paesuccio? — chiese Romilda con una intonazione patetica.
— La prima, — io risposi, — e mi pare molto allegro.
— Oh mio Dio! polvere e fango, un soggiorno impossibile.
— Tu sei molto severa pel tuo paese, — osservò timidamente il signor Meravigli.
— Non favellarmene, o babbo, — proruppe ella con uno scontorcimento che voleva essere grazioso; — a voi altri che non sapete alzarvi un pocolino più in su delle vostre faccenduole può anche parere, ma chi chiude in seno anima d'artista qui deve morir d'asfissia.... Già prevedo che questa sarà la mia fine. —
E così dicendo lasciò cadere la testa come un limone
Troppo grave al picciuol che lo sostiene,
e incrociò le braccia sulle ginocchia in atteggiamento di vittima.
I coniugi Meravigli parvero dolorosamente colpiti da questo lugubre pronostico e mi guardarono quasi chiedessero conforto a me.
— Però — io osservai alla povera Saffo — la solitudine è propizia agli studî, ed ella, che ama la poesia, può attendere al culto delle Muse meglio qui che tra i clamori di una gran città.
— È quello che mi scriveva ier l'altro anche.... (e nominò un letterato italiano di qualche grido) — ma questa non è la solitudine. Oh così pur fosse! Qui mi sembra di essere a Recanati come il gran Leopardi che vi logorò la sua anima. —
Povero Leopardi, io pensai, che similitudine lusinghiera per te!
— Veda, — interpose il signor Meravigli, — io potrei anche adattarmi a mutar paese; ma oltre che difficilmente troverei un luogo ove fossi così ben voluto da tutti, autorità e cittadini, come son qui, gli è che non so dove andare. I miei poderi gli ho in questi dintorni, gli altri due miei figliuoli che, pur troppo! non hanno il talento di Romilda, si compiacciono in questa vita mezza di campagna e mezza di città....
— Via, via, smettiamo; — disse Romilda con un sorriso smorto e con l'aria di persona che è sempre avvezza a sacrificarsi per gli altri. — E lei, signor Garleni, coltiva pure le lettere? E, se è lecito, si occupa di poesia lirica, didascalica, o epica? —
Mi affrettai a rispondere ch'io non ero altrimenti un vate, ma solo scribacchiavo di tratto in tratto qualche bagattella, e per lo più in prosa.
— Ah! la prosa, lo confesso, mi pare non basti alle anime di fuoco. Le mie cosuccie io le ho sempre scritte in versi.
— E gli farai sentire qualcheduno de' tuoi lavori al signor cavaliere, non è vero, Romilda? Son certo ch'egli ne avrà piacere. —
Messo così fra l'uscio e il muro, sfido io a risponder di no. I paladini della sincerità ad ogni costo mi fanno una rabbia da non dirsi. Se a questo mondo si dovesse spiattellare tutto quello che si pensa, io credo che non vi sarebbe cittadino, il quale potesse passar ventiquattr'ore senza essere picchiato. Non nacqui con la voluttà del martirio e debbo umilmente riconoscermi reo di alcune piccole transazioni. Non mai a fine inonesto, lo giuro; non mai una lusinga mi fruttò onori o ricchezze. Detto ciò a scarico di coscienza, tiro innanzi.
— Il signor Meravigli si è bene apposto, — io risposi, mettendo insieme una frase cruschevole per essere all'altezza della situazione. — Se la signora Romilda volesse aver la bontà.... —
La signora Agnese dopo i primi complimenti era rimasta muta come un pesce. In quel momento però ella stimò opportuno di rompere il ghiaccio. Avvicinò la sedia a quella della Romilda, e, passandole un fazzoletto sulla fronte, uscì in queste parole:
— Mi sembra che tu sei....
— Sia, — disse Romilda.
— Che tu sia un po' sudata, — continuò la signora Agnese senza scomporsi. — Sarebbe forse meglio che ti leggessi più tardi....
— Tu, — proruppe la giovinetta con mal celata impazienza.
— Per esempio, dopo pranzo.
— Sì, sì, — esclamò il signor Meravigli, — è verissimo; adesso fa troppo caldo. Dopo pranzo ci sarà anche qualchedun altro.
— Fate voi, — disse Romilda. — Del resto son cosine, sa. Fu troppo buono il.... (e pronunziò il nome d'un altro letterato), il quale me ne scrisse quasi entusiasticamente. Anzi credo d'aver la lettera nel taschino del vestito. —
Com'era naturale, l'aveva e me la porse.
Era un panegirico.
— Vedo ch'ella ha il suffragio di critici distintissimi....
— Oh! non mi gonfio per questo. So di far male e desidero la censura. Nessuno è più tollerante di me verso la critica. Non mancarono i biasimi alle mie poesie. Chi le trovava oscure, chi esagerate, chi una cosa e chi l'altra. Poveracci! Come s'io non avessi uno stile perspicuo, e non mi studiassi soprattutto di esser naturale. Dicano pure quello che vogliono, ma ch'io non sia chiara, ch'io sia esagerata!... —
Così la signora Romilda Meravigli dava prove luminose della sua tolleranza.
Il dialogo andava languendo. O la dotta giovane si era disingannata sul mio conto, o ella era occupata nella gestazione di qualche capolavoro. La madre di lei colse l'opportunità per uscire del suo silenzio e dirmi a bassa voce, in un linguaggio che avrebbe lasciato largo campo alle osservazioni della figliuola, quanto ella fosse superba di Romilda, e quanto dissimile da quel portento fosse l'altra sua prole.
— Non a tutti è concesso essere uguali, — diss'io filosoficamente.
— È quello ch'io ripeto sempre a Romilda. —
Non potendo dimenticare lo scopo della mia gita a X***, mi permisi di rinfrescarne la memoria al padrone di casa.
Egli si drizzò tutto d'un pezzo come quei fantocci, sotto cui si fa scattare una molla, e mi disse:
— A sua disposizione, signor cavaliere. Basta prendere il cappello ed andarsene. —
Com'io mi alzavo in piedi, Romilda si scosse, arrovesciò alquanto il capo sulla spalliera della seggiola e mi porse languidamente la destra con un fare sentimentale. — A rivederci, signor Garleni. —
La signora Meravigli venne ad aprirmi l'uscio, si lasciò stringer la mano con la stessa annegazione di prima e mi disse elegantemente: — Si conservi. —
Mutar noia è, fra le disgrazie, una delle minori, e quando io uscii di quella stanza mi parve di respirare. Il cortile era deserto, e solo una gallina passeggiava su e giù con grande prosopopea, sostando di tratto in tratto come a far le sue riflessioni, poi scrollando vivamente il capo e tirando innanzi. Forse ella pensava alle compagne che, poco addietro, applicavano seco il metodo peripatetico, ed ora bollivano nella pentola in mio onore.
Il pretore era un uomo molto loquace, il quale mi porse tutte le informazioni che mi occorrevano; ma mi fece perdere in ciarle tre quarti d'ora, abbenchè io ad ogni pausa tentassi d'andarmene. Perchè il degno funzionario aveva tra gli altri meriti quello di tener le mani sul vestito dei suoi interlocutori, sia levandone qualche filo bianco che vi si trovasse per avventura, sia afferrandoli per la falda acciocchè non partissero. Ogni volta ch'io accennavo a fare un movimento sulla seggiola, egli prendeva un lembo del mio soprabito, ond'io dovevo acconciarmi all'immobilità per non mettere a repentaglio una parte così importante dei miei indumenti.
Mentre l'egregio funzionario parlava, il signor Meravigli ascoltava con aria di soddisfazione, e non già per riverenza ch'egli avesse di quel personaggio, ma sibbene perchè quel personaggio cantava le lodi di lui su tutti i tuoni. Ed io appresi in questo modo che il signor Meravigli era comandante della Guardia Nazionale, e ch'era stato sindaco e tale avrebbe potuto essere ancora, solo che lo avesse voluto, ma era troppo modesto.
— Gran virtù la modestia, — soggiunse il pretore; — ma in uomini come il signor Meravigli la modestia è un peccato. —
Il signor Meravigli strinse con effusione la mano del suo panegirista.
— Del resto — disse il signor pretore, socchiudendo gli occhi con maliziosa importanza — del resto le cose municipali qui non vanno bene. Bisognerebbe che tutti fossero come il nostro signor Antonio. —
Il signor Antonio fece un mezzo inchino biascicando un lunghissimo Oh!
— Abbiamo già avuto in due anni cinque crisi municipali, provocate tutte da un monumento.
— Un monumento! — esclamai.
— Sicuro; d'un nostro concittadino fucilato nel 1849 dagli Austriaci. Non c'è stato mai verso di mettersi d'accordo sul luogo, in cui collocarlo.
— Ma scusi, — obbiettai, — non si va a' voti?
— Sì signore; ma non essendovi nel nostro regolamento comunale alcun articolo che vieti di riproporre in Consiglio le cose già votate, il giorno dopo una decisione presa in un senso i fautori del partito opposto si presentano compatti, rimettendo all'ordine del giorno la loro proposta, e trionfano.
— Così la non si finisce più, — diss'io.
— È precisamente quello che ho sempre detto.
— E nemmeno i giornali vanno mai d'accordo, — osservò il signor Meravigli.
— Ah! si stampano anche qui giornali?
— Sicuramente; due: il Riscatto e la Rinnovazione intellettuale. Il primo esce la domenica ed è governativo; il secondo si pubblica il giovedì, e quantunque non si occupi di politica, si vede che tende all'opposizione. Non si possono soffrire, ma vanno a gara per inserire nelle loro colonne i versi della signora Romilda. —
Il signor Meravigli s'inchinò.
Felicissimi abitanti di X***! dissi fra me, che possono leggere nelle loro due effemeridi i parti poetici di sì illustre scrittrice.
Quando a Dio piacque, ci fu dato muoverci. Compresi che il pretore era anch'esso uno dei commensali, e che tali sarebbero pure altre persone ch'io non avevo vedute e che rappresentavano l'eletta del paese. Non ti dispiaccia, o lettore, se cominciando da quel momento io ruminai un brindisi, che però prometto e giuro di non trascrivere su queste pagine.
