XIV.

Vittorio si trovava verso l'Angelina nel difficile stato d'un uomo che ha fatto un fiasco. Ora le ripulse di questo genere possono avere due conseguenze affatto opposte. O stuzzicano la vanità e, se la passione è viva e profonda, ne raddoppiano il vigore e fanno quindi rinnovare gli assalti, o lasciano nell'animo quel po' di ruggine che viene dall'esserci mostrati deboli verso qualcheduno che non si cura di noi. Una dichiarazione d'amore, quando non riesca, ha sempre un lato di ridicolo; una donna che non volle esser complice, può sempre divenire accusatrice, ed è per lo meno una testimone importuna dei nostri momenti di oblio. È certo che se null'altro fosse sopraggiunto nella sera che l'Angelina respinse l'amore offertole, Vittorio non avrebbe levato l'assedio, ma strettolo anzi con inesorabile pertinacia. Ma il trambusto avvenuto dipoi aveva mutato corso alle sue idee e a' suoi sentimenti: l'affetto vivissimo che gli destava la Matilde, i non dubbî segni della riconoscenza e della tenerezza di lei, avevano dato una nuova piega al suo animo. Più che il desiderio del trionfo lo premeva il rancore del torto avuto, e tutto ciò convertivasi in un manifesto imbarazzo nel suo trattare con l'Angelina. La poveretta se ne avvedeva, e non saprei davvero se la riuscita più che compiuta de' suoi disegni l'aveva messa di troppo buon umore. Ciò ch'ella aveva promesso di fare verso la Matilde, ella l'aveva fatto lealmente, l'aveva fatto a prezzo della sua sincerità ch'ella avea cara più d'ogni cosa al mondo, l'aveva fatto a prezzo de' suoi sentimenti più intimi, e non era bastato a smuover Vittorio. Che importava che il caso volesse metterci la sua zampa e far nascere tutto quel parapiglia? Non era una crudeltà della fortuna questo congiurare a' suoi danni?

Vi son certi sacrificî che si compiono con animo risoluto, appunto perchè ci seducono con la loro grandezza. Il bisogno di raccogliere tutta la nostra energia per uno sforzo supremo, e la voluttà di vincere, sempre potente anche quando si vinca a danno di sè medesimi, impediscono ne' primi istanti che il dolore ne soverchi. Ma quando s'è riportato il trionfo, nè dura più la febbrile ansietà della lotta, e il sacrificio compìto non reca mai un eguale tributo di riconoscenza, oh! allora comincia davvero lo scoramento; allora una indefinita tristezza s'impadronisce dell'anima nostra. Così avvenne all'Angelina. L'era bastata la forza a domare la sua passione nascente, ella aveva potuto perorare la causa di un'altra; ma adesso ella non si sentiva da tanto di assistere allo spettacolo di una felicità che le costava tutte le speranze dell'avvenire. La felicità è cieca come l'amore: a simiglianza del fanciullo che folleggiando per la campagna calpesta le macchie di fiori, ella procede nel suo cammino spensierata e obliosa, e non si cura di ciò che schiaccia sotto i suoi piedi, o di ciò che offende con la clamorosa allegria. La Matilde non aveva altro in bocca che l'amor suo, e di questo ragionava con l'Angelina e de' suoi disegni per l'avvenire, oh! quanto diversi da quelli che l'Angelina s'era formati nel segreto del suo cuore a' dì beati, in cui ella pure inebbriavasi in un sogno d'amore. Alla Matilde non sorrideva l'idea della vita campestre, ed ella sperava d'indurre il suo Vittorio a trasferirsi in città, ove col suo ingegno avrebbe potuto farsi un nome e uno stato, e, chi sa? diventar col tempo un personaggio importante, forse forse prefetto. Poi, seguendo i capricci della sua fantasia, saltava a discorrere del suo vestito di nozze, mettendo sul tappeto la grave questione se convenisse meglio ch'esso fosse di velo o di moire, se con lungo strascico o senza. L'Angelina era sulle brage, e quando la Matilde usciva, ella, cosa insolita, si sentiva sollevata d'un peso e trovava almeno il refrigerio del pianto. E lì dalla sua finestra mirava allontanarsi lungo il viale di platani la Matilde e Vittorio, l'una al braccio dell'altro, col passo lieve ed elastico di chi ha la letizia nell'animo e vede sparsa di rose la via. Quante volte aveva anch'ella percorso quel viale a fianco di Vittorio, quante volte gli sguardi e le parole di lui le avean fatto balenare innanzi agli occhi i larghi orizzonti della felicità! Era appunto su quel sentiero, era sotto quegli alberi, era presso a quell'argine, che Vittorio le aveva fatto intendere di amarla, e ch'ella l'avea ributtato armandosi d'una menzogna. Così, immobile, appoggiata al davanzale del balcone, ella se ne stava senza parola lungo tempo dopo che i due amanti s'erano dileguati, nè più si udiva il suono festevole delle loro voci. Era allora che talvolta la sorprendeva lo zio, ed ella appena sentiva muovere il saliscendi dell'uscio, si rasciugava gli occhi, e componevasi alla più tranquilla cera del mondo. Non tanto però che allo sguardo amorevole del signor Bernardo sfuggisse l'assidua cura, da cui ell'era logorata. L'Angelina non diceva molto, non lagnavasi mai, tentava distrarsi approfittando, più che non solesse una volta, di alcuno fra gl'inviti che le faceano le sue discepole: eppure ella dimagrava ogni giorno, ogni giorno si faceva più profondo il solco del dolore sul suo pallido viso. Tutto rianimavasi in casa Mauri, tutto aprivasi a una vita nuova; solo l'Angelina e il signor Bernardo non ne sentivano gl'influssi. Ella cercava invano di farsi maggiore dell'interno travaglio, egli dal soffrire di lei vedevasi tolta ogni gioia per la contentezza della figliuola. Non v'era dubbio alcuno; l'Angelina aveva amato Vittorio prima della Matilde. Ma qual rimedio a sì malaugurato avvenimento? Appunto questa impossibilità del rimedio lo turbava a mille doppî. Ed egli richiamava alla mente le raccomandazioni del fratello e le lagrime della cognata al suo letto di morte, e gli pareva udir la voce angosciosa di que' cari defunti chiedergli conto della loro creatura. Oh! ma ella non gli serbava rancore, e se il suo labbro aveva ancora sorrisi, erano per lui, e se aveva un resto d'allegrezza nell'anima, lo serbava pei momenti de' loro colloquî. Il signor Antonio, il padre di Vittorio, provava anch'egli un vivo affetto per l'Angelina, e le dava la preferenza sulla sua futura nuora, e continuava a maravigliarsi come Vittorio non si fosse innamorato di lei. Sennonchè, a vederla così pallida, così affilata, gli veniva il sospetto ch'ella godesse di mal ferma salute, e questa era una ragione sufficiente a giustificare Vittorio.

Passarono le settimane, passarono i mesi. Vittorio, presa la laurea, si assentò insieme col padre per preparare gli appartamenti alla sposa. Erasi deciso che, almeno per qualche tempo, Vittorio dimorerebbe nella sua villa, e i sogni della Matilde circa il soggiorno nella capitale erano andati in fumo. Vittorio si trattenne lontano dalla sua fidanzata quindici giorni, e ogni mattina il fattorino della posta recava alla Matilde una bella lettera in carta color di rosa, profumata di patchouli, ch'ella leggeva tutta d'un fiato, e di cui faceva poi sentire frammenti all'Angelina, non senza riportarle fedelmente i saluti che le mandava Vittorio. Un dì le lettere furono due: oltre alla solita per la Matilde ve n'era una del padre di Vittorio pel signor Bernardo. In quella lettera il signor Antonio offriva, senza tanti preamboli, al futuro suocero del figlio suo una occupazione commerciale di non grande rilievo, ma sufficiente a procacciargli di che mantenere la sua famiglia, senza dover nulla a nessuno. Era una improvvisata, che il lettore può immaginarsi se riuscisse gradita ad un uomo corto sì, ma delicato e dabbene come il signor Bernardo. Non potè a meno di correr subito dall'Angelina a confidarle la sua esultanza, e a portare ai sette cieli la bontà e la rettitudine del padre di Vittorio, che con la sua provvida offerta lo facea rinascere a nuova vita e lo rendeva utile a qualche cosa. La commozione sincera dello zio toccò l'Angelina: eppure, lo credereste? ripensandovi, ella provò nell'anima più vivo che mai quel senso pauroso d'isolamento onde, a suo malgrado, ella era da qualche tempo assalita. L'aiuto ch'ella recava alla famiglia de' suoi congiunti era sempre uno stimolo alla sua attività, e le avea fatto parer cento volte più belle le ore del lavoro e della fatica. Persino le bizzarrie della signora Clara e della sua primogenita ella subiva con ispirito sereno, allorchè, consultando il suo cuore, sentiva rispondersi: — Tu paghi col benefizio il male ch'altri ti fa. — Era orgoglio? Era egoismo? Volesse il cielo che tali fossero tutti gli egoismi e tutti gli orgogli del mondo! Finchè in casa Mauri v'erano dolori da lenire, confidenze da ricevere, consigli da porgere, la presenza dell'Angelina aveva un valore, uno scopo; ma adesso? La Matilde, la dolce amica d'infanzia, era sposa, ebbra di contentezza e d'amore; l'Amalia, secondo il costume dell'età sua, preferiva la vispa ilarità della sorella alla tranquilla, ma profonda mestizia dell'Angelina, e il signor Bernardo, l'ultimo ad esultare di quei lieti eventi domestici, s'era rasserenato pur esso all'idea di ritornare alla onesta operosità del passato. Ella sola era malinconica, ella sola era sventurata in mezzo ai felici, e le sembrava di non poter essere agli altri che un imbarazzo, o un peso, o un rimorso. Andava svogliata alle consuete lezioni, e le sue discepole già susurravano che la non pareva più quella; non che si ristessero però dall'amarla, tanto era dolce e buona e indulgente. Ma tutti dicevano: — L'Angelina sta male, l'Angelina dovrebbe far una cura seria; — oppure: — L'Angelina ha qualche grande affanno nascosto. — E l'affanno nascosto la poveretta l'aveva, ma non era soltanto il suo amore sventurato: era l'insieme del suo stato, era la solitudine del suo cuore. Nelle nature squisitamente temprate come la sua, lo spirito di gran lunga prevale alla materia, e la vita, per mantenersi, domanda con più angosciosa insistenza l'alimento dell'anima che quello del corpo. Era appunto l'alimento dell'anima che andava mancando all'Angelina, e la vita le veniva meno per insufficiente ricambio d'affetti. Se la Matilde fosse stata infelice, se la piccola Amalia avesse avuto bisogno di lei, se il signor Bernardo fosse rimasto nel primiero abbattimento, forse l'Angelina avrebbe vissuto, avrebbe vissuto per loro. Ma così le mancava una mèta: non poter giovare significava per lei non poter vivere. Oh! certo, il mondo è vasto, e fuori di casa Mauri vi sarebbero state altre piaghe da rimarginare, altre lagrime da tergere; ma dovevasi esigere che ella, a vent'anni, andasse di porta in porta ad offrire il balsamo de' suoi conforti? Ella non chiudeva in sè la tempra venturosa dell'eroina, la quale, più che per l'uomo, si sacrifica per il genere umano: era sortita agli affetti domestici, alle casalinghe abitudini. Perchè non aveva, come hanno le altre fanciulle, una famiglia, di cui esser l'angelo tutelare; perchè, come l'altre fanciulle, non l'era dato allegrarsi nella speranza d'un tetto, ove il suo cuore si aprirebbe alle semplici gioie di sposa e di madre? Perchè il disinganno l'aveva colta proprio alla soglia dell'esistenza?

Non era una malattia, su cui potesse arte di medico o virtù di farmachi: l'Angelina finiva per una occulta stanchezza, per un infiacchimento generale della persona. Chi l'aveva innanzi agli occhi ogni giorno non accorgevasi di questo rapido deperire, ma chi la vedeva dopo qualche intervallo n'era dolorosamente colpito. Vittorio, reduce presso la sua fidanzata, mise l'inquietudine nella famiglia, chè lo stesso signor Bernardo, per inquieto che fosse sul conto della nipote, era ben lungi dal creder vicino il pericolo. L'Angelina ricevette la visita del dottore senza stupore e senza sgomento, nè si turbò vedendolo annuvolarsi in volto e manifestare nell'aspetto una penosa incertezza. Quand'egli sedette al tavolino per iscrivervi una ricetta, lo guardò con un mesto sorriso, e quando le portarono la pozione ch'egli le aveva ordinata, la prese con indifferenza, come cosa da cui non aveva nulla da sperare e nulla da temere. La Matilde, il signor Bernardo e Vittorio fecero ressa intorno al medico per sentirne i pronostici: ed egli, coscienzioso e sincero, disse che il male dell'Angelina aveva per lui qualche cosa di arcano, che non v'erano sintomi chiari, ma v'era una strana prostrazione di forze, di cui egli non sapea dissimularsi la gravità. Chiese se vi potessero essere cause morali a un tale abbattimento. Il signor Bernardo si scosse, ed era per esporre il dubbio che da tanto tempo gli stava sull'anima; ma alzando gli occhi vide la Matilde affisare con sì trepida ansietà il suo fidanzato, che sentì compassione di lei, e l'amor paterno prevalse in lui ad ogni altro affetto. Non isfuggì al dottore quell'imbarazzo, ma da uomo accorto e discreto com'era, fece mostra di non avvedersene, e disse soltanto: — Interrogherò la malata. — Vittorio lo accompagnò fino all'uscio, ripetendogli: — La interroghi, la interroghi presto. — Egli si ricordava delle parole misteriose proferite dall'Angelina nel suo colloquio, e che sembravano accennare a un'occulta passione.

Da quel dì la stanza dell'Angelina era divenuta il convegno di quasi tutta la famiglia Mauri. La buona giovinetta erasi trascinata, finchè le forze glielo aveano concesso, nel salotto da pranzo; ma ora il medico le aveva ordinato il più assoluto riposo, nè del resto l'estrema debolezza le avrebbe concesso di scendere la scala. Passava le ore del giorno in una sedia a braccioli, accurata nel vestito e nell'acconciatura, e tanto più serena e tranquilla, quanto più il male faceva progressi e quanto più nel volto degli altri s'esprimeva un dolore disperato d'ogni conforto. Diceva di non soffrire, e forse era vero, e alla Matilde e a suo zio che le stavano presso, non potendo frenare le lagrime, stringeva teneramente la mano, e volgeva il più amorevole de' suoi sorrisi. Ma nè dinanzi allo zio, nè alla Matilde, nè al medico, che pur la interrogò con sottile artifizio, si lasciò sfuggire un accento che tradisse il suo segreto.

E intanto ella affievolivasi sempre più, e se l'aria era un po' fredda, e il tempo un po' umido, non si sentiva d'alzarsi e si tratteneva in letto l'intera giornata. Alla sponda di quel letto era sempre il signor Bernardo, e ogni momento le metteva la mano sulla fronte per sentirne il calore, e la fissava con uno sguardo che vi straziava l'anima. Le stava a' piedi una donna, una nostra antica conoscenza, la vecchia Filomena, con certi occhi invetriati, con una certa immobilità nella fisonomia, da mettere paura. Teneva le labbra strette che pareano inchiodate, e le mani incrociate sulle ginocchia non si toglievano da quella positura, se non per acconciare le coltrici della malata o per porgerle da bere o per accomodarle meglio i guanciali sotto il capo. Ogni due ore la Filomena senza dir parola, e si sarebbe creduto impossibile in femmina tanto ciarliera, scendeva in cucina a preparare ella stessa la minestra per la povera inferma, e in mezzo alle pentole ritrovava un po' della sua antica eloquenza per bisticciar con la fantesca di casa, la Teresa: poi risaliva muta come prima, soffiando nel brodo della scodella. La Filomena non vedeva la sua padroncina da oltre un anno, chè la sua smania di pettegoleggiare le aveva fatto dar l'ostracismo; ma appena seppe l'Angelina malata, supplicò che le fosse concesso di assisterla, ed ora vegliava dì e notte presso di lei, reprimendo, pur di starle vicino, e l'angoscia che le strappava il cuore, e quell'abitudine di discorrere, anche da sè sola, che le era divenuta una seconda natura.

Mancavano poche settimane al termine fissato per le nozze di Vittorio e Matilde, e già dibattevasi in famiglia se le si dovessero differire a cagione dell'Angelina, quando l'inferma manifestò il desiderio di parlare agli sposi. Fece la sua toilette di malata con più cura del consueto, ordinò alla Filomena che le accomodasse i capelli come soleva una volta, s'acconciò sulle spalle e sul petto a guisa di sciallo un fazzoletto di seta azzurra, e postasi a sedere e atteggiato il volto al sorriso ricevette i due fidanzati, che le si presentavano innanzi lagrimosi e compunti. Era soltanto il presagio dell'imminente sventura? O era anche un senso indistinto d'inquietudine e di rimorso? Fu l'Angelina che ruppe il silenzio.

— Non le differirete mica le vostre nozze, — diss'ella con accento dolcissimo; — non lo permetterei a ogni modo, e poi.... non ve ne sarà bisogno.... — E com'essi si peritavano a chiederle spiegazione di questa frase: — Non ve ne sarà bisogno, — soggiunse, — perchè l'Angelina non tira innanzi tanto.... Oh! via, non piangete, non fate fanciullaggini.... Venite qui piuttosto, qui vicino a me. — Le si appressarono col capo basso, con gli occhi gonfi di pianto. L'Angelina pose la mano sulla spalla della Matilde: — Fatti animo, Matilde mia, tu stai per diventar moglie, e il mio povero babbo mi diceva spesso che le buone mogli devono presentarsi dinanzi ai loro mariti con aspetto sereno. Una donna ilare è un tesoro inapprezzabile per una famiglia.... E voi, Vittorio, — riprese volgendosi al giovane, — amatela questa mia buona Matilde. Siamo cresciute insieme, abbiamo durato insieme le prove dell'avversità, e io vi posso dire ch'ella merita un'esistenza men travagliata, e che di tutte le cure onde vorrete circondarla, non ve n'è una, di cui ella non saprà compensarvi con l'amor suo. Oh! Vittorio, promettetemi di amarla sempre e di fare quanto sta in voi per renderla pienamente felice. —

Così dicendo staccò dalla spalla dell'amica la sua mano bianca, affilata, e la stese verso Vittorio, che se la portò alle labbra e la coperse di baci e di lagrime. Non proferì parola, ma il suo silenzio era più espressivo d'ogni risposta.

La malata si colorò lievemente, gli occhi le brillarono d'un mesto splendore, parve sorpresa da una commozione superiore alle sue forze, e si lasciò ricadere sull'origliere. Però si ricompose prestissimo, e dopo aver frugato sotto i guanciali, ne trasse un monile di granate a due giri, da cui pendeva un piccolo medaglione d'oro. Lo pose al collo della Matilde, che nell'eccesso del dolore appena era conscia di sè, dicendole: — Eccoti il mio regalo di nozze. In quel medaglione troverai de' capelli; son miei.... serbali per memoria dell'Angelina.... — La Matilde, soverchiata dall'angoscia, cadde ginocchioni a piè del letto, abbandonando il capo sulla coltrice, e rompendo in singhiozzi. Anche Vittorio singhiozzava col viso nascosto fra le mani. Lungo le guance pallide dell'Angelina scorrevano in silenzio le lagrime: v'era una serenità celeste nel suo dolore.

Alcuni dì appresso la inferma volle alzarsi, e le sue gracili dita corsero ancora una volta sui tasti del pianoforte. Sonò un concerto della Norma, e veramente al mirarla coi capelli ondeggianti, con la lunga veste bianca, con quel volto che aveva la trasparenza e il color della cera, la si sarebbe detta una visione notturna dei boschi druidici. Sull'imbrunire si coricò chiedendo che le si aprissero le finestre per respirar l'aria della campagna. E così, contemplando il sole che tramontava, inebbriandosi nell'odor delle viole di primavera (che era appunto sul finir dell'aprile), esalò l'anima soavissima fra le braccia dello zio e della vecchia sua Filomena.

La Filomena rimase come impietrata: convenne strappare a forza il signor Bernardo dalla stanza della defunta, perch'egli non voleva a verun costo abbandonare quella tepida salma.

Sulla scrivanìa dell'Angelina fu trovata una lettera, con cui ella disponeva della sua modesta sostanza. D'un terzo lasciava erede la Filomena: destinava gli altri due terzi all'Amalia, con espressa condizione che il capitale fosse messo a frutto sino al momento, in cui la fanciulla andasse a marito.

Un mese dopo successero le nozze di Vittorio e Matilde; nè mai più mestamente si compì la solenne cerimonia. I pochi convenuti notarono nel volto di entrambi gli sposi i segni di una cura profonda, e tutti furono maravigliati del pianto dirotto, in cui proruppe il signor Bernardo, allorchè la figliuola si pose in dito la gemma nuziale. Sulla veste bianca della Matilde spiccavano, singolare ornamento, le granate, ultimo dono dell'Angelina, quasi a ricordare quanta parte di lutto offuscasse quella giornata. Soltanto la signora Clara e la Nella parevano abbandonarsi alle più gradite impressioni: la signora Clara esultava pensando che porzione della ricchezza della figliuola verrebbe di riflesso su lei, e la Nella faceva gli occhietti a un impiegato in pensione molto azzimato e coi capelli tinti e ritinti. L'Amalia era malinconica e taciturna: anch'ella dolevasi nel suo cuoricino dell'amica che non vedrebbe mai più.

1867.