XII.

A chi non è accaduto di trovarsi talvolta in una compagnia, sulla quale pesi la plumbea cappa dell'equivoco e dell'imbarazzo? Una parola men che opportuna sfuggita ad alcuno dei presenti, una notizia inattesa, raccontata fuor di proposito, bastano assai spesso a produrre questi stati difficili, i quali spengono il buon umore nella più gaia comitiva del mondo. Nel caso nostro l'imbarazzo aveva ben più serie cagioni. L'Angelina, per ischietta che fosse, non poteva dir tutto alla Matilde, nè parlare in guisa da toglierle ogni speranza; e la Matilde dal canto suo sentiva che nelle confidenze della cugina vi era qualche cosa di sforzato e qualche cosa di taciuto, e i sospetti, che lo sguardo dell'Angelina aveva dispersi, tornavano a darle martello. Di Vittorio è agevole intendere com'egli dovesse essere confuso e scontento di sè. Con l'Angelina egli non aveva mentito. Ella non gli era stata mai indifferente, e il vederla così giovane e bella perorare la causa di un'altra con una sollecitudine tutta materna, gliela aveva resa mille volte più cara. Favellandole d'amore in modo sì trasparente, egli aveva obbedito a un impulso reale del proprio cuore, che in quell'istante sentivasi affascinato dalle elette virtù e dalla peregrina avvenenza della giovinetta: pure il suo affetto, non maturato nel silenzio, non cresciuto solo e senza rivali, era esso forse degno di lei, anima candidissima, nata piuttosto a chiudersi in sè, romita e sdegnosa, che a piegarsi a passioni volgari? E poi ch'ella aveva respinto questo suo amore, quale altro sentimento poteva provare per lui che il disprezzo? Che altro poteva crederlo, se non un libertino svenevole, che, per sottrarsi ai doveri dell'uomo onesto verso una donna, si mostrava spasimante di tutte? Oh! il disprezzo dell'Angelina gli era grave fuor di misura. E la Matilde che avrebbe pensato di lui? Ella lo amava! E perchè egli non aveva accettato con lieto animo l'offerta di un cuore, di cui egli solo aveva insidiato la pace? La Matilde non era forse ella pure bella e virtuosa, non ne aveva egli mille volle lodato a' suoi compagni di scuola e i bruni capelli, e gli occhi neri, e la vispa persona, e la doppia fila di bianchissimi denti che ne faceva sì attraente il sorriso? Perchè disdegnando un affetto che, per così dire, gli veniva incontro spontaneo, ne aveva cercato un altro che gli si rifiutava con tanta alterezza? E qui sopraggiungeva un nuovo pensiero. L'Angelina aveva lasciato trasparire di amare qualcuno. Era uno strattagemma di difesa? Era una verità? E in quest'ultimo caso, chi poteva essere l'incognito amante? Onde venuto? E da quando?... Se la Matilde non gli fosse piombata addosso in quel modo, forse egli avrebbe potuto venire a capo dell'arcano, forse ottenere dall'Angelina una men dura ed assoluta risposta. Ed ora, quale stato era il suo in casa Mauri? Non gli conveniva d'uscirne al più presto? Così egli passava d'una in altra interrogazione, senza trovar mai risposte che lo soddisfacessero, e non avendo di ben chiaro e preciso altro che il concetto dell'amor proprio ferito, e quell'indefinibile disgusto di sè che nasce dal sentimento de' proprî torti.

In tal maniera l'Angelina, la Matilde e Vittorio ritornavano dalla poco lieta passeggiata campestre, taciturni, discosti alquanti passi l'uno dall'altro, a guisa di congiurati. L'Amalia che, dopo essersi ripromessi mari e mondi da questa gita, vi si era invece indicibilmente annoiata, piagnucolava di stanchezza e di tedio, e se talora con la felice volubilità dell'età sua passava dalle lagrime al riso, seguendo con gli occhi il volo d'una farfalla o il tuffarsi d'una rana nel fosso, quando s'accorgeva che nessuno le dava retta, tornava a brontolare ed a piangere.

Il sole era tramontato, lasciando parte del suo manto di luce a certe nubi rossastre che si disegnavano nelle più pittoresche fogge del mondo sugli ultimi lembi dell'orizzonte. Del resto, il cielo era limpidissimo: soffiava una brezza ristoratrice, pronuba ai connubi delle piante e dei fiori; i platani dimenavano gravemente il capo; e le spighe dorate dei campi s'agitavano con un fruscìo pettegolo, pari a quello che fanno le insegne spiegate al vento: il fiume, secondo i movimenti del terreno, ora celato, ora aperto allo sguardo, menava con un moto impaziente e con un sordo ribollimento le sue acque torbide e gonfie, urtando con violenza le barche legate alla riva. La strada era quasi deserta, chè la moda aveva in quell'estate assegnato a convegno della società elegante una passeggiata dal capo opposto della città: non vi s'incontrava che qualche drappello di contadini reduci dai campi; qualche coppia d'amanti desiderosi della solitudine, e qualche modesta carrozza, diretta alla vòlta d'una o d'altra villa del circondario. Tra i virgulti d'una siepe, o dietro un muricciuolo, vedevasi spuntare la canna d'un fucile e il cappello di feltro di un dilettante di caccia, che col suo sigaro in bocca se ne stava silenzioso spiando il cielo, in cui passavano a stormo gli spensierati uccellini. Di tratto in tratto udivasi uno sparo, una nuvoletta di fumo si levava nell'aria, e un cane sbucava fuori dalle macchie, con le orecchie tese, con le narici enfiate, ed ora correva attraverso i campi, ed ora scendeva rapidissimo per la china sdrucciolevole dell'argine, riportando a' piedi del padrone la preda ancor palpitante e dibattentesi pietosamente negli spasimi dell'agonia. A ciascuno di quegli spari gli augelletti, che giravano innumerevoli per l'aria, si stringevano sgomenti fra loro con un pigolìo lamentevole, e, come li consigliava l'istinto, spingevansi alto alto nel firmamento, che, visto dal basso, rendeva immagine d'un ampio padiglione turchino, punteggiato di nero. Poi le povere bestioline, o vinte dalla stanchezza o facilmente dimentiche, tornavano a raccogliere il volo verso la terra, e allora ricominciava la sinistra armonia delle schioppettate. A poco a poco anche quel suono cessò: i cacciatori col fucile ad armacollo ritornavano in città, seguìti dai loro cani, e il verde dei campi e l'azzurro del cielo andavano prendendo una tinta ognor più uniforme, e le colline lontane si ravvolgevano in un tenue vapore, e gli alberi si disegnavano in masse opache, su cui principiava a deporsi la rugiada della sera. Insomma si avvicinava la notte, e la nostra comitiva era ancora mezzo miglio dal sobborgo della città. L'Amalia inseguiva due lucciolette, che, librate sulle loro piccole ali luminose, avevano sembianza di due pallide stelle, e ora stringevansi l'una all'altra come se volessero abbracciarsi, e ora si discostavano rapidamente, tenendosi tuttavia nella medesima direzione lungo l'argine del fiume. La fanciulletta, sventatella com'era, non badava troppo al pericolo, e stava per perder l'equilibrio e rotolar giù dalla costa, se la Matilde, avvedutasene a tempo, non le era tosto ai panni e non l'afferrava pel lembo del vestito. Volle sfortuna che nel rispingere la sorellina verso la strada non s'accorgesse d'una subita svolta del terrapieno, e il piede le sdrucciolasse nel vuoto, onde cadde boccone sul pendìo esterno dell'argine. Atterrita mise uno strido e cacciò le mani nell'erba, ma l'erba, umida per la rugiada, non le offrì alcun punto d'appoggio, anzi le agevolò la discesa, e in men che non si dice si sentì investita dall'acqua e travolta dalla corrente. Un urlo terribile di spavento, un grido angoscioso di aiuto si levò per l'aria e scosse gli abitatori dell'altra parte della riviera. Lumi apparvero nell'interno delle case, e la gente affacciata alle finestre ripeteva, come per eco ripercossa, il grido di — Aiuto. — L'Angelina era balzata sulla cima dell'argine, pallida, con la fisonomia stravolta; aveva appiccicata alle vesti l'Amalia, che chiamava Matilde in mezzo a un singhiozzo convulso. E che facea Vittorio, e dov'era? — Vittorio, Vittorio! — proruppe l'Angelina disperatamente. In quel punto, chinando il trepido sguardo verso il fiume, vide, o le parve, un'altra persona alle prese con l'onda, ma non nell'atto di chi sta per sommergersi; bensì come quegli che, sicuro delle sue forze, s'avventura intrepido e quasi a sollazzo nell'infido elemento. Col moto affrettato, eppur regolare, delle braccia, fendeva rapidissimo l'acque, e ognor più guadagnando sulla corrente accostavasi alla Matilde che ancora si dibatteva, sorretta dall'aria raccolta entro l'ampio volume delle sue vesti. Intanto la gente accalcavasi sulle due rive, ma non uno osava gettarsi nel fiume e accorrere in aiuto de' pericolanti. Fra la folla eran divisi i pareri, e chi supponeva che i caduti nella riviera fossero due, e chi, apponendosi al vero, giudicava che l'uno tentasse il salvamento dell'altro: tutti però erano d'accordo nel temere che la corrente travolgerebbe entrambi nella sua furia. E già alle grida, alle alte querele si mescevano i commenti, tra le donne in ispecie, e taluna osservava trattarsi di due amanti, a cui le famiglie non permettevano di unirsi in matrimonio, e che perciò morivano insieme; e tal'altra diceva che il fidanzato aveva gettato nell'acqua la sposa per gelosia, ma, pentitosi tosto, si slanciava a salvarla o a perire con essa. E queste cose dette in modo dubitativo venivano poi affermate in gran pompa e ingrandite secondo la fantasia del narratore. Ma intanto che questi pensieri e queste parole si ricambiavano nello spazio di pochi secondi, i due punti neri che stavano nell'acqua eransi avvicinati, e n'era successa una specie di lotta a corpo a corpo. Chè la Matilde, quasi fuori de' sensi per l'acqua che le era entrata dalla bocca, dagli occhi, dalle narici, obbediva soltanto all'istinto della propria conservazione, e s'era aggrappata al suo salvatore in modo da togliergli il movimento e il respiro. Vi fu un momento che scomparvero entrambi: poi uno, divincolatosi, ricomparve a galla, aspirando affannosamente una boccata d'aria. Un grido di raccapriccio si levò fra gli astanti, e taluno se ne andava pe' fatti suoi, dicendo: — Tutto è finito; — e tal altro, accennando col dito, crollava il capo e bisbigliava al vicino: — Non c'è più caso. Vedete: laggiù ci sono i mulini, la corrente si fa ancor più rapida, e sfido il più gagliardo uomo del mondo ad uscirne. — In quella, che è che non è, s'ode levarsi dal fiume una voce: — È salva. — Era Vittorio; chè l'intrepido nuotatore non era altri che lui, e il lettore se lo sarà immaginato, il quale, dopo infinite fatiche, aveva potuto afferrar la Matilde per i capelli e trarla a terra. A quella parola — è salva — rispose un immenso applauso, e una barca, che finalmente erasi mossa dalla spiaggia e portava il così detto soccorso di Pisa, fu accolta a risate ed a fischi. L'Angelina piangeva dirottamente dalla consolazione, e copriva di baci la piccola Amalia, anch'ella tutta in lagrime ed in singhiozzi. Molti scendevano con cautela l'erta dell'argine per aiutare Vittorio a salire. Ma quegli, tenendo fra le braccia la Matilde come si terrebbe un bambino di pochi mesi, ringraziava col capo e saliva la costa senza appoggiarsi ad alcuno. E alle congratulazioni che gli venivano fatte del suo coraggio e della sua vigoria, rispondeva: — Se ho potuto tirarmi fuori dalle acque del Volturno in mezzo a quel serra serra, vedono che non c'è grande bravura a uscire illesi di qui. — La Matilde era svenuta: i capelli grondanti le scendevano giù per le spalle, e sotto le vesti, che inzuppate d'acqua le si aderivano alle membra, disegnavansi gli eleganti contorni della bella persona. Vittorio, posto un ginocchio a terra, l'adagiò soavemente sull'erba, tenendole sollevato il capo con la mano sinistra e posandole la destra sul cuore per sentirne i battiti; mentre l'Angelina, curva sopra la giacente, la scaldava del suo respiro, e ad ogni istante alzava gli occhi verso Vittorio per attingere dal suo sguardo sereno quella fiducia ch'ella non aveva ancora interamente riacquistata. Quanto all'Amalia, ella non voleva mai staccarsi dalle vesti di lei. Un capannello di curiosi erasi fatto attorno a quel gruppo, e ognuno diceva la sua, e ognuno dava un consiglio, e v'erano soprattutto due o tre donnicciuole che non rifinivano di parlare: — Bisogna metterla con la testa all'ingiù. — Oibò; anzi bisogna tenerla ritta. — Tutt'altro; il miglior modo è di farla stare sul fianco. — E così di questo tuono. L'Angelina intanto, zitta zitta, erasi accinta a slacciare il vestito della Matilde; sennonchè, vedendo in quel crocchio degli uomini, si fermò un istante e rivolse loro uno sguardo mezzo supplichevole, che pareva significare: — Sarebbe più dicevole che se ne andassero. — Alcuni intesero; altri no. Vittorio, o per delicatezza, o perchè credesse di esser più utile in altro modo, si allontanò un momento, e l'Angelina, discinta ch'ebbe la Matilde, le gettò addosso la sua mantiglia, e tornò a far di tutto perchè si risentisse. E in fatto la fanciulla diè segno di ritornare in sè; mosse prima un braccio, poi l'altro, aperse a stento gli occhi, li girò un istante languidamente, e li richiuse di nuovo, trasse un lungo sospiro, fece insomma quanto bastava per rassicurare ognuno sul conto suo. — Ora ci vorrebbe una carrozza, — disse l'Angelina in modo da essere intesa da quelli che le stavano attorno, nella speranza che taluno volesse prestare un soccorso più efficace che non rimaner lì a cicalare. Ma tosto si udì un romore di ruote. Era Vittorio, che, procuratosi un'umile vettura scoperta in una fattoria lì presso, ov'egli aveva qualche conoscenza, accorreva a gran trotto per ricondurre a casa la Matilde ed il resto della comitiva. La Matilde fu collocata con molta cura nel biroccino: le ravvolsero i piedi e parte della persona in una ruvida coperta di lana; le acconciarono il capo sopra un gran mucchio di paglia, affinch'ella non risentisse le scosse del tragitto: l'Angelina le si assise a fianco; l'Amalia dirimpetto; Vittorio salì in un batter d'occhio sulla serpe della vettura, e, scuotendo le redini e agitando la frusta, mise in movimento il cavallo, non senza ricambiare prima un saluto affrettato colla gente ivi raccolta, che gridava: — Buon viaggio: il Signore gli accompagni. — Vittorio pensava, con un giusto sentimento d'orgoglio, che, se non fosse stato lui, la povera Matilde si sarebbe affogata da un pezzo, e non è a dirsi quanto egli fosse contento dentro di sè. La strada era sicura e il cavallo tranquillo, ond'egli a ogni tratto allentava le redini, e girandosi sul fianco guardava nell'interno della carrozza. L'aria fresca della sera aveva fatto rinvenire la Matilde, non però tanto ch'ella si facesse giusto concetto delle sue impressioni. Schiudeva un istante gli occhi, ma poi le palpebre le si riabbassavano nuovamente, a cagione dell'estrema debolezza, e ricadeva come in un sopore. La luna, uscita appena da un gruppo di nuvolette bianche e sottili, le mandava in viso la sua candida luce, rivestendola di nuova e arcana bellezza. Nè a Vittorio ella era mai sembrata tanto avvenente.

A cinquanta passi dalla casa trovarono il signor Bernardo inquietissimo, ed è agevole immaginare il suo stupore vedendoli arrivare in quel modo. La vettura gli passò innanzi rapidissima, e forse, se non era Vittorio che con la mano gli accennava che stésse tranquillo, e l'Angelina che gli gridava: — Non è nulla, non è nulla, — non si sarebbe nemmeno accorto della Matilde mezzo svenuta. Ma quei gesti e quelle parole, che dovevano rinfrancarlo, gli diedero una trafittura al cuore. Temè d'una disgrazia, gli occhi gli caddero sopra la figliuola, e con un sudore freddo per tutta la persona e con le gambe barcollanti s'affrettò a ritornare a casa. La vettura era appena entrata nell'androne, e tutta la famiglia era lì facendo ressa intorno alla Matilde, le cui guance cominciavano a tingersi d'un rossore febbrile. Non diremo delle domande angosciose, delle spiegazioni date e ripetute, dei sussulti nervosi della signora Clara e della Nella, nè delle smorfie che la fantesca faceva dietro a loro, ogni volta che davano segni di cadere in deliquio. Diremo soltanto che il medico, chiamato senza indugio, assicurò svanito ogni pericolo, pur che la fanciulla stésse qualche giorno in riposo. E diremo che in quella sera, mentre ancora tutti le erano presso il letto, la Matilde, girando gli occhi attorno, li riposò sul giovine di nostra conoscenza, che l'aveva salvata, e le sue prime parole furono: — Grazie, Vittorio. —