VII. AD ARAM LEGUM

Il carattere dell'accusa e l'ambiente.

Non potevano davvero mancare a Verre accusatori, ed accusatori implacabili. Quello di accusare un uomo politico importante, un governatore di provincia era un modo, se anche un po' discreditato, di venire in fama e di acquistare importanza; ma l'accusa di Verre, questa volta, trascendeva i confini di un interesse semplicemente individuale.

Le lotte civili soffocate, ma non spente, da Silla, si erano riaccese non appena egli era sceso nel sepolcro; e la parte popolare tentava in ogni modo di riconquistare il potere, riprendere i suoi diritti, indebolire in tutti i modi la parte sillana, combattendola non solo come partito, ma, individualmente, ne' suoi uomini principali e più intransigenti.

Verre, come uomo di parte, era di una selvaggia energia, implacabile ed ostinata, aliena da tergiversazioni e da scrupoli, e non dovea essere piccolo guadagno per i suoi avversarî metterlo fuori di combattimento. La plebe, da lui avversata specialmente nel periodo della sua pretura; i cavalieri, trattati molte volte senza riguardi in Sicilia e feriti ne' loro interessi sopratutto con la preferenza accordata negli appalti delle decime agli uomini della coorte pretoria, aspettavano ed invocavano una vendetta contro C. Verre, ed, altrettanto o più, l'invocavano tutte le vittime delle proscrizioni e delle confische sillane, le cui piaghe recenti non si erano peranco rimarginate, e che in Verre odiavano non solo l'acolito di Silla, ma l'antico disertore che, passando a Silla dalla parte mariana, vi avea portato tutto l'ardore e lo zelo del rinnegato. Ma, oltre allo sfogo che il processo di Verre potea procacciare a queste ire, oltre ad essere una questione di sentimento; esso avea una presente ed evidente importanza politica, ed era destinato ad avere un'azione immediata sugli avvenimenti del giorno e sull'atteggiamento dei partiti. Non erano trascorsi ancora otto anni dalla morte di L. Cornelio Silla, e già il fondamento politico della sua costituzione era scosso e l'egemonia dell'ordine senatorio vacillava, sì per il crescere delle forze de' suoi avversari, sì per la cattiva prova che aveva fatta nel suo esclusivo reggimento del governo.

In questo stesso anno del processo, nell'anno 70 av. C., sotto gli auspicî di Cn. Pompeo, l'antico e massimo aderente di Silla, ora console con M. Crasso, si veniva ad una serie di concessioni, da cui la costituzione sillana usciva tanto modificata. Pompeo, giunto ad un grado elevato di potenza e guardato con gelosia dalla parte aristocratica, era attratto verso la parte popolare, di cui, ogni giorno più, crescevano l'ardire e le forze. Il tribunato, per la cui completa reintegrazione si lottava già da parecchi anni, e che era riuscito a liberarsi da qualcuno de' vincoli ad esso imposti da Silla, vi acquistava già in principio di quest'anno, per opera di Pompeo[602], la pienezza de' suoi diritti e delle sue prerogative[603]. L'altro validissimo privilegio del giudicare veniva minato con la proposta di ammettere a giudicare altresì i cavalieri ed i tribuni aerarii, fatta da L. Aurelio Cotta, zio di C. Giulio Cesare e fratello di quel C. Aurelio, sotto il cui consolato, nel 75 erano state abrogate le incapacità de' tribuni a coprire le altre magistrature[604].

La democrazia riprendeva le sue posizioni, attaccando la reazione in tutti i suoi baluardi; ed, in un tale momento della lotta politica, il processo di Verre si presentava come un'arma di combattimento di prim'ordine. Un processo che svelasse tutte le prepotenze, le ruberie, gli abusi di ogni sorta di un membro della fazione aristocratica, com'era Verre, riusciva già per sè solo, quale che ne fosse l'esito, di non piccola efficacia; poichè ne sarebbe risultata chiara la cattiva amministrazione delle provincie, e le colpe individuali si riflettevano, in ogni modo, sull'intero ordine. Ma anche più imbarazzante era questa volta il processo per gli ottimati. Una condanna li obbligava a volgersi contro uno de' più validi loro sostegni, a togliersi un appoggio ed a confessare quasi lo sgoverno delle provincie, che all'ordine veniva rimproverato. Un'assoluzione, quando la colpa fosse dimostrata, o ne fosse indotto almeno il sospetto nella cittadinanza, faceva anche più apertamente assumere all'intero ordine la responsabilità de' fatti imputabili a Verre e non poteva a meno di provocare una reazione, la quale si dovea manifestare specialmente col togliere all'ordine senatorio la prerogativa de' giudizî, così caduti in discredito.

Il processo di Verre acquistò per ciò stesso un'importanza di gran lunga maggiore di quella che poteva venirgli dall'alta posizione dell'accusato, e dall'ingente valore delle concussioni, di cui gli si dava colpa. C. Verre diveniva come il vivente segnacolo di una grande e decisiva battaglia politica, ed il suo processo era destinato a destare tutto l'interessamento de' contemporanei e ad avere, anche per i venturi, un'importanza storica più assai di molti altri processi consimili.

Cicerone.

Perciò, quando i Siciliani si presentarono in Roma, per proporre regolarmente l'accusa, non mancarono loro appoggi, nè costò difficoltà il trovare chi la volesse sostenere; se pure, come non è ardito il supporre, non furono essi stessi allettati ed incitati a venire. E sicuramente l'invito a sostenere la loro causa, se non fu sollecitato da Cicerone, fu in ogni modo accolto da lui più che di buon grado e ricevuto come una buona ventura: giacchè questo processo era destinato anche a rappresentare, come rappresentò, una tappa notevolissima nella carriera politica ed oratoria di Cicerone.

Il conterraneo di C. Mario, che egli, quale che ne fosse la ragione[605], avea preso anche a soggetto de' suoi versi giovenili, non poteva proprio avere le maggiori simpatie per Silla ed il suo ordinamento, che, tra l'altre cose, non era destinato ad agevolare il suo cammino, a lui homo novus ed aspirante a farsi una via con l'eloquenza. Nè i tempi, nè forse la natura dell'animo suo lo potevano spingere a mettersi sulla via di un'opposizione ostinata ed aperta; pure i suoi primi passi, le sue prime prove nel fòro lo posero contro ad aderenti di Silla e all'azione diretta o indiretta di lui. La difesa sua di Roscio Amerino, nell'80 a. C., fu una lotta fortunata, massimamente contro L. Cornelio Chrysogono, uno de' potenti liberti di Silla[606]; e, quand'anche si voglia far la tara al suo coraggio, supponendo che alcune frasi fossero posteriormente inserite nell'orazione e che lo francheggiasse la protezione de' Metelli, di Servilio, e degli Scipioni, amici di Roscio[607], mentre Silla non prendeva vero interesse alla cosa; resta nondimeno quell'orazione a prova delle sue antiche tendenze. Le quali si mostrarono anche più manifeste, e in forma più recisa, nell'anno seguente, quando, essendo ancora vivo Silla, fece ritener nulla da' giudici la disposizione, con la quale Silla avea privato dell'jus civitatis gli Aretini[608]. Ora, l'incarico di sostenere l'accusa contro Verre non era solo l'occasione di richiamare una pena sul capo di uno de' più appassionati e meno scrupolosi adepti di Silla, ma era anche la via per portare un ultimo colpo alla costituzione del dittatore, per attaccare nel fòro apertamente tutta quella fazione di ottimati, orgogliosi ed intransigenti, che niente più mostravano di spregiare, quanto gli homines novi[609], alla cui categoria Cicerone apparteneva.

Oltre a tutto poi, o forse innanzi tutto, questa causa era il tornèo, tante volte invocato ed aspettato, in cui l'oratore dovea e potea fare la prova della sua eloquenza. I trionfi di L. Ortensio, del famoso oratore, di otto anni più vecchio di lui[610], non gli aveano lasciato i sonni tranquilli; e, per una natura ingenuamente ambiziosa, come quella di Cicerone, così innamorato della sua arte, emulare e superare il più grande oratore del suo tempo, era al tempo stesso un'aspirazione ed un bisogno.

Già, in una delle sue prime cause, la prima, di cui l'orazione ci sia rimasta, quella di P. Quinzio nell'a. 81[611], Cicerone si era trovato a fronte del grande avvocato; ma la causa, una contesa d'interessi privati, poco si prestava ad un vero duello oratorio, e poi Cicerone allora era giovane, e stette a fronte del suo contraddittore, così come i tempi, la diversa fama, la diversa posizione sociale esigevano. Ma d'allora undici anni circa erano passati: il giovane era divenuto un uomo maturo di trentasette anni; si era valso del volontario esilio, che si era imposto negli ultimi anni della vita di Silla, per compiere i suoi studî filosofici e retorici, nella culla stessa della cultura e dell'eloquenza; avea fatto le sue prime prove di magistrato; avea preso il suo posto nella lotta de' partiti, e potea bene sperare d'ingaggiare la tenzone desiderata col suo emulo, da pari a pari, in una causa a cui doveano essere rivolti, non solo gli occhi di Roma, ma di tutto il mondo romano, ed in cui egli potea sperare di avere la miglior parte.

Nè solo la fama di primo oratore dovea dargli quel singolare duello giudiziario; era anche un'altra spinta sulla via degli onori. Dopo avere nel 75 a. C. coverta, in Sicilia, la carica di questore del propretore Sesto Peduceo[612], egli, ora, trascurando di chiedere il tribunato, che forse non credeva interamente conforme alla sua indole e al genere di politica che intendeva seguire, chiedeva l'edilità; e lo speciale compito, che disimpegnava in questo processo, lo metteva in vista come l'uomo del giorno, e faceva sì, che sul suo nome, più che su di ogni altro, la sua parte avrebbe affermato i suoi sentimenti e il suo programma.

I primi maneggi di Verre.

Verre dal canto suo non se ne sta inoperoso.

Mentre egli era ancora in viaggio verso Roma, Timarchide scriveva ad Apronio in Sicilia, suggerendogli i modi di neutralizzare la cattiva fama, in cui si cercava mettere presso Metello tanto lui che Verre; modi che erano quali poteva consigliare un artefice esperto di ogni corruzione com'era Timarchide. «Adoperati con ogni diligenza, perchè non abbia a scapitare l'opinione del pretore. L'abilità e l'eloquenza non ti mancano. Hai di che spendere. Tira a te gli scribi, gli uscieri: con Volteio, che può moltissimo, fai comunella e taglia per diritto e per traverso. Voglio, o fratello mio, che tu presti ascolto al tuo fratelluccio; e tutta la compagnia ti avrà caro. Abbi pronta una pezza per ogni sdrucitura; con l'intercessione tua ognuno è avvezzo a vincere. Sai che Metello è un talentone. Se Volteio sarà con te, tutto si farà come per gioco. Hanno insinuato a Metello e Volteio che tu hai ruinati gli agricoltori. Hanno loro intronato le orecchie dicendo che tu eri il compare del pretore. Fa che sappia la tristizia loro; ed essi avranno da correre un bel po', se gli dèi vorranno[613]

L. Metello infatti doveva essere giunto in Sicilia assai preoccupato, non solo di queste voci, ma della condizione generale della Sicilia, quale che egli potesse crederne la ragione. Ne è prova la lettera, che egli, nell'anno istesso della sua propretura, diresse a' consoli Crasso e Pompeo, in cui accennava alle decime vendute secondo la lex Hieronica; all'opera interposta, con le lettere e con le parole, perchè vi si seminasse quanto più era possibile, malgrado la difficoltà de' tempi ed il numero stremato degli agricoltori, ed a tutti i provvedimenti presi, perchè la percezione presente non fosse tale da esaurire le fonti stesse del reddito[614]. Egli cercò, a quanto pare, di mostrare un'attitudine conciliante e di riparare alle conseguenze di alcuni atti compiuti dal governatore precedente. Reintegrò così Eraclio ed Epicrate nel possesso de' loro beni[615]. Rescisse altri giudicati di Verre, a Panhormus, ad Agrigentum e Lilybaeum; mise da parte il censo fatto durante la pretura di lui, valendosi del precedente: fece insomma cose tali, da far dire a Cicerone che l'opera sua consisteva massimamente nel disfare l'opera del suo predecessore[616]. Ma, improvvisamente, poco prima dell'arrivo di Cicerone in Sicilia, si mutò. Fu questo l'effetto de' consigli dati da Timarchide ad Apronio? Non pare. Cicerone ne attribuisce la causa all'arrivo, da Roma, di un tal Letilio, suo segretario, e ad alcune lettere che gli portò. Venivano direttamente da Verre queste lettere, come alcuni volevano, per rammentargli l'antica amicizia e la parentela e tante altre cose? La lettera che operò il miracolo doveva essere una lettera ricevuta di casa sua[617], e, probabilmente, al mutamento dettero causa ragioni assai più forti d'ordine politico. L'aspetto, sempre più chiaramente politico, che assumeva il processo di Verre, la parte che costui prendeva nelle elezioni di quell'anno, finite poi con la vittoria di Metello; tutto dovea consigliare un mutamento che subito seguì. Verre, da questo punto, ebbe in L. Metello un amico ed un alleato, che non poco vantaggio era in grado di recargli. Alla sua coorte poi Verre potè entrare in grazia, non solo per favore riflesso, ma anche con altri argomenti più positivi[618].

La proposizione dell'accusa. Cicerone e Q. Cecilio.

Intanto Cicerone si era presentato innanzi al pretore M. Acilio Glabrione, destinato a presiedere i giudizî de repetundis, facendo la sua postulatio, perchè a nome di tutte le città di Sicilia, meno Messana e Syracusae, venisse egli incaricato della delatio nominis contro Verre per le sue concussioni. Ma, contemporaneamente, o prima, o poco dopo di lui, in ogni modo prima che la querela di Cicerone venisse regolarmente accolta e gli fosse data regolare facoltà d'iniziare la sua inquisizione, Q. Cecilio Niger, già questore di Verre e siciliano di patria, dolendosi anch'egli di essere stato a torto danneggiato da Verre, si presentò alla sua volta per muovere querela ed essere abilitato a menare innanzi egli stesso il processo[619].

La necessità di evitare sentenze contraddittorie menava, senz'altro, all'unità del giudizio; e, nel caso di più querele, specialmente quando riguardavano una sola specie di reati, occorreva, con un procedimento molto sommario e con un giudizio quasi di delibazione, vagliare la condizione giuridica de' vari accusatori per affidare poi ad uno di essi, od a varî congiuntamente, la cura di portare innanzi l'inquisizione e l'accusa. A considerare il nome familiare di Cecilio, può argomentarsi che egli fosse, per tradizione familiare, un aderente de' Metelli, di cui portava il nome. La questura, da lui gerita in Sicilia con Verre, non è fatta per diminuire valore a questa ipotesi, e Cicerone, nella Divinatio, lo accusa apertamente di essere un accusatore simulato. Gl'intrighi e le escogitazioni di Verre crescevano, quanto più il pericolo minacciava ed incalzava; e non sarebbe punto improbabile che, perduta la speranza di mandare a monte il processo, egli avesse pensato, con un accusatore di sua scelta, un nemico compiacente, di farlo finire in una bolla di sapone e magari in un trionfo. Non è men vero d'altra parte che Verre e Cecilio, uniti e concordi forse a' danni de' Siciliani, aveano finito col venire in contrasto al momento della spartizione delle spoglie[620]; la riconciliazione, che potè aver luogo tra loro, non si sa se fosse sincera e tale da mettere del tutto a tacere l'avidità delusa e le vecchie ire[621]. Varî mesi dopo, lo stesso Cicerone parlava dell'inimicizia di Q. Cecilio verso Verre, come di giusta inimicizia[622], e, forse, quest'asserzione di un tempo non sospetto, e in cui, di Cecilio, si poteva parlare senza secondi fini, potrebbe anche essere stata la vera. Due altri Cecilii, Quinto e Lucio, erano testimoni d'accusa contro Verre nella causa[623]. Ma niente di certo si può asserire; perchè, d'altra parte, a poca distanza, Cicerone parla dell'attitudine ostile, mostrata verso di lui da due de' questori di Verre[624]. Era tra questi anche Cecilio?

La Divinatio.

Fosse intanto egli un emissario di Verre, o ne fosse francamente nemico, Verre amava meglio che l'accusa rimanesse affidata a Q. Cecilio, anzi che ad un avversario poderoso, eloquente e politicamente importante, come era Cicerone. La questione venne in decisione probabilmente nel Gennaio del 70 av. C., come si può calcolare, tenendo conto de' cento dieci giorni assegnati a Cicerone per l'inquisizione e di tre mesi perduti per la interposizione del giudizio contro il governatore di Acaia, attraverso cui bisogna rimontare dalla data della causa[625]. Anzi, si può ritenere che ciò avvenne proprio ne' primi giorni del Gennaio, se si crede a Cicerone che i Siciliani erano venuti per accusarlo, mentre Verre non avea ancora lasciata la Sicilia e n'avea ancora in mano il governo[626]. A risolvere la controversia era chiamato lo stesso Glabrione, assistito da un consesso di giudici, che non era precisamente quello stesso che poi giudicò della causa, ma avea parecchi nomi comuni[627]. Di preciso sappiamo che v'era C. Marcello[628].

Questo primo incidente del giudizio era anche come un praeiudicium[629], non tanto per l'esame superficiale dell'ammissibilità dell'accusa, che poteva andar congiunta alla postulatio nomen deferendi, quanto perchè la scelta dell'uno o dell'altro accusatore poteva essere l'oroscopo della fine che avrebbe avuto il processo.

Ortensio si adoperava per escludere Cicerone, ma con un lavorìo occulto ed insidioso, ora facendo vedere quanto modesta per sè ed indifferente fosse la sua pretesa di avere uno piuttosto che un altro accusatore; ora cercando intimidire i giudici col dire che egli avea nel consesso chi gli avrebbe dato notizia del voto di ciascuno, giacchè il genere di votazione, molto sommario e senza preoccupazioni di segreto, offriva modo di sapere di ognuno il fatto suo[630]. Ma i Siciliani non volevano saperne di Q. Cecilio, di cui pare non avessero avuto nemmeno a lodarsi nel tempo della sua amministrazione, ed erano disposti a tutto, pur di non avere a far causa comune con lui[631]; e Cicerone anche più di loro. Egli, che avea fatto di tutto per acquistarsi la benevolenza de' Siciliani, che si gloriava di aver rintracciato per loro la tomba di Archimede[632], che, sul partire, avea pubblicamente dato saggio della sua eloquenza, promettendo loro dal fòro di Lilybaeum ogni suo appoggio[633]; si credeva il naturale patrono de' Siciliani, e non sapeva concepire che altri gli mettesse il piede innanzi. Tanto più non sapeva concepirlo, considerando l'importanza che per lui avea questa causa, mentre egli si presentava candidato alla carica di edile. Cicerone, da questo contrasto, trasse occasione di una prima avvisaglia oratoria, e venne fuori con quella sua orazione contro Q. Cecilio, chiamata divinatio, probabilmente perchè rifletteva un genere di giudizi, ove la sentenza dipendeva meno da prove e più da induzioni[634]. Fu una vera scaramuccia, ed una scaramuccia fortunata, combattuta con grande abilità. L'ironia, la minaccia, l'argomentazione stringente furono tutte adoperate per ottenere quanto a Cicerone importava raggiungere. Di questo, come di tutti gli altri suoi discorsi, egli mirava a farsi un piedestallo; ma questo suo scopo lo dissimulò con molto tatto. Il paragone con Cecilio, ch'era uno de' grandi argomenti per far decidere la contesa in suo favore, è affrontato e trattato con tanta disinvoltura, che Cicerone ne esce con la sua affermazione di grande oratore, di solo degno competitore di Ortensio, senza pure aver l'aria di pretensioso e vanitoso. Al tempo stesso, mette in rilievo con molta intenzione la speciale figura, ch'egli avea in quel processo; si schermisce dalle censure, che il compito di accusatore, compito oramai discreditato, poteva attirargli, e cerca di togliere assolutamente alla causa l'aspetto di un duello di carattere personale, o di una semplice tenzone oratoria, per ridarle il suo pieno significato politico e civile. Questo valore anzi disinteressato della sua accusa e il sentimento di solidarietà sociale che l'inspira, sono punti, su cui Cicerone torna ed insiste anche più volte in appresso, e la sua eloquenza e la sua persona si rilevano molto, sotto quella favorevole luce e lo mettono a parte, e al di sopra, degli altri oratori semplicemente forensi del suo tempo.

Di questo stesso prologo del giudizio profittò intanto Cicerone per dare come un prospetto di tutta la causa, mettere Verre nella luce più fosca, cercare di sgominare tutte le mene sue e de' suoi fautori e protettori e fare i primi attacchi, benchè in forma velata e condizionale, contro i tribunali senatorî.

Da questa prima prova Cicerone uscì trionfante. Non solo riuscì ad ottenere che a lui si affidasse l'accusa; ma evitò anche che gli si aggiungesse, come subscriptor, Cecilio, che avrebbe potuto essere una spia ed un traditore, e, con lui, scartò anche i due, che Cecilio si era aggregati come coaccusatori, L. Appuleio e Alieno, un uomo questo, che aveva forza più ne' polmoni che nel cervello, e, con loro, tutto l'altro infinito gregge di accusatori di occasione, i quali indifferentemente, a scopo di lucro o di vanità, tenevano ad unirsi nell'accusa con chi che sia[635].

