LA BARONESSA DI KRÜDENER

Ho riletto Valérie: e il libro mi ha tratto a fantasticare un po’ sul suo autore, su quell’adorabile madame De Krüdener. La pâle baronne mi distrae da due giorni da ogni occupazione; sono innamorato della sua penna, della sua danza, delle sue preghiere, e del suo famoso scialle di mussolina. Mi vien voglia di mettermi in ginocchioni come Benjamin Constant o come lo Czar Alessandro, per dir con lei le devozioni, aspettando «les inspirations supérieures.» Io la vedo in tutti i momenti più notevoli della sua vita. La vedo quando, sotto il Direttorio, essa apparisce la prima volta nei salons di Parigi, bionda, pallida, fine ed eterea, circonfusa da una nuvola di bianchi veli, e gira attorno i suoi grandi occhi calmi, color verde-mare: bellezza scandinava, illuminata da un pallido raggio di sole polare, calma e fredda come la neve delle sue native Dofrine.... Ma ecco Bergasse e Saint-Pierre e Garat che la circondano e la invitano a danzare. Essa cede di buona grazia, chiede il suo scialle di mussolina azzurra, si alza, e comincia la danse tableau. La scandinava è diventata a un tratto una parigina! La vita, l’emozione, traboccano dai suoi gesti, dai suoi sguardi, da ogni suo movimento. Essa si trasforma in cento modi: ora è Niobe impietrita dal dolore, ora è Galatea che fugge inseguita.... Alla voluttuosa Odalisca che languidamente invita e resiste, succede la vivace ridente napoletana che balla la tarantella, e batte il terreno a passi rapidi e fitti come la grandine....

Le armate alleate sono entrate in Parigi. La Santa Alleanza ha anch’essa i suoi poeti, i suoi angioli propiziatori; e la sua Sibilla, la sua Velleda, in Giuliana Krüdener. La casa di lei si trasforma in un tempio; essa vi aduna delle assemblee religiose dove si commentano Swedenborg e Saint-Martin, si prega, si canta, e si profetizza.... «Alessandro sarà l’Angelo bianco, il genio dei nuovi tempi!...» E Alessandro non tralascia di far qualche visita al tempio.... e alla sacerdotessa. Vi vengono anche dei Gustavi sentimentali, prima di ritirarsi alla grande-Chartreuse, e dei Volteriani che scoppiano dal riso interiore, quando la bella Giuliana dall’ultima stanza della galleria, a una luce crepuscolare savamment ménagée, si avanza in un costume solenne, ma che fa risaltare anche i suoi doni.... non spirituali.

Ma, ecco, essa parla, perora, s’infiamma; e il fuoco che l’anima lo trasfonde in petto dei suoi devoti. V’immaginate quello scettico blasé di Benjamin Constant, commosso realmente alle ardenti prediche di questa bionda missionaria, recitare una specie di confiteor, e inginocchiarsele accanto e pregare con lei? — Eppure è storia. In altri giorni poi, quieta, serena, graziosa, fra un punto e l’altro del suo ricamo, essa parla agli amici, e più volentieri alle amiche, dei poveri giovani morenti d’amore per lei.... A sentirla, essa ha popolato le certose e i cimiteri d’Europa colle vittime dei suoi sguardi affascinatori.... «Povero Gustavo! (diceva essa un giorno a madame Langer) ancora non è proprio morto, ma ci manca poco.... E dire che il cielo non mi assente di salvargli la vita!...» Pare bensì che il cielo non fosse sempre sì rigido, e madame de Krüdener profittava volentieri di quelle temporanee indulgenze. Ma attaccata sempre al suo cielo con un filo d’oro, o di argenteo vapore mistico, essa diceva sospirando nei momenti più decisivi: «O mio Dio, perdonatemi l’eccesso di questo piacere!»

Nel romanzo Valérie, essa ci ha lasciato il proprio ritratto; o per meglio dire una galleria dei suoi ritratti: essa vi si è dipinta in tutti i costumi, in tutte le attitudini, a ricevere il culto di latria di quel povero Gustavo, che trascina di chiesa in chiesa, di certosa in certosa, di villa in villa, il suo amore e la sua tise. Ciò nonostante, Valérie è un libro bello, vero, ben composto, bene scritto, e si legge ancora con piacere, e durerà. Scritto dalla Krüdener in un momento critico della sua vita, quando per lei tramontavano la gioventù e la bellezza, e gli amori terreni cedevano il luogo nel suo cuore alle esaltazioni religiose, essa vi ha ritratto le delicate nuances di quel momento unico, di quel passaggio. Ciò dà al romanzo una grazia tutta femminina, un’attrattiva irresistibile: e forse la Valérie è il solo romanzo di forma epistolare che regga a una lettura continuata, e si possa gustare dalla prima all’ultima pagina.

E se anche oggi si pensa e si scrive di Giuliana Vietinghoff baronessa di Krüdener, dei suoi trionfi di salon, del suo illuminismo, dei suoi catechismi ai filosofi e ai re; se ricordiamo che nel suo gabinetto fu da Alessandro e dagli altri angioli bianchi del nord tracciato il disegno della Santa Alleanza; se la seguiamo nei suoi viaggi di apostolato sul Caucaso ed in Crimea, o quando esule essa conduce con Kellner una vita di nomade e di fuggiasca, perseguitata dalla polizia, derisa dai filosofi, ma sempre serena, operosa, infaticabile, incorreggibile; insomma, se dopo la sua morte (1825) il mondo si occupa ancora di lei, essa lo deve unicamente a questo volumetto di Valérie. Annunziato abilmente dal Mercure, preconizzato da Bernardin de Saint-Pierre, fino da quando fu pubblicato nel 1802, destò un vero entusiasmo. La moda, grande ausiliatrice a Parigi, confermò quel successo. Cappelli, piume, sciarpe, scarpini, ghirlande, tutto fu à la Valérie per più mesi. Ma il libro sopravvisse alla moda: sopravvisse ai bastoni a serpente, alle strette lunghissime falde e alle colossali cravatte degli incroyables, ai guanti ricamati, ai bonnets à plumage e alle sciarpe di mussolina delle merveilleuses.