I.
È assai notevole un fatto. In Germania, ove la concezione speculativa del mondo e della vita umana volge sempre più al fosco, ove in una parola la scienza è pessimista, la letteratura dal canto suo tende invece a giustificare, ad abbellire e glorificare l'esistenza. Nè crediate che si tratti di due correnti in urto fra di loro. No; questo fenomeno (e ciò forma l'aspetto suo più singolare) cammina invece per impulso dello stesso pessimismo scientifico.
Già Arturo Schopenhauer, il patriarca tedesco della nuova scuola, aveva considerato l'arte come una potenza o, se meglio vi piace, come una funzione essenzialmente benefica, quantunque transitoria. Tra la volontà inconscia che fabbrica la tela della vita e la coscienza illuminata e delusa che si accorge del malvagio lavoro, l'arte si pone di mezzo colle sue creazioni piacevoli e i suoi fantasmi consolatori. Egli per conseguenza la considera come «un affranchissement, une libération momentanée du joug de la volonté», come una anticipazione parziale e benefica dell'ultima liberazione nirvanica. Però lo Schopenhauer consiglia un'arte sana, serena, alimentatrice in noi di un alto ed armonico sentimento della vita; consiglia i poeti greci, le madonne di Raffaello, la musica di Rossini e di Beethoven. È press'a poco lo stesso criterio che ebbe il Goethe senza i preconcetti metafisici di quel «buddista indiano smarrito in occidente», come lo chiama uno dei suoi biografi.
Gli scolari e i continuatori dello Schopenhauer tengono fede alle sue idee anche in questo argomento. Federico Strauss, che nell'ultimo suo volume (L'antica e la nuova fede), s'accosta a parecchie conchiusioni del pessimismo filosofico, considera anch'esso l'arte come «un olio lenitivo», stillato entro il fatale e ferreo meccanismo della vita, onde l'uomo s'acconci meno scontento e più rassegnato alle sue cieche leggi. L'Hartman poi, dopo avere considerato l'arte come «un raggio di sole amico entro la notte dei contrasti e dei dolori e che avvalora tutta quanta la vita dell'uomo,» si slancia con parole piene di sprezzo e d'ironia contro le piccinerie artistiche autorizzate dalla voga passeggiera e contro le puerili soddisfazioni del dilettantismo, alle quali contrappone le gioie contese ai volgari spiriti, difficili a tutti, ma infinitamente preferibili, dell'arte pura e grande.
Ai filosofi consentono poeti e romanzieri. Se avessi voglia d'allargare il mio argomento, potrei aggiungere consentono gli artisti tutti: e per le arti del disegno mi basterebbe citare le opere più celebrate che gli artisti tedeschi hanno mandato alle esposizioni di Vienna e di Parigi; per la musica mi basterebbe commentare quelle memorabili parole di Beethoven: «quiconque la comprend (ma musique) devient libre de toutes les misères qui les autres hommes traînent à leur suite» parole che sembrano un'eco profonda dell'Etica schopenauriana.
Ma fermiamoci per adesso alla letteratura. Dal Goethe, dal Wieland, dal Platen, per non ricordare che i maggiori, essa ha derivato uno spirito di profonda serenità la quale non valsero ad alterare o distruggere nè certe esuberanze melanconiche dello Schiller[35] e del Lenau, nè il fatalismo pauroso del Werner o le cupezze romantiche del Tieck o le micidiali ironie di Enrico Heine.
La poesia tedesca, per chi la intenda ne' suoi accordi fondamentali, suona come un grande inno alla vita, alla umanità ed alle sue speranze. Il Faust, edificio sacro entro il quale non so perchè andiamo sempre a cercare di preferenza gli anditi bui, i lazzi di Mefistofele e gli egoismi crudeli di quel vecchio alchimista rimpasticciato, il Faust, dico, se si consideri nel suo disegno intero, appare un grande monumento eretto dal genio sovrano della Germania ad un glorioso ideale della vita umana. Così e non altrimenti lo ha concepito e voluto il suo architetto. Anche Volfango Goethe in giovinezza piegò il suo ingegno sano e di tempra antica alle blandizie deleterie della poesia morbosa, che già picchiava alla porta del secolo. Ma le lettere del giovine Werther non fanno che riflettere una effimera febbre giovanile del suo autore e si spiegano nel racconto della sua vita. Un concetto vero e definitivo di Goethe si manifesta nella breve lirica che egli premise poi alla edizione del funebre epistolario, diretta al lettore:
«Tu la piangi, tu l'ami quella povera anima; tu salvi dall'onta la sua memoria. Vedi, dal suo sepolcro l'Ombra sua ti fa cenno e dice: Sii uomo e non imitarmi!»
Ho nominato più sopra Enrico Heine e la sua ironia micidiale. Sbaglierebbe però a mio avviso e sbaglierebbe grossolanamente chi della poesia heiniana si fermasse a guardar solo il lato negativo. Nella varia, forte e continua lotta che il suo spirito battagliero sostiene contro uomini e tempi, tanto l'elegia che la satira non esprimono in lui che assai di rado quella prostrazione sconfortata e cinica che poi piacque tanto agli imitatori. Vi senti invece il fremito d'una battaglia vittoriosa. L'occhio del poeta di tanto in tanto mira al di là delle miserie che lo circondano e spazia con fede per gli orizzonti dell'avvenire e li saluta con un grido di trionfo. Enrico Heine non piglia mai l'atteggiamento rassegnato o ringhioso d'un vinto, che che avvenga dentro o fuori di lui; gli piace assai più quello dello sfidatore e del vendicatore. Perfino sul letto delle ultime sofferenze, ridotto all'estremo da una coorte di malanni, egli, l'indomito umorista, tratto tratto si rizza fieramente sul cubito e sfida e celia e beffeggia. L'ultimo suo canto è un canto alla vita. «Sì, il figliuolo di Peleo aveva ragione. Vivere in alto sulla terra come il più misero dei servi vale sempre meglio che andar ramingando intorno alle rive dello Stige, capitano di ombre, eroe celebrato dai poeti.»[36]
Anche oggi la letteratura tedesca, se guardiamo ai più celebrati, come Paolo Heyse, Bertoldo Auerbach, Roberto Hamerling, non ismentisce l'indole sua. Chi nei racconti dell'Auerbach non respira un'aura fragrante di alta e sana poesia? Certo, anche qui ferve la eterna lotta umana col dolore; anche in questa rappresentazione della vita la felicità non si mostra che come un'oasi rara e contrastata, e la colpa si fa innanzi come retaggio indeclinabile della umana natura e i multiformi aspetti della viltà e del ridicolo sono coraggiosamente mostrati a nudo. Ma tirata la somma, il ricordo di quei racconti v'accompagna come un conforto. Il tipo abbietto, sfatto, mollemente estenuato e gradevolmente patologico, alla maniera francese, l'Auerbach non lo sente e non lo sa rappresentare. Anche i filtri più sottili della corruzione contemporanea non riescono a togliere alle sue teste una certa aria di idealità serena, onde ricordano le teste dell'Holbein e quelle dei nostri pittori quattrocentisti. Immaginate, per esempio, la sua figura d'Irma in un racconto di Dumas figlio, poi fate colla mente il paragone: nel romanzo tedesco, pur discendendo pei gradini del pervertimento elegante, la bella contessa non ismentisce mai la sua passionata e gentile spiritualità e va a purificarsi lassù «in alto» nella solitudine dei monti, fra i ricordi e i rimorsi di amore, senza esagerazioni ascetiche, con melanconica serenità.
In Roberto Hamerling abbiamo il medesimo senso estetico e morale, direi quasi il medesimo temperamento fisiologico, che presiede all'opera d'arte. In quello de' suoi poemi che è più letto fra noi, l'Ahasvero a Roma, l'argomento è tutto una colossale tentazione. Roma imperiale, Nerone, la sua vita, la sua corte; mai quadro più affascinante di corruzioni bestialmente splendide s'è offerto alla fantasia d'un artista. L'Hamerling sente il pericolo; e già dal tono ironico della introduzione cominciate a indovinare l'atteggiamento del suo spirito:
················
Io scelsi un uom sciupato, un elegante
Annoiato beffardo, e qual può meglio
A voi piacere e all'odïerno gusto;
E per via de' contrasti, non foss'altro,
Ond'è il lettor sì ghiotto, al pazzo eroe
L'accigliato Assuero io posi al fianco.
Garba il piccante a voi? Posso imbandirvene
Io quanto i begli spiriti di Francia.
Lo spettacolo a voi de le più folli
Gozzoviglie talenta e del supremo
Sfarzo e del vizio e del delitto immane?
Questo offrire io vi posso. I sensi affranti
Ridestarvi degg'io? Calliope austera
In metro endecasillabo dovrebbe
Cancaneggiarvi intorno, il lieve piede
Più su del capo alzando? A questo io posso
Sforzarla inver[37].
Il Nerone di Hamerling, come giustamente osserva Domenico Gnoli, assume nel poema ufficio vero di protagonista; Ahasvero ha sempre l'aspetto di una grand'ombra che transita per la scena, mentre la descrizione delle crudeltà, dei capricci e delle libidini neroniane vi tengono il posto principalissimo. Ma in tutta quella rappresentazione quasi vertiginosa del mondo romano che si sfascia pe' suoi vizi, in mezzo a quegli acri profumi di lascivia e di sangue, senti d'ora in ora che il petto ti si gonfia per un concetto magnifico d'umana grandezza; il grido tremendo della Nemesi eterna s'alza qua e là tra gli scrosci delle risa pazze, il sibilo delle fiamme e il fragore delle rovine: da ultimo Nerone, refugiatosi nella catacomba cristiana, guarda con riverente stupore ai nuovi riti e sente che si aprono gli albòri d'un novello mondo:
. . . . . . . . . . . Io veggo
Che le virtù feconde e portentose
Dell'uman sentimento esauste ancora
Non sono. Allor che un mondo estinto cade
In polvere, di nuovo il cuore umano
Con eterna virtù lo riproduce.
E, prima di piantarsi nel petto la spada del legionario germanico, toglie di mano al prete cristiano il calice, versa quel vino e propina ai ricordi della sua pura e felice giovinezza, confessando che soltanto allora egli s'accorge d'avere veramente vissuto..... Io qui non discuto se e come quest'arte sia eccellente sotto l'aspetto del disegno e del colore; mi fermo soltanto a notare che è un'arte molto bene accomodata ad un popolo che vuole aver fede nella vita e domanda alle ispirazioni de' suoi poeti alimento e conforto a quel suo volere.
La cultura in Francia posta di fronte a quella di Germania offre un aspetto, non so se ancora avvertito da altri, ma certo singolarissimo e degno di molta attenzione. La scienza francese è ancora ottimista. Senza distinzione di scuola, gli scrittori della Revue des Deux Mondes, come i seguaci del Comte e del Littrè vagheggiano anch'oggi l'idea del progresso umano, se non nella purezza chimerica del Condorcet, certo alla stessa maniera di Vittorio Cousin o del Saint-Simon. L'età dell'oro, più o meno lontana, più o meno difficilmente conseguibile, è sempre dinanzi a noi e ci aspetta. Dunque fede e costanza! Il pessimismo tedesco non ha ancora fatto scuola e forse passerà molto tempo prima che la faccia. Fin adesso i Francesi si contentano, per mera curiosità scientifica, di conoscere la metafisica dello Schopenhauer dalle traduzioni, dai riassunti e da qualche spicilegio di pensieri staccati ammannito loro dal Ribot, dal Bourdeau, dal Challemel-Lacour, e basta. Una pretta formula pessimista si trova, è vero, abbastanza chiaramente svolta nei dialoghi filosofici di Ernesto Renan; ma per ora è una opinione personale, autorevolissima, ma senza seguito. Vox clamantis in deserto.
Per contrario è impossibile inoltrarsi nella conoscenza della letteratura francese di questo secolo senza cavarne la persuasione che essa è, meno pochissime eccezioni, tutta investita da un alito di pessimismo che la penetra fino al midollo.
Si potrebbe cominciare la serie collo Chateaubriand, il quale nel René e nelle Mémoires d'outre-tombe si afferma vero e legittimo patriarca del pessimismo letterario in Francia; senonchè, avendoci egli trovato un antidoto nella fede religiosa, per non complicare la questione, sarà meglio lasciarlo da parte[38]. Invece partendo da quel brillantissimo periodo letterario che comincia a fiorire un poco prima del 1830, e venendo giù man mano traverso il Cenacolo, la Bohème, la letteratura del secondo impero fino a questo inizio di letteratura repubblicana, da Alfredo de Musset a Francesco Coppée, da Balzac a Zola, si sente di continuo la nota pessimista, che sostiene, a guisa di lugubre pedale, tutta questa varia, fantastica e smagliante sinfonia. Da cinquanta anni il romanzo francese meno pochi casi, è tutta una lunga sequela di anatomie, una più dell'altra sconfortanti; la requisitoria è sempre più serrata e inesorabile; la conchiusione sempre la stessa: il mondo è un disegno sbagliato e la Vita ha torto!
Sorge in mezzo la grande figura di Victor Hugo, il quale va richiamando l'arte all'antica serenità, cantando con vero accento fatidico le speranze del genere umano; ma anch'egli spesso si lascia andare ad altri accenti di tragica desolazione, che sembrano echi di Giobbe e di Sakia-Muni:
Au fond de la poussière inévitable, un étre
Rampe, et souffle un miasme ignoré qui pénètre
L'homme de toutes parts,
Qui noircit l'aube, éteint le feu, sèche la tige,
Et qui suffit pour faire avorter le prodige
Dans la nature épars[39].
Egli canta l'epopea del Verme, il simbolo della tabe eterna che sta in fondo a tutte le cose, che tutto distrugge nell'universo le opere della natura e quelle dell'arte, gli uomini e gli Dei:
Le monde est sur cet étre et l'a dans sa racine
Et cet étre, c'est moi: Je suis. Tout m'avoisine.
Dieu me paie un tribut.
Vivez. Rien ne fléchit le Ver incorruptible.
Hommes, tendez vos arcs; quelle que soit la cible,
C'est moi qui suis le but!
In conchiusione, se il pessimismo filosofico che domina oggi in Germania passasse domani la frontiera francese, egli vi troverebbe un terreno benissimo apparecchiato dalla letteratura, che da cinquant'anni senza volerlo e senza saperlo, lavora assiduamente al suo trionfo.