La vittoria di Cicerone dipese essa, tutta, dalla sua eloquenza, o dalle premure di tutti que' legati di Sicilia, che, mentre parlava, gli facevan corona? o dalla considerazione da lui stesso messa innanzi che l'accusa sua fosse quella meglio atta a dispiacere a Verre e soddisfare a' Siciliani? o finalmente dalla persuasione che Cecilio fosse davvero un falso accusatore? Tutte le ragioni vi contribuirono un po'; ma, oltre alle considerazioni politiche e al merito di Cicerone, dovè concorrere molto a fare escludere Cecilio, secondo un'antica consuetudine[636], la stessa carica di questore, ch'egli occupò già presso Verre e che lo avea fatto, se non proprio partecipe, assenziente almeno in qualche modo agli atti di Verre[637].

L'inquisizione di Cicerone.

Cicerone si fece assegnare per la sua inquisizione un termine di centodieci giorni, un termine assai breve, a parer suo[638], ma che in ogni modo (poichè gli riuscì di sbrigarsi in più breve tempo) gli avrebbe permesso di fare le cose ad agio, se altro non fosse sopravvenuto a dargli fretta. L'accusatore del governatore di Acaia (Cicerone non ne dice il nome e, secondo il Ps. Asconio[639], si sarebbe trattato di un Rupilio che accusava un Oppio, o addirittura di Q. Metello Nepote che accusava Curione), mentre Cicerone avea chiesto un termine di centodieci giorni per la inquisizione contro Verre, ne chiese due di meno, cent'otto per la propria.

Secondo Cicerone quest'accusa e quest'accusatore sarebbero stati escogitati e suscitati nell'interesse stesso di Verre, perchè, a misura che il processo si presentava sempre più come inevitabile e pericoloso e se ne avvicinava il tempo, non restava altra speranza nè altro aiuto che il prender tempo, il differire, finchè fosse stato possibile, sino all'anno successivo in cui tutto faceva sperare, come avvenne, che il consolato sarebbe venuto nelle mani di L. Ortensio e Q. Metello; ed a M. Metello, nominato pretore, probabilmente avrebbe potuto toccare in sorte la direzione della sua causa[640]. L'unica, o la maggior preoccupazione di Verre, a quanto sembra, fu questa che il tempo potesse mancargli[641].

Questo anonimo accusatore acaico non giunse neppure a Brindisi, non si mosse da Roma. Bene invece partì Cicerone. Egli stesso ci dice[642] che era in Sicilia nel cuore dell'inverno, e da altri luoghi[643] si desume che vi arrivò, poco meno d'un mese dopo di L. Metello. Se si deve credere a Cicerone, ogni maniera d'insidia, per mare e per terra, gli fu tesa; ma egli, or con la propria diligenza, or col benevolo aiuto degli amici, ne uscì sempre sano e salvo, e con lui il cugino che l'accompagnava[644].

Arrivò così in Sicilia, e si mise subito all'opera. Suo proposito era quello di appurare tutto, tutto vedere, tutto toccare e sapere per propria scienza. Un conveniente concetto delle condizioni della regione glielo dava già, a suo dire, la vista dello stato stesso della campagna squallida e derelitta[645]: le valli e i colli d'Agrigentum, il fecondissimo e famoso territorio di Leontini[646], ora mesti e desolati; e, nelle città stesse, le statue di Verre demolite e spezzate, mentre i piedestalli e le epigrafi rimanevano là a testimoniare l'onta patita[647]. Ma tutto ciò non gli bastava. Egli dice che andava a cercare gli agricoltori nelle loro stesse capanne per udirne le doglianze; li cercava sul luogo stesso del lavoro, ne' campi, e li ascoltava, mentre, interrotta la faticosa opera dell'aratro, con la mano sulla stiva, gli narravano tutte le offese ed i danni[648].

Certo gli si paravano difficoltà gravissime e, qualche volta, quasi insormontabili. L. Metello, che il messaggio di Letilio, giunto due giorni prima di Cicerone, avea del tutto mutato, non vedea più in Verre che l'affine, l'amico e, forse più di tutto, il grande elettore de' suoi fratelli: forse lo stringevano a lui anche argomenti del genere di quelle tabellae tributariae[649], a cui una volta Cicerone allude, benchè altre volte si affretti a dissipare ogni siffatto sospetto[650].

Così, sino a quel punto, ne avea contraddetti gli atti, imponendo a' Mamertini, che dall'altro n'erano stati esonerati, la contribuzione del frumento[651]; ne avea rescissi i giudicati[652]; avea messo da parte il suo censo, servendosi di quello di Sesto Peduceo, intanto che se ne facesse un altro[653]; parea insomma più intento a disfare l'opera del predecessore che a menare innanzi la propria, e, in trenta giorni, l'avea già disfatta in gran parte[654]. Ora invece imponeva a' Centoripini di rialzare le statue demolite di Verre[655]; impediva a C. Gallo Senatore di procedere contro Apronio per le sue concussioni, acciò Verre non ne fosse compromesso[656].

E, quasi che tutto ciò non bastasse, cercava costringere le città Siciliane ad assumere la parte di laudatores nel processo di Verre[657], e minacciava, e tratteneva anche quelli che andavano a deporre contro Verre[658], e cercava insomma di porre ostacoli di ogni sorta all'inquisizione di Cicerone. E, fatti tanto più forti del suo esempio, gli tenevan bordone i questori[659]; tutta la sua coorte, divenuta a dire di Cicerone, roba d'Apronio[660]; gli amici che Verre avea lasciati in Sicilia in numero non indifferente[661]. A Messana, nonostante il suo grado di senatore, Cicerone ricevette un'accoglienza, più che fredda, ostile; e, ciò che in nessun altra città mai accadde, non fu pubblicamente ospitato[662].

Ma a tutte queste animosità, a questi piccoli e grandi intrighi, Cicerone resisteva, forte dell'autorità della legge e della particolare funzione, che andava colà ufficialmente a disimpegnare, sotto gli auspicî di Glabrione[663], sorretto anche da' consoli in carica, e specialmente da Pompeo, tra i cui clienti ed aderenti, numerosissimi in Sicilia, reclutò testimoni, denunzianti, fautori. Lo sorreggeva anche tutto il sentimento pubblico e l'aura popolare, che faceva vedere in lui come un vindice ed un liberatore; e a lui si facevano via, per trovare uno sfogo ed un'espressione, tutte le ire, tutti i dolori, tutte le speranze. Quell'accusa era anche un conforto alla loro irrequietezza di soggetti, e, nella rivolta contro Verre, vi era in germe la rivolta contro ogni mala signoria, anzi contro ogni dominio. Ad Henna gli vennero incontro i sacerdoti, vestiti de' loro paramenti sacri, e tutto il popolo che, sotto il peso della superstizione, parea oppresso dal furto della statua di Cerere e prorompea in pianti e lamenti alle parole di Cicerone[664]. Altrove gli andavano incontro, se Metello non riusciva ad impedirlo, le madri e le sorelle degli uccisi. Ad Heraclea, la madre di uno de' navarchi, fatti uccidere da Verre, andò incontro a Cicerone, di notte, al chiaror delle faci, scortata dalle matrone della città, e, poichè l'ebbe visto, gli si gittò a' piedi supplicando e piangendo, quasi egli avesse potere di richiamare in vita il figliuol suo[665].

L'inquisizione ottenne così tutto il suo effetto. Rese la causa in Sicilia anche più popolare di quel che avesse potuto essere da prima; rialzò gli animi de' Siciliani e li rese più tenaci e più coraggiosi nell'accusare, e fece sì che Cicerone potesse tornare in Italia, con testimonianze e prove e documenti di ogni sorta.

Egli frugò negli atti pubblici di tutte le città, attraverso le quali passò, per trarne materia di accusa contro Verre[666]; perquisì la casa di Apronio, per trovare i suoi libri di conti, ma non ne trovò, o che davvero non ne avesse, come asseriva, o, come è anche probabile, che li avesse fatti sparire a tempo[667]; vi trovò bensì la lettera di Timarchide, a cui già si è accennato, e ch'era tanto adatta a mettere in luce il dietroscena del processo[668]. Ad Halaesa, dove un membro del senato cittadino, Enea, avea avuto incarico di rendere grazie a Cicerone, in nome della città, e coadiuvarlo nell'inquisizione, potè guardare gli atti pubblici ed i conti ed averne la prova che, realmente, a Valenzio e Timarchide non si era dato frumento ma denaro[669]. Ad Entella, intervenne nel senato per prendere conoscenza di tutti i torti fatti da Verre alla città[670]. A Leontini, fu più difficile il compito di Cicerone, perchè quel territorio era tutto un latifondo della famiglia di un tale Mnasistrato, e gli altri tutti non potevano avere quindi interesse a denunziare i torti a lui fatti, o ne aveano uno contrario[671]. Egli dunque, qui, si aiutò con quanto gli potè dire Mnasistrato, prendendo dati e tirandone deduzioni[672]. A Syracusae, vi andò sopratutto per guardare i conti de' pubblicani e le somme che Carpinazio, loro preposto, dava a credito per conto di Verre, dopo che ne divenne l'amico, l'uomo di fiducia e il banchiere.

Carpinazio, che avea già cercato di rendersi utile a Verre, facendo scomparire le denunzie fatte da L. Canuleio delle sue abusive esportazioni, cercò di sperdere anche queste altre tracce, facendo di Verre un C. Verrucio; ma la cancellatura, sempre ripetuta e mal dissimulata, la coincidenza delle somme a lui accreditate e di alcune prevaricazioni di Verre, rivelavano facilmente, dice Cicerone, la magagna, che si rese più aperta, quando, in pubblica piazza, non vi fu nessuno che potesse attestare l'esistenza di questo Verrucio.

Così Cicerone ne prese copia, anche con l'autorità de' testimoni presenti (giacchè que' registri de' pubblicani non potevano asportarsi); e fu assai pago della scoperta, che gli dovea poi appresso permettere anche di ricamarvi su delle facezie[673]. Altro non si riprometteva da una città come Syracusae, che non aveva nemmeno veduta rappresentata nelle legazioni venute per accusare Verre[674]; che dovea essere affezionata a Verre per l'ottenuta eredità di Eraclio e per i cuori conquistati delle sue donne e le benemerenze acquistate presso i loro mariti[675], e che, finalmente, avea ancora, nella curia, la statua dorata di Verre[676]. Vi si tratteneva dunque Cicerone, più che altro, per ripigliare un po' fiato nella sua inquisizione ed attingere quegli elementi, che gli potevano essere forniti da cittadini romani. Ma, sembra che con la partenza di Verre, avesse perduto il sopravvento chi ne teneva le parti, e la preeminenza l'aveano omai i suoi avversarî; o, quali che fossero, almeno gli si erano ora voltati contro. Eraclio, che avea la suprema magistratura, invitò Cicerone e suo cugino ad intervenire in Senato, dove seguì uno scambio di dichiarazioni e spiegazioni, per cui si rigettava tutta sugli amici di Verre l'odiosità della statua eretta a Verre nella curia ed ancora in piedi, la dilapidazione dell'eredità di Eraclio e la dissidenza dagli altri Siciliani, andati a Roma, per proporre l'accusa contro Verre. L'ansia di allontanare ogni sospetto di favore verso Verre, di provare la nuova cordialità verso Cicerone, andò tant'oltre che Cicerone e il cugino suo furono dichiarati ospiti pubblici; a Cicerone fu data comunicazione degli atti pubblici, che provavano le ruberie di Verre, e fu messa a partito e votata, a pieni voti, la proposta di rivocare la laudatio, concessa già a Verre a malincuore, sotto la pressione di L. Metello.

Ma, quando Cicerone andò per avere copia di questa deliberazione, P. Cesezio, già questore di Verre, benchè non ne avesse facoltà, cercò impedirlo; e Metello, a cui Cicerone ricorse, in quel giorno cercò di evitarlo, e, nel dì appresso, non solo non volle aderire alla sua richiesta, ma gli fece rimprovero dell'aver parlato greco ed in un senato greco. Cicerone non ebbe altro rimedio che prenderle per forza, non senza aver dovuto impegnarsi in una rissa con Theomnasto, un mattacchione, zimbello de' Siracusani, da essi chiamato Theoracto, forse quello stesso che Verre a suo tempo avea fatto gran sacerdote.

Ma l'ebbe; l'ebbe, malgrado la rinnovata opposizione di Metello; e Theomnasto, vedendolo più forte, com'era natura dell'uomo, non pensò che a rabbonirlo, e finì, come soprassello, per dargli un libretto, dov'erano scritti tutti i furti da Verre compiuti a Syracusae[677].

Il ritorno di Cicerone.

L'inquisizione di Cicerone in Sicilia, omai poteva dirsi compiuta. Essa era durata cinquanta giorni: egli si vantava di averla compiuta in un termine più breve di quello assegnato, ed in un modo da avere raccolto quanto si poteva, e di non essere stato a carico di alcuno, nè ad alcuno d'impaccio, fermandosi sempre, quantunque senatore, soltanto da' suoi ospiti privati[678]. Pure il suo ritorno, che, anch'esso, come l'andata, a sentir Cicerone, si sarebbe compiuto tra le insidie di Verre e tra pericoli di pirati e masnadieri, dovette essere assai frettoloso, e da Vibo a Velia il tragitto fu compiuto sopra una piccola barca[679]. È inutile qui discutere se fosse stato lecito a Cicerone d'abbreviare il termine ottenuto di centodieci giorni ed iniziare prima la causa, anche per eludere lo strattagemma del processo suscitato contro il governatore di Acaia. Che che si voglia ritenere, in astratto, di questa facoltà[680], Cicerone non avrebbe potuto farne uso; perchè, se il finto accusatore acaico non s'era mosso di Roma, non gli avrebbe mai permesso, non piacendo a Verre, di trattare il suo processo prima di lui. Inoltre Cicerone dà come ragione del suo ritorno, più che affrettato, precipitoso, non il desiderio di affrettare la trattazione della causa, ma il bisogno di trovarsi a Roma allo spirare del termine a lui concesso, per evitare che, nell'assenza dell'accusatore, Verre si facesse prosciogliere dall'accusa. Se è così, si può allora ritenere che Cicerone avesse consumato ancora in Roma, prima di partire, una parte del tempo a lui dato per l'inquisizione; ovvero che, finita l'inquisizione, rimanesse ancora un po' di tempo in Sicilia. Infatti egli dava convegno a molti de' testimoni, perchè tornassero con lui; e ciò potè essere causa dell'indugio; anche perchè la partenza di alcuni era impedita o distornata da Metello[681]. Potea poi anche darsi che attendesse il tempo favorevole pel ritorno. Ammettendo l'una cosa e l'altra, e che tra il termine fissato e la reale trattazione della causa passassero altri tre mesi[682]; Cicerone dovè tornare a Roma sulla fine dell'Aprile. Che se tornò prima, vuol dire che Cicerone dovè trovare opportuno, specialmente in un'orazione non pronunziata, d'introdurre anche quest'altro particolare, per rendere sempre più interessante e drammatico il suo contegno in questo processo.

La candidatura di Cicerone e i preliminari della causa.

Altre cose, del resto, oltre al processo, chiamavano a Roma Cicerone, e gli consigliavano d'affrettare il ritorno. Egli era candidato, ed occorreva ch'egli stesse bene sull'avviso, per non farsi dare dagli avversari il gambetto. Intanto che il processo del governatore di Acaia, montato nell'interesse di Verre, si faceva, (e pare che si trascinasse in lungo per tre mesi), Cicerone non perdeva di vista la sua causa, ed, anche a Roma, radunava altri documenti ed altre prove. Sequestrò così i codices accepti et expensi di Verre e del padre di lui; ma trovò ch'egli li avea fatti sino al consolato di M. Terenzio e C. Cassio, cioè sino all'anno 73[683], epoca della partenza di Verre per la Sicilia; così che non gli servirono che per trarre un argomento dalla loro mancanza[684]. Sequestrò pure presso L. Vibio, già amministratore della società de' pubblicani di Sicilia, la copia privata di due lettere, in cui L. Canuleio, loro agente a Syracusae, denunziava le abusive esportazioni di Verre; lettere che Carpinazio, poichè divenne amico di Verre, avea fatto sparire, insieme alle sue stesse, dagli atti della società[685]. Rinvenne presso L. Tullio le copie delle lettere che P. Vezio avea mandate a Carpinazio, e che Cicerone avea già ritrovate in Sicilia presso costui[686]. Ma tanta parte del tempo di Cicerone, dopo questo suo ritorno, dovette essere assorbito dal lavoro elettorale. La lotta era fierissima. Vi erano impegnati personalmente i Metelli, i consoli per decreto del fato, con due della loro famiglia, che chiedevano il consolato e la pretura; e candidato al consolato era anche l'avvocato stesso di Verre, Q. Ortensio.

Innanzi tutto, occorreva formare il corpo giudicante, il collegio de' giudici. Era soltanto un preliminare della causa, ma un preliminare, che doveva essere il miglior pronostico dell'esito del giudizio, ed, in realtà, dovea decidere di esso. Verre ponea in questo le maggiori, o tutte le sue speranze; e le somme, che avea spese sin dal suo ritorno, quelle che ancora era pronto a spendere, lo facevano tener sicuro del fatto suo[687]. A Cicerone d'altra parte tardava anche di venire alla costituzione della giuria, per assicurare un severo giudizio, e al tempo stesso per dare la prima smentita alle ciarle messe in giro sulla sua collusione con Verre[688].

E riuscì, pure bene nell'una cosa e nell'altra[689]. Un Q. Curzio, consorte di Verre, che, falsamente, è stato da qualcuno ritenuto presidente di questa causa di Verre, ma che in realtà, come è stato ampiamente dimostrato[690], non poteva avere in questa causa un ufficio, che consta essere stato gerito da Glabrione; venne in aiuto di Verre, cercando di perturbare il regolare e sincero sorteggio de' giudici. Sembra, benchè ciò sia un'ipotesi e null'altro, che tutto l'albo de' giudici fosse diviso in tante decurie, quante erano le quaestiones[691]. Ora Q. Curzio, delegato a presiedere una delle quaestiones, cercò comprendere nella decuria, assegnata alla sua quaestio, molti di quelli, che doveano invece prendere parte alla quaestio, innanzi a cui era rinviato Verre e che potevano essere giudici non grati a costui. Ma Cicerone pubblicamente sventò il suo inganno, e gli tenne testa, mentre alle rampogne sue si univano quelle di tutto il popolo[692]. Così il sorteggio seguì la sua via regolare e ne venne fuori un corpo giudicante, che Cicerone, con una amplificazione, molto naturale nell'oratore che parlava o fingeva parlare a giudici presenti, dice superiori per dignità e splendore a tutti quelli che si erano visti sin qui[693]. Tanto era un'amplificazione la sua, che, qualche tempo dopo, ed altrove, non si peritò di parlare di parecchi di loro in maniera affatto diversa[694].

I giudici della causa.