Le bellezze di X*** non mi trattennero gran fatto. Il signor Meravigli, mentore assiduo ed infaticabile, mi condusse nella cattedrale, nel teatro, nel casino di società, nell'accademia dei Ben Pasciuti, nel viale di platani ove tre volte per settimana suonava la banda cittadina, e ove almeno c'era un po' di moto e d'allegria.
Fatta questa gita, nella quale io manifestai il mio alto aggradimento delle cose vedute, ci avviammo nuovamente verso casa Meravigli.
Erano fermi sulla soglia due degl'invitati, il farmacista Storni e un personaggio nuovo, il dottore Trigli. Se i cappelli avessero una fisonomia, io direi che il lucidissimo cilindro del farmacista pareva altrettanto sorpreso di trovarsi su quella testa, quanto pareva la testa di portar quel cappello. Il povero Storni aveva sempre le mani in moto per rassettarselo, e le due ciocche rossiccie, che spuntavano con tanta grazia di sotto all'usato berretto, si trovavano invece a disagio con quell'insolita acconciatura. Era evidente che al signor Storni, come a Napoleone III, non conferiva il coronamento dell'edificio. Nulla dirò adesso del dottore: mi parve tosto parlatore facondo ed era di fatto, nè aveva la maldicenza meno pronta della parola.
Nel salotto ove, a mo' di presentazione, mi fu sciorinata una filastrocca di nomi, i raccolti si dividevano in due gruppi. Da una parte, intorno a Romilda, gli uomini dotti; dall'altra, intorno alla signora Agnese, i personaggi di minor rilievo. Fra questi mi colpì primo un fanciullo dai dieci agli undici anni, ch'era quello appunto ch'io aveva visto il mattino far le boccaccie dietro una porta. Gli stava presso una ragazzina forse tredicenne che si lasciava sermoneggiare da una donna di mezza età, la nobile signora Prassede Altamura, discendente dagli antichi feudatari d'un borgo vicino, e risoluta di non maritarsi fintanto che un patrizio d'alto lignaggio non volesse offrirle la sua mano e un nome che valesse quello degli Altamura. Non essendosi presentato nessuno, ella conservava il bene prezioso della sua verginità, tanto più secura da ogni insidia, in quanto che ella era brutta e senza quattrini. All'altro lato della signora Agnese sedeva un signore attempatello con pochi capelli grigi aderenti alle tempie, senza un pelo di barba, con certi occhi scimuniti che parevano scattare fuori dell'orbita e con ciglia rade e quasi invisibili. Quella fisonomia così squisitamente imbecille mi restò impressa per lungo tempo. La mi ricordava qualche cosa ch'io non sapevo definire, finchè, giorni fa, al pranzo di nozze d'un amico, visto imbandire un grandissimo pesce lesso, balzai sulla seggiola con un moto invincibile di riconoscimento. Era ben desso, era il signor Baldassare Alieni, possidente di X***; o se non era lui, era per lo meno il suo fratello di latte.
Vorrei trattenermi in questo crocchio abbastanza comico, dove la signora Agnese trovandosi lontana dalla sua Romilda parla il dialetto; vorrei esaminare lo sgarbatissimo Toniotto, disperazione de' suoi genitori; vorrei soprattutto studiar davvicino la Eloisa, sorella minore della sapiente Romilda, tenuta in poco conto dalla famiglia, eppure dall'aspetto simpatico, e pieno d'una malinconia soave.... ma l'astro della casa mi chiama: eccomi a' tuoi piedi, o Romilda!
— Il direttore della Rinnovazione intellettuale desidera una speciale presentazione, — disse la dea, additando con aria di regina un uomo di mezzana statura, vestito di panni neri, alquanto sgualciti. — Il dottor Augusto Romoli si occupa specialmente di questioni didattiche, — ella soggiunse; poi inchinò alquanto il capo, appoggiando la fronte su due dita della mano sinistra, e sospirò: — Oh le venture generazioni! —
Posto in tal modo il problema educativo, si tacque.
Se io avessi veduto nella città di X***, nonchè un fiume, un corso d'acqua qualunque, avrei creduto fermamente che il signor Romoli ne fosse uscito in quel punto. La chioma nera, lunga e distesa, la barba pur nera che gli adombrava buona parte del viso e i cui peli scendevano in linea convergente fino ad unirsi in un pizzo a quattro dita sotto il mento, i vestiti lucidi per tarda età ed attillati alla persona, tutto insomma gli dava l'aspetto di un annegato.
Non istetti molto ad accorgermi che il signor Romoli era di opinione repubblicano.
— Miserrima Italia! — egli sclamò — che credi di esser libera ed una. —
Osservai rimessamente che, dacchè avevamo anche Roma, quanto all'unità non c'era obiezione possibile.
— Che unità! che unità! — gridò egli accendendosi in volto. — Unità di schiavitù! unità di vergogna! Dov'è il rispetto agl'ingegni onde vanno segnalati i popoli degni d'avere una patria? Eh, signore! Io lessi quattro anni fa un discorso sulla Rinnovazione intellettuale in Italia, lo mandai ai quattro Ministri dell'istruzione pubblica che si sono succeduti.... crede ella che se ne siano nemmeno accorti? Eppure insigni uomini, a cui trasmisi quel mio lavoro, gli fecero lusinghiere accoglienze, come può vedersi anche nell'ultimo numero del mio periodico, che mi pregio di offrirle insieme con un esemplare del mio discorso. —
Così dicendo, mi porse entrambi i preziosi oggetti. Sfogliai il giornale che si pubblica in fascicoli di otto pagine, e mi fu argomento di non lieve maraviglia il vedere che gli articoli s'intitolavano quasi tutti allo stesso modo: Della rinnovazione intellettuale, discorso letto dal professore Augusto Romoli all'Accademia dei Ben Pasciuti il 4 maggio 1867. — Giudizî d'illustri Italiani; oppure: Sulle idee pedagogiche del professore Romoli — lettera al Direttore; o infine: Sulla necessità di riformare l'istruzione in Italia secondo le idee esposte dal professore Romoli nel suo discorso del 4 maggio 1867. Onde mi persuasi sempre più dell'esistenza dei ruminanti intellettuali. Chiamerei con questo nome coloro, e non sono pochi, i quali avendo un giorno della loro vita esternato un'idea, o messo in carta quattro righe, o pronunziato in un'adunanza poche parole, fanno di quell'idea, di quello scritto, di quelle parole il perno della loro esistenza e vi tornano su le migliaia di volte, tanto per riuscire a persuadere anche gli altri che hanno realmente o detto o fatto qualche cosa di grande. Costoro abusano della facile condiscendenza degli uomini illustri, che, quando si sentono lodati, lodano, e si cacciano attorno ai potenti ed ai celebri mendicandone lettere e dichiarazioni lusinghevoli, di cui si fanno sgabello per mettere in mostra la loro stolida vanità. E i potenti ed i celebri, pur di levarsi la seccatura, profondono a cotali pigmei incoraggiamenti, onde il campo degli studî si popola di miserabili ortiche. Che il professore Augusto Romoli non abbia trovato ascolto presso il Governo, è per me oggetto di gradevole meraviglia, e proporrei una lapide commemorativa con la seguente epigrafe:
AI QUATTRO MINISTRI DELL'ISTRUZIONE PUBBLICA
CHE NON DIEDERO RETTA AL PROFESSORE AUGUSTO ROMOLI
IL POPOLO ITALIANO
RICONOSCENTE.
Mentre il signor Romoli mi spiegava il suo concetto di riforme, mi era seduto dall'altro lato il signor Guglielmo Osteolo, cavaliere de' Santi Maurizio e Lazzaro, uomo ricco, negoziante accorto, che si spacciava come protettore delle lettere e delle scienze. Egli approfittò della prima pausa del dottor Romoli per chiamare sopra di sè la mia attenzione.
— Veda, signor cavaliere, — egli mi disse, — io non so intendere coloro che, per essere negli affari, fanno divorzio dagli studî. Nei limiti delle mie forze ho sempre cercato, lo confesso, di coltivarmi lo spirito, specialmente per quanto riguarda le discipline economiche. E poi, per chi sappia guardar le cose un po' a fondo, il commercio non si associa egli benissimo con gli studî?
— Senza dubbio, — risposi.
— Certo che bisogna saperlo esercitare, bisogna metterci dentro qualche cosa che non sia il vile interesse. —
Guardai attentamente il signor Osteolo. Egli non mi aveva aspetto di filantropo.
— Posso dire senza ostentazione — continuò questo negoziante modello — che negli affari ho sempre cercato piuttosto il decoro che l'utile. Avrei potuto ritirarmi da molto tempo, chè, grazie al cielo, una discreta fortuna l'ho messa da parte; ma (che vuole?) l'idea di giovare al paese, di dare un buon esempio, mi ha consigliato a restare. Sono così pochi quelli che lavorano in Italia! E glielo assicuro in coscienza mia, quando vedo altre case che sorgono e mi contrastano il terreno, non ne ho dispiacere: tutt'altro. Purchè lo facciano con delicatezza, con onestà, sarei io il primo a stringer loro la mano, dicendo: — Bravissimi! Ben fatto, per Dio!... Sono così; non c'è merito alcuno, ma sono così. —
E nel pronunziare queste parole apparve tanto commosso della propria bontà ch'io sono sicuro che, se un uomo potesse baciar sè medesimo, il signor Osteolo in quel momento si sarebbe baciato con la massima effusione.
— Del resto il signor Romoli sa s'io faccio quanto posso per favorire i veri ingegni. —
Il signor Romoli s'inchinò in atto di approvazione, dicendo: — Così fossero tutti!
— Le mie occupazioni mi conducono in giro per la provincia, e posso assicurare che non v'è caffè dei villaggi vicini ch'io non abbia associato alla Rinnovazione intellettuale. Il giornale è buono, tende a rialzare la moralità e l'intelligenza pubblica; dunque va diffuso: questo è il mio ragionamento. E se ciò mi costa qualche sacrificio pecuniario, sia pure. Non dobbiamo tutti sacrificarci pei nostri simili? E poi, sono fatto così; non c'è merito, ma son fatto così. —
E il signor Osteolo e il signor Romoli si diedero una stretta di mano tanto vigorosa, che al negoziante scivolò di tasca un piccolo involto di carte.
— Scommetterei che sono fogli di pensione comperati al cinquanta per cento, — mi bisbigliò all'orecchio il dottor Trigli che stava ritto dietro la spalliera della mia seggiola.
La malignità umana è pur grande. Ecco un uomo che io mi sarei dipinto come un martire del lavoro e della benevolenza, se il ghigno amaro di Mefistofele non fosse venuto a cacciarsi tra me e la mia visione e non le avesse dato di botto le linee poco seducenti di uno strozzino.
Discorrere di tutti i personaggi che si trovavano nel salotto mi parrebbe superfluo. Oltre a quelli già menzionati v'era il capo stazione, a cui il signor Meravigli dimostrava la necessità di avere un sindaco, schermendosi delle offerte che gli venivano fatte, acciocchè accettasse egli medesimo la carica. Due signori che m'erano stati presentati, ma il cui nome m'era sfuggito, subivano le dissertazioni del signor Romoli e intesi che l'uno di essi diceva:
— È chiaro; così non si può andare innanzi. —
La signora Agnese e la sua vicina, avendo probabilmente esaurito ogni soggetto di dialogo, guardavano insieme il soffitto, la Eloisa si era dileguata, il signor Baldassare Alieni teneva l'occhio rivolto con una impazienza mal celata dalla timidezza verso l'uscio, da cui doveva venir l'annunzio del pranzo, e Toniotto era accovacciato dietro la seggiola di questo signore con una tranquillità che pareva pochissimo conforme alla sua età e alla sua indole.
Finalmente s'intese la parola aspettata: È in tavola.
Sorgo, offro il mio braccio a Romilda, e sto per aprire la marcia. Un mugolìo lamentevole si leva dall'angolo, ov'è seduto il signor Alieni. Cielo! quel simpatico cittadino sarebbe colto da improvvisa indisposizione? Fatto si è ch'egli non può alzarsi. Si accorre in suo aiuto. Il signor Alieni è accuratamente legato alla seggiola.
— Ecco, — dice il mansueto uomo con voce tremula, — forse mi sarò legato io stesso giocherellando sbadatamente col vestito.
— Che vestito! Se c'è un gomitolo di spago.... —
Il signor Meravigli padre si spicca dal braccio della nobil donna Prassede Altamura, e ghermisce per un orecchio il signor Meravigli figlio, il quale era seduto placidamente sopra uno sgabello come se il fatto non fosse suo.
Romilda, che è tuttora a braccetto a me, congiunge le mani ed esclama: — Dire ch'è mio fratello! —
Il signor Meravigli figliuolo subisce la strappata d'orecchi con rassegnazione spartana, e guardando fiso il signor Alieni gli fa con la mano quel segno che vuol dire: — Aspetta che me la pagherai. —
Se il lettore è un poco filosofo non istupirà che il signor Toniotto Meravigli, dopo aver legato alla seggiola il signor Alieni, voglia anche fargliene pagare le conseguenze, perchè queste son cose che si vedono tutti i giorni.
Quanto al signor Alieni, egli, crescendo in mansuetudine con le circostanze, dice:
— Lo lasci stare, caro Antonio, lo lasci stare, non è stato lui, credo d'essere stato io medesimo; sono tanto sbadato!... —
Ma il signor Antonio non abbandona la preda, e, anzi, chiedendo licenza, passa avanti di tutti, e porta il delinquente fuori di stanza, rincarando la dose con alcuni scappellotti, che però strappano appena un sordo muggito alla vittima.
Romilda si copre gli occhi con la mano per non vedere questa vergogna domestica, e il signor Romoli osserva che, se i ragazzi fossero educati col metodo suggerito dal suo discorso, non accadrebbero siffatte cose.
Siamo a tavola. Ho alla mia destra Romilda e dall'altra parte il signor Osteolo. Il professore Romoli è alla destra della poetessa ed ha per vicino il farmacista Storni. La nobile signora Prassede Altamura è fra lo Storni e il pretore. Dirimpetto a noi sta la signora Agnese, avente per suoi cavalieri da un lato il capo stazione, dall'altro il dott. Trigli. Segue il personaggio, il quale nel colloquio col signor Romoli aveva dichiarato che così non si può andare innanzi e che seppi chiamarsi il signor Falco. La ragazza Meravigli, la cui fisonomia mi riesce sempre più simpatica, è fra questo signore e suo padre. Il signor Alieni è invece alla sinistra del capostazione, e l'idea di essere a tavola lo ha trasfigurato. Egli si frega lo mani in silenzio dopo di aver passato un lembo del tovagliuolo sotto il colletto. Il signor Antonio, che, come si addice al padrone di casa, è a capo di tavola, si trova cinto e quasi nascosto da monti di piatti e zuppiere d'ogni dimensione.... Vedo un posto vuoto a breve distanza da me e quasi in faccia al signor Alieni. La spiegazione non si fa attendere. Entra in salotto da pranzo la Caterina (che è la fantesca di nostra conoscenza) e chiama la signora Agnese. Quella si alza e viene a confabulare con l'autorità culinaria della casa. Sono a pochi passi da me e colgo questo dialogo:
— Signora, Toniotto ha già rovesciato due casseruole, pensi adunque che cosa si deve farne, perchè in cucina non lo voglio sicuramente. —
Il signor Meravigli è chiamato a consulta. Egli tira fuori il capo dalla selva dei piatti che lo nasconde agli sguardi umani, e, pur dispensando la minestra alla Maria, vispa contadinotta che serve a tavola, rivolge la sua attenzione al grave problema. La signora Agnese parla il dialetto, e usa frasi poco parlamentari verso il turbolento figliuolo, piaga della sua vita.
— Che c'è da fare? — dice il signor Meravigli, alzando un po' troppo il cucchiaione della minestra, mentre la Maria avvicinava la zuppiera per evitare disgrazie. — Che c'è da fare? Mettiamolo pure a tavola, ma che sia buono. —
Detto ciò, il signor Meravigli padre uscì della stanza per rientrarvi col signor Meravigli figlio tirato per un orecchio. A quanto pare, quest'è precisamente il manico dell'ultimo rampollo della famiglia.
— Domanda scusa a tutti questi signori, — intuona solennemente il signor Antonio.
— Domando scusa, — ripete Toniotto con voce nasale e con una singolar cantilena.
— Domanda scusa in particolare al signor Bartolommeo, — soggiunse il padre.
Il signor Alieni diè un balzo sulla seggiola e parve assai conturbato di sentirsi tirare in campo, mentre egli non anelava che a poter pranzare in silenzio.
— Domando scusa in particolare al signor Bartolommeo, — tornò a dire con aria di canzonatura il ragazzo. E vi aggiunse di proprio un Cu! Cu! che non entrava menomamente nella giaculatoria paterna.
— Non importa, non importa, caro Toniotto.... ottimi amici come prima; — si affrettò a sclamare il signor Alieni, facendo cenni con la mano che volevano significare — Tenetelo più lontano che sia possibile. — Nello stesso tempo si sforzò di sorridere, ma non gli riuscì, e fece una smorfia come se avesse inghiottito un chiodo.
Il tacito, ma ardente desiderio del poveruomo non fu secondato, perchè il recalcitrante fanciullo venne fatto sedere nel posto vuoto, che, come avvertimmo innanzi, era pressochè dirimpetto a quello del signor Alieni. Una nube di profonda tristezza si stese sulla fronte del fabbriciere.
Io ero il coppiere di Romilda. Ella mi diceva sempre, mentre io le versavo il vino nella tazza: — Un ditino, nulla più che un ditino. — Però questi ditini mi tenevano in perpetue faccende, giacchè la poetessa sorseggiava continuamente il bicchiere.
La qualità caratteristica del banchetto non era la squisitezza delle vivande, ma l'abbondanza delle porzioni. V'era qualche cosa di omerico nei pezzi di carne che i commensali divoravano con suprema disinvoltura. Al giungere d'ogni pietanza io vedevo fissi sopra di me gli sguardi dei coniugi Meravigli, i quali venivano in aiuto delle cortesi insistenze della fantesca. Il signor Antonio diceva invariabilmente:
— Prenda, signor cavaliere, prenda senza complimenti. —
La signora Agnese dal canto suo osservava al marito con aria compunta: — Se non prende, vuol dire che non aggradisce. —
Ed io, per aggradire, mi rimpinzavo.
Grazie al cielo, non tardai a sperimentare la verità della teoria svolta dal Torelli nella sua Fragilità circa gli alleati impreveduti. Qualche cosa di assai morbido venne a cacciarmisi fra le gambe, e io vidi con indicibile compiacenza che gli era un gatto. Nè la mia soddisfazione provenne soltanto dalla stima grandissima che ho per l'egregio animale che fu confidente del Richelieu e amico del Chateaubriand, ma ben anco dall'essermi subito venuto in mente ch'egli poteva riuscirmi di grande sollievo nelle mie strette. In fatti, pur continuando a dialogare con la poetessa Romilda e coll'economista Osteolo, io seppi dispor le cose in maniera che di tratto in tratto qualche grosso pezzo di carne scivolasse nella bocca del quadrupede, il quale, per alcun tempo, come fosse d'intesa meco, divorava la sua parte in silenzio. Non oserò dire che la cosa fosse conciliabile col Galateo, ma nessuno ha l'obbligo di schiantare.
Sennonchè, come disse il Petrarca:
Cosa bella mortal passa e non dura.
Il mio collaboratore, imbaldanzito della deferenza mostratagli, mi poneva ogni momento le due zampe anteriori sulle ginocchia. Non era cosa gradevole; pur non me ne dolsi, finchè una volta, avendo per inavvertenza abbassato troppo la mano, l'intelligente animale vi mise sopra le ugne con uno di quei movimenti subitanei e aggraziati, di cui il gatto ha il segreto. Il giovinetto spartano che, avendo rubato una volpe, seppe tenerla nascosta in seno senz'alzare un lamento, abbenchè ella gli dilaniasse le viscere, era un eroe, un eroe ladro, se vuolsi; ma le leggi di Licurgo non guardavano tanto pel sottile, e anzi giudicarono degno di premio l'atto audacissimo. Io sono un galantuomo, nè ruberei una volpe per tutto l'oro del mondo. Ma se giungessi a tale, e la bestia mi cacciasse i denti nelle carni, protesto che la lascerei andare pe' fatti suoi. La graffiatura del gatto mi fece alzar vivamente la mano, e mi strappò di bocca un Ahi! I miei vicini di tavola intesero il mio lamento. — Il micio! il micio! — proruppe Romilda in tuono patetico. — Che animalaccio! Via, che lo chiudano nella sbrattacucina. — I coniugi Meravigli balzarono in piedi con doloroso stupore. — E le ha proprio fatto male? Che fatalità! Per amor del cielo, perdoni. Maria, Caterina, via il gatto.... Ma scusi, sa.... Ha bisogno di lavarsi la mano?... Veda, fa sangue. —
In mezzo alla commozione universale destata dalla mia disavventura, il piccolo Toniotto rideva sgangheratamente senza che lo sguardo fulmineo del genitore potesse metter freno alla sua ilarità. Con la condiscendenza propria dei vigliacchi, il signor Alieni per ingraziarsi il suo dirimpettaio faceva anch'egli il bocchino da ridere. Certo in questo incidente egli ravvisava un diversivo a qualche martirio inflittogli dall'enfant terrible della casa. E infatti io mi ero accorto che il degnissimo signor Bartolommeo faceva di tratto in tratto uno di quei movimenti rapidi, convulsi che si fanno, quando si sente la punzecchiatura d'un insetto. Era invece il naso del fabbriciere preso di mira da certe pallottole di mollica di pane preparate accuratamente dall'amabile Toniotto, e slanciate con una precisione che avrebbe fatto di lui un ottimo tiratore di fionda.
La nobil donna signora Prassede Altamura fece udire la sua voce.
— È un bel gatto, — ella disse con l'aria di persona che se ne intende; — ma il più bel gatto, di gran lunga il più bel gatto, un gatto magnifico era quello del defunto conte Gaspare mio fratello, sia pace all'anima sua. Si dice che le bestie non si commuovano, ma io so che il giorno in cui morì mio fratello, l'ultimo maschio degli Altamura, il gatto si cacciò sotto il letto, e non volle prender più cibo, e dopo due giorni seguì il suo padrone. — E a questo punto si passò il rovescio della mano sugli occhi, non si sa se piangendo l'ultimo maschio degli Altamura, o il gatto fedele.
— Era nobile il gatto? — chiese il dottor Trigli.
L'erede dei feudatari si strinse nelle spalle infastidita.
— In fin dei conti — osservò il professor Romoli — anche dagli animali domestici si potrebbe trar partito per l'educazione. Ma — soggiunse toccandosi la fronte con le dita — a che vale che vi siano le idee, se non v'è il mezzo di porle ad effetto? Che cosa fa il Governo, o piuttosto che cos'è il Governo? Per me lo Stato libero non dovrebbe essere che un gran campo sperimentale, sul quale gl'ingegni fossero messi in grado di svolgere i loro concetti. Senza di ciò, quale è il prezzo della libertà? Niente.
— Niente — disse assentendo il farmacista — ossia niente e molto; niente, perchè non rende, molto, perchè costa. E io la tassa della ricchezza mobile non la posso mandar giù.... —
Il professore parve assai poco soddisfatto dell'appoggio datogli dal signor Storni.
— Non è questo, non è questo; — borbottò egli, scrollando le spalle.
— Ecco, — osservò il conciliativo signor Meravigli: — mi pare che vi sia una via di mezzo. Che il Governo abbia torto a non prendere in considerazione uomini del valore del signor Romoli, questo è fuori di dubbio.... —
Un mormorìo adesivo si fece intendere tutto intorno alla tavola.
— Ma che dall'altra parte possa sostenersi che la libertà non giova a nulla, mi sembra esagerato. Non dico per me, che, trattato con ogni deferenza dalle autorità locali, non oserei affermare di aver ricevuto particolari favori dal Governo centrale....
— Se è quello che ho sempre detto, — interruppe il farmacista; — si profondono onori a tutti, e una degna persona come il nostro signor Antonio non deve ancora esser nominato cavaliere....
— Silenzio, Storni, — gridò severamente il signor Meravigli, — non impiccioliamo in questa maniera le grandi questioni. Dato anche, e non concesso, che il Governo mi avesse un po' trascurato, dovrei forse per questo cambiare la mia bandiera politica? In fin dei conti, udo dei primi obblighi del cittadino non è quello di sacrificarsi? Eh, signori, la mia fede è troppo antica.... Esaltato mai, liberale sempre!
— Verissimo, — esclamò lo Storni.
— No, no, caro Storni, non c'è da farsene vanto; ma vi ricordate come spesso, durante il dominio straniero, io esternassi nella vostra farmacia idee sovversive. Il signor Alieni era allora un poco perplesso nello sue opinioni.... —
A sentir pronunciare nuovamente il suo nome, il signor Alieni fece un salto a guisa di pesce gettato ancor vivo nella padella, e rosso come un gambero balbettò in tuono piagnucoloso: — Ma, caro amico,... io perplesso.... non mi fate questo torto.... non vorrei che i signori credessero.... —
Il signor Meravigli aveva intanto smarrito il filo del discorso e non trovava più modo di raccapezzarsi. Onde il professor Romoli prese egli la parola, e sciorinò una lunga perorazione in favore delle istituzioni repubblicane.
— In teoria sono repubblicano anch'io, — disse il signor Meravigli; — e chi non è repubblicano? Ma in pratica, oh! in pratica non sono davvero.
— Ah! io comprendo soltanto le repubbliche di Grecia, — esclamò Romilda, — e per me il mondo non ha fatto che peggiorare d'allora in poi.
— Sommessamente non sono del suo parere, — esclamò il cavaliere Osteolo, tenendo sospesa la forchetta, — per me credo al progresso. Il commercio aumenta, le verità economiche si fanno strada, l'industria....
— Che industria? che verità economiche? che commercio? — urlò come un ossesso il signor Falco. Monopolio, intrigo, contrabbando!...
— Oh! oh! — disse il signor Osteolo.
— Oh! oh! oh! — soggiunse il signor Meravigli.
— L'ho detto e lo confermo in barba ai moderati.
— Bene! — interruppe il signor Romoli.
— La società presente è condannata a perire. I Governi sono ladri, ladri i Ministri, ladri i negozianti più o meno cavalieri.
— Signor Falco! — gridò il cavaliere Osteolo — ha ella voluto offendermi? — E senza lasciar tempo all'altro di aprir bocca, rispose da sè medesimo alla propria inchiesta. — Non lo ha voluto? Tanto meglio. Prendo la questione dall'aspetto generale, e sostengo che la classe dei negozianti è onestissima. — E così dicendo, agitava furiosamente una coscia di pollo arrosto.
— E io sostengo che una rivoluzione sociale è imminente e che la Comune aveva ragione. —
Il signor Meravigli, che voleva far da paciere, si arrestò inorridito dinanzi a questa parola della Comune e si nascose fra i suoi piatti.
La maggioranza dei commensali disapprova il linguaggio del signor Falco. La signora Prassede si fa il segno della croce e si copre il viso col tovagliuolo; Romilda mi prega di spruzzarle un po' d'acqua sulla fronte, io temo che nasca un precipizio:... ma, come seppi dappoi, il signor Falco è un uomo inoffensivo che va soggetto periodicamente a queste esplosioni, e che poi si calma da sè.
— Can che abbaia non morde, — mi disse dopo pranzo il dottor Trigli. — Il feroce signor Falco è un comunista ricco, che in fin dei conti è molto più conservatore di me, e che nelle elezioni amministrative vota coi clericali. —
In mezzo a tutte queste escandescenze demagogiche il pretore nella sua qualità di pubblico funzionario s'era tenuto in un prudente riserbo. — Avrei potuto protestare contro le eresie del signor Falco, — egli mi osservò dopo tavola; — ma sono d'un temperamento tanto focoso che sarei certo diventato un basilisco. E allora si fa peggio. Io devo sempre tenere a mente che quello che dico e che faccio compromette il Governo! —
Quanto al signor Alieni, dopo aver preso la parola, come direbbero, per un fatto personale, egli si era studiosamente astenuto dalla discussione. Il suo pensiero era altrove. Al bombardamento regolare ch'egli sopportava in silenzio dallo sgarbato Toniotto, s'era aggiunta una nuova tribolazione. Fosse malignità della fantesca, o puro caso, fatto si è ch'egli era sempre l'ultimo servito. I suoi occhi seguivano con ansietà melanconica i piatti che andavano in giro, e quando vedeva ritardare il suo turno, la sua fisonomia assumeva l'atteggiamento che deve aver avuto quella del profeta Geremia, mentre contemplava le rovine della città già così piena di popolo.
Il pranzo procedeva verso il suo termine, e secondo il costume diveniva sempre più animato.
Alle frutta si versò lo sciampagna. Era il momento dell'eloquenza.
Il professor Romoli prese la parola per primo e propinò alla salute della famiglia Meravigli, cogliendo la bella opportunità per intercalare nel brindisi l'esordio del suo discorso Sulla rinnovazione intellettuale in Italia. Il signor Osteolo bevette alla prosperità dei commerci aventi a guida il decoro e il bene del paese. — Questo — egli concluse alzando il calice — questo fu sempre il commercio da me amato e praticato, ed i più pingui lucri non avrebbero potuto darmi ugual compiacenza. —
Era ben naturale che il signor Meravigli facesse il suo discorsetto. Narrò come, sempre, contro i suoi meriti, egli fosse stato ben veduto in paese dai cittadini e dalle autorità; come questa benevolenza fosse il maggiore suo conforto, la sua maggiore dolcezza. Soggiunse che, da quando la fortuna aveva voluto largirgli una figliuola del merito di Romilda, egli aveva stimato necessario di aprir la sua casa a tutte le persone cospicue che venivano in X***, e a questo proposito tessè i miei elogî, annunziò ch'io ero quasi suo parente, e continuò per alcuni minuti nella onesta ricerca di un punto fermo, che non gli fu dato trovare.
Liberarsi dal rispondere era impossibile. Ma ho promesso al lettore di non riprodurre il mio brindisi, e non mancherò certo alla data parola. Dirò soltanto che citai tre versi di Dante, uno del Petrarca, e uno giocoso del Guadagnoli, che paragonai il signor Meravigli all'Arabo ospitale che accoglie lo straniero nella sua tenda, che feci un'allusione galante a Romilda e che conclusi col proporre un viva alla salute della città di X***, e de' suoi abitanti.
L'effetto prodotto dalla mia arringa fu inarrivabile; il signor Meravigli corse ad abbracciarmi, Romilda dichiarò che mi avrebbe risposto se la commozione non glielo avesse impedito. Ma i suoi nervi erano così delicati, che tutto li metteva a soqquadro. Il professore Romoli, e il mio vicino, cavaliere Osteolo, mi diedero segni non dubbî del loro alto aggradimento.
Calmatasi questa effervescenza così lusinghiera al mio amor proprio, m'accorsi di qualche curiosa novità. Il capo stazione, che aveva serbato fino allora un contegno singolarmente tranquillo, era soprappreso da una ilarità repentina ch'egli sfogava intercalando parole francesi nei suoi discorsi e chiamando la fantesca Mademoiselle. — Eh bien! qu'est-ce que tu as, Marie? Est-ce que tu ne crois pas à mon amour? Je bois à la santé de Mademoiselle Marie, la belle servante de la maison Meravigli! Signori, crederebbero forse ch'io fossi ubriaco, ivre? Ah! s'ingannano, vous vous trompez; non è vero, Maria, ma chatte? —
E nel pronunciare queste frasi egli era in piedi tenendo la domestica per un lembo del vestito, mentre con l'altra mano alzava il calice dello sciampagna e ne versava il contenuto sulla testa della signora Agnese Meravigli, la quale riceveva quest'abluzione come se avesse fatto la cura idropatica.
— Ah! signor Garleni, che cosa le pare? — chiese Romilda, nascondendosi il volto con ambe le mani.
Tentai confortarla, dicendole che è difficilissimo evitare in un pranzo cotal genere d'incidenti.
V'era però un altro spettacolo non meno degno di considerazione. Durante il mio brindisi il giovane Meravigli s'era cacciato sotto la tavola e s'era messo a tirare per le gambe il signor Bartolommeo, che, con l'usata mansuetudine, non faceva lagnanze, ma si contentava di starsene sulla difensiva, tenendosi stretto ai bracciuoli della seggiola. Se io fossi stato il commendatore Pasquale Stanislao Mancini, i cui discorsi cominciano all'alba e finiscono al tramonto, il pover'uomo avrebbe senza dubbio dovuto abbandonare la posizione; ma poichè io mi sono un ben più modesto oratore e la mia arringa non durò che pochi minuti, lo spiritoso ragazzo, accortosi di non poter più contare sulla distrazione dell'adunanza, lasciò la sua preda, e il signor Alieni potè riprendere il periclitante equilibrio con quell'aspetto di compiacenza infinita che la provvida natura fa succedere nell'uomo alle grandi tribolazioni. A ragione il Leopardi cantava:
.... Uscir di pena
È diletto fra noi.
Una delle sentenze, con le quali è costume d'instillare negli animi l'idea della caducità umana, è quella che ogni cosa che ha principio ha termine. Era quindi naturale che anche il banchetto Meravigli finisse.
Romilda, ch'era la vera padrona di casa, diede il segnale d'alzarsi e tutti gli altri le tennero dietro, o, per maggiore esattezza di linguaggio, si provarono a tenerle dietro. Come avviene degli eserciti, che nelle marcie perdono sempre un buon numero di sbandati; così nel passaggio tra il salotto da pranzo e quello in cui si doveva bere il caffè, andò dispersa parte della comitiva. Il pretore e il farmacista appena alzatisi di tavola si abbracciarono senza un perchè al mondo, e rimasero alcuni secondi in questo atteggiamento patetico. Il signor Alieni, grave, obeso, con occhi piccini e col tovagliuolo al collo, mossosi a guisa d'un vascello che leva l'àncora, cercava a passi tardi una poltrona elastica ch'egli sapeva dovervi essere nel corridoio fra le due stanze, e, trovatala, vi si lasciò cadere con tutto il peso della sua persona, e in un attimo si addormentò, russando profondamente. Quanto al capo stazione, egli voleva a tutti i costi aiutare Maria a sparecchiare la tavola, e prendendola ogni momento per la cintura, gridava: — Ah Marie, ma belle! —
Io, sanissimo e di mente e di corpo, come il lettore può credere, porgevo il braccio a Romilda, la quale, fosse effetto del pranzo o d'altro, vi si riposava con un certo abbandono che avrebbe potuto essere voluttuoso; il signor Meravigli accompagnava la nobil donna Prassede Altamura, che diceva come il conte Gaspero suo fratello solesse ripetere costantemente: essere lecito al nobile l'ubriacarsi, non al plebeo; la signora Agnese era per un momento rimasta sola, visto la distrazione del dottor Trigli e le voglie erotiche dell'altro suo vicino, il capo stazione; ma l'officioso signor Osteolo si era fatto un dovere di supplire alla manchevole galanteria dei due cavalieri accompagnandosi alla gentil dama, che gli faceva gli occhietti teneri.
Il caffè è già bevuto, Romilda è seduta sopra una scranna d'onore davanti a un tavolino, su cui sta un bicchier d'acqua, l'adunanza è atteggiata ad una aspettazione piena di rassegnazione, i coniugi Meravigli sono in faccende intorno alla figliuola, il terribile Toniotto è costretto a rimanere nel salotto durante tutta l'accademia, sia per inebriarsi nei parti poetici della sorella, sia per non tormentare i sonni del mansueto signor Alieni. Il pretore e il farmacista si sono sciolti dal loro amplesso e riuniti al grosso della comitiva. Sono però entrambi addossati allo stipite di un uscio e si tengono con le braccia intrecciate come i due Aiaci nell'opera La belle Hélène. Con le mani nelle tasche del panciotto, il signor Falco siede vicino alla nobil donna Prassede Altamura e fa delle boccaccie, che originariamente erano destinate ad esser sbadigli.
Io ho vicino a me la piccola Eloisa. Ella mi passò dappresso, mentre io prendevo il mio posto dirimpetto a Romilda, e la chiamai per nome.
Parve sorpresa, ma non turbata: si fece rossa, pur non si schermì affatto, e si lasciò prendere per la mano. In verità v'è nel suo portamento qualche cosa di sì composto e aggraziato, che il mio sguardo stanco della caricatura e volgarità dei signori Meravigli e de' loro ospiti non sa staccarsi da quella personcina modesta e vereconda, da quel volto non bellissimo, ma intelligente, e diffuso d'una cara espressione di gentilezza e di bontà malinconica. Eloisa porta il vestito corto come si usa dalle fanciulle, e in fatto ella è tuttora fanciulla; però in quel periodo della fanciullezza che confina con l'adolescenza. I suoi capelli d'un castagno scuro sono lisci e finissimi, e le scendono giù dalla nuca raccolti in due lunghe treccie....
— Eloisa, tirati in là, non dar noia al signor Garleni, — disse Romilda.
— Ma sono io che l'ho pregata di starmi vicino; è un mio gusto.
— Romilda fece una smorfia, come volendo dire: — Un gusto scipito! —
Intanto il signor Meravigli chiudeva la finestra dietro alla poetessa, affinchè il fresco non le facesse male, e la signora Agnese le porgeva un quaderno, rasciugandole col fazzoletto i sudori della fronte, e dicendole:
— Fai a pianino, cara, non investirti troppo. —
Romilda fe' un gesto di languido assentimento, e prese il quaderno.... Ci siamo!... Ma le mancava ancora qualche cosa.
— Toniotto! Eloisa! — ella gridò in tuono imperativo — datemi lo sgabellino che è lì in quel cantuccio. —
Prima che i nominati potessero muoversi, l'ordine era stato eseguito dai signori Romoli e Osteolo, slanciatisi sulla preda con nobile gara.
— Disutilacci! — sclamò Romilda rivolgendosi al fratello e alla sorella — Disutilacci! O che non potevate muovervi voi? Come siete tardi! Non si direbbe che ci corre lo stesso sangue nelle vene. —
Eloisa chinò il capo senza rispondere. Si capiva ch'ella era avvezza a queste rampogne e che stimava inutile ogni tentativo di giustificarsi.
Ts! ts! ts! La declamazione ha principio.
Nessuno fiata. Il primo canto è dedicato all'Italia. Come il Leopardi, l'autrice domanda armi:
A me pur date un brando, un moschetto!
— Che sentimenti! — disse il pretore che rientrava in sè.
— E che versi! — esclamò il professor Romoli.
Il signor Meravigli in punta di piedi fa il giro della stanza, e viene per di dietro a battermi sulla spalla.
— Che cosa le pare, eh?
— Ah! bellissimo, — rispondo io in sussulto.
Eloisa, che mi stava ritta vicino e ch'io teneva per mano, rivolse i suoi occhi espressivi verso di me, quasi per indagare la sincerità del mio elogio.
Silenzio! Si ricomincia. Dopo la poesia politica, la poesia elegiaca, sentimentale. Vi furono il mesto salice, la candida luna, l'onda tremula, la pallida vergine e il biondo menestrello.
Alla qual parola, non so per che associazione d'idee, Toniotto diè in uno scoppio di risa così clamoroso che il padre, montato in furore, lo cacciò a forza dalla stanza, consegnandolo a Caterina.
Finalmente udimmo un sonetto sulla morte di Cleopatra, tèma pieno di attualità, un altro che voleva essere spiritoso sul secolo di ferro, e un terzo sull'educazione, ch'era ispirato dal discorso del professor Romoli, e commosse siffattamente l'esimio pedagogo da costringerlo a soffiarsi il naso parecchie volte per aprire un varco indiretto alle lagrime.
Terminata la declamazione tra unanimi applausi e grugniti accademici, i coniugi Meravigli abbracciarono la loro figliuola, le rasciugarono nuovamente il sudore e le raccomandarono di star quieta alcuni minuti e di ricomporsi. Indi la signora Agnese chiamò Eloisa e la condusse a dare un bacio alla sorella, dicendole: — Quand'è che ti diverrai simile a Romilda? —
Il signor Antonio, recatosi in traccia di Toniotto, lo rimenò per un orecchio gridandolo indegno di appartenere ad una famiglia, nella quale si trovava un essere superiore come Romilda. — Ma pur troppo — egli soggiunse in un accesso di umiltà — sono degno io di tanta figliuola? E n'è degna la mia Agnese? Quand'io me le paragono trovo che a lei sola dovrebbe essere rivolta la benevolenza, di cui tutti mi colmano in questo paese.
— Ah no! — esclamò il farmacista con aria tragica — illustre la figlia, ma non meno illustre il genitore....
— No, Storni, non crescete la mia mortificazione; — interruppe il signor Meravigli con un gesto espressivo.
— Non sono poeta, — confessò candidamente il signor Osteolo, — e le mie preferenze, com'è noto, sono pegli studî economici e pel commercio bene esercitato, ma i versi della signora Romilda vanno al cuore. E il cuore io lo rispetto.... quello prima di tutto. —
Il dottore Trigli si avvicinò alla nobil signora Prassede e le chiese la sua opinione.
— Ah! — rispose ella con singolare modestia — da quando è morto mio fratello il conte Gaspare, io non giudico. Lui sì ch'era un buongustaio! E se non fosse, che, com'egli diceva, un nobile non deve esporsi a esser criticato, io credo ch'egli avrebbe potuto stampare cose.... cose.... —
E lasciò incompiuta la frase, ma si capiva ch'ella intendeva dire: cose molto superiori a quelle che abbiamo sentite testè.
Intanto il sole volgeva al tramonto e dalle due finestre ch'erano rimaste aperte veniva il dolce refrigerio d'un po' d'aria fresca che invitava ad uscire.
Onde, allorchè il signor Meravigli propose di andare al caffè del viale dove suonava la musica, un raggio di soddisfazione ineffabile si diffuse sul volto della maggioranza degli astanti.
Non di tutti però. Romilda sostenne che era tardino e che al caffè non vi si trova che gentuccia; che, del resto, dopo che si era costretta a declamare i suoi versi, ella aveva tutto il sistema nervoso in agitazione e sentiva il bisogno d'un pocolino di calma. Il professore Romoli si scusò dicendo che doveva pensare al prossimo numero del suo periodico La Rinnovazione intellettuale, e la nobile signora Prassede annunziò la sua intenzione di ritirarsi a casa, non convenendo a lei, zittella, di recarsi ad un caffè ove, pur troppo, il conte Gaspare suo fratello non poteva più accompagnarla, ed ove ella non aveva poi alcuna speranza di iniziare qualche relazione che venisse a un risultato onorevole.
Queste parziali obiezioni non tolsero però che la passeggiata si effettuasse. Romilda venne raccomandata alle cure di Morfeo, nè mi soffermerò a descrivere la cerimonia del commiato ch'io presi da lei; il professore e la signora Prassede se ne andarono pei fatti loro; il signor Alieni rimase a dormire nel corridoio, e il capo stazione, che abbiamo lasciato alle prese con la Maria, aveva finito collo svignarsela per una porta laterale e col correre al suo ufficio, ove non avrebbe tardato a riprendere la sua gravità consueta.
La signora Agnese, salita un momento nella sua stanza, ricomparve indi a poco del tutto trasformata. Ella indossava un vestito di velo di color giallo fino alla cintola e rosso solferino dalla cintola in giù, come quelle granite metà d'arancio e metà di lamponi che si prendono nei caffè. La sua acconciatura, non meno singolare, consisteva in un cappellino di paglia con due enormi piume dei due colori dell'abito che ondulavano maestosamente come spighe giunte a maturità, e due nastri verdi che le scendevano, svolazzando, giù per la schiena.
— Non ho altra vanità da quella dei cappellini in fuori, — ella mi disse, quand'io le offersi il braccio. — Sarà una debolezza, ma che vuole? Mi pare che ciò che distingue veramente la donna di buon gusto sia l'acconciatura. —
Il viale di platani presentava un aspetto animatissimo; gli ultimi raggi del sole proiettandosi orizzontalmente si rompevano attraverso i rami e le fronde dei begli alberi regolari, e le più vaghe, e fantastiche, e mobili ombre del mondo si disegnavano sul terreno. La gente, quale percorreva in frotta i due sentieri laterali riserbati ai pedoni e coperti di ghiaia minutissima, quale raccolta in capannelli, faceva siepe intorno alla banda. Gli equipaggî non brillavano nè per copia nè per eleganza; però v'era un certo viavai di vetture guidate da Automedonti più o meno esperti che venivano a far mostra della loro destrezza dinanzi al caffè. Ivi era il fiore della cittadinanza, ivi lo sfarzo supremo delle toilettes. La mia qualità di forestiero mi concedeva il diritto d'una escursione critica, e inforcatomi il pince-nez, mi posi a girar tra le sedie e i tavolini col dottor Trigli per Mentore. Non mi farò a ripetere le maldicenze di questo personaggio, il quale conosceva tutti ed era conosciuto da tutti. Solo mi colpì la descrizione ch'egli mi fece d'una coppia che sedeva in disparte e aveva nella fisonomia un misto di boria e di noia. Erano marito e moglie, giovani entrambi, vestiti con una ricercatezza che rivelava l'opulenza, ma faceva a' pugni col buon gusto, e preoccupati soprattutto di parer chiques. Si trovavano a X*** da poco, mi disse il Trigli, ed era la quarta città, in cui avessero fermato il loro soggiorno nel corso d'un anno, non avendone per anco trovata alcuna, nella quale potessero godere in pace i titoli ambiti di conte e contessa. Conte e contessa! Non erano davvero, ma si rodevano di rabbia perchè tali fossero certi loro cugini, e appunto perciò avevano abbandonato il loro paese e si trascinavano di luogo in luogo, sperando che troverebbero un sito, in cui esser creduti sulla parola. Pur sembrava una fatalità. Nè lo scrivere i dolci titoli sui biglietti da visita, nè il cinguettare francese tra loro, nè il sedere in un angolo appartato del caffè per non contaminarsi con la plebe, nè l'aggiungere alla stupidità e svenevolezza propria la svenevolezza e stupidità della haute, era bastato a far loro conseguire l'intento. Dappertutto si scopriva l'inganno, e i poveri patrizî in fieri restavano corbellati. L'aristocrazia non li voleva per un conto, la borghesia non li voleva per l'altro, ed essi rifacevano i loro bagagli e cercavano spiagge più propizie e ospitali. Singolare pellegrinaggio, che dovrà esser tenuto in gran conto da qualche filosofo venturo, il quale studii il tèma della trasmigrazione dei popoli.
Mentre il Trigli rispondeva a due signore che lo chiamavano a nome, e, secondo tutte le apparenze, lo interrogavano sull'esser mio, la mia attenzione fu attirata da un'altra parte. Annunziata dall'argentino tintinnìo dei sonagli, usciva di mezzo alla folla, saltellando allegramente, una capretta di pelo folto e lunghissimo color caffè, seguìta da un contadino, vecchio d'anni, ma d'una vecchiezza rubizza ed alacre, come poteva vedersi dall'occhio vivo e dal passo agile e svelto. Egli portava una giubba verde-mare, le brache di ruvida tela bigia chiuse al ginocchio, le calze turchine attillate in guisa da lasciare scorgere due polpacci assai sodi e massicci, le scarpe con fibbie d'ottone, e in testa un cappello di paglia a larghe falde, sotto cui spuntavano alcune ciocche di capelli bianchi. Nella mano teneva una bacchetta sottile destinata a spingere o a guidare la sua bestia; ma poichè il docile animale non aveva bisogno nè di eccitamento nè di freno, egli se ne serviva piuttosto per galanterìa, come i dandies delle città si servono della loro mazza col pomo dorato. La Eloisa, che sedeva al caffè, si levò d'un balzo, e, apertosi un passaggio fra la gente, raggiunse la bestiuola ed il suo guardiano che parevano entrambi conoscerla. Vidi ch'ella palpava il collo alla capretta, la quale alla sua volta torceva il muso e cacciava fuori la lingua per lambirle la mano, senza però che quest'incontro l'arrestasse punto sul suo cammino. Era invece Eloisa che si era accompagnata alla piccola comitiva. Procedettero tutti e tre in mezzo alla strada per alcun tratto; indi, ormai oltrepassata la folla, si posero per uno dei due sentieri laterali. La signora Agnese, infatuata a discorrere con due o tre donne, non aveva posto mente al subito involarsi della figliuola; il signor Antonio, dal canto suo, era occupato a tener desti il pretore ed il farmacista, i quali ad ogni tratto lasciavano cadere la testa pesante dal sonno. Mi prese vaghezza di seguir la simpatica fuggitiva, e studiai il passo per avvicinarmele. E, invero, s'io non mi fossi affrettato, l'avrei perduta di vista, chè, indi a poco, ella ed i suoi compagni presero un viottolo chiuso fra due siepi. Fu colà appunto ch'io la raggiunsi. Ella sentì che alcuno camminava dietro di lei, e si voltò. Come mi scorse, si tinse di porpora e parve visibilmente confusa. Il contadino e la capretta si fermarono anch'essi un istante, e il vecchio si levò il cappello di testa.
— Eloisa, — io le chiesi, — ove vai? — (Potrei esserle padre, onde non v'è nulla di sconveniente nella formula confidenziale del tu.)
Abbassò gli occhi a terra, ma non certo come fa chi deve confessare una colpa. Indi balbettò con un forzato sorriso:
— Vado qui vicino, dalla Brigida.
— O chi è la Brigida? — soggiunsi, ponendomele a fianco e camminando con lei.
— Una povera donna che sta lì. — E segnò col dito una capannuccia nell'interno dei campi.
— Mi lasci venir teco?
— Venga, — disse; ma poi un po' dubbiosa: — Conosce la Brigida?
— Io, no; ma posso conoscerla ora.
— Poverina! è malata, — sospirò la fanciulla, e una lagrima le scorse lenta lenta giù per la guancia.
Passammo sopra un tronco d'albero tagliato a mezzo e gettato a guisa di ponticello attraverso un fosso, e la fronte malinconica di Eloisa si spianò alquanto vedendo ch'io mostravo sì poco coraggio in quel tragitto.
— Si fa così, — ella esclamò ridendo, e fu in due salti alla parte opposta.
Appena lo squillo argentino dei sonagli giunse alla casupola, ch'era la mèta del nostro pellegrinaggio, un bambino che giocherellava sulla soglia ci corse incontro tutto ilare e frettoloso, mi guardò un po' infastidito, ma senza mettersi in soggezione, si lasciò sollevare per di sotto le ascelle dalla Eloisa, che gli stampò un bacio in fronte, poi, svincolatosi, fece mille feste alla capretta. Poteva avere cinque o sei anni al più, ed era, nella negligenza del vestito e dell'acconciatura, bellissimo. Indossava pochi stracci che gli lasciavano scoperta parte delle membra, camminava scalzo, e vispo così che pareva avesse le ali. Anche i cenci acquistavano vaghezza sulla sua personcina.
— E come sta la mamma, Gigi?
— Meglio, — egli rispose con quella beata spensieratezza della sua età, nella quale si dice meglio, perchè non si può intendere peggio.
Eloisa scrollò il capo, e continuò:
— Ci fu il dottore a vederla?
— Sì, stamane. —
E il bimbo ricominciò a saltellare intorno alla capretta, finchè fummo entro un piccolo campicello incolto, chiuso da canne, ove sorgeva la capanna della Brigida. Un porcellino girava su e giù col muso a terra, come persona inquieta. La porta era aperta, e la luce, omai scarsa, del crepuscolo entrava per quella nell'unica stanza che serviva da camera da letto, da cucina, e da tutto. Gli occhi discernevano a stento da una parte un focolare, dall'altra qualche cosa che somigliava ad un letto.
Si fece udire una voce debole e velata.
— È lei, padroncina?
— Son io, Brigida, come va?
— Al solito, padroncina, al solito. —
E, com'io stavo sulla soglia, ed ella vide certo una figura sconosciuta disegnarsi nel vano della porta, chiese faticosamente:
— C'è qualcuno con lei?
— Un amico del babbo.
— Oh Vergine Santa! — sclamò la Brigida — e nessuno gli dà una sedia, e in questa camera, con questo disordine....
— Non vi affannate, buona donna, — dissi io avvicinandomi, — ho accompagnato Eloisa; ma non voglio cerimonie.
— Ah! solo ch'io potessi alzarmi qualche ora al giorno, cercherei di mettere un po' in assetto la stanza.... Mi fa una pena a veder tutto sossopra.... Ma la padroncina lo sa.... non ho che l'Orsola, la quale mi fa la carità di passar la notte meco perchè non resti sola. —
E qui fu assalita da una tosse cupa, profonda, che faceva male a sentirla.
Il contadino intanto aveva condotto la capretta fin presso al letto, e le aveva munto dalle poppe una gran tazza di latte, che Eloisa gli prese di mano e volle dare ella stessa all'inferma, non senza aver prima acceso un lumicino posto sopra una scansìa che sovrastava al letto.
— Dio buono, — bisbigliò la Brigida, — vuol disturbarsi lei? —
E, ansando, si pose a sedere reggendosi sopra uno dei gomiti, mentre con la mano che aveva libera, aiutata dalla Eloisa, portava il bicchiere alla bocca.
Povera donna! Com'era scarna, com'erano affilate quelle sue dita, e che rossore di cattivo augurio sulle sue guance! Del resto era giovane e forse non sarà stata brutta; ma ormai su quel giaciglio, con quei capelli scomposti, con quelle pupille già vitree, con quel breve respiro, non destava che un senso d'infinita pietà.
Ella beveva a sorsi, affannosamente, e, ad ogni sorso, se Eloisa non l'avesse sostenuta, avrebbe certo lasciato cadere la testa sul guanciale, tanto le si vedeva dipinta la stanchezza sul viso. La capretta era lì immobile davanti al letto, col muso all'insù, cogli occhi fisi nella malata, da far parere ch'ella medesima ne avesse compassione. Gigi, sollevando una delle sue gambine, si provava a mettersi a cavallo della buona bestia, che lasciava fare; ma Giuseppe (era il nome del contadino):
— Bada — gridò — che tu non me la schiacci, — e lo fece smettere.
E la madre dal suo letto ammoniva: — Gigi, Gigi, sii tranquillo.... —
Indi rompeva in uno scoppio di pianto. — Povera creatura! povera creatura!...
— Via, Brigida, fàtti animo, — disse amorevolmente Eloisa.
Ma l'altra non tralasciava di piangere e soggiungea singhiozzando:
— O.... se non fosse per lui.... me ne importerebbe assai a me di morire!... Già.... per quello che ho goduto quaggiù.... che altro posso desiderare che un po' di pace?... Ma è lui.... è lui.... povero bambino.... lui.... che resta solo nel mondo.
— Domani lo volete il latte, Brigida? — chiese Giuseppe, appena la si fu un po' calmata.
— Domani! — ella rispose — oh! no.
— E perchè? — domandò Eloisa.
— Ah! padroncina.... — e le mormorò qualche cosa all'orecchio.
Credetti indovinare, e chiamai la fanciulla.
— Eloisa, — le dissi, porgendole una moneta d'oro, — per tutto quello che avete di più caro al mondo, fategliela accettare, e che quella povera donna abbia almeno il refrigerio della sua solita tazza di latte. —
Si fece raggiante in viso, e (non esagero) parve che volesse saltarmi al collo, ma si ricompose, e posta una mano sulla spalla di Giuseppe:
— Va, va pure.... ma torna domani, sai?... Sì, Brigida.... L'amico del babbo ha accomodato tutto.... —
E, fattale luccicare davanti la moneta, la ravvolse accuratamente in una cartolina e gliela pose sotto il guanciale, ch'era il luogo più sicuro ov'ella potesse tenerla, mentre la malata si profondeva in ringraziamenti, che è superfluo ripetere.
— Oh! signore, — soggiunse la poveretta, — se sapesse che cosa io debbo a quest'angelo qui... — E additava la Eloisa.... — E Dio mi darà la grazia che quand'io abbia raggiunto il mio uomo, ch'è in Paradiso da due anni, la pensi lei a far sì che il mio Gigi non abbia da morire di fame, nè diventi, chè sarebbe ancor peggio, un ragazzo scostumato....
— Ma, Brigida, — interruppe Eloisa, — perchè disperare?
— E vuol ch'io speri ancora dopo tre mesi che ho la febbre ogni giorno, e son ridotta a segno di non potermi quasi più muover nemmeno nel letto? Ho sperato, sa? ho sperato un pezzo, e quando mi dicevano che la primavera mi avrebbe ristorato le forze, l'ho creduto, e quando mi dicevano che il sole mi avrebbe corretto il sangue, sono stata con le mie prime febbriciattole addosso, seduta lì sulla porta, col mio lavoro in mano e con questa benedetta creatura vicino, che avrebbe voluto ch'io giocassi e corressi con lui per i campi.... E mi ricordavo di que' bei tempi, in cui accompagnavo lei a spasso, e avevo anch'io l'ali ai piedi per seguirla, e non c'era dubbio di stancarsi, o tutt'al più, se la si stancava lei, io me la prendevo bravamente sulle spalle e la riconducevo a casa come un fagotto.... Già ci sgridavano talvolta tutte e due; ma in fin dei conti non si era fatto nulla di male, e si pigliavano le lavate di capo senza troppo scomporsi.... Ma! così tornassero quegli anni!.... —
E qui, non potendone più, si coperse il viso col lenzuolo, e pianse nascostamente.
Il bimbo, che fino a quel punto non aveva posto mente alle lagrime materne e pareva dimentico della tragedia che gli si svolgeva dinanzi, colpito da non saprei quale divinazione, allorchè vide la sua genitrice cacciare il capo sotto la coltre, e starsene lì quieta, tutta celata allo sguardo, ci fissò gli occhi in volto con una dolorosa inquietudine, poi si slanciò sulla sponda del letto e si mise a strillare disperatamente:
— Mamma! mamma! —
E quand'ella a quelle grida tirò fuori la testa, egli le gettò le braccia al collo, piangendo a calde lagrime e un po' guardando lei, un po' guardando dalla nostra parte con una cotale espressione mista di dolor disperato e di sfida, quasi ci volesse dire: — Oh! chi potrà portarmela via? —
L'inferma, alla sua volta, con una forza, di cui la non si sarebbe detta capace, s'era voltata sul fianco e ravvolgeva le mani nei bruni e ricciuti capelli del suo bambino, divorandolo cogli occhi e tenendosi immobile, con le labbra serrate, con atteggiamento di statua, se non le fosse apparsa la vita nell'ansare del petto e nel fuoco delle pupille.
Li quietammo entrambi, la Brigida con buone parole, il bambino col promettergli un vestitino nuovo che Eloisa stava lavorando di nascosto per lui, e col fargli veder sua madre che, poveretta! s'era forzata a sorridere. E così, perchè omai s'era fatto buio, uscimmo di là coll'anima straziata da quella scena. A pochi passi ci scontrammo con una vecchierella (era l'Orsola) che veniva, secondo il costume, a tener compagnia alla malata.
— Andate, andate, Orsola, chè la v'aspetta, — disse Eloisa.
— Oh! signorina, è lei? — rispose l'altra. — Vado, vado; ma ho paura che ci sia più bisogno di prete che di altro.... Mi si strappa il cuore pensando al povero Gigi.... Basta; il Signore provvederà.... —
E si allontanò.
Già tremolavano le prime stelle nel firmamento, le lucciolette cominciavano a scintillare lungo le siepi e l'aria era piena dei suoni e delle fragranze, di cui è dispensiera la notte.
— E ti sgrideranno, Eloisa, perchè hai fatto così tardi?
— Forse, — fu la sua risposta.
E senz'aggiunger parola si mise a studiare il passo, camminando a testa china, come assorta ne' suoi pensieri.
Eravamo già entrati nel viale e si vedeva benissimo il caffè coi lumi accesi, tuttavia gremito di gente.
— Senti, Eloisa, — io le dissi, — se accadrà sventura alla povera Brigida, trova modo di farmelo sapere, e vedrò di aiutarti circa al bambino.
— Dice davvero? — sclamò la fanciulla, levando verso di me i suoi begli occhi, entro i quali brillavano due lagrimette.
— E puoi credere ch'io scherzi su questa cosa?
— Ma allora — proruppe ella con una cara ingenuità — è stata una gran bella combinazione la nostra visita, e seppur mi sgrideranno ci vorrà pazienza.
— Oh, eccoli qui! — gridò il signor Meravigli, che s'era mosso dal caffè appena ci aveva visti da lungi. — Ma, caro cavaliere, dove s'è lasciato condurre da questa bimba senza giudizio? Mi figuro già che sarai andata dalla tua Brigida, quella smorfiosa, che per un fil di febbre si è incaponita di dover morire....
— Oh, babbo! la sta proprio male!...
— Male! male! La si era avvezza a far la signora in casa nostra, ecco il guaio. Ma, in verità, tu non avevi miglior trattenimento da offrire al signor cavaliere? E io che contavo presentarlo a tutte queste signore, che sarebbero andate a gara di fare la sua conoscenza.
— Eloisa! Eloisa! — chiamò alla sua volta la signora Agnese. — Brava! bravissima! Non lo sapevi che a quest'ora devi leggere il sfoglio a Romilda? Non hai proprio cuore. Tua sorella è sola, e tu vai a zonzo. Ah! io non sarei indulgente come tuo padre. —
Stimo inutile dilungarmi a riferire la mia eloquente perorazione in favore dell'imputata, a cui si accordò grazia mercè mia, non senza dichiarare che nel perdonar con tanta facilità c'era un po' di mancanza di riguardi verso Romilda.
Ma, grazie al cielo, l'ora della corsa era prossima e io dovevo prender congedo dai miei ospiti. L'ufficioso Meravigli dichiarò naturalmente che mi avrebbe accompagnato alla stazione, ove aveva già fatto portare dal servo il mio meschino bagaglio. Quanto alla signora Agnese, ella doveva tornarsene a casa con Eloisa e Toniotto, il quale era entrato nel caffè con grande sgomento dei camerieri; ma, contro al solito, invece di fare insolenze s'era disteso sopra un sofà di paglia e dormiva di profondissimo sonno.
— Al bene di rivederla — mi disse la signora Agnese, porgendomi la mano col solito garbo — e grazie del vantaggio della sua conoscenza.
— Ehi, Storni, — urlò il signor Meravigli, scuotendo il povero farmacista addormentato, nel modo in cui si scuoterebbe un mulo, — non vedete che il cavaliere parte? non venite alla stazione? —
Il degno uomo sbadigliò un lunghissimo Ah e stirò ambe le braccia.
— I miei rispetti, signor cavaliere, — borbottò quindi con voce mal sicura, e guardandosi intorno con occhi imbambolati, — i miei rispetti.... Ah! se ne va?... Buon viaggio e felice ritorno.... Già chi vive s'incontra.... Alla stazione.... se ci verrei.... altro! ma bisogna che vada al Coniglio.... Oh! oh! oh! — E in tre colpi con grande sforzo fu in piedi, e se ne andò traballando e ripetendo: — Felicissima notte. —
Il dottor Trigli e il pretore avevano dovuto allontanarsi. Il signor Osteolo col suo aplomb consueto volle anch'egli essermi a fianco fin ch'io partissi.
— Le manderò, se non le dispiace, alcune idee, che ho gettato in carta alla buona, sopra le riforme delle dogane. Sono i miei studî prediletti.... Quando posso staccarmi un po' dagli affari, è per me una distrazione l'occuparmi di cose economiche. Eh! se non ci fosse di mezzo l'interesse del paese, stralcerei la mia casa, e, secondo le mie deboli forze, vedrei anch'io di aggiungere la mia pietruzza all'edifizio, a cui loro scienziati lavorano.... Ma il decoro del commercio è per me una gran cosa; non so che dire, son fatto così.
— In coscienza, cavaliere, non le pare che l'uomo, il quale sposerà la mia Romilda, potrà chiamarsi felice? — mi disse con tuono indagatore il signor Meravigli.
— Beato, — io risposi, tanto per finirla con una parola breve.
— L'essenziale starà nel trovare la persona adatta. Sarà difficile....
— Difficilissimo, — ripetei macchinalmente.
— Perchè, veda, — continuò l'altro, passando il suo braccio sotto il mio e gestendo con la mano che gli restava disponibile: — in primo luogo ci vuole una persona istrutta, assai istrutta, istruttissima; ciò è fuor di questione. Come potrebbe vivere la Romilda con uno zotico, con un ignorante? In secondo luogo è necessaria una persona agiata. La mia figliuola, con quel talento che ha, deve forse far da cucina e attendere alle bisogne casalinghe? Nemmeno per idea. In quanto all'età sarei meno esigente.... Romilda non ha simpatia pei giovinotti di primo pelo. È vero ch'ella ha diciannove anni soltanto, ma anche se il marito ne avesse sedici o diciassette più di lei....
— Ah! è troppo, — interruppi.
— Non è troppo, mi creda, quando la persona sia ben conservata.... — E, nel pronunziare queste parole, il signor Meravigli mi guardava con quell'atto amorevole, con cui una buona massaia guarda un bel tacchino posto in mostra dal pollaiuolo.
Che idea!... Siamo alla stazione, sento un campanello, mi svincolo in gran fretta dal braccio del mio compagno che mi grida dietro non so che cosa, e mi slancio allo sportello del bigliettinaio.
— Un biglietto per ***.
— Lo vuole per questo treno? Se aspetta un quarto d'ora c'è il diretto.
— No, devo partire con questo.
— Badi che l'altro arriva prima a ***.
— Non importa, vi dico, voglio partire subito. —
L'impiegato mi dà il biglietto borbottando: — Uhm! per poche lire! —
Non mi curo dell'insinuazione, lietissimo di potermela finalmente svignare.
— Ma, caro cavaliere, — gridano in coro i signori Meravigli ed Osteolo che mi avevano raggiunto, — c'è un equivoco. Questo che parte non è il treno diretto, ma il treno omnibus.
— Lo so, — risposi, — ma mi piacciono i treni omnibus.
— Oh diavolo! — osservarono con qualche sorpresa i due signori.
— Mi duole — rispose il signor Meravigli — perchè avrei voluto terminarle il mio discorso. —
Intanto s'intese la parola sacramentale Partenza.
— Duole anche a me, — dissi in fretta, porgendo la guancia ai baci del signor Meravigli e del signor Osteolo; — ma ci rivedremo senza dubbio.
— Bravo; questo è parlar bene.... Solamente desidererei sapere una cosa. Che pensa ella in massima del matrimonio?
— Ah! — risposi accomiatandomi — applico a mio modo un noto proverbio arabo e dico: Il matrimonio è di argento, e il celibato d'oro.
— Eppure io la convincerei.... —
Non intesi altro, perchè ero già salito in un vagone.
— Signor cavaliere! signor cavaliere! — gridò una voce di fuori, quand'io avevo già preso il mio posto fra un ecclesiastico e una donna di colossali dimensioni.
Chiesi licenza e mi affacciai alla finestra. Era il capo stazione che aveva riacquistata la padronanza di sè medesimo, e non parlava più in francese.
— Mi permetta in primo luogo ch'io la saluti, — egli disse, — poi che le consegni il suo sacco da viaggio e il suo ombrello ch'ella aveva dimenticato, e lasci per ultimo ch'io le dia da parte del professore Romoli questo piego. Buon viaggio, perchè il convoglio si muove. —
Sul piego c'era incollato un biglietto di visita con la seguente leggenda: «Il professore Augusto Romoli si permette di accompagnare al signor cavaliere Fausto Guarleni cinquanta esemplari del suo discorso Sulla rinnovazione intellettuale in Italia, pregandolo di volerli dispensare alle persone che crederà più opportune. Con molte scuse e ringraziamenti.»
Seccatore! Sedetti di nuovo, e presi sonno. E, dormendo, la mia fantasia mi ricondusse al tugurio di Brigida, al suo bambino, e alla buona Eloisa.
Sono ormai scorsi quattro mesi, e confesso ch'io m'ero quasi dimenticato di questa mia gita. Ma iersera mi capitò una letterina col bollo di X***. Era scritta con molta concisione e con bella calligrafia, e suonava così:
Pregiatissimo signor Fausto. — La povera Brigida ha languito per altri quattro mesi ed è morta questa mattina. Il bambino non ha nessuno. Io farò quello che potrò. Si ricordi della sua promessa.
La sua affez.
Eloisa Meravigli.
Non ho presa alcuna deliberazione; ma non fallirò certo alla mia promessa.
Eloisa non mi parla nè della illustre Romilda, nè della signora Agnese, nè del signor Antonio, cognato di mia cognata. Segno che stanno tutti benissimo. Chi vuole andarli a vedere prenda un biglietto di strada ferrata per X***. Io non ho intenzione di tornarvi per ora.
1871.
FINE.
[ INDICE DEL VOLUME]
| Una riga di Prefazione | [Pag. I] |
| Un signore possibile | [1] |
| Abnegazione. Novella | [55] |
| Rimembranze del Cadore | [175] |
| Il racconto della signora Adelaide | [233] |
| Un raggio di sole. Novella | [329] |
| Il colpo di stato di Clarina. Novella | [379] |
| Il cognato della cognata. Bozzetto | [405] |