IX. Le paci d’Aggius

Nei tre o quattro mesi che precedettero l’agguato da noi descritto, si era verificata una certa tregua nelle uccisioni; appena però fu ucciso il vecchio Mamia, i suoi parenti si destarono più inferociti che mai, e ricominciarono gli assalti ed i delitti.

La popolazione della Gallura era ormai stanca di cinque anni di lotte, di ansie e di paure; si aveva bisogno di un pò di quiete, e tutti la desideravano ardentemente.

Il Governo vedendo infruttuosi i tentativi fatti per mezzo della forza, aveva pensato di tentare le paci fra i due partiti; così almeno, se non era riuscito ad impadronirsi dei colpevoli, avrebbe impedito nuove uccisioni e nuove stragi in Gallura.

L’intendente di Tempio — allora Angelo Conte — cominciò ad accordare salvacondotti ai fuorusciti; e primo fra tutti chiamò presso di sè Pietro Vasa per persuaderlo alla conciliazione coi suoi nemici.

Il Vasa aveva ascoltato le parole dell’Intendente colle braccia sul petto e col capo chino, in atteggiamento d’uomo che rifletta alla risoluzione che deve prendere.

Appena ebbe udito la proposta, levò con alterigia la fronte corrugata, e rispose risoluto:

— Sta bene: vi darò la risposta. — E fece per andarsene.

— Hai forse bisogno di consultare qualcuno?

— Sì.... consulterò mia madre. Se essa mi dirà di sì, acconsentirò volentieri a far pace coi Mamia.

— Che vuoi tu dire?

— Voglio dire, che io perdonerò ai miei nemici, sol quando mia madre, ch’essi hanno ucciso, tornerà dall’altro mondo per darmene il permesso.

— Pietro! — gli disse l’Intendente col piglio severo — anche al vecchio Manna hanno ucciso un figlio — e se non erro, fu ucciso prima di tua madre!

Pietro non rispose.

— Sei molto più superbo di loro o Pietro! Parmi che i Mamia, nell’accettare la conciliazione, siano più generosi di voi. Ad essi fu ucciso il capo; tu invece sei vivo!

Pietro continuò a tacere; l’ostinato silenzio in cui egli si chiuse, ben fece capire all’Intendente che ogni ulteriore esortazione sarebbe riuscita vana.

Il Vasa tornò alla campagna, e per altri otto mesi non se ne fece niente. Gli odi e le uccisioni ripresero il loro corso.

Ma ciò che non potè il governo, lo potè infine la religione. Il Rettore d’Aggius, Leonardo Sechi — oggi vicario di Tempio — si prese l’incarico di ridurre alla ragione quelle belve. Egli era molto amato in paese, e godeva a buon diritto la fiducia generale; era stato lui che aveva favorito la cerimonia dell’abbraccio: lui ch’era stato fra gli arbitri nelle diverse questioni sorte fra i Vasa e i Mamia; lui infine, a cui i due partiti avevano fatto le più segrete confidenze. Di comune accordo colle persone più saggie ed influenti del paese, e col concorso di Raimondo Orrù (Intendente di Tempio, succeduto al Conte) il Rettore riuscì a persuadere le due fazioni dei Vasa e dei Mamia a riconciliarsi. I principali capi delle due famiglie nemiche si recarono a Tempio muniti di salvacondotto, e furono presi i necessari accordi per la cerimonia delle paci. E ciò avvalora le parole rivolte dal Re Carlo Alberto al Padre Bresciani: valere, cioè in Sardegna, più una dozzina di buoni missionari, che dieci reggimenti di soldati.

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Eppure, poco mancò che le paci non andassero a monte per la seconda volta. Altre contestazioni, all’ultimora, sorsero fra le due famiglie avversarie. Michele Pileri (che capitanava la fazione Mamia dopo la morte del capo) non voleva che sulla spianata di S. Sebastiano, insieme agli altri, si schierassero due parenti di Pietro Vasa, non compromessi con la giustizia a causa della fazione, bensì come sicari, avendo essi assassinato un uomo mediante compenso. Il Vasa, dal suo canto, rifiutava recisamente di accettare le paci, se non intervenivano alla cerimonia i due coniugi che si volevano scartare. Così almeno, fu trattato e questo prova l’onestà e la fierezza di quei galluresi: i quali, pur acciecati da un odio implacabile, sdegnavano di aver a fianco chi si era macchiato di sangue umano per ingordigia di denaro, non per scopo di vendetta.

Il momento era decisivo: trattavasi di oltre cinquecento persone compromesse, già radunate in un luogo stabilito per intendersi sulle paci; trattavasi, che ciascuna delle due fazioni teneva pronti, in piede di battaglia, quattordici uomini scelti che all’occasione potevano fare una strage; trattavasi, infine, del pericolo di rendere inutili le pratiche fatte per indurre gli avversari ad un accordo che doveva apportare la pace e la tranquillità nella Gallura.

E la buona riuscita di questa conciliazione si deve in gran parte al giudice d’Aggius Celestino Concas, che incaricato dall’intendente Orrù, e venuto a colloquio co’ nemici, fece sì che Pietro Vasa rinunziasse alla presenza dei suoi due parenti sul campo di S. Sebastiano — col patto però, che le paci con essi si sarebbero stabilite più tardi, nella chiesa di S. Francesco.

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Il 26 maggio 1856 fu un giorno memorabile per la Gallura.

Nel famoso campo di S. Sebastiano — quasi alle porte della città di Tempio — fin dall’alba accorrevano a frotte uomini e donne dai vicini villaggi e dalla campagna. Erano famiglie intiere dell’una e dell’altra fazione, che convenivano là per la sospirata pace. Gli avversari volevano darsi il bacio del perdono, alla presenza di un ministro che avrebbe loro parlato la parola di Cristo.

Era il mese di maggio. Sette anni precisi dal giorno dell’abbraccio, che aveva avuto luogo nello stazzo Giunchicchia nel 1849.

Oltre seimila persone erano in quel campo, fra attori e spettatori, offesi e difensori, testimoni e curiosi. Non mancava alcuno, neppure un fanciullo; perocchè la mancanza di esso sarebbe bastata per far rompere le paci. Si sarebbe potuto dire, che il fanciullo assente, non legato a giuramento, pensasse a far le vendette diventando adulto. Vi assistevano anche molte signore; tant’è vero che il Vasa ebbe a dire ad un suo vicino: essere venute a curiosare e a far sfoggio di ricche vesti.

Sopra un palco costrutto per la circostanza, sormontato da un gran crocifisso, era il ministro della chiesa. — Il P. Carboni frate scolopino, venuto appositamente da Sassari. Da una parte e dall’altra, divise in due schiere, a dieci passi di distanza, erano due lunghe file di avversari; a destra del frate i coniugi del Vasa, con a capo Pietro — a sinistra quelli del Mamia, guidati da Michele Pileri.

Il frate cominciò a voce alta la sua predica, esortando quei feroci alla pace ed al perdono, in nome di Cristo.

Terminato il sermone, le due schiere si slanciarono l’una verso l’altra, ed offesi ed offensori si baciarono sulla guancia.

Narra la cronaca, che fra le schiere ci fosse un fanciullo ostinato, che non voleva baciare sul viso alcuno degli avversari: e non fu che dopo mille preghiere ed esortazioni che si decise ad accostare la bocca alle guancie del nemico di suo padre. Quest’incidente turbò alquanto la cerimonia, ma fu cosa di un momento.

Era uno spettacolo commovente. Quasi tutta la Gallura assisteva a quel solenne perdono; e molte donne, e vecchi e fanciulli scoppiarono in pianto, forse ripensando ai tanti morti che giacevano sotto terra, colpiti dall’odio e dalla ferocia. Oltre la metà dei componenti le due fazioni vestivano ancora il lutto!

E doveva essere uno spettacolo imponente, vedere quella moltitudine composta d’uomini e donne, di vecchi e di giovani, di fanciulli e di bambine — tutti là, intorno a quella chiesa in rovina e col tetto a metà smantellato, posta nel centro di un campo estesissimo, dal quale si domina uno stupendo orizzonte! — A tramontana la punta della Balestra, le montagne di Padule, e più in là il monte Crosta della Corsica: a mezzogiorno la città di Tempio, da cui spunta il campanile della cattedrale col suo gallo irrequieto; a levante la catena dei monti di Limbara; a ponente infine le frastagliate punte dei monti d’Aggius col sottostante paese, centro delle tremende inimicizie che lo avevano decimato. I tre villaggi di Nuchis, Luras e Calangianus erano là sotto, quasi a testimoni di quel solenne giuramento.

Verso sera, il campo era sgombro, i curiosi spettatori erano rientrati nelle loro case, e le turbe venute per le paci avevan fatto ritorno ai propri paesi od alla campagna. Per la prima volta, sui loro volti si leggeva la serenità e la fiducia poichè finalmente potevano camminar sicuri, senza tema d’esser colti all’impensata dai nemici.

E ho detto senza tema, perchè la parola del gallurese è sacra; e dopo aver concesso il bacio del perdono, è ben difficile trovar chi manchi alla promessa ed al giuramento. In mezzo agli odi di parte che li rendono quasi crudeli, torna ad onore dei figli della Gallura questo sentimento di dignità, di cui si mostrano tanto gelosi.

Fra i mille individui che formavano le schiere degli avversari convocati per le paci, due sopra tutti avevano attirato la curiosità degli astanti. Pietro Vasa, l’antico fidanzato di Mariangiola, e causa prima delle inimicizie; e Bastiano il muto, in fama del più sanguinario dei fuorusciti, e l’unico che avesse opposto resistenza, quando fu pregato d’intervenire alle paci.[20]

Ad ogni modo, il 26 maggio 1856 fu per Aggius una giornata memoranda. Nel paese si fecero feste; e gli abitanti, tutti commossi, si abbracciarono l’un l’altro, come se si fossero riveduti, dopo sette anni di separazione.