A noi non sono noti tutti i giudici, ed anzi non è nemmeno noto il loro numero. Ma sappiamo che v'erano tra loro M. Cesonio, anch'esso, insieme a Cicerone, creato edile per l'anno successivo[695] e noto già pel processo di calunnia[696] contro Cluenzio[697]; Q. Manlio; Q. Cornificio, homo sobrius et sanctus e di famiglia che avea dato consoli allo Stato[698]; M. Crepereio, C. Cassio, Cn. Tremellio, P. Sulpicio, M. Metello, P. Servilio, Q. Lutazio Catulo, Q. Titinio[699], C. Marcello[700]. Verre, che, per la sua qualità di senatore, non avea ristretto a tre soltanto il numero de' giudici da ricusare[701], ricusò sei giudici: P. Cervio, che era stato suo legato in Sicilia e con cui probabilmente era venuto in disaccordo[702]; Sesto Peduceo, che l'avea preceduto nel governo della Sicilia, e che non poteva avere verso lui i migliori sentimenti, sopratutto per l'impedimento posto ad una manifestazione del Senato di Syracusae in suo onore[703]; Q. Considio, uomo di animo forte[704], giudice probo, amico di Cicerone probabilmente, se tale possono farlo credere le lodi con cui sempre lo menziona[705]; C. Cassio, uomo consolare, giudice severo, della cui moglie avea offeso gl'interessi nel Leontino[706]; Q. Junio, avverso a Verre per la tradizione popolare della sua gente, e ancor più, se come è probabile, congiunto al iudex quaestionis, condannato in seguito al giudizio di Oppianico ed al pupillo Junio, vessato per l'appalto del tempio di Castore[707]; P. Galba, appresso competitore di Cicerone nel consolato[708]. Sesto Peduceo, Q. Considio, Q. Junio li ricusò, nonostante che Hortensio ne lo dissuadesse[709]. Nel collegio giudicante, così come riuscì composto, v'erano familiari di Verre, amici del padre; almeno egli ne menava vanto[710]; e, stando infatti anche a quelli soli qui nominati, era notevole per lui il nome di M. Metello. Tuttavia, per quello che Cicerone ne dice, il complesso de' giudici sarebbe riuscito affatto contrario a' suoi desiderî: egli anzi ne sarebbe stato sgominato e disanimato al punto di credere senz'altro perduta la sua causa; e gli altri credevano altrettanto con lui[711]. In verità, parecchi di questi nomi non erano fatti per alimentare le sue buone speranze. Cesonio, candidato all'edilità, in quell'anno, con Cicerone e trionfato indi con lui, era probabilmente del suo stesso partito; e in ogni modo il processo di corruzione, a lui intentato per la causa di Oppianico, cui avea preso parte, se anche era finito con la sua completa assoluzione, non gli avea potuto lasciare l'animo ben disposto verso Verre, che avea avuto in quel processo la parte che sappiamo[712]. Q. Manlio e Q. Cornificio, oltre a tutti i caratteri personali, che potevano renderli contrarî a Verre, o refrattarî alle sue corruzioni e che Cornificio specialmente sembrava avere[713], erano stati eletti tribuni della plebe per l'anno seguente[714] e, per coerenza alla loro carica stessa, doveano essere avversi al dispregiatore della plebe, al puntello della fazione sillana. Di P. Sulpicio, di cui come si è visto, è stata confusa la persona, non si sa molto. Anzi, mentre il Pseudo Asconio[715] lo dà come tribuno della plebe, v'è chi[716] mette in dubbio tale dato, per il cominciare che faceva l'anno tribunizio il 10 Decembre, e non il 5. L'esclusione di questa carica è anche meglio dimostrata, benchè non incontrastabilmente, dalla sua qualità di patrizio e dalla considerazione, che Cicerone l'avrebbe menzionato insieme a' due altri tribuni, Manlio e Cornificio. Al tempo stesso non poteva essere edile, perchè tali erano Cicerone e Cesonio. Non resta dunque a ritenere se non che egli fosse questore, e come tale entrava in ufficio alle none di Decembre[717]. L'esempio recente tra i Sulpici di un altro P. Sulpicio (Rufo), che avea aderito alla parte mariana, poteva non farlo prevedere favorevole a Verre; e, in ogni modo, per tale non dovea darlo la sua qualità di iudex iustus et integer[718]. C. Cassio, oltre all'appartenere alla famiglia di quel L. Cassio, la cui severità era passata in proverbio[719], dovea risentire le ire del console C. Cassio, offeso e danneggiato da Verre in Sicilia. M. Crepereio apparteneva ad una famiglia equestre, e ciò dovea bastare a renderlo avverso a Verre; per giunta poi, nella sua famiglia, era ereditaria l'acrimonia e la severità[720]. Cn. Tremellio, se è quello stesso che ci appare poi legato in amicizia con Cicerone[721], non poteva nemmeno essergli benevolo; e, studioso di cose agricole[722], dovea vie maggiormente sentirsi spinto a prendere le parti degli agricoltori siciliani. P. Servilio era nipote di Q. Metello il Macedonico[723]; ma l'alta posizione, ch'egli avea, poteva far concepire a Cicerone la speranza di un retto giudizio. Del resto, un altro P. Servilio, preposto della società de' pubblicani, e che non sappiamo in che rapporti fosse con questo, avea avuto a dolersi degli abusi di Verre[724]. Q. Lutazio Catulo apparteneva, è vero, alla fazione sillana, anche per tradizione paterna, ed era divenuto, o dovea divenire, il cognato di Ortensio; ma, oltre all'essere di riconosciuta probità[725], avea la ferma persuasione che l'essere severi ne' giudizî era ancora una delle poche cose, che potessero fare argine al rifluire della parte popolare[726]. Q. Titinio, di una famiglia plebea, che avea dato alla repubblica tribuni, i quali si erano opposti in altro tempo (193 av. C.) al trionfo di Q. Metello, e cavalieri, che avevano lottato per le prerogative dell'ordine[727], dovea ora vedere in Verre non solo l'aderente di Silla e de' Metelli, ma anche il pretore, da cui il suo fratellastro C. Junio era stato, o pretendeva di essere stato danneggiato[728]. C. Marcello, discendente dell'espugnatore di Syracusae, era anche stato pro-pretore in Sicilia (79 av. C.)[729] e, mentre da un lato era legato da un vincolo di patronato ereditario a' Siciliani[730], dall'altro era imparentato con la famiglia Junia[731].

Di tutti questi, che conosciamo, se non il solo favorevole, certamente il più favorevole era M. Metello, per i rapporti di famiglia, per l'aiuto da lui avuto nelle elezioni, per tradizione politica.

Cicerone ne dovè ricusare degli altri ben più compromessi, se si adattò a ritenere M. Metello; tra gli altri dovette ricusare quel M. Lucrezio, che rimproverava quasi a Verre di aver voluto ritenere e che non sappiamo in quali rapporti fosse con Verre[732].

Tuttavia, o che guardasse agli altri giudici -- ve ne doveano ben essere molti altri; nel processo di A. Cluenzio erano trentadue[733] -- o che, chiuso in quelle distrette, prendesse a fare quell'alchimia, che gli accusati sogliono fare, almanaccando su tutti i possibili rapporti con i giudici[734]; cominciò forse a riaversi un cotal poco da quell'abbattimento, che Cicerone gli appone. Che quando, con l'intervallo di pochi giorni, l'elezioni ebbero luogo e dettero la vittoria alla sua parte, ogni abbattimento era dileguato, ed egli credeva vedere in esse l'auspicio e l'augurio della vittoria.

Le elezioni.

Le elezioni ebbero luogo, probabilmente, tra la fine del Luglio ed i primi di Agosto, epoca solita, poichè l'entrata in carica avea luogo nel Gennaio[735]; prima i comizî consulari, e ne uscirono trionfanti Q. Metello e Q. Ortensio; poi i pretori, e ne uscì eletto M. Metello.

Parve il trionfo di Verre. Alla notizia della riuscita di Q. Ortensio, L. Curione, che s'imbattè in Verre presso l'Arco Fabiano, lo fermò e l'abbracciò, auspicando d'allora la sua assoluzione; e la sua opinione era l'opinione di tutti[736]. Quando poi si seppe che a M. Metello toccava presiedere per l'anno appresso i giudizî de repetundis, Verre mandò un messaggio in sua casa, perchè la moglie sapesse subito la fausta notizia[737]. Pure il trionfo non era completo, nè certo l'auspicio, se le elezioni non si chiudevano con la disfatta di Cicerone; e a ciò tendevano ora gli sforzi. Prima e soprattutto si ricorse al danaro. Dieci scrigni di danaro siciliano furono lasciati presso un senatore, perchè servissero contro Cicerone. Mestatori elettorali furono chiamati a congresso e, con i ricordi delle passate largizioni, con l'eloquenza del danaro e con le promesse di somme maggiori, furono incitati e confortati nell'opera loro contro Cicerone. Pure il còmpito parve ad alcuni difficile e fin disperato; solo Q. Verre, della tribù Romilia, consanguineo di Verre, si riprometteva la riuscita della cosa, quando fossero depositati cinquecentomila sesterzi. Cicerone sapeva tutto per mezzo de' suoi clienti, di uomini di sua fiducia; ma, messo com'era tra l'elezioni ed il giudizio, che si seguivano a poca distanza di tempo, non poteva far tutto quello che voleva. Non poteva attendere esclusivamente all'una cosa ed all'altra. Le convenienze delle elezioni gli vietavano di dare addosso alle corruzioni, che minacciavano il giudizio; e, d'altra parte, i corruttori delle elezioni, sapendolo già tutto avvolto in quella bèga, si tenevano sicuri del fatto loro[738]. Intanto, quasi che tutto ciò non bastasse, si era messa in giro la voce che anche Cicerone fosse stato corrotto e comprato[739]; calunnia fatta per compromettere a un tempo l'elezioni e la causa, ma già sfatata dalla maniera onde era avvenuta la costituzione del corpo giudicante.

Alla vigilia del giudizio.

Ma, a dispetto di tutto, malgrado tutto il da fare che si dettero e Verre e il figliuol suo, Cicerone riuscì eletto; e, avendo omai le mani libere, potè attendere tutto al giudizio, che era imminente e richiedeva ogni sua cura.

Verre avea bene tratto profitto della lunga mora, che avea saputo procacciarsi. Sin da prima che Cicerone partisse, aveva mandato per avere attestati laudatorî (laudationes) di città siciliane, e ne avea avute due, una di Messana, l'altra di Syracusae, rilasciato, secondo fu detto di Cicerone, quasi a denti stretti, e senza molto entusiasmo. Poca roba; ma, in ogni modo, si trattava di due delle città più importanti, una la più amica a' Romani, e l'altra nella quale egli avea vissuto per tre anni.

Avea poi, a dire di Cicerone, cercato aiutarsi in ogni altra maniera col corrompere, con l'insidiare, col placare. Avea promesso di restituire alcune delle cose, che avea estorte e rubate[740] salvo, come fece, a non mantenere la promessa, quando, messo in piazza l'intrigo, gli nuoceva più che non gli giovasse. Sopratutto poi avea sparso danaro a dritta e a manca. Cicerone lo accagionava anche, ma chi sa con quanto fondamento, d'aver fatto aggredire ed uccidere M. Lollio, figlio di quel Q. Lollio, che era stato vessato ed ingiuriato a suo tempo da Apronio, e il cui figlio superstite veniva ora a portare la vendetta in giudizio[741]. Nell'imminenza stessa del dibattimento Q. Ortensio, già designato console, fece chiamare i Siciliani, perchè desistessero dall'accusa; ma essi presentirono la ragione della chiamata e non vi andarono[742]. Rinnovò la prova l'altro console, e fu più fortunato, soprattutto, perchè fratello di Lucio, il governatore di Sicilia. Questa volta i Siciliani andarono da lui, ed egli fece di tutto per dissuaderli, per disilluderli sulle conseguenze dell'accusa; ma non approdò a nulla[743]. Essendo essi in gran parte legati della città, forse non avrebbero potuto desistere, anche volendo.

Così si venne finalmente alla causa.

La causa.

L'interesse politico, l'importanza dell'accusato, la fama degli oratori, la passionata attenzione di tutto un popolo, fanno rievocare da alcuni, per trovare alcun che di simile, Warren Hastings, quando comparve innanzi alla Camera alta per essere giudicato. E, certo, sotto vari aspetti, il richiamo non è fortuito e il paragone è calzante. Per noi, cui è toccato assistere a processi come quelli del Panama e della Banca romana, vengono spontanei alla mente anche questi, che, meno conformi a quello di Verre nel loro aspetto esteriore, gli si accostano tanto in quel che hanno di più intimo, e son così adatti a far comprendere l'ambiente viziato, in cui quello si svolgeva, il turpe dietroscena e la sua importanza, come indizio di un irrimediabile decadimento e decomposizione di certe forme economiche e politiche, di cui fatti come questi sono la diretta conseguenza. L'attenzione non di Roma soltanto, ma di tutto il mondo romano, si può dire, dovea essere rivolta a ciò che avveniva in que' giorni nel Fòro di Roma. Non era veramente nè la prima volta, nè la seconda che un personaggio, anche più importante di Verre, si vedea tratto a rispondere di un'accusa così grave. Ma ora non si trattava come già altre volte di un interesse esclusivamente locale, o di una contesa meramente personale. L'accusato avea già spesa l'opera sua in Italia, in Sicilia, in Oriente, lasciando dovunque tracce del suo passaggio ed ire e rancori: inoltre, il suo giudizio era uno degli ultimi episodi della lotta contro la parte sillana, mescolato alla lotta elettorale, alla legge iudiciaria, che, in Roma, pareva fatta per modificare seriamente le condizioni de' partiti, e, ne' soggetti, poteva destare l'illusione di una norma adatta ad infrenare alcuni abusi de' magistrati.

Come già da prima era lecito prevedere[744], una folla enorme si pigiava nel Fòro[745], in vista del tempio di Castore, intorno a' banchi destinati a' giudici, alle parti, a' difensori, a' testimoni, aspettando che il dibattimento s'iniziasse; e l'arrivo de' più importanti di loro dovea eccitare nella folla un vario movimento.

Verre vi comparve, ma, pare, non, come gli accusati solevano, in attitudine dimessa e supplichevole, per guadagnarsi la simpatia o almeno la pietà de' giudici e del pubblico; ma in atteggiamento che dovea essere quasi di provocazione, di sfida, se erano vere le dicerie ch'egli spargeva e faceva spargere sull'esito del giudizio. Una sola volta egli diceva di aver trepidato per la sua sorte, quando, tornato appena dalla provincia e fatto segno alle accuse, avea temuto di non avere il tempo necessario ad ordire tutti gli intrighi[746]. Ora, tempo ne aveva avuto tanto, e non inutilmente; ed altro ancora sperava di prenderne, se gli servisse. Egli si ringalluzziva vedendo que' nobili suoi fautori, in cui confidava più che in ogni altra cosa[747]. Non mancava neppure la presenza di qualcuno de' suoi bracchi: Claudio, da' capelli neri e ricciuti, con contegno di saccente, stava a prendere note e dava suggerimenti[748]; Apronio, non di rado atteggiava il volto al riso[749].

Manio Acilio Glabrione, il pretore, intanto, assumeva la presidenza e dava regolarmente principio al giudizio.

Era il dì cinque d'Agosto, ed avea principio l'aspettato duello tra Ortensio e Cicerone.

Ortensio e Cicerone.

Difensore di Verre era anche L. Cornelio Sisenna[750], che avea governata la Sicilia sette anni innanzi nel 77[751]. P. Scipione, al pari di altri nobili, più che difenderla direttamente, era di quelli, che prestavano un'assistenza morale, e che riescivano proficui, secondo un'usanza invalsa, alla causa, sedendo vicino a' veri difensori, patroni della causa.[752] Ma tutto il nerbo della difesa era riposto in Q. Ortensio, ed a lui si dirigeva Cicerone, a lui guardava, contro lui combatteva. Oltre ad esser la causa di Verre, specialmente per parte di Cicerone, questa era la causa loro, degli avvocati; un contrasto determinato dalla loro posizione sociale, e politica, da' loro caratteri personali, dalle condizioni dell'eloquenza giudiziaria in quel tempo.

Ortensio apparteneva ad una famiglia, che, già da tempo remoto, si era resa nota nella repubblica, e le cariche, che gli antenati aveano coperto, e la considerazione che aveano saputo guadagnarsi, aveano dato il battesimo e il prestigio della nobiltà alla schiatta plebea[753]. Egli non avea dunque da farsi da sè un posto al sole, e la sua natura fiacca ed imbelle non lo portava a fare della sua stessa posizione un posto più elevato di combattimento. Alieno da' pericoli e dalla gloria militare, anche se ciò gli portasse il rimprovero d'ignavia[754], cercava con sapiente studio i diletti della vita, e si dimenticava tutto nella cura della sua piscina e delle sue ville[755]; e della voluttà godeva, coltivandola e cantandola.

Il suo volto, privo di espressione, non a torto ha richiamato alla mente di qualcuno quella di Claudio imperatore[756]; ed egli, uomo privo di una vera energia, si era rifugiato nel culto della parola, da cui aspettava tutto e che lo portò infatti a' primi onori. Egli naturalmente faceva causa comune con la nobiltà prevalente e teneva alla continuazione del privilegio, ma senza poter pretendere alla direzione politica della sua parte, ed, anche quando si trovava alla testa di essa, guidato assai più che non guidasse, cercato e corteggiato per la sua facondia e per le stesse qualità negative, che in alcuni momenti della politica consigliavano di metterlo innanzi.

La sua stessa eloquenza si manifestò assai più nell'arringo forense che in quello politico; ed i maggiori servigi alla sua parte li rese appunto nei giudizi, e non sempre, nè solo con l'eloquenza. Uomo del suo tempo, egli avea cercato d'informare al genere greco-asiatico, specialmente a quello venuto in moda a' suoi giorni, l'eloquenza giudiziaria latina; e, tutto quanto di pregio potesse esservi in esso, la parsimonia e la venustà dello stile, il dire caldo e faceto[757], egli li possedeva pienamente. Poi tutto quanto potea giovare a dar nell'occhio e piacere, il gesto accurato, l'eleganza dell'abito e del movimento, la dolcezza della voce, la cura perfino dell'acconciatura; egli lo cercava sino al punto da farsi appiccicare il nomignolo di Dionysia, la ballerina più in voga[758]. Egli voleva essere insomma, e vi riesciva completamente, un virtuoso della tribuna giudiziaria; e la sua eloquenza, che pure gli dava la fama indiscussa di primo oratore, piaceva più al volgo che a' meglio atti a giudicarne; e le sue orazioni, messe in iscritto, perdevano molto di pregio. Queste sue attitudini ora egli le pose interamente al servigio della sua parte, specialmente della consorteria dominante; e tutti i magistrati prevaricatori e concussionari ebbero in lui il più strenuo de' difensori. Tanto più strenuo, perchè, dove non arrivava la parola, giungevano le sue malizie e i mezzucci d'avvocato consumato nell'arte. Era rimasta, così, famosa, tra le sue malizie quella adoperata, allorchè fu difensore di M. Terenzio Varrone, suo cugino; e, per esercitare un controllo su' giudici corrotti, fece sì che le tabelle di cera, distribuite per la votazione, fossero tutte di colore diverso[759]. Egli era divenuto così l'ègida di tutti i governatori concussionarî, che, in cambio, lo sostenevano ne' comizî elettorali, gli permettevano, da edile, di dare i giuochi più suntuosi, gli ornavano le ville e gli davano il vanto di avere le cantine meglio fornite[760]. M. Canuleio, i due Cn. Dolabella, Terenzio Varrone erano stati difesi tutti da lui, ed assai più si accingeva a difenderne[761] in appresso. Egli era il «re dei giudizî, il lume della curia, l'ornamento del fòro».

E contro questo signore assoluto della curia, Cicerone sentiva, prima di tutto, il bisogno d'insorgere.

Anche a lui non sorrideva la vita delle armi, e, per uscire, lui uomo novo ed ignoto, dall'oscurità, avea veduto, per riflessione e per esperienza, che altra via non v'era, se non quella di conquistarsi cariche e fama nel fòro, sotto gli occhi stessi de' suoi concittadini[762]. Tra lui e il suo scopo, Ortensio era forse l'ostacolo maggiore; e non gli perdonò mai, anche quando, per le vicende della politica, cessò di essere suo avversario per restare semplicemente suo emulo. Anche sotto il colore della benevolenza e dell'amicizia, l'insinuazione si fa via per ferirlo, da vivo e da morto[763]. Non apprezzato, come volea esserlo, da' nobili, al principio della sua carriera, Cicerone, che faceva una politica eminentemente personale, fu con la parte popolare più temperata, per forza stessa della cosa e per far meglio sentire la sua forza e la sua importanza alla parte aristocratica, altezzosa e chiusa in sè stessa[764]; che egli, secondo ogni apparenza, si proponeva di trarre ad accordi coll'ordine equestre specialmente, per passare poi come lo schermo dell'una e dell'altro ed il puntello della repubblica. Ora, sin che questa parte politica avesse avuto il suo oratore, il suo uomo, uscito quasi dal suo seno, non avrebbe ricorso ad un altro. Perchè si ricorresse a lui, Cicerone dovea infondere la persuasione della superiorità del suo talento oratorio e politico, ed a ciò tendevano i suoi sforzi, coronati in fine da buon esito.

La causa di Verre era proprio un punto culminante e forse decisivo per questa sua carriera, ed egli lo sentiva, fors'anche più che non lo comprendesse.

Intanto essa veniva a mettersi in modo che bisognava scegliere fra il trionfo oratorio e quello politico. L'uno avrebbe forse fatto svanire l'altro; e Cicerone vedeva, che, così accadendo, lo stesso trionfo oratorio ne sarebbe stato più che dimezzato; perchè il grosso del pubblico giudicava naturalmente dall'esito, e, per quanto ne potesse ammirare il discorso, e quali che potessero essere politicamente le conseguenze dell'assoluzione, avrebbe visto in lui sempre il rappresentante della parte soccombente.

Gli ultimi maneggi di Verre.

Per quanto i fautori di Verre facessero pompose vanterie, per quanto Alba Emilio, uomo dappoco, tenuto a vile persino da' buffoni, seduto all'entrata del macello, bandisse a' quattro venti la tariffa, secondo cui erano stati comprati i giudici, a 300, a 400, a 500 mila sesterzî, ed aggiungesse che, per venire ad una condanna, le cose dovevano essere presentate così smaccatamente da non esservi luogo a rispondere[765]; per quanto si facesse e dicesse, il consesso dei giudici non era tale, che egli potesse fare a fidanza con essi per un'assoluzione. La stessa vittoria elettorale di Ortensio e Metello, che avea così improvvisamente rialzato gli spiriti abbattuti di Verre e de' suoi, avrebbe prodotto tutto il suo effetto, se si fosse riusciti a far discutere nell'anno seguente la causa, sotto il loro consolato, mentre essi potevano mettere al servigio del loro amico, non il credito loro personale soltanto, ma tutto il potere, che potea dare ad essi la loro posizione ufficiale. Tutte le mene dunque di Verre e de' suoi patroni erano dirette a portare la causa al prossimo anno, per farla decidere sotto la direzione di M. Metello. Un rinvio della causa al nuovo anno avrebbe dato un corpo giudicante affatto diverso; giacchè doveano cessare dal farne parte M. Cesonio, per prendere la sua carica di edile; Q. Manlio e Q. Cornificio, per occupare il tribunato; Q. Sulpicio pel suo ufficio di questore; M. Crepereio, L. Cassio, Cn. Tremellio, già designati al tribunato militare; e, in luogo di tutti costoro, se ne sarebbero sorteggiati altri. Anche il posto lasciato vacante da M. Metello avrebbe dato luogo al sorteggio di un altro giudice[766].

Si teneva tanto al rinvio della causa al nuovo anno, e tante speranze erano riposte in questo espediente, che quelli i quali, per prezzo, aveano assunto l'incarico di far assolvere Verre, l'aveano stipulato espressamente[767].

E questo proposito veniva incoraggiato ed agevolato dalla stagione dell'anno e dal succedersi di varie festività, durante le quali il giudizio dovea, necessariamente, essere sospeso. Era il giorno cinque d'Agosto[768], quello in cui cominciava la discussione vera della causa. Tra dieci giorni, a' 16 del mese, cominciavano i giuochi, che Cn. Pompeo avea promesso di compiere nella guerra contro Sertorio, ed avrebbero occupati ben quindici giorni di tempo[769]. Tra i giorni 4 e 19 Settembre aveano luogo i ludi Romani. A' 26 d'Ottobre cominciavano i giuochi della Vittoria, istituiti già da Silla per la battaglia da lui vinta alla porta Collina, e andavano sino al 1 Novembre. A' 4 dello stesso mese cominciavano i ludi plebei per proseguire sino a' 17[770]. Restava ancora del tempo utile per la causa, tra gli uni e gli altri ludi; ma una sequela, abilmente escogitata, di gherminelle, di astuzie, di differimenti avrebbe potuto stremare ed anche rendere insufficiente quel tempo.

Il sistema d'accusa di Cicerone. L'orazione.

Contro questo tranello dunque, che gli si tendeva anche poco copertamente, tra per leggerezza e tra per cinica confidenza in sè stessi, Cicerone dovea mettersi in guardia; e lo fece, e s'ingegnò anche a tutto potere di sventarlo.

Uno de' pericoli poteva stare nella sua ambizione letteraria, o nel suo amor proprio che fosse. Di fronte ad Ortensio, la cui carriera oratoria era lì lì per prendere la curva discendente della parabola (il suo avversario ne data proprio dall'epoca del consolato la decadenza[771]); egli ora potea presentarsi come avversario maturo e temibile, nel pieno rigoglio delle sue forze; e poche cause, forse, come questa, per il grande interesse e per la larga materia e la varietà grande degli episodi, potevano metterlo in grado di sfoggiare tutte quelle qualità, che, a senso suo stesso, costituivano il suo primato: la perizia letteraria, il ragionamento addestrato nello studio della filosofia, la conoscenza del diritto e delle istituzioni dello Stato, la memoria de' tempi presenti e degli andati, la digressione opportuna e sapiente, quello spirito bonariamente ironico ed arguto, che dava l'impronta alla sua fisionomia, e sopratutto quell'abilità di eccitare a sua posta il riso ed il pianto, per meglio stringere in un cerchio di acciaio l'avversario e trarre i giudici al proprio avviso[772]. Pure, questa volta, il senso dell'opportunità e del momento, l'interesse della causa, lo sguardo strategico, insomma, della lotta impegnata potettero far passare in seconda linea perfino il suo invincibile e prepotente bisogno di fare un bel discorso; e si appigliò ad un espediente, fatto per togliere a Verre ogni via di scampo e sventare tutti i suoi più sottili artifizî.

L'ordine consueto e normale de' giudizî (solo in parte e temporaneamente modificato dalle leggi di Pompeo nel 702 a. u. = 52 a. C.) portava che l'accusatore dovea svolgere l'accusa nella sua orazione; ad essa dovea seguire la difesa; e tutte le prove della colpa e dell'innocenza, che facean poi seguito a questa, chiudevano questa prima parte del giudizio, che avea nella comperendinatio come un'appendice ed una seconda parte, in cui le prove ed il loro esame erano meglio completati e discussi[773].

Quanto tempo potesse occupare questa orazione d'accusa non sappiamo, in ogni modo: ad essa, come all'orazione defensionale, era assegnato un tempo determinato[774], che, per giunta, a dedurlo da' casi analoghi[775], non era molto lungo; si trattava di ore. Pure, per Cicerone, specialmente in vista degli imminenti ludi di Pompeo, ogni tempo era prezioso, ed intendeva risparmiarlo, lesinarlo anzi, in ogni modo.

Così pensò di rinunziare ad una lunga e diffusa orazione, in cui ogni capo d'accusa fosse diffusamente, o particolarmente almeno, proposto, esaminato, discusso, limitandosi a fare soltanto una breve e compendiosa proposizione dell'accusa e riservandosi di spiegare tutti i capi nello svolgimento delle prove, che egli intendeva presentare aggruppate ed ordinate insieme, secondo la connessione del loro soggetto.

L'orazione che Cicerone pronunziò, calda, serrata e piena di concitazione, accennò appena[776] a tutte le colpe personali di Verre e più brevemente ancora a quelle ch'erano l'oggetto determinato dell'accusa, e tenne piuttosto a rilevare l'indole speciale della causa, la sua importanza politica e morale, ed il suo rapporto col momento che si attraversava. Pur mostrando di non volere essere oppositore sistematico dell'ordine senatorio, a cui egli stesso apparteneva, in realtà ebbe parole roventi per la progrediente corruzione dei giudizî senatorî; sulla qual nota egli poi tornava ripetutamente e con istraordinaria insistenza[777], giacchè, mentre da un lato essa gli dovea servire a guadagnare il favore di quelli che sostenevano la riforma de' giudizî ed a preparare a questa il terreno, dall'altro canto, agitata come uno spettro rosso innanzi agli occhi de' giudici, dovea spingerli a compiere il sacrificio di Verre. Le insidie di Verre, poi, le sue improvvide vanterie e le ciniche ostentazioni, sue e de' suoi amici, sull'effetto sicuro delle corruzioni e degl'intrighi, furono tutte da Cicerone, in quel breve discorso, portate in piazza e sventate, confondendo in un solo biasimo l'imputato e la causa, i patroni e la parte cui appartenevano, ed affrontando apertamente i Metelli ed Ortensio col denunziare la loro prepotenza politica e forense.

L'orazione, in cui le tinte forti s'alternavano abilmente co' chiaroscuri, i consigli con le insinuazioni, le lusinghe con le minaccie, rispondeva pienamente alla sua indole di uomo, al suo programma politico, alla sua posizione di accusatore, al momento stesso; ed, anche dal punto di vista oratorio, quello dovette essere per lui un trionfo sui suoi avversarî.

Il lato nuovo della condotta, serbata da Cicerone in questa causa, non era già l'omissione di un'orazione continua, in cui analiticamente si desse il prospetto di tutta l'accusa; il lato nuovo consisteva nel rompere, come fece, quest'orazione, adattandola, come un'introduzione ed un commento, ad ogni gruppo di testimoni e di prove. Quell'orazione preliminare era stata già, molte altre volte, pretermessa anche da' maggiori e più riputati degli accusatori; e far ciò potea sembrare ed essere un loro diritto. Questo sistema anzi, invalso, conferì forse a fare adottare la legge di Pompeo, per cui l'udizione de' testimoni regolarmente precedeva le requisitorie e le difese. Nondimeno, in pratica, esso veniva a mettere in una strana posizione l'accusato e la sua difesa; e, sotto questo aspetto, s'intende come Verre ed Ortensio se ne dolessero[778]. Alle accuse vaghe e generali, contenute in questa prima orazione, ove gli epiteti tenevano luogo de' fatti, era piuttosto impossibile, che difficile, dare alcuna conveniente risposta. E così il diritto del difensore di parlare due volte era in pratica ridotto ad una sola.

Nè stava in ciò tutto il male: l'orazione preliminare dava già, così a' giudici come all'accusato stesso, un concetto chiaro ed anticipato dello svolgimento dell'accusa e permetteva a questo di premunirsi contro tutti gli attacchi, con l'addurre opportuni elementi di prove, di non trovarsi innanzi ad ogni testimone ed ad ogni carico, come innanzi ad una cosa inaspettata, che non dava modo di ben considerare le domande da svolgere, le obbiezioni da fare. Ed Ortensio sentiva bene tutto questo, quando deplorava che il silenzio dell'accusatore era un modo di sopraffare l'imputato, che niente era tanto pericoloso per la sorte degl'innocenti come questa congiura del silenzio, ordita dagli avversarî; che se Cicerone avesse molto parlato, sarebbe stato di qualche sollievo al suo difeso; che l'avea invece perduto tacendo; che occorreva conoscere la causa, e che così facendo, si toglieva all'imputato tutto il vantaggio della doppia fase del giudizio[779].

Fu opinione difatti che Cicerone contribuisse alla condanna di Verre col suo silenzio, più che con la sua parola[780].

Era invero malagevole rispondere ad un'orazione vaga ed indeterminata come quella di Cicerone, ed infatti nè Ortensio, nè alcun altro dei difensori vi rispose[781].

Si procedette quindi a sviluppare l'accusa per mezzo di prove e di testimonî.

L'oggetto dell'imputazione.

In quali termini era sviluppata l'accusa, e quale estensione, precisamente, avea essa in questa causa? Quali erano veramente i delitti, su cui il tribunale dovea pronunziare?

V'è chi crede che l'accusa[782] riguardava tanto gl'illeciti profitti, fatti in Sicilia per un valore di quaranta milioni, quanto gli atti arbitrarî e crudeli, di cui è parola nelle varie orazioni. Questa opinione si fonda sulla conclusione dell'orazione della prima azione, in cui Cicerone dice che Verre «avendo commessi molti atti di libidine, molte crudeltà in danno di cittadini romani e di provinciali, avendo compiute molte azioni riprovevoli contro gli dèi e contro gli uomini, avea inoltre, con violazione delle leggi, fatti in Sicilia illeciti profitti per una somma di quaranta milioni di sesterzî[783]».

Il fatto stesso che gli atti di libidine, le crudeltà, le altre azioni vergognose sono collocate in un inciso della proposizione, ove si contiene l'accusa, spinge a credere che sieno menzionate là, soltanto in via sussidiaria, per rendere più odiosa l'accusa principale, indicando insieme con quali mezzi gl'illeciti lucri furono fatti.

Ma, a rendere più salda ancora tale opinione, concorrono ancora varî tratti delle varie orazioni di Cicerone, che, riuniti insieme, son tali da indurre un criterio di certezza.

Che molti di questi atti iniqui furono commessi, appunto a scopo di lucro, e come mezzi per raggiungerlo, è detto espressamente[784]; come pure espressamente è rilevato il multiforme aspetto de' delitti da lui compiuti e la contemporanea violazione di molte norme, non solo giuridiche, ma altresì religiose[785].

Rileva pure altrove Cicerone, per qualcuno de' fatti a Verre apposti, che esso presenta tutti i caratteri del peculato[786]; ma nota altresì che, quando a Verre avvenisse di sfuggire, ora, a questa condanna, egli, Cicerone, lo trarrebbe innanzi ad un'altra quaestio, in un'apposita causa di peculato[787]. Del pari, per l'archipirata sottratto al supplizio, dichiarò di voler serbare integro l'argomento, giacchè «vi è un luogo apposito, un'apposita legge, un apposito tribunale, al cui giudizio è riservato questo delitto[788]», e, similmente, per le uccisioni de' cittadini romani, dice che porterebbe la causa innanzi al popolo romano, nel febbraio, se Verre ora sfuggisse all'accusa presente[789]. Ed era naturale che così fosse. Portando una tale accusa la pena capitale, non se ne poteva giudicare se non da tutto il popolo, (maximo comitiatu).

Tutto ciò dimostra sufficientemente la natura vera dell'accusa proposta contro Verre e l'oggetto vero della sentenza, che si provocava. Ma, anche più manifestamente, se è possibile, Cicerone dice che era un delitto di avarizia quello, di cui specialmente si voleva convincere Verre[790], e lo chiarisce anche là, dove parla della disfatta dell'armata e delle sevizie usate contro i navarchi e su' loro stessi cadaveri[791]. In più altri luoghi poi si rivela o si torna a rammentare che l'oggetto della causa è il rintracciare le concussioni commesse da Verre[792], e che la causa presente ha origine e prende nome dalla legge de repetundis[793]. A' giudici si rammenta che sono iudices de pecunia capta, conciliata[794]; di Heio, si dice che si serve della legge, dalla quale ha origine questo giudizio, e la legge è appunto la lex de repetundis[795]; e de repetundis viene espressamente chiamato il giudizio anche in altre occasioni. E che tale fosse e non altro, lo dimostrano la considerazione che la causa era fatta ad istanza di Siciliani, e la natura e il genere della domanda, che dava origine al processo; e tutto ciò che riguardava specialmente l'uccisione di cittadini romani, era trattato da Cicerone piuttosto per soddisfare un dovere morale; ma egli stesso avea cura di rilevare che ciò non entrava nella causa a lui affidata (recepta)[796].

Il danno e il risarcimento.

I lucri indebitamente fatti da Verre, e di cui quindi dovea rispondere innanzi alla quaestio de repetundis, ascendevano, secondo l'accusa, a quaranta milioni di sesterzî[797]. Tra questo dato e l'altro della Divinatio[798], in cui si chiedevano invece cento milioni di sesterzî, non vi è vera discrepanza; giacchè la cifra minore potrebbe, come molti vogliono, indicare che la domanda, in seguito all'inquisizione di Cicerone, venne ridotta; fors'anche il dato della Divinatio determinava la somma, che si chiedeva come risarcimento del danno; gli altri dati indicano il valore del danno. Nel primo caso è adoperata una parola (repeto), che vuol denotare la domanda proposta in giudizio; negli altri due una parola (abstulit, abstulisse), che dinota il puro fatto materiale compiuto da Verre, e, se si tien conto del carattere penale, che andava sempre più assumendo la lex de repetundis, del tribunale, innanzi a cui fu portato Verre e della verosimiglianza di un risarcimento che sapesse anche di multa; apparirà sempre più probabile la seconda opinione.

L'esame delle prove e de' testimonî.

A svolgere dunque quest'accusa, si venne senz'altro all'esame delle prove e de' testimonî; e, poichè era peculiare degli antichi processi che venisse in essi in discussione tutta la vita dell'accusato (del giudice antico, specialmente, si poteva dire, come Vergilio di Minosse: vitasque et crimina discit), non si trascurò d'introdurre tutto quanto potesse concorrere a mettere in cattiva luce la vita e la persona di Verre.

Quello che di nuovo Cicerone portò in questa causa, come si è detto, non fu già l'eliminazione di una lunga orazione preliminare di accusa, ma il sistema di presentare per gruppi, secondo i diversi delitti, i testimoni e le prove, premettendo all'esame di essi un'esposizione ed un esame del fatto che si voleva provare. E il metodo seguito da Cicerone e queste stesse esposizioni e discussioni, noi possiamo dire di conoscerli. Si sa infatti che il giudizio non ebbe, come dovea, la sua seconda fase, a seguito della comperendinatio: tuttavia, a ben considerare le cinque orazioni, comprese nella secunda actio, si vede che son fatte precisamente con questo metodo; sicchè non è punto improbabile supporre che, ridotte in iscritto e pubblicate, fossero foggiate in modo da comporre come una seconda accusa, ampliate, coordinate ed arricchite di dati e di fatti; ma, in realtà, in esse bisogna cercare lo schema primitivo di queste introduzioni e commenti, fatti alle singole prove. Per esempio quelle apostrofi a' giudici, fatte ora di minacce, più o meno larvate, ora di lusinghe[799]; quegli eccitamenti, fatti anche più spesso e più direttamente al popolo, col solletico del suo amor proprio, del suo sentimento religioso e del suo interesse[800]; quello studio di aizzare ora i Marcelli[801], ora lo stesso ordine senatorio[802], e gli stessi Scipioni[803] contro Verre; mentre, d'altra parte, faceva l'apologia degli homines novi contro la nobiltà ereditaria[804]; quelle insinuazioni contro Ortensio[805]; quegl'incensi bruciati sotto il naso di Pompeo[806]; son tutte cose che ben potettero e forse dovettero trovar luogo in questi intermezzi di Cicerone.

Così i testimonî, come le altre prove, si seguirono in gran copia, come era stato promesso[807].

Cittadini romani in gran numero, appartenenti anche all'ordine senatorio ed a quello dei cavalieri, e, con essi, Siciliani, intesi sia come privati, che come delegati delle loro città, vennero a deporre su fatti compiuti da Verre, tanto in danno loro che d'altri; e furono esibiti pure atti pubblici e privati, lettere, sentenze ed ogni altra specie di documenti[808].

Su' furti di Verre a Samo, fu udito Caridèmo di Chio[809]; sull'episodio di Lampsaco, P. Tettio, già tribuno militare[810], e si lessero, inoltre, la deposizione resa da Verre nella causa contro Artemidoro, e varie lettere da lui mandate a C. Nerone[811]. Sull'amministrazione della tutela del figlio di C. Malleolo, furono prodotti come testimonî questo stesso, la madre e l'ava[812]. Quanto alla pro-questura di Verre, forse, furono letti alcuni degli atti della causa fatta a Cn. Dolabella, suo pretore[813]. Per ciò che Verre avea fatto nel periodo della pretura, M. Ottavio Ligure depose sulla sentenza da Verre resa nella sua causa[814]. Sulla sua corruzione nel collaudo degli edifici pubblici, deposero C. Fannio, dell'ordine equestre e Q. Tadio, congiunto di Verre, che confermò la sua deposizione con i suoi libri di conti[815]. Sulla dilapidazione, a cui, in quell'occasione, andò soggetto il pupillo Junio, e sulle ingerenze di Chelidone negli affari dell'ufficio, furono condotti, per rendere testimonianza, lo stesso pupillo Junio, i suoi tutori P. Tettio e M. Iunio, e fu pure udito L. Domizio; ed è verosimile che Cicerone si avvalesse anche de' registri del sedicente appaltatore Habonio o Rabonio e delle norme dell'appalto, di cui si serve nella seconda accusa[816]. Sull'eredità fatta dal figlio di Dione di Halaesa e sul ricatto compiuto in suo danno, furono uditi molti testimonî: Sesto Pompeo Cloro, Q. Cecilio, Dione, L. Cecilio, L. Ligure, T. Manlio, L. Caleno, M. Lucullo, con l'accenno a registri e documenti[817]. Lo stesso Sesto Pompeo Cloro ricomparve per deporre, con Cn. Pompeo Theodoro, Posidio Mucrone Soluntino e Cn. Lentulo, sul caso di Sthenio[818]; caso che non sappiamo se, anche nella prima accusa, fu illustrato come nella seconda, con accenni a una seduta del senato, con una petizione di Siciliani, col registro delle sentenze di Verre, con la menzione di un provvedimento de' tribuni, con un'epigrafe posta in suo onore a Thermae e con le laudationes di molte città sicule; perfino con la menzione di un Cupìdo d'argento del tempio di Eryce[819].

Molti testimoni, ma non sappiamo quali, furono anche uditi per provare il danaro estorto a Sosippo e Philocrate di Agyrium, in occasione della successione paterna[820]. Eraclio di Centoripae depose sulla somma che gli era stata estorta da Verre[821]: Q. Minucio, già difensore di Sopatro, su quanto era stato fatto a danno del suo cliente[822] e del re Antioco[823]; Q. Vario e C. Sacerdote sulle corruzioni giudiziarie di Verre[824]. Sull'abusivo e venale conferimento degli uffici pubblici, e specialmente de' posti di senatori nelle città siciliane, deposero legati di Centoripae, di Halaesa, Catina, Panhormus e di altre città ancora, e molti privati[825].

Molti testimoni riferirono, pure, su i ricatti fatti da Timarchide[826], tanto nel campo giudiziario, che in quello amministrativo.

Di tutti gli illeciti lucri fatti nell'esigere le diverse contribuzioni di frumento, Cicerone si propose di dare maggiori prove e trattare più a lungo nella seconda accusa[827]. Pure non si trascurò di sentire molte testimonianze pubbliche di città siciliane[828]. Resero la loro testimonianza alcuni legati agyrinensi[829]; Philino Herbitense[830]; i legati etnei presieduti da Artemidoro[831]; Mnasistrato, il latifondista di Leontini[832]; Arconida di Helorum, che parlò de' suicidî degli agricoltori[833]. Per meglio sfatare la laudatio di Messana, in onore di Verre, Cicerone chiamò a deporre C. Heio, presidente dell'ambasceria mandata da Messana, e l'obbligò, senza alcuno sforzo, a dire delle opere d'arte a lui carpite da Verre e della nave oneraria, che s'era fatta donare dalla città[834]. Phylarco di Centoripae[835] e L. Papinio[836], deposero delle cose a loro tolte; L. Curidio di quello, che gli era stato prima tolto, poi reso[837]; Phylarco depose anche della requisizione fatta per ordine di Verre a Centoripae[838], come Artemidoro di quelle fatte ad Agyrium[839]; Arcagato e Cn. Lentulo Marcellino di quella fatta ad Haluntium[840]; legati di Tyndaris della manomissione de' doni di Scipione[841] e del modo, onde fu compiuta[842]. Ismenio e Zosippo dissero anche delle promesse di Verre di voler restituire il Mercurio[843]. Diede lettura pure Cicerone, in questo primo stadio dell'accusa, degli atti pubblici di Segesta[844]. Theodoro, Numenio e Nicasione, legati di Henna, dissero della statua di Cerere e della Vittoria, invano ridomandate[845].

Qualche testimonio depose ancora su i templi spogliati di Syracusae e, tra l'altre cose, sulle canne d'India rubate[846].

Su' ricatti fatti ad Eumenida di Halycia ed al cavaliere romano C. Matrinio, sotto il pretesto delle congiure de' loro schiavi, deposero gli stessi Eumenida e C. Matrinio, e, con questo, L. Flavio, suo procuratore[847]. M. Annio depose sull'archipirata sottratto al supplizio[848]; Phylarco di Haluntium sulla cattura della flotta[849]; Onaso di Segesta sulla messa a prezzo della facoltà di seppellire i navarchi[850]; L. Suezio sulle uccisioni di cittadini romani nelle prigioni[851]; sull'uccisione di P. Gavio, deposero C. Numitorio, M. e P. Cozio, Q. Lucceio[852]; L. Flavio, cavaliere romano, depose sull'uccisione di L. Herennio[853].

Ma oltre a questi testimoni, che furono uditi, ed a questi documenti, che furono letti, Cicerone, nell'attesa del secondo stadio del giudizio, in cui l'accusa dovea essere rinnovata e completata, avea tenuto in riserva, a quanto appare, almeno, dalle sue orazioni, altro buon numero di testimoni e di prove[854]. Così furono riserbati i testimoni intesi a provare alcuni de' furti di Mileto[855]; quelli intesi a mostrare, che le somme, la cui malversazione era stata attribuita a Dolabella, furono in realtà rubate da Verre[856]; il figlio di Sopatro ed altri di Halycia o di altre città di Sicilia[857]; molti che sapevano del caso di Stenio[858]; Cn. Sertio, M. Modio, e almeno seicento cittadini romani, che aveano dati danari a Verre, per averne sentenze favorevoli[859]; molte persone, che potevano attestare della soppressione delle lettere di Carpinazio, ove si parlava delle esportazioni abusive di Verre[860], ed altri, dalle cui deposizioni dovea risultare che Carpinazio era l'intermediario e il cassiere degli atti di corruzione di Verre e delle somme pagate[861]. Sopratutto gl'illeciti lucri, carpiti nell'esazione del frumento, doveano essere più ampiamente trattati nel secondo stadio del giudizio[862]. Dovea essere inteso M. Lollio, il figliuolo del vecchio Lollio[863]; doveano essere intese le testimonianze di molte delegazioni di città siciliane[864]; quella di L. Cassio, già ricusato come giudice[865]; quelle degli Agrigentini, degli Entellini, degli Heraclei, de' Gelensi, de' Soluntini, de' Catinensi, de' Tyndaritani, de' Cephaloeditani, degli Haluntini, degli Apollonensi, de' Capitini, degli Enguini, degli Inensi, de' Murgentini, degli Assorini, degli Helorini, Jetini, Citarini, Scherini, tutte sul sistema vessatorio di esigere i tributi; e doveano esser letti i registri delle terre seminate dagli Hyblei e del contratto di esazione stipulato da' Menenei[866]; dovevano essere uditi i tre legati, mandati dagli agricoltori di Centoripae, che si trovavano sparsi in tutta la Sicilia[867]; si doveano esaminare i conti di Halaesa, ed atti pubblici e testimonianze pubbliche di varie città[868]. Doveano essere uditi altri testimoni su furti di opere d'arte, come per es. Polea e Demetrio di Tyndaris[869]; il censore Cn. Lentulo sul danaro carpito a C. Matrinio[870]; altri, tra cui P. Granio, sulle uccisioni di cittadini nelle carceri[871]; cittadini di Compsa sul caso di Gavio[872]. Di questi testimoni e di queste prove si può dire con asseveranza, che non furono portati all'esame. Ma, per un altro buon numero degli uni e delle altre, Cicerone, nelle orazioni che vanno sotto il nome di actio secunda, usa espressioni (dicit, dicunt, cognoscite), che non consentono di affermare recisamente se furono, oppur no, portati innanzi a' giudici. Probabilmente non furono uditi in quel primo stadio del giudizio i legati di Melitta[873] e quelli della città di Centoripae[874], nè lette le testimonianze pubbliche e gli atti de' Thermitani e degli Imacarensi, degli Amestratini[875], de' Liparensi[876], de' Tissensi[877].

Le attestazioni pubbliche delle città, il più delle volte, erano mandate a mezzo di speciali legati e, in qualcuno di questi casi, come p. e. nel caso di Agyrium[878], poterono i legati deporre oralmente, mentre la lettura delle deliberazioni della città e degli altri suoi atti pubblici potea forse esser fatta dall'accusatore nella seconda sua accusa. In altri casi, come in quelli ultimamente mentovati, benchè più rari, le testimonianze pubbliche delle città potevano essere affidate per iscritto all'accusatore, perchè le leggesse al momento opportuno[879]. Phalacro di Centoripae[880], probabilmente, dovea essere ancora inteso, a quanto può sembrare dal contesto, benchè l'espressioni adoperate per lui (adest, dicit) sieno le stesse usate per Phylarco, già udito.

È verosimile che di varî testimoni, che dovevano deporre sugli stessi fatti o su fatti analoghi, Cicerone ne fece udire qualcuno nel primo periodo del giudizio, riserbando altri al secondo, sia per sentimento di opportunità, che per accelerare, com'era suo intento, il corso del giudizio. Così l'editto urbano di Verre[881], i codices contenenti le interposizioni di L. Pisone[882], i documenti sul danaro estorto per le statue, e le petizioni de' Siciliani, che seguirono poi[883]; le lettere di Canuleio[884], fors'anche le copie de' registri de' pubblicani[885], l'editto provinciale di Verre[886], la lex decumis vendundis[887], la decisione di Verre sulle contribuzioni di Messana[888], gli atti pubblici de' Mamertini[889], le lettere di Verre a Segesta[890], ed altre lettere sue[891], quelle di Vezio Chilone[892], quelle di Timarchide[893], i conti di Diocle[894], varî provvedimenti di Metello e le sue lettere[895], l'autodifesa di Furio di Eraclea[896]. Di questi ultimi scritti Cicerone volea servirsi probabilmente come di un colpo ultimo, decisivo, da portare inaspettatamente.

In molti altri casi, Cicerone non ricorse a prove determinate; ma si riferì alla voce pubblica, alle sorde vociferazioni anonime, alla coscienza generale[897], pur offrendo di citare, in prova, quanti testimoni si volessero, od atti pubblici[898], e, qualche volta, dicendosi pronto a richiamare un testimone, già innanzi udito su di altri fatti[899].

Verre avea anche de' testimoni, che deponevano a favore suo, ma, a dire di Cicerone, erano gente di nessun valore, venuta da' borghi più poveri ed abbandonati, senza incarico del popolo e del senato cittadino[900]. Era tutto quello, che Metello avea potuto ottenere; meglio, forse, era riuscito nel compito d'impedire l'andata a legati, destinati a portare a Roma le testimonianze pubbliche delle loro città[901]. Di città che pubblicamente lo lodassero, non ve ne furono che due: Messana e Syracusae: ma Cicerone, oltre a rilevare che nessuna importanza potevano avere le laudationes, quando non giungevano neppure a dieci[902], discreditò più particolarmente, in quel primo stadio della causa, la laudatio di Syracusae con la testimonianza di Eraclio[903] e quella di Messana con la deposizione di Heio[904]; e più ancora si apprestava a discreditarle in appresso, mostrando tutti i rapporti, cui accenna, di Verre con Messana, e provando il modo, onde la laudatio di Syracusae era stata estorta e la successiva sua revocazione. Pare che in quel primo stadio del giudizio la laudatio fosse stata presentata, ma senza sentire tutti i laudatores, che Cicerone si riserbava d'interrogare poi, per convertirli in tanti testimoni a carico di Verre, rincarando la dose con l'esibizione degli atti pubblici[905].

Il contegno di Ortensio e di Verre.

Una grande qualità degli avvocati romani, ne' processi, era quella di assoggettare i testimoni ad un fuoco vivo ed incrociato d'interrogazioni e di obiezioni, per trarre dalla loro bocca de' dati, ovvero scemare il credito delle loro parole. Era quella stessa cross-examination, che forma il vanto degli avvocati inglesi. Pure, Ortensio, e Verre con lui, rinunziarono volontariamente a questo espediente di difesa, per servirsene solo eccezionalmente e casualmente, qualche volta[906]; e preferirono veder passare in silenzio tutti i testimoni. Cicerone, naturalmente commenta questo contegno, in modo da trarne le conclusioni più sfavorevoli per la causa, e dedurne la condizione disperata dell'imputato. Ma, forse, il sistema seguito da Ortensio veniva da un esatto concetto della situazione e da un'esperienza forense, la quale avea potuto dimostrargli come, in alcuni casi, il silenzio valga, per lo meno, quanto la più raffinata arte d'interrogare. Verre dava anticipatamente già come sospetti[907] tutti, o almeno la massima parte de' testimoni prodotti nella causa. Era questa la sua maniera di screditare l'accusa e il suo argomento. Insistere dunque sulle deposizioni, stuzzicare i testimoni, cercare di circonvenirli era sicuramente, con gente spesso assai scaltra, come quella che veniva al giudizio, irrito e vano, e poteva anche probabilmente riescire un gioco pericoloso. Meglio dunque lasciarli liberi ne' loro detti, per coglierli dopo in fallo, se occorreva e si poteva, e ritenere fatti e detti a propria posta, secondo la verità, o contro di essa, avvalendosi di tutti gli espedienti e di tutte le particolarità de' casi.

Gl'incidenti del giudizio.

Ciò pareva a Verre e a' suoi difensori ingegnoso[908]; e forse era, realmente, ingegnoso. Pure, alla deposizione di P. Tettio, Ortensio crede uscire dalla sua riserva per opporre la cosa giudicata[909]. Verre qualche volta, pur serbando il silenzio, non sapeva contenere il gesto, come per accennare di leggere tutta e non una parte di un documento[910]; tal'altra, come alla testimonianza di M. Annio, balzò in piedi per ismentirlo[911], o interloquì in tono ironico[912].

Così, dunque, sfilarono, l'un dopo l'altro, i testimonî, seguiti con la più viva attenzione da' giudici, col più vivo e passionato interesse dalla folla, accorsa ad assistere[913], la quale, talvolta, non riusciva a frenarsi. Quando il pupillo Junio, un fanciullo che ancora non avea lasciato la praetexta, comparve, vennero le lagrime agli occhi di molti; al punto che Ortensio se ne dolse con Cicerone[914]; come mosse lamento, altresì, contro Artemone di Centoripae, che investì Verre in modo da sembrare un accusatore più che un testimone[915].

Alla descrizione de' danni degli agricoltori, della loro ruina, fatta da Philino di Herbita, quasi un gemito si levò nella folla, facendo eco alle sue parole[916]. Qualche volta, al movimento di commiserazione, o di maraviglia[917], si avvicendava uno scoppio di viva ilarità, come all'udire le ingenue risposte di Heio[918], od al vedere forse il comico imbarazzo di L. Domizio, che stentava a nominare Chelidone[919]. Ma, quando C. Numitorio venne a dire di Gavio, fatto mettere in croce senza pietà, con dispregio de' suoi appelli alla qualità di cittadino romano, il popolo ne fu, insieme, così commosso ed eccitato, che M'. Glabrione dovette togliere la seduta, per evitare che dell'imputato venisse fatta giustizia sommaria[920].

Il primo stadio del giudizio.

Questo primo stadio del giudizio durò nove giorni[921], togliendo ogni giorno a Verre un'illusione, od una speranza. Già dal primo giorno, a quanto dice Cicerone[922] i testimoni furono tanti, e dissero tali cose in giudizio, che pubblicamente parve impossibile l'assoluzione di Verre, se si voleva ancora tenere in piedi lo Stato; al secondo giorno, i suoi stessi amici e i difensori aveano perduto, non solo ogni speranza di salvarlo, ma eziandio ogni volontà di difenderlo; e, il terzo giorno, egli stesso era omai così abbattuto e così fuor d'ogni speranza, che s'ammalò, o si finse ammalato. Gli altri sei giorni compirono l'opera di questi tre, e, allo spirare del nono giorno, quando il primo stadio della causa fu chiuso, egli e tutti doveano parlare piuttosto di una condanna che di un rinvio. Tutto lo studio di Verre consisteva nel rispondere all'accusa dopo i secondi giuochi, cioè almeno dopo il 19 settembre; quello di Cicerone, invece, nel far sì che il primo periodo si chiudesse innanzi a' primi giuochi, innanzi al 15 di agosto, e cominciasse a decorrere da quel punto il termine, che separava i due stadî del giudizio[923].

Cicerone, dunque, era completamente riescito nel suo intento.

La comperendinatio importava l'intervallo di un giorno libero tra l'uno e l'altro stadio del giudizio[924], e, poichè i primi giuochi terminavano nel dì 31 d'agosto ed i secondi non cominciavano prima del 4 settembre, è precisamente nel primo giorno di settembre, che dovea riaprirsi il giudizio; e, in questo secondo stadio, alla rinnovata e più diffusa accusa di Cicerone avrebbero dovuto tener dietro la difesa di Verre e la sentenza.

La difesa di Verre?

La difesa di Verre?

Ma Cicerone non si stanca mai di ripetere che questa difesa, anche più che iniqua, più che vana, era a dirittura impossibile; lo dice, considerandola nella sua generalità, e, caso per caso, sempre, con un'insistenza quasi petulante[925].

Era dunque veramente così: la difesa di Verre non potea nemmeno tentarsi?

Per quanto noi siamo costretti ad aggirarci in un confine così stretto, come sono le orazioni dell'accusatore, e ci troviamo nella stessa condizione, in cui ci troveremmo, se dovessimo giudicare Warren Hastings dalle orazioni di Burke; pur nondimeno un esame delle accuse, che sia un po' più che superficiale, ci mette subito sull'avviso, e ci fa vedere quanto avea di assolutezza, di partigianeria e di iattanza l'asserzione di Cicerone, che del resto ricorre precisamente nelle orazioni attribuite al secondo stadio del giudizio e che quindi non vennero pronunciate.

La natura delle accuse.

Cicerone, egli stesso, ci dice in un'altra orazione[926], quanta fede si potesse prestare, e quanta in realtà se ne prestasse, alle orazioni d'accusa pronunziate ne' giudizî, che, come questo, aveano un retroscena di motivi e d'interessi politici. Cicerone, egli stesso, parla di simili accuse, che furono pronunciate contro uomini, come M'. Aquilio, L. Cotta, e come lo stesso L. Pisone Frugi, da lui non mai lodato abbastanza; e pure non vi si prestò fede, se anche quelli che le sostenevano aveano perfino il nome di C. Gracco. Che se contro P. Rutilio tali accuse riescirono, non perciò, a senso di Cicerone e d'altri[927], ne dovea rimanere menomato l'onore e la fama, che Cicerone teneva anzi a rivendicare. Cominciando così, per la natura stessa delle cose e la considerazione de' tempi, ad essere un po' meno creduli, quelle accuse, quelle invettive perdono già anticipatamente qualche cosa del loro valore, quanto più sono acri e più eccessive.

La questura e la proquestura.

Si è già veduto, come, nel giudicare della questura e della proquestura di Verre, Cicerone confonda i dati cronologici, e probabilmente a disegno, per trarne precipitate o false illazioni, sulla sua mancanza di fede e su tutto il modo come le tenne. Per quel che riguarda poi la sua proquestura, Cicerone non dubitò, per far torto a Verre, di attaccare la verità della cosa giudicata, del cui rispetto altra volta si mostra tanto zelante; ed attribuisce a Verre colpe e responsabilità, di cui egli, giuridicamente almeno, poteva oramai dirsi mondo, dopo che la sentenza pronunziata da C. Nerone, da Cicerone stesso chiamato vir optimus atque innocentissimus, e per l'occasione fatto coccodrillo, contro Philodamo e il figliuol suo, e l'altra, pronunziata contro Dolabella, ne aveano riconosciuto in altri i responsabili[928]. Nè il vago accenno, fatto alla deposizione resa da Verre contro Artemidoro ed al condono concesso a Themistagora e Thessalo, può menare logicamente ad altra conclusione.

La pretura.

Del potere, specialmente giurisdizionale, esercitato poi da Verre nella sua pretura, là, dove abbiamo la possibilità di un qualsiasi controllo, abbiamo veduto che non fece tutto quell'abuso, che Cicerone vuole sostenere; e, molte volte, egli s'inspirò ne' suoi provvedimenti all'indirizzo, che il diritto civile andava prendendo, secondo l'interpretazione, che il diritto pretorio gli dava.

Del resto, poi, in un giudizio come quello de repetundis, fatto ad iniziativa e nell'interesse de' provinciali, e qui, più propriamente, ad istanza de' Siciliani, i fatti, relativi specialmente alla gestione delle magistrature urbane, non potevano trovar luogo; e si adducevano più che altro per aggravare moralmente la condizione dell'accusato. I lucri illeciti fatti in Sicilia costituivano la vera materia della causa, e, per quanto Cicerone lo dicesse stretto e sopraffatto dalle prove, la condizione di Verre non era tale da precludergli ogni via di scampo.

Il valore delle prove.

Anzi tutto quali erano i mezzi di prova? Si è veduto che molti de' testimoni e de' documenti, a cui si allude, e forse i più importanti, non erano ancora stati prodotti in giudizio, ed avrebbero dovuto essere presi in esame nel secondo stadio. A questi, come a quelli ch'erano già stati dedotti contro di lui, Verre opponeva una ragione pregiudiziale, scuotendo la fede, che a loro si sarebbe potuta aggiustare, con il richiamo alle ire, che li animavano contro di lui. Cicerone[929] cercava di distruggere questa difesa in ogni modo, opponendogli le deposizioni de' cittadini romani, quando Verre diceva di aver nemici i Siciliani per aver voluto proteggere gl'interessi de' primi; opponendogli le deposizioni de' Siciliani, sia di città soggette che d'immuni, quando Verre diceva di aver nemici i cittadini romani per aver tenuto conto degli interessi de' Siciliani. Pareva un'argomentazione inoppugnabile, una via senza uscita; eppure, quali che fossero le sue colpe, Verre non avea tutti i torti a prendersela con questa valanga di rancori e di vendette che si rovesciava su lui. Figurarsi, in tre anni di governo, quanti interessi aveano potuti essere offesi, a dritto od a torto; quanti odî inevitabilmente non aveano dovuto germogliare; ed ora cercavano di avvolgerlo tutto e di schiantarlo. Cicerone stesso se ne ricordava, in altra occasione, di tutta questa posizione imbarazzante, in cui un governatore di provincia si dovea trovare. «Come è difficile e pericoloso questo governo delle città e delle provincie: la diligenza ti acquista inimicizie, la negligenza ti procaccia biasimi; la severità è piena di pericoli, la larghezza è mal corrisposta: la parola è pregna d'insidie, fatale la compiacente adulazione; spianato e ben disposto è il volto di ognuno, gli animi di molti pieni di rancore; gli odî covano segreti, mentre manifeste son solo le lusinghe. Il pretore è atteso al suo venire, inchinato durante la sua dimora, abbandonato al suo partire[930]».

Era, così, tutta una fioritura di inimicizie e di intrighi, contro Verre, da parte di appaltatori, tributarî, o litiganti, riusciti soccombenti ne' giudizî; e da questi si comunicava agli altri, sino a quelli stessi che Verre avea careggiati e decorati[931]. La suggestione dell'odio dilagava e conquistava tutti; e, in questa rivolta contro di lui, v'era anche, più che in germe, la rivolta contro il dominio, di cui era il rappresentante. Il fenomeno non era nuovo: è così che Cicerone screditava e contraddiceva le accuse contro M. Fonteio e L. Flacco, difesi da lui stesso in tempi posteriori. Quest'abitudine di non risparmiare il nemico in giudizio e farne il proprio bersaglio, sia da accusatore che da testimone, era divenuta una cosa comunemente intesa, e più giustificata, quanto più avea per fondamento una inimicizia personale ed il ricambio di danni patiti; ma ciò stesso avea finito per rendere innocue le testimonianze anche de' primi uomini dello Stato. In varie occasioni, non aveano trovato ascolto deposizioni, come quelle di Cn. e Q. Cepione, di L. e Q. Metello, di M. Emilio Scauro, di L. Crasso[932]. Le testimonianze poi de' soggetti erano, già in tesi generale, screditate. Con tali criteri Cicerone stesso trattava le testimonianze de' Galli[933], peggio ancora quelle de' Greci in generale, e di quelli d'Asia, specialmente[934]. E Greci, di linguaggio e di origine, erano per la maggior parte i testimoni adibiti contro Verre, per quanto Cicerone li volesse far diversi dagli altri[935]. In buona parte anche, per quel tanto che possiamo saperne noi, erano persone, che con lui aveano ragioni particolari d'inimicizia.

Per Charidemo di Chio l'accusare Verre era stato ed era il precipuo mezzo di scolparsi[936]. E che valore giuridico potevano avere le deposizioni della madre e dell'ava di Malleolo[937]? L. Ligure, che avea una gran parte nella causa e veniva a deporre due volte, su due distinti capi di accusa, era fratello di quel M. Ottavio, riuscito soccombente e, pare, non a torto, in una causa giudicata da Verre[938].

Sulla gestione de' sarta tecta deponevano il pupillo Junio, M. Junio, suo zio e tutore; P. Tettio tutore anch'esso, di una famiglia plebea e in cui Cicerone aveva aderenti; L. Domizio, il cui fratello era morto combattendo contro la parte Sillana (Plut. Pomp. 12; Oros V, 21, 13); C. Fannio, cavaliere, ed appartenente ad una famiglia oppugnatrice de' nobili; Q. Tadio, che, appunto perchè affine di Verre e già devoto a suo padre, non poteva ora indursi a deporre contro di lui, se non per ragioni di inimicizia personale[939]. L. Minucio, cavaliere, e vinto da Apronio nella gara di appalto delle decime di Leontini, veniva a deporre su di una causa, in cui egli era stato difensore[940]; e difensore del pari nella causa, su cui deponeva, era stato Sesto Pompeo Cloro[941]. Q. Vario era, anch'esso, un danneggiato[942]. Quel Sopatro, poi, condannato da Verre, per quanto Cicerone lo chiami locuples, honestus, innocentissimus, era sempre una persona, che avea potuta essere tratta in giudizio per delitto capitale[943].

Non si vuol già dire che tutti proprio i testimoni, addotti contro Verre, fossero strettamente interessati, consapevolmente falsi: ciò potrebbe essere esagerato, e non potrebbe in ogni modo provarsi, per una certa parte di casi. Semplicemente, quello che sappiamo d'alcuni, può rendere diffidenti verso di altri; e questi plebei, maltrattati da Verre nella pretura, questi cavalieri, questi aderenti di Cicerone e di Pompeo, chiamati a raccolta dalla Sicilia, danno ansa ad accogliere con qualche circospezione i fatti narrati. È probabile che un'analisi molto minuta ed accurata de' rapporti personali di questi testimoni, quale avrebbe potuto fare, se vi fosse stata, l'orazione di Ortensio; avrebbe compiuto, nel campo dell'accusa, un lavoro di eliminazione, non meno ampio e non meno severo di quello che si studiò di fare, da difensore, Cicerone, nelle sue orazioni a pro di Fonteio e di Flacco; ed avrebbe, anche in questo processo come in quelli, scorto tutto il lavorio di Cn. Pompeo[944] e di altri avversarî di Verre.

Che se uno sguardo generale, anche superficiale, all'indole delle prove ci fa vedere come esagerasse Cicerone nel ritenere impossibile la difesa di Verre, alla stessa conseguenza ci mena un esame più speciale di varie delle accuse.

L'ordinamento della Sicilia e il jus edicendi.

L'accusa fatta a Verre in linea preliminare, e che è come la base e la condizione di molte altre, l'accusa di aver commesso un eccesso di potere modificando le norme, che regolavano l'amministrazione e la vita giudiziaria in Sicilia, dal punto di vista costituzionale, anche più che discutibile, può dirsi, a dirittura, priva di fondamento.

Le leges Rupiliae, la lex Hieronica, gli statuti delle singole città non emanavano direttamente dal popolo, potere sovrano, ma da magistrati, che esercitavano una funzione delegata, e, benchè chiamate leges, erano leges datae e non rogatae. Ora, il diritto di emettere e di applicare disposizioni legislative (ius edicendi), ch'era una conseguenza del potere delegato dal popolo al magistrato, e che trovava solo il suo limite nel carattere temporaneo delle sue disposizioni e, dove ciò era possibile, nella intercessione di altri magistrati; se non incontrava un impedimento assoluto nelle vere leggi, quando, interpretandole od allargandole, le modificava; tanto meno poteva trovare un intoppo in queste altre norme, che, in fondo, non erano se non editti anch'essi. Verre perciò, nell'introdurvi qualche innovazione, era, formalmente, nel suo diritto[945], e la censura poteva colpirlo piuttosto da un punto di vista morale, in quanto, ciò facendo, si allontanava dalla consuetudinaria e comune osservanza di que' precetti. Lo stesso Cicerone[946] osservava che le leggi date da quelli, cui il popolo romano avea conferito l'imperium, doveano tenersi per leggi del popolo romano; ed, anche senza l'auctoritas del senato, di cui egli parla ivi stesso, quegli effetti dell'imperium doveano rimanere, quali egli li scorgeva. Anzi, la consuetudine del senato di girare al magistrato, fornito d'imperium, la commissione avuta di dar leggi ad un comune, può valere come una conferma di quel principio[947].

Il controllo de' giudizî.

Che uso fece Verre di questa sua facoltà, riguardo alla lex Hieronica, si vedrà appresso. Di disposizioni, che avessero azione sulla giurisdizione in generale, Cicerone veramente si limita a citare quest'una: che se qualcuno avesse male giudicato, egli avrebbe preso in esame la cosa, e, dopo ciò, avrebbe spiegato la sua azione[948]. È una disposizione alquanto vaga, la quale, assai più che ad un diritto d'appello, mirava forse a tener ben definite le competenze giurisdizionali ed a reprimere gli abusi de' giudicanti. Certamente questa sua vaghezza conteneva, in germe, la facoltà di commettere molti abusi; ma, per l'indole sua stessa di norma diretta a stabilire un controllo superiore, mal si prestava ad una forma più determinata e quasi casuistica. Da questa norma generale scendendo poi a' varî giudicati, che Cicerone gli appone, si vede che, quali che si fossero i motivi e il valore morale delle sue sentenze, sotto l'aspetto giuridico almeno, Verre non era ridotto a quella impossibilità di difesa, che Cicerone gli rinfacciava.

La giurisdizione.

È difficile pronunciarsi sul modo come Verre poneva la questione, la tesi della causa. Probabilmente non sarebbe del tutto arbitrario supporre che l'esemplificazione data da Cicerone, rispondeva alla tendenza di caricare le tinte ed accentuare le contraddizioni[949], per presentare così, nella forma più assurda, un sistema forse non troppo logico e leale nello stabilire le basi della contesa giudiziaria.

Quanto alle cause ereditarie, intentate contro il figliuolo di Dione, contro Sosyppo e Philocrate di Agyrium, che fossero intentate in un tempo più o meno lontano dall'apertura e dalla devoluzione della successione, non deve rendere corrivi a supposizioni precipitate; specialmente quando si consideri che si trattava di lasciti sottoposti a condizione. In ogni modo, nell'uno e nell'altro caso, gli eredi convenuti in giudizio, ne uscirono vittoriosi. È vero che, secondo Cicerone, la vittoria costò cara; ma, che il denaro fosse stato proprio estorto da Verre, che fosse proprio arrivato a lui, che non, piuttosto, fosse stato abilmente carpito, magari con danno dell'uno e degli altri, da que' cani che ronzavano intorno a Verre e che doveano essere de' grandi venditori di fumo; tutto questo non era strettamente provato; e Cicerone, si noti bene, arrivava a quella conclusione per una via meramente congetturale[950].

Al giudizio, che Cicerone porta sulla causa tra Eraclio di Syracusae e i palestriti della sua città, sono stati già altra volta mossi alcuni appunti[951]; e non si è trascurato di osservare come Cicerone, volontariamente od involontariamente, ingeneri una confusione, quando de' palestriti e del popolo di Syracusae vuol fare una sola e medesima cosa. Ritenendo anche, in ogni modo, questa identità d'interesse e di figura giuridica, a giudizio del Zumpt, dovea chiamarsi a giudicare il Senato di una terza città, secondo la stessa legge Rupilia citata da Cicerone[952], e non i tre giudici, che Eraclio sembrava invocare. Prendendo le mosse appunto da questa legge Rupilia, quale Cicerone la dà, e non identificando i palestriti col popolo siracusano, può ritenersi che la causa ricadesse nel novero di quelle, che non potevano assegnarsi precisamente ad una delle categorie in essa definite, e il cui collegio giudicante era costituito secondo l'ultima sua norma. In tal caso, la richiesta degli avversarî di Eraclio era, forse, più conforme alla legge, che non fosse la sua. Che poi duecentocinquantamila sesterzî fossero stati prelevati a beneficio di Verre sulla eredità rivendicata dai palestriti, Cicerone lo afferma; ma è pur vero che Verre, sin da che il fatto avvenne, ne dette colpa al genero, e ne seguì un dissidio domestico. Cicerone fa fare al genero di Verre la parte del martire, ma nessuno è in grado di sapere da qual parte fosse la verità.

Veramente, quando si tratta di esaminare la fisonomia vera de' fatti e notare soltanto le inverosimiglianze e le reticenze del racconto ciceroniano, si è, per necessità, su di un terreno lubrico e malagevole, e si rischia facilmente di perdersi nel vago, od arrivare a sottigliezze che possono sembrare sofismi. Ma l'indole unilaterale e l'inesattezza delle Verrine appare meglio, quando l'accusa fa allusione a qualche norma giuridica meno ignorata, od è in più aperto contrasto con fatti ed opinioni, messi innanzi ivi ed altrove dallo stesso Cicerone.

Il racconto del caso intervenuto a Sopatro di Halycia è tanto vago che non lascia proprio vedere, se si potesse davvero invocare la cosa giudicata, per la perfetta identità dell'accusa, e se l'assoluzione precedente fosse definitiva, o fosse soltanto dipesa da una insufficiente prova dell'accusa.

Inoltre il ricorrere, che nella lex Acilia fa la disposizione speciale[953], tendente ad allontanare la possibilità di una ripetizione del giudizio chiuso da una sentenza, sia di assoluzione che di condanna; se dimostra il progresso che faceva l'idea di assicurare il rispetto della cosa giudicata, può anche lasciar sospettare che non era divenuta ancora una norma così generale, da dispensare di farne menzione in una legge speciale. Per quanto questo concetto si affermasse nell'antichità, non si ometteva, anche per l'indole molte volte politica de' processi, di lasciare una qualche via aperta alla rescissione[954]; e lo stesso Metello, succeduto a Verre, sia pure sotto la forma elastica e poco urtante della restitutio in integrum, non faceva, nel primo mese del suo governo, che demolire le sentenze di Verre, le quali pure erano, omai, divenute cosa giudicata; e Cicerone non aveva per un tale suo contegno che lodi e compiacimento[955].

Il concetto poi che Cicerone mostra di avere dell'assenza, nel caso di Epicrate di Bidis ed in quello di Stenio, non è quale può emanare dalle leggi e dalle consuetudini del tempo. Già, alcuni anni dopo, lo stesso Cicerone si sentiva in obbligo di far distinzione tra colui ch'era davvero assente (absentem) e l'altro, invece, che, sapendo dell'accusa e potendo comparire, non voleva (latentem reum)[956]; e il caso di Epicrate e di Stenio si accostava assai più a questo, che a non quello. L'assente, contro il quale non si poteva agire in giudizio, era quello, la cui lontananza dipendeva dalla necessità di attendere al disimpegno di un incarico pubblico; ma ad esso non poteva agguagliarsi, in una medesima condizione di favore, chi si era allontanato per isfuggire alla pena e per rendere, se mai, anche impossibile il giudizio.

Anche per la persona, la cui assenza non fosse stata volontaria e dolosa, dovea bastare l'assegnazione di un termine conveniente[957]. Inoltre restava a vedere, se, ed in quanto, anche la condizione di favore fatta in Roma all'accusato, assente per ragione giustificata, potesse avere la sua applicazione in provincia.

Nella seduta del Senato, in cui fu portata la questione di Stenio, in ogni modo, la discussione fu vivissima, e non mancarono quelli, che sostennero la legalità della condotta di Verre; nè, quali che ne fossero le ragioni, il Senato venne ad alcuna risoluzione. La cosa rimase insoluta[958]. Lo stesso provvedimento di tolleranza, adottato da' tribuni verso di Stenio, tendeva ad eliminare solo alcuni degli effetti della condanna di Verre e il divieto di rimanere in Roma, non la stessa condanna[959].

L'avocazione, poi, fatta da Verre a sè della causa di Stenio, è cosa pienamente rispondente ad una consuetudine, sempre più prevalente, de' governatori di provincia[960], giustificata dal loro imperium, dalla posizione speciale, che essi aveano nella provincia e dal progrediente accentramento, imposto spesso dall'interesse stesso del dominio romano.

La costituzione del consiglio, nella causa di Sopatro, in parte, dipendeva da una ragione a lui estranea, dal ritirarsi di M. Petilio e degli altri; e del resto, non è dimostrato che il consiglio dovesse essere lo stesso di quello che avea giudicato l'altra volta, e che il governatore, scegliendo gli uni piuttosto che gli altri, avesse veramente violata la legge.

Ugualmente, se si ammettesse, come qualcuno vuole[961], che, nel procedimento in iure, la presenza dell'accusatore non era così impreteribile, come in quello in iudicio, e che, non essendo presente, nè contraddicendo Stenio, la causa si arrestava a quel primo stadio; anche l'assenza dell'accusatore Pacilio non importerebbe quella grave violazione, che Cicerone voleva trovare. Nè, in ogni modo, l'assenza di Pacilio era quella vera desistenza, che valeva di rinunzia all'accusa e l'annullava[962].

Finalmente la missio in bona, ordinata a danno di Epicrate, e così censurata da Cicerone, trova la sua completa giustificazione in una massima del diritto pretorio, accolta nell'editto perpetuo: «Qui fraudationis causa latitabit, si boni viri arbitratu non defenditur, eius bona possideri vendique iubebo[963]». Infatti, Epicrate s'era volontariamente allontanato dalla Sicilia, e i suoi amici finirono col desistere dal difenderlo[964].

La creazione de' magistrati locali.

Passando dall'ordine de' giudizî a quello amministrativo, la creazione di magistrati in generale e de' censori in ispecie, sottratta al voto de' concittadini e fatta, direttamente o indirettamente, dal governatore, potea trovare la sua giustificazione, innanzi tutto, nel potere stesso del governatore, che gli permetteva di derogare a quelle norme costituzionali date, in fondo, da altri governatori, e, poi, dalla consuetudine, crescente ne' governatori, di immischiarsi sempre più, forse anche talvolta a fin di bene, nelle faccende delle amministrazioni locali[965]. Potè anche Verre esservi tratto da ragioni di utilità sua privata, come vuole Cicerone; ma il caso non era nuovo, nè censurabile in sè stesso. È proprio Cicerone che più tardi dalla Cilicia scriveva che i provinciali non aveano, molte volte, nemici peggiori di questi loro magistrati, che li derubavano e li mandavano in rovina[966]. Un'intrusione del supremo magistrato della provincia, del governatore, poteva molte volte essere feconda di bene, e provvido, qualche volta, anche il sottrarre la scelta de' magistrati alle gare delle fazioni locali. Si aggiunga, quanto a' censori, che se il censo era fatto per servire più immediatamente agli scopi de' comuni, avea poi innegabili relazioni con tutti gli interessi dell'amministrazione romana nella provincia, ed il governatore non poteva affatto disinteressarsene[967].

Le statue.

Similmente come elemento d'accusa, dal punto di vista giuridico almeno, poco valore potea avere l'addebito che Cicerone faceva a Verre di avere obbligato i Siciliani ad erogare tanto denaro per elevargli delle statue, e di averlo talvolta esatto, senza poi spenderlo secondo l'uso, a cui era destinato. Che Verre obbligasse i Siciliani a contribuire ad erigere statue, e che lo facesse per vanità insieme e per interesse, può ben darsi; non costa proprio fatica l'ammetterlo; ma gli argomenti, che Cicerone adopera per provare il suo assunto, sono troppo sottili, e il dilemma lascia una facile via di uscita. Quel generale concorso a' suoi onori e quell'universale rivolta, quelle petizioni che invocavano restrizioni di ordine pubblico a tali elargizioni, potrebbero deporre anche di un radicato spirito di adulazione e di una reazione, facile a conciliare con la stessa abitudine di adulare. Ma che che sia della cosa, moralmente, dal punto di vista giuridico, Cicerone stesso ammetteva[968] che, legalmente, si era obbligati ad attendere il decorrimento di un quinquennio per vedere se impiegava il danaro. È pur vero, come Cicerone osservava, che, se a Verre accadeva di sfuggire ad un processo grave come questo, un processo intentato per il semplice denaro, estorto, col pretesto delle statue o per le statue, non potea davvero dar materia a serio pensiero. Ma ciò non poteva, in nessuna maniera, aver l'effetto di toglierli il beneficio del termine e farlo condannare contro l'espresso dettato della legge.

Il conferimento de' sacerdozî.

Il metodo seguito nel dare il sacerdozio di Giove a Theomnasto, se è comico nella forma, non è che un modo di far sentire, anche più fortemente, quell'imperium, in virtù del quale egli poteva modificare, così in principio, come in pratica, le capacità ed i sistemi di elezione. Ma l'elezione di Cephaloedium, che le fa riscontro, lascia scorgere, senza troppa difficoltà, l'esagerazione di Cicerone. È strano come Cicerone, mentre attribuisce a Verre il potere di costringere gli altri a giudicare, a votare, a condursi in ogni modo a suo talento, gli fa violare regole giurisdizionali, norme costituzionali; ciò che non ha senso, perchè Verre avrebbe potuto, per altra via più semplice, con la sua autorità su i giudici e con l'esercizio diretto del suo potere, giungere allo stesso scopo. Riesce quindi difficile l'intendere, come, per far giungere Artemone Climachia al supremo sacerdozio, invece di seguire una via franca e spedita, avesse bisogno di mettere a soqquadro il calendario di quella città. È evidente che, in tal modo, invece di violare le sole norme stabilite pel conferimento del sommo sacerdozio, turbava anche il calendario locale, lasciando una traccia più sicura e più durevole del fatto suo. Veramente, il far servire l'intercalazione a scopi politici e personali di un partito, di una fazione, di una famiglia, era in Roma una cosa tutt'altro che nuova[969]. Cicerone stesso, dalla Cilicia[970], tra il serio ed il faceto, scrivendo, più volte raccomandava di trascurare l'intercalazione di quell'anno per abbreviare la lontananza da Roma, a lui tanto incresciosa. Se, dunque, Verre avesse fatto a Cephaloedium proprio quello che Cicerone gli attribuisce, veramente non avrebbe fatto che usare in provincia una abitudine, già invecchiata a Roma. Ma, considerando l'indole de' fatti e la notevole verosimiglianza delle cose, è possibile che Cicerone abbia qui messo in relazione due cose tra loro indipendenti; anche perchè ciò gli consentiva, nel pubblicare queste sue orazioni, di arricchirle di uno di quegli incidenti umoristici, a cui egli teneva tanto.

Come è noto, al tempo di Verre, il calendario, anche a Roma, non avea acquistata quella regolarità che Cesare cercò dargli, benchè non vi riuscisse in maniera definitiva; e questa periodica sistemazione del calendario era, là ed altrove, come si è detto, causa di preoccupazioni insieme e di abusi. Fuori di Roma, in molti posti, il computo dell'anno, non che essere adagiato su di una base definitiva e regolare, era fatto ancora sul corso della luna[971]. Per sapere, davvero, quale fu l'indole della intercalazione di Verre, occorrerebbe sapere le particolarità del calendario di Cephaloedium in quell'anno. In ogni modo, se ciò non ci è dato, siamo in grado di vedere che Cicerone diceva cosa inesatta, dando a' calendari greci e siciliani una conformità, che non avevano, e gabellando per uso universale l'aggiunzione o la sottrazione di uno o due giorni al mese; mentre, in alcuni casi, l'aggiunta di due giorni sarebbe stata soverchia, e, in altri casi, s'intercalava, o si sopprimeva, tutta una serie di giorni[972].

Le esportazioni.

Il calcolo delle esportazioni di Verre, che Cicerone poi faceva, in base a quelle avvenute dal porto di Syracusae, era probabilmente arbitrario, od, almeno, esclusivamente congetturale. Dimorando Verre in Syracusae, era di là che le esportazioni di solito avean luogo; e, che in ogni porto di Sicilia Verre facesse un diuturno carico di merci, era cosa che Cicerone poteva più facilmente fingere che provare. Il rimprovero, da Cicerone fatto a Verre, di non aver pagato il dazio sulle sue esportazioni e le corrispondenti lamentele di pubblicani, di cui poi si tentò disperdere la traccia, difficilmente ponno accordarsi con le esplicite norme, che volevano soggetto a dazio soltanto ciò che era esportato per ragione di commercio, non ciò che era esportato per uso privato[973]. E Verre, non foss'altro che per l'ordine a cui apparteneva, non si poteva intendere che esportasse a scopo di commercio.

Verre e la lex Hieronica.

Ma, anche là, dove Cicerone si studiava più di colpir Verre, nell'amministrazione del tributo pagato dalla Sicilia, non mancavano in più parti elementi di giustificazione e di difesa. Cicerone accusava Verre, a tal proposito, di avere arbitrariamente innovata, e in parte abrogata la lex Hieronica, specialmente per quella parte, che riguardava la costituzione del tribunale giudicante sulle controversie ad essa relative, e di averne poi, nella pratica applicazione, tratta tanta materia di abusi, da rovinare a dirittura l'agricoltura siciliana ed esaurire la prosperità della Sicilia. Ora, a bene intendere, per quanto le varie notizie permettono, la natura vera della lex Hieronica e la sua funzione nella amministrazione siciliana e l'estensione de' poteri del pretore, si scorge già l'esagerazione dell'accusa di Cicerone, anche per la prima delle accuse. La lex Hieronica era la norma direttiva per l'esazione del tributo. Il pretore non ripeteva anno per anno tutte le sue clausole, ma rinviava alla lex Hieronica. Così l'editto provinciale riassumeva in sè, come lex redemptionis, questa norma regolatrice del tributo; e non è inverosimile che essa costituisse la parte più antica e migliore dell'editto provinciale, che diveniva translaticium. A questo tronco si vennero naturalmente innestando le inerenti norme procedurali, e l'editto divenne un codice di tutto il procedimento giudiziario, riguardante l'esazione delle decime. Ma, secondo il comune modo di vedere, questa procedura non riposava tanto sull'editto, quanto sulla lex frumentaria, sulla lex Hieronica. Eran fusi e conservati l'antica consueta imposta, il modo di esazione, il sistema di regole amministrative, con cui si tendeva ad assicurare, insieme, chi pagava e chi esigeva il tributo[974]. Se è così, formalmente almeno, Verre non commetteva un eccesso di potere, sviluppando anche più che innovando, le norme fondamentali di quel regime tributario, e l'editto suo, messo in relazione co' concetti, a cui, secondo lo stesso Cicerone s'inspirava la lex Hieronica, non appare così discordante da essi, come voleva l'accusa.

Con l'edictum de professione, Verre non fece altro che completare e sviluppare un indirizzo amministrativo, a lui anteriore; dove prima, forse, era un semplice elenco de' coltivatori, volle che s'aggiungesse anche un elenco delle coltivazioni[975]. Le condanne, in causa della mancata o non sincera denunzia (professio), era poi una conseguenza naturale dell'obbligo imposto di denunziare le coltivazioni; e, se ne fu fatta cattiva applicazione, il biasimo non si può, in via assoluta, farlo risalire al decreto, da cui avea origine. La professio, nella formazione del censo, era la cooperazione del cittadino alla formazione del registro censuale, richiesta per legge e con minaccia di una pena[976]; e questa di Verre, in Sicilia, si poteva dire un'applicazione analogica dello stesso principio[977]. Che poi la misura del pagamento non potesse dipendere semplicemente dalla professio, dalla denunzia dell'agricoltore, s'intende senza molta difficoltà. L'esazione avea luogo in base al ruolo del tributo, che costituiva pel debitore il legale ordine di pagamento e lo metteva in mora[978]; ed il rimedio ad un'esazione esagerata consisteva, appunto, nella ripetizione di quanto era stato esatto ingiustamente e nella multa che accompagnava l'arbitraria esazione[979]. Il divieto, fatto all'agricoltore, di asportare il frumento dall'aia, prima di essersi accordato col decumano, oltre ad essere un mezzo di assicurare l'esazione e dare pratica esecuzione alle norme precedenti, trovava la sua corrispondenza appunto nella lex Hieronica, la quale, secondo la versione stessa di Cicerone, cercava con pene severe di impedire che il frumento venisse rimosso in frode del decumano[980].

Un altro appiglio a maggiori attacchi, da parte di Cicerone, era offerto dall'allargamento de' poteri de' pubblicani nell'esercitare il loro diritto di pegno. Ma, anche qui, un più meditato esame della via seguita da Verre, conduce forse ad un giudizio meno parziale. Che il diritto di pegno competesse a' pubblicani, è ammesso anche da Cicerone, come norma esistente in ogni regione del dominio romano[981]. La colpa di Verre sarebbe consistita nell'allargare questo diritto di pegno sino a comprendere, non semplicemente quello che il pubblicano chiedeva e il coltivatore si rifiutava di dare, bensì perfino, talvolta, tutto quello che si trovava sull'aia; nell'invertire l'onere della prova, in modo che non era più il pubblicano a dover dimostrare che gli era dovuto quanto chiedeva, ma il coltivatore che dovea agire in giudizio contro di lui; e, finalmente, in tutta la protezione ufficiale accordata a questo sconfinato arbitrio de' pubblicani, mercè l'intervento del magistrato.

Ora, giova osservare che il diritto di pegno, specialmente nelle sue origini, si presenta come un mezzo indiretto di costrizione e s'informa, tutto, a questo principio dominante[982]; è un mezzo di coazione, e, subordinatamente, una pena. L'estensione dunque di questo diritto, sino a comprendere tutto il ricolto, specialmente nel caso del frumentum conceptum celatum, è una estrinsecazione ed una conseguenza di quel principio. Per vedere davvero in quanto Verre modificò, e da che punto di vista, occorrerebbe sapere con precisione il metodo seguito prima di lui. Ma anche senza poter risalire a questo, e ritenendo, come una vera innovazione, l'inversione della prova e le clausole dell'editto, che regolavano la condanna dell'agricoltore opponente, o del pubblicano concussionario, la modificazione va considerata in relazione a' concetti che informavano il diritto tributario.

Per chi crede che davvero il suolo provinciale, soggetto a tributo, non fosse posseduto che a titolo di precarium[983]; od anche che il precarium, senza costituire il cosciente ed originario fondamento di quello stato di cose, ne fosse, specialmente verso la fine della repubblica, divenuta l'espressione giuridica; per chi si mette da questo punto di vista, la confisca del prodotto e l'inversione della prova divengono soltanto la logica conseguenza di un principio giuridico ammesso. Il pagamento del tributo era la condizione per mantenersi nel possesso del fondo, e l'inadempimento, se poteva portare la devoluzione del fondo stesso, a maggior ragione poteva produrre il pignoramento di tutti i frutti; e dovea esso, l'agricoltore, agire in giudizio contro il pubblicano, che come rappresentante de' diritti dello Stato vi compariva come possessor. Ma, anche chi non muove da questo punto di partenza, non esita a riconoscere che il pubblicano ed i poteri, che ad esso venivano concessi, non possono prendere norma, nè trovare la loro spiegazione semplicemente ne' rapporti di diritto privato; ed è invece al carattere pubblico, ad essi attribuito, che bisogna domandare una spiegazione conveniente. Lo Stato, nella sua amministrazione ed in tutti i suoi rapporti finanziarî, non si lasciava circoscrivere dalle norme di diritto privato, e seguiva le sue speciali norme che son quelle del diritto pubblico[984]. L'interesse de' pubblicani era intimamente connesso con quello dell'annona, dell'approvvigionamento di Roma, del retto funzionamento di tutti que' servizi pubblici che il pagamento de' tributi rendeva possibile. Rendere dunque l'esazione de' tributi pronta e spedita, togliendo gl'inceppi che potevano venire da preventive contese, significava, non solo, e forse non tanto, favorire il ceto de' pubblicani, quanto favorire lo Stato, che nulla avrebbe percepito, quando alla loro volta gli altri non avessero esatto. Di qui quei diritti di pignorare, di perquisire, che si vedono concessi a' pubblicani[985]. La nuova regola, tanto censurata da Cicerone, per cui l'agricoltore era costretto a seguire la competenza del fòro scelto dal pubblicano, piuttosto che del suo, corrispondeva probabilmente all'ordine invertito delle parti; ed, avendo il pubblicano la veste di convenuto, l'agricoltore, divenuto attore, dovea andargli ad intentare nel luogo di sua residenza la causa. Tutto ciò a prescindere da ogni facoltà del governatore nello stabilire la sede del giudizio, facoltà di cui anche Cicerone in Cilicia fece grande uso. Alcune delle disposizioni a ciò relative, contenute nell'editto di Verre, rispondono, successivamente, ad un'evoluzione della legislazione tributaria, che, anche da noi, si fonda sul principio eccezionale del solve et repete; adottato talvolta anche in rapporti d'ordine privato, ma sempre in vista di motivi d'interesse pubblico. Le vessazioni e gli arbitrî, che facilmente si possono accompagnare ad una siffatta estensione di poteri, che, anzi, molte volte sono inevitabili, possono solo limitarsi, adottando rigorose disposizioni contro gli abusi commessi; ed è per questa via che si metteva la legislazione, specialmente sotto l'impero[986]. Verre minacciando di condannare i pubblicani a pagare otto volte quello che avessero indebitamente esatto, obbediva precisamente -- a considerare almeno la disposizione in astratto -- a questo criterio.

La disposizione corrispondente, che comminava il pagamento del quadruplo all'agricoltore soccombente, poteva, certamente, essere un tranello; ma era pure un rimedio necessario contro la moltiplicazione di giudizî temerarî, ed una cosa affatto rispondente all'indole ed al carattere del giudizio romano.

Secondo Cicerone, queste nuove disposizioni, già per sè stesse dannose agl'interessi degli agricoltori, sarebbero state rese anche più esiziali dalla irregolare costituzione de' tribunali, formati con criterî diversi da quelli voluti dalla lex Hieronica; giacchè, in luogo di esser tratti dal conventus e da' negotiatores, i giudici erano presi dalla coorte stessa del pretore. L'accusa non è nuova; e Cicerone, prima di trattare dell'amministrazione frumentaria, l'avea già fatta a Verre, trattando, in generale, dell'amministrazione giudiziaria. Se non che, lo stesso Cicerone ci dà modo di temperare l'accusa e di mostrarla almeno nella sua generalità esagerata. A breve distanza del luogo, ove, in forma assoluta, avea negato ogni scelta di giudici da' negotiatores e dal conventus, dice che non avea tenuto conto della lex Rupilia, che quando non v'andava di mezzo il suo interesse[987]. Più appresso, sempre lo stesso Cicerone parla di M. Petilio, cavaliere romano, ch'era nel consilium di Verre, e che da lui, in occasione della causa di Sopatro, fu allontanato, perchè adempisse la sua funzione di iudex rei privatae; e con M. Petilio erano anche molti altri, che solevano prender parte a' giudizi e che aveano esercitato tale compito anche sotto il predecessore di Verre[988]. A' membri della coorte poi Cicerone nega la loro qualità di cittadini romani[989]; ma il loro nome di Cornelii, e il vederli intorno a Verre, ci fa agevolmente pensare che essi doveano appartenere a que' diecimila, o più, che Silla introdusse nella cittadinanza romana[990]; e solo la viziosa origine e la foga dell'accusa hanno indotto Cicerone a dire il contrario. Se erano cittadini romani, come tali appartenevano al conventus, e, formalmente almeno, Verre non avrebbe punto violata la legge scegliendoli a giudici; per quanto noi non siamo bene informati del modo preciso, onde concorrevano a formare il corpo giudicante il conventus e i negotiatores. In ogni modo, nella formazione del tribunale, il pretore avea il diritto di scelta, e le parti quello della ricusazione[991]; sicchè, anche sotto questo rapporto, l'operato di Verre sfugge sempre più all'accusa di illegalità. È opportuno anche rammentare come, in genere, il consiglio adoperato dal magistrato avea una funzione, più che altro consultiva, e nel costituirlo e nel seguirlo, in genere, era lasciata molta latitudine al magistrato[992]. E questo stesso suo carattere, messo insieme alla maggiore agevolezza di trarre i giudici dal seguito del governatore, composto di persone meno distratte da altre faccende e sempre presenti, portò poi a costituire stabilmente, de' membri della coorte, i tribunali provinciali. Sotto questo aspetto, infatti, i tribunali ci si presentano nel periodo imperiale; ma la consuetudine, verosimilmente, era più antica, e si trattava di tutta una evoluzione, per cui un semplice stato di fatto, con la costante ripetizione, si mutava in una norma fissa[993].

Gli elementi di fatto dell'accusa.

Scendendo da questa censura di norme generali a' casi concreti, riesce più difficile sottoporre ad esame le accuse di Cicerone; ma, pur non potendo discutere fatti, che sfuggono ad ogni controllo, sia per il loro riferimento a qualche fatto d'ordine generale, sia per il carattere comune che hanno, porgono anch'essi agio talvolta a togliere opinione di esattezza alle parole di Cicerone e a giudicare, con qualche criterio diverso dal suo, alcuni de' fatti di Verre.

È stato già osservato[994], per esempio, come poco giustificabile sia il giudizio portato da Cicerone nel caso di Xenone Meneno, sia che si consideri il diritto di accertare la vera estensione delle colture, sia che si consideri la legale rappresentanza che il marito avea della moglie. L'intromissione di Verre nel riscatto, che facevano le città delle decime dalle mani de' pubblicani, può aver dato, ed avrà dato luogo ad abusi: non c'è a dubitarne; ma, considerata in principio, corrispondeva ad un compito, che il governatore non reputava estraneo alle sue funzioni, tanto dal punto di vista dell'interesse de' pubblicani, che de' provinciali; e lo stesso Cicerone, in Cilicia, si adoperò a menare a termine queste composizioni.

Gl'ingenti guadagni che i pubblicani, secondo lui, avrebbero realizzato, non hanno bisogno, per essere spiegati, assolutamente, di queste pressioni di Verre. Gli appalti, assunti in base alle colture, ch'erano state denunziate, spesso, in proporzione inferiore alla realtà; le leggi rigorose, che aveano armato i pubblicani di tanti poteri nelle riscossioni; bastano già, per sè soli, a spiegare queste transazioni, fatte a condizioni così favorevoli e con sì lauti guadagni. Anche Cicerone è costretto a riconoscere indirettamente il secondo di questi argomenti[995].

Le decime di Leontini.

Ma dove Cicerone più mostra la parzialità dell'accusa, è proprio in quel punto, in cui crede di portare a Verre un colpo irreparabile: alludo all'appalto delle decime dell'agro leontino. Cicerone rimproverava, infatti, a Verre di avere appaltato ad Apronio, per trentaseimila medimni, la riscossione delle decime dell'agro leontino, che nella migliore ipotesi non potevano ascendere a più di trentamila medimni; giacchè trentamila jugeri erano stati messi a coltura, ed il prodotto, solo nella migliore delle ipotesi, era il decuplo della semente. Intanto, data questa condizione di cose, non si riesce a spiegare come Cicerone là stesso e poco appresso possa affermare[996], che le decime in altri tempi, sotto C. Norbano, cioè nell'87 a. C.[997] si vendettero ad ugual prezzo, e che, in quell'anno stesso, Q. Minucio, uomo de' più onesti (in primis honestum), e che perciò dovea contare solo su' mezzi leciti, volea prendere l'appalto ad una ragione assai più alta di quella offerta da Apronio. La spiegazione si trova soltanto col dissipare la confusione che Cicerone vuol portare sull'argomento. I Campi leontini, che, per la loro feracità, avean persino fama di essere stati i primi a portare il frumento[998]; anche oggi, quando la miglior parte di essi è stata sottratta alla coltura de' cereali, per essere adibita ad una cultura più intensiva, esausti pur come possono essere, dopo tanti anni, e senza un vero miglioramento di metodi di cultura; sono pur capaci di rendere dodici volte la semente[999], due volte più di quello che Cicerone diceva. Quando Plinio ne scriveva, da naturalista, e senza i preconcetti che Cicerone vi portava, ne faceva ascendere la fecondità a tal punto, che la sua espressione, poichè parla del cento per uno, dev'essere ritenuta iperbolica. In ogni modo Plinio fa que' campi fecondi come quelli dell'Egitto[1000]. Cicerone dunque cominciava dall'abbassare la produttività di quelle terre, e non si fermava qui. La produttività non si proporzionava all'area coltivata, bensì alla semente piantata. Ora, nell'iugero di terra, specialmente quando il terreno era assai fecondo, poteva seminarsi anche più di un medimno di frumento. La diversa proporzione della semente era cosa ben nota agli scrittori antichi di agricoltura[1001]; un d'essi, parlando della seminagione dell'orzo, consiglia di metterne otto modii in ogni iugero di terreno[1002]. Se si tien calcolo di tutto questo, si può anche venire alla conclusione che Apronio prelevò tre medimni per ogni iugero di terreno, senza prendere in realtà più di una decima parte del prodotto.

Il frumentum imperatum e l'aestimatum.

Non degno di maggior fede, forse, è Cicerone, dove, censurando le percezioni arbitrariamente fatte, nell'esigere il frumentum imperatum e specialmente il collybus, l'aggio sul cambio delle monete, dice che questo non potea trovar luogo, perchè in Sicilia non avea corso che una sola specie di moneta. Eppure, se v'era paese, che per la commistione de' popoli, per la posizione, per il commercio, dovea avere, come avea, un corso di monete vario, quello era la Sicilia.

Equivoco del pari e capzioso è il ragionamento, col quale Cicerone vuole provare la colpevolezza di Verre nell'esigere il frumentum aestimatum. Come è noto, il pretore avea facoltà di esigere il frumento occorrente agli usi personali suoi e dei suoi dipendenti, e Verre l'avrebbe dovuto pagare, per quel che Cicerone ci dice, a quattro sesterzî il modio. Se non che, una consuetudine sorta prima a vantaggio, e poi convertita a danno de' provinciali, ammetteva che il governatore esigesse danaro invece di frumento; e, giacchè il governatore avea diritto di esigere il frumento dove più gli piacesse, il prezzo da esigere si valutava prendendo come misura, il prezzo che il frumento avea nella città della provincia, in cui era più caro. Verre avea, in base a questa consuetudine, esatto in Sicilia, a titolo di frumentum aestimatum, nientemeno che tre danari a modio, cioè dodici sesterzî. Cicerone, pur cedendo alla consuetudine e non volendo attaccare Verre almeno da questo aspetto, sostiene che Verre ne abusò; giacchè in Sicilia il costo del frumento era uniforme, se non di due sesterzî a modio, come pur Verre avea scritto, tutt'al più di due sesterzî e mezzo. Verre quindi, anche a questo titolo, avea violata la legge, espilando danaro.

Ora, che al tempo di Verre il frumento avesse, per tutta la provincia, un prezzo uniforme e costante, recherà molta meraviglia; quando un'occhiata a recenti statistiche mostra come, anche a' tempi nostri, pur con ogni facilità di approvigionamento, con i mezzi di comunicazione incomparabilmente più agevoli, si è ben lungi, nella stessa Sicilia, dall'ottenere questo prezzo uniforme[1003]; ed allora la Sicilia si distingueva sopra tutto per lo scarsissimo sviluppo di viabilità[1004]. Che, dunque, il prezzo del frumento fosse eguale in ogni punto della Sicilia, noi non lo crederemo, se anche ce lo dice Cicerone. Ma un equivoco anche maggiore è quello che vuole indurre Cicerone, quando, parlando del frumento venduto, a detta di Verre, a due sesterzî il modio, e di quello da Verre stesso fatto pagare a tre danari, non fa distinzione di tempo. Percorrendo i dati, comunque non molto abbondanti, che abbiamo sul prezzo de' cereali nell'antichità, da nulla forse siamo tanto colpiti, come dalle variazioni affatto repentine, a cui andava soggetto; in modo che a distanza di pochi mesi è possibile veder salire il prezzo di un medimno da 4 d. 3 ob. a 7 o 10 d.[1005], ed, a più breve distanza ancora, il prezzo di un'artaba da 250 dr. a 320, 368, 384 dr.[1006]. Pure, ciò non può destarci meraviglia, se consideriamo tutti i vincoli imposti al commercio de' cereali, i sistemi proibitivi, i monopolî, i privilegî. Gli effetti di una tale condizione di cose, sopra tutto per quanto riguarda l'artificiale rialzo del prezzo, sono stati studiati, nella stessa Italia, molte volte e da tempo[1007], e non accade di tornarvi sopra. Bastava un'incetta fatta su larga scala per far salire il prezzo sino a 16 dramme il medimno[1008]; ma, anche indipendentemente da questi casi speciali, avveniva facilmente che il grano, svilito di prezzo subito dopo il ricolto, salisse ad un prezzo assai alto in altra stagione dell'anno. In Sicilia, donde, a sola nostra notizia, senza tener conto del frumentum aestimatum e de' guadagni de' pubblicani, tra prima e seconda decima e frumentum emptum, venivano prelevati, per conto di Roma, circa un milionecentotrentamila e più medimni, non era difficile che ciò avvenisse. Lo stesso Cicerone ammette senza contrasto, che appena sotto il predecessore di Verre, il prezzo del frumento era salito a cinque danari il modio[1009].

Considerando dunque l'indeterminatezza della notizia di Cicerone, basterà supporre che i due prezzi diversi de' cereali si riferiscano a due periodi diversi e che Verre, non avendo limite di tempo fissato alla sua richiesta, l'abbia fatta in un momento dì rincaro; ed anche quest'accusa di Cicerone, sempre dal punto di vista legale, da cui egli amava mettersi, avrà perduto ogni fondamento.

La ruina dell'agricoltura siciliana.

Quanto ne avea l'altra accusa che Cicerone facea a Verre, di aver egli solo rovinata l'agricoltura siciliana?

Veramente, se le cifre corrispondono al vero, fa senso il vedere, in soli tre anni, ridotti i coloni di Leontini da 84 a 32, quelli di Mutyce da 187 ad 86, quelli di Herbita da 252 a 130, quelli di Agyrium, finalmente, da 250 ad 80[1010].

Ma, era proprio tutta colpa di Verre?

Non sarò io a negare i tristissimi effetti di un sistema d'imposizione, male ordinato e peggio applicato; pure è giusto rilevare che, nè questo metteva capo a Verre soltanto, nè un fatto di tanto rilievo avea la sua origine soltanto nel sistema tributario e nelle vessazioni di un governatore. Molteplici e maggiori ne erano le cause.

Se le guerre servili, due volte divampate con uno scoppio più violento, due volte erano state represse, non n'erano perciò state tolte le cause. Sotto l'azione di tutte queste cause, che la concorrenza sempre progrediente dell'Africa e dell'Egitto, rendeva ognora più disastrose, la Sicilia s'impoveriva e si spopolava. Era una crisi, incomparabilmente più duratura e più esiziale di quella che avea potuto portare alcuni secoli innanzi la coltura dell'olivo e della vite, introdotta nell'Africa[1011]. Se è vero, come Cicerone vuole, che a C. Norbano, soltanto quattordici anni prima di Verre, era riuscito agevole esigere, senza durezza e senza soverchio aggravio, quello che Verre potè esigere a costo di tanti sforzi; bisogna pure da questo dedurre che, anche in un tal numero d'anni non grande, una sensibile decadenza avea avuto luogo nell'agricoltura. Quell'incremento del lavoro servile, doppiamente insidioso alla piccola proprietà ed al benessere generale, per la concorrenza sempre più implacabile e per lo stato permanentemente malsicuro in cui teneva l'isola, conduceva ad una forma di produzione agricola, sempre più sfruttatrice e meno rimunerativa. I vincoli imposti alla libera espansione degli elementi locali, l'avida e prepotente speculazione di tutto il ceto commerciante romano, che, direttamente o indirettamente, si volgeva alla Sicilia, il prelevamento delle decime, aveano un'azione incalcolabile su tutta l'economia siciliana. La lex Cassia Terentia, introdotta appunto al principio dell'amministrazione di Verre, avea dovuto essere un altro colpo.

Benchè Cicerone tenga a dire il contrario, è poco probabile che il Senato nello stabilire i prezzi tenesse più conto dell'interesse de' Siciliani che di quello dell'erario; e, in ogni modo, quest'altro prelevamento forzato non era fatto per mettere meglio in grado gli agricoltori di tentare la libera speculazione e di profittare della varia vicenda de' prezzi. Se a tutto ciò si aggiunge il brigantaggio e specialmente la pirateria, fatta sempre più audace e molesta, si avrà ragione di sospettare che non era in tutto veritiero, nè in tutto giusto Cicerone, nell'imporre quest'altro carico, tutto, sul capo di Verre.

È strano come Cicerone, che avea tanto abbondato in altri punti, qui, volendo dimostrare la diminuzione degli agricoltori, si limiti a parlare di quattro soltanto tra le sessantotto città di Sicilia. E come mai la diminuzione sarebbe stata maggiore in questi punti, che erano pure i più fecondi? La notizia di Cicerone inoltre è monca, giacchè di due dati, che il catasto di Verre abbracciava, il numero degli agricoltori e l'estensione delle culture, ci dà notizia solo di quelli e non di questa. Nella campagna di Agrigentum, ebbe l'impressione di una grande desolazione; eppure egli non se ne può servire per dimostrare che gli agricoltori scemavano proprio sotto Verre[1012]. Occorre notare, come dallo stesso Cicerone sappiamo, che doveano esservi stati degli anni di cattivo raccolto sotto Verre e che, anzi, per superstizione, i Siciliani ne attribuivano la cagione al trafugamento della statua di Cerere[1013]. È notevole pure che i territorî di quelle quattro città, tutti della Sicilia orientale, doveano essere più facilmente preda de' pirati, omai prepotenti, che facevano sbarchi sulle coste e si inoltravano anche talvolta nel paese per saccheggiare e incendiare le mèssi[1014]. Appiano[1015] attribuisce alla pirateria, divenuta tanto potente da interrompere ogni commercio, anche questo abbandono de' campi. Tutto ciò ci dice già qualche cosa; ma un'altra spiegazione l'abbiamo ancora, se ci facciamo a considerare che que' territori si trovavano precisamente in quella parte della Sicilia, ch'è anche oggi quella ove più domina il latifondo[1016]. Che anche allora la grande coltura tendesse sempre più ad ampliarsi, sia sotto forma di allargamento della proprietà, l'ingens cupido agros continuandi, rilevata poi da Livio[1017], che di locazione in grande, e che si riuscisse a meraviglia a sopprimere piccoli proprietarî, o piccoli affittaiuoli; ce lo dimostra il caso de' Leontini, quale ce lo dà lo stesso Cicerone[1018]. A Leontini appunto, l'unico e grande possessore fondiario era Mnasistrato, odiato perciò stesso da' suoi concittadini, come può essere un latifondista siciliano del giorno, che vive del tributo, della fame e della miseria de' suoi conterranei. Chi sa dunque quanta parte, in questo stremarsi degli agricoltori, l'aveano la mala annata, i pirati e gli emuli di quello stesso Mnasistrato, che Cicerone chiama con intenzione homo honestissimus e vir optimus.

La lettera di L. Metello[1019], che Cicerone volea mettere innanzi come il più grave atto di accusa contro Verre, ha un significato molto più largo. Essa è l'eco delle tristi condizioni dell'agricoltura, nel momento in cui era scritta; ma fa pensare ad assai più cose, che non sia la semplice amministrazione di Verre. Anche per il modo di pensare di Metello in rapporto a questo, la lettera non poteva essere rivolta contro di lui. Fors'anche Metello si schermiva verso i consoli, che, di lontano, lo incitavano a cavare dalla Sicilia quanto più potesse. Essa pare fatta per richiamare alla memoria le lettere, colle quali la Compagnia delle Indie, mentre avea l'aria d'inculcare a Warren Hastings la severa osservanza della legge, spingeva a trasgredirla insistendo sulla necessità di accrescere l'entrate. L'apologo del castaldo, che per dare maggior reddito al padrone baratta gli stessi strumenti della cultura, era di applicazione assai più generale, e Cicerone avea torto di volerlo restringere a Verre. L'incitamento, dallo stesso Metello fatto agli agricoltori siciliani, di non abbandonare le colture ed anzi di estenderle, era nelle consuetudini de' governatori di provincia e non ha bisogno, per essere inteso, di essere messo in relazione con le vessazioni di Verre. Benchè Cicerone accenni quasi il contrario[1020], è pur vero che M. Levino fece di tutto per incoraggiare gli agricoltori ad attendere alla cultura della terra[1021], ed, anche dopo di lui, la cultura de' campi venne promossa, perfino con la minaccia e l'applicazione de' gastighi[1022].

La disonesta e rovinosa amministrazione frumentaria era stata, come dire, il cavallo di battaglia dell'accusa di Cicerone, ed, appena, l'allusione a' cittadini romani, arbitrariamente messi a morte, poteva avere tanta azione su' giudici ed anche sul popolo, quanto ne avea questo richiamo a' loro maggiori interessi, così offesi e compromessi. Cicerone lo sapeva e vi si fermava volentieri, comprendendo che ciò avrebbe contribuito grandemente all'esito della causa.

Le opere d'arte.

Tutto il bottino di opere d'arte, da lui denunziato, poteva interessare, solo mediocremente, il popolo romano. Verre chiamava quel suo amore delle opere d'arte passione, i suoi amici lo chiamavano anche manìa, e a Roma, dove il senso dell'arte era ancora molto limitato, avrebbero perdonato l'una e l'altra. Cicerone, per rendere più grave la cosa, tirava fuori, da quelle ch'egli denunziava come rapine, il sacrilegio, i rapporti di Roma compromessi verso potentati stranieri. Ma anche qui era tutt'altro che disperata, dal lato giuridico, la difesa di Verre. Verre si scusava di aver comperato quelle opere d'arte, che Cicerone diceva rubate[1023] e, in verità, in varî casi, riusciva a dare una dimostrazione sufficiente di questa sua asserzione[1024]. Altre volte si trattava di statue, date a lui in virtù di esplicite deliberazioni di magistrature cittadine[1025]; ottenute qualche volta, forse, nel modo, che dice Cicerone, qualche altra, fors'anche, se non con ispontaneità di sentimento, almeno in forma spontanea. Certamente, era pericoloso quel desiderio di comperare, in mano ad un governatore; perchè quelle compere potevano anche mutarsi, e si mutavano, in un mezzo di estorsione: ma, in ogni modo, Cicerone stesso consentiva a non voler vedere, nel semplice fatto della compera, un reato. Che, del resto, molte volte Verre fosse condotto a questa razzìa di opere d'arte, più da passione che da semplice avidità, lo dimostra lo stesso fatto, tante volte ripetuto da Cicerone, del restituire che faceva gli oggetti di metallo prezioso dopo averne staccati i fregi. Col proposito, poi, di mostrare che quelle vendite si traducevano talvolta in veri ricatti, Cicerone si lasciava andare volentieri ad esagerare il valore delle opere d'arte e, chi sa? fors'anche qualche volta a travisarne la vera natura.

Il valore di molte opere d'arte, specialmente di utensili ed arredi, andava a grado a grado rinvilendo, specialmente poichè ne fu affidata la produzione al lavoro servile[1026]. E, quanto alle vantate opere d'arte di Prassitele (IV, 2, 5) di Mirone (3, 5; 43, 93) di Policleto (l. c.), di Boetho (14, 32), di Mentore (18, 38), di Silanione (57, 126); si trattava proprio degli originali, o non piuttosto di copie, cui era conveniente il prezzo assegnato? Questi baratti di copie per originali non erano proprio rari; erano anzi frequenti, anche in un periodo di più progredita conoscenza, e l'inganno riusciva a meraviglia[1027]. Dell'Eros di Prassitele e delle sue varie figurazioni noi non sappiamo tutto quello che vorremmo; ma la celebrità, che presto ottenne, ne dovette necessariamente far moltiplicare le copie. È notevole intanto che di questa statua di «Eros» posseduta da Heio, Cicerone è il solo a parlare[1028]. L'Heracles era soltanto attribuito a Mirone; e sarebbe stata la seconda delle statue del solo Heracles, attribuite a questo scultore[1029]. Anche la statua di Apollo in Agrigentum corrisponde ad un'altra della stessa divinità e dello stesso scultore, che si trovava in Efeso[1030].

Se queste ed altre statue, acquistate da Verre, erano copie semplicemente, anche le conseguenze che Cicerone voleva ricavare dal tenue prezzo, per cui erano state comperate, rimanevano ingiustificate. Di altre statue il furto era stato compiuto o tentato, anche a stare alla versione di Cicerone, da aderenti di Verre; e non era dimostrato assolutamente che l'avessero fatto per conto del governatore e non per proprio conto.

Verre e i suoi accoliti.

Un altro de' punti deboli dell'accusa di Cicerone consisteva appunto in questa solidarietà, tutta congetturale e niente affatto dimostrata, di Verre e de' suoi fautori, o dipendenti.

Occorreva tutta la parzialità di un accusatore per credere che i membri della coorte, che gli amici, che gli aderenti non avessero profittato della loro posizione per empire il sacco. Questo sistema di far risalire a Verre tutta la responsabilità de' fatti compiuti sotto di lui, era un metodo analogo a quello, cui si attennero poi gli accusatori di Warren Hastings, e contro il quale reagisce ora un suo recente biografo, cercando di sceverare quanta parte potesse avere egli, e quanta ne avessero Sir Elias Impey e gli altri[1031].

E Verre stesso, del resto, si rendeva conto di ciò, e si doleva della responsabilità, che avrebbe finito coll'avere, di colpe non sue[1032]. Il maneggio del danaro era presso i questori: ma, mentre Cicerone, parlando di Dolabella già giudicato e condannato, volea far risalire a Verre molte delle sue colpe, tanto riputava l'opera del questore necessaria e prevalente in siffatto genere di cose; trattando invece di Verre, dimentica i questori, e, se una volta li rammenta, lo fa per iscusarli e trarli anzi fuori della causa[1033]. Eppure in altro momento, quando si era trattato di ottenere a preferenza di Q. Cecilio, il diritto di accusare, Cicerone avea ben saputo riconoscere quanta fosse la parte e quanta la responsabilità de' questori in tutte le colpe, di cui si accagionava Verre[1034].

Le prevaricazioni.

Le preterizioni, le deduzioni affrettate, la congettura, sopra tutto, hanno una grandissima parte in quest'accusa di Cicerone. L'incostituzionalità di alcune parti dell'editto, molti de' pronunziati giudiziarî e tanti altri degli atti a Verre rimproverati, potevano costituire veramente materia di quel particolare giudizio, in quanto era dimostrato che la causa determinante ne fosse stata il lucro. Ora a questa conclusione, anche volendo tener conto di quello che egli dice, Cicerone arriva per via indiretta, congetturale[1035]. Questo carattere dell'accusa è così saliente, che lo notava anche uno degli scoliasti di Cicerone[1036].

Le benemerenze di Verre.

Ma, oltre a tutte le scuse e le difese, che a Verre dovea riescir possibile trovar contro queste colpe e parvenze di colpe, ve n'era un'altra, che dovea contare non poco, ed era la benemerenza, ch'egli avrebbe acquistato verso lo Stato, accrescendo i proventi della Sicilia e mantenendo nell'isola la tranquillità, mantenendovi intatto il prestigio di Roma e del suo imperio e salvaguardando la sua sicurezza[1037].

A Cicerone questo pareva come spostar la questione e mutar l'indole del giudizio, portando la discussione da un campo in un altro. Ma egli sapeva benissimo che in un giudizio, in cui si richiamava, moralmente almeno, in esame tutta la vita dell'imputato, e in cui il verdetto, effetto di un lavorio tutto interno della coscienza, emanava da un concetto sintetico delle azioni, della vita, del carattere del giudicabile; un ordine di benemerenza, come quello, non solo non rimaneva indifferente, ma diveniva forse il principale coefficiente della sentenza. Gli stava bene innanzi alla mente M'. Aquillio, il vincitore della seconda guerra servile, le cui colpe anche Cicerone, altrove[1038], non qui, riconosceva come evidenti, e che a considerazioni di tal genere dovette la sua assoluzione.

Egli stesso, difendendo appresso M. Fonteio[1039] e poi L. Flacco[1040], doveva molto insistere su questo modo di difesa. Anche in tempi più recenti, Warren Hastings, benchè esplicitamente dichiarasse di volere essere condannato, se colpevole, non si astenne dall'allegare tutti i servigî da lui resi al paese, come la prova maggiore del suo carattere elevato e dell'incapacità di compiere atti disonorevoli[1041]. Così Cicerone si vide obbligato a seguire il suo avversario, anche su questo terreno, e fece del suo meglio per discreditare Verre ed ogni sua impresa in Sicilia. È noto come cercò di mostrar bugiardo il vanto de' maggiori proventi tratti dalla Sicilia. Ora, la quiete mai disturbata in Sicilia, la compiacente liberazione di schiavi, già condannati come ribelli, la venale amministrazione della flotta, il suo annientamento, l'interesse dello Stato subordinato a' suoi rapporti galanti, l'ingresso de' pirati nel porto di Syracusae doveano dimostrare menzogneri anche gli altri vanti.

Anzi, tutto quanto, in questo, poteva conferire alla prova della sua venalità, dovea servire anche a rincalzare l'accusa.

Finalmente i maltrattamenti e le arbitrarie uccisioni di cittadini romani doveano finire di renderlo inviso a giudici e popolo, obbligando gli uni ad immolarlo all'ira dell'altro.

Messo su questa china, non deve far meraviglia che Cicerone sacrificasse molto della verità all'interesse della causa e, dopo, nel redigere la sua orazione, all'interesse letterario.

La sicurezza in Sicilia.

Lo stato della Sicilia sotto Verre non poteva essere, e non era, quello stato di assoluta pace interna ed esterna, che Cicerone ci vorrebbe far credere.

Anche dal semplice accenno, fatto innanzi, all'estendersi del latifondo, al decadere della popolazione, alla crisi economica, si può desumere che, se i Romani aveano due volte potuto spegnere nel sangue quelle rivolte servili, che aveano attratto nel loro vortice anche una parte del proletariato, non ne aveano tolto le cagioni, e il fuoco semispento covava sempre sotto le ceneri. Spartaco stesso guardava, con occhio pieno di speranza, a quella terra classica di schiavi arditi ed insofferenti. E, mentre un lievito di future rivolte fermentava, pur dissimulato, all'interno, tutti i mari intorno erano in mano de' pirati, giunti allo stadio della loro maggiore potenza. L'onta recente di M. Antonio Cretico era ancora invendicata e, da soli quattro anni, Verre avea lasciata la Sicilia, quando i Romani dovettero pensare a rimettere insieme una flotta, che non aveano più, e dovettero conferire poteri illimitati al loro più famoso comandante per venire a capo dell'impresa.

In tali condizioni, solo una mano ferma e virile potea impedire uno scoppio immediato e il riardere di una guerra servile. Spartaco, entrato in trattative con pirati di Cilicia, avea deliberato appunto di passare in Sicilia; e, se, secondo qualcuno, il passaggio fu impedito dalla malafede de' pirati, che, presa la mercede, non tennero i patti[1042], non è men vero (ce lo dice un autore attendibile e non remoto da que' fatti) che Verre sorvegliò ed assicurò i lidi italiani[1043]. Questa tradizione recisa e sicura, il proposito di Spartaco di volgersi alla Sicilia, donde gli dovettero venire incitamenti ed assicurazioni di un terreno favorevole, bastano già per mostrare la parzialità dell'accusa di Cicerone[1044]; ed, a chi considera le cose da questo punto di vista, il caso degli schiavi triocalini, prima condannati e poi liberati, quelli di Aristodemo, di Apollonio, di Leonte d'Imachara, di Apollonio di Panhormus, a noi neppure ben noti in tutte le loro particolarità, perdono d'importanza sopra tutto, se intendono a dimostrare che Verre non si occupò di tener sicura la Sicilia. La grazia accordata agli schiavi di Leonida, nel momento stesso dell'esecuzione della condanna, se, a Roma, in un giudizio pronunziato da un regolare tribunale contro un cittadino, era cosa affatto sconosciuta ed illegale; in provincia, tenuto conto della speciale posizione del pretore, dell'ordine non rigoroso de' giudizî, può non destare sorpresa, ed, in linea di fatto, è suscettibile di spiegazioni ben diverse da quelle che congetturalmente ne dava Cicerone. E quanto ad Apollonio, se Cicerone mostrava di non saper concepire, per la sua posizione, ch'egli avesse mano nelle sommosse servili; quelli, cui è noto, per lungo ordine di esempî tutto lo sviluppo del manutengolismo in Sicilia, potranno vedere, in quello, un caso del genere.

I pirati ed i provvedimenti per la flotta.

V'è appena bisogno di rilevare, di fronte a tutto il complesso de' fatti anteriori e posteriori ed alla concorde tradizione[1045], che minaccia dovevano essere poi i pirati, per la Sicilia specialmente. Del resto basti dire che lo stesso Cicerone diceva della loro abitudine di svernare a Melitta[1046], e de' Liparensi, ch'erano divenuti verso di essi veri tributarî[1047]: ed alludeva, con insistenza, alla pericolose avventure del suo viaggio in Sicilia e del suo ritorno[1048]. Quanto più grave era il compito, tanto più erano inadeguati i mezzi, di cui poteva disporre un governatore della Sicilia. Una marineria stabile, regolare e bene ordinata, mancava prima dell'impero, e bisognava sopperire col contingente fornito dalle varie città. Cicerone probabilmente travisa e contorce le varie misure prese da Verre in ordine alla flotta; ma forse non è ardito vedere, attraverso quelle stesse notizie che Cicerone ci dà, frammentariamente ed accompagnate da malevoli interpretazioni, un tentativo di riordinamento della squadra locale. Quali che si fossero le vere intenzioni, che animarono Verre nella sua condotta verso Messana e verso Tauromenium, l'esenzione fatta alla prima di contribuire una nave (se esenzione fu e non sostituzione), non potè indebolire la flotta, dal momento che fu chiamata a concorrervi la seconda, la quale, a dir di Cicerone, non vi era obbligata. Le altre somme, percepite dalla città o da' privati, per esenzioni dal servizio militare, corrispondono ad una consuetudine sempre più invalsa in quei tempi, nelle leve fatte anche in Italia[1049], e davano modo di colmare quei vuoti con mercenarî e proletarî. Tanto più ciò può intendersi per la Sicilia, dove non è punto nuovo questo scambio di vicarî[1050], e, secondo l'interpretazione di uno scrittore, la decima avrebbe avuto origine come corrispettivo di questa esenzione dal servizio militare[1051]; e s'intende meglio, trattandosi della flotta, che soleva essere armata degli elementi più scadenti della popolazione.

La provvisione avocata al comando dell'armata delle paghe e de' viveri, forniti prima a cura de' varî comuni, se può aver fornito, come Cicerone vuole, argomento di ruberie, può anche meglio considerarsi come un passo nel riorganamento, sempre meglio congegnato e coerente, della forza navale; e diventava una necessità per l'alimentazione delle ciurme, quando, mobilizzata la flottiglia e costretta a mutar spesso di posto, occorreva provvedere a tutto con una regolarità, di cui forse non sempre davano affidamento le singole città ed i navarchi.

Il conferimento, poi, del comando a Cleomene non ha bisogno di essere spiegato esclusivamente con un intrigo di gineceo. Anzi tutto, non si trattava di un fatto assoluto. Cicerone stesso ci fa altra volta vedere la squadra sotto il comando de' legati P. Cesezio e Q. Tadio[1052]. In questa continua guerriglia de' pirati, si dovea ben sentire quel bisogno che appresso raccomandò greci navigatori, anche liberti, in grazia della loro esperienza, per l'ufficio di ammiragli. I copiosi esempî che appresso ne abbiamo[1053], andando verso l'impero, ci dispensano dal ricorrere proprio alla sottile e personale spiegazione messa innanzi da Cicerone. Che se la flotta venne fugata e distrutta, non occorre dimenticare la forza de' pirati ed altre memorande sconfitte da essi date a flotte maggiori.

La spiegazione che Cicerone ne dà, può essere accolta o rigettata; ma, in punto di fatto, egli stesso dice che i navarchi ammisero che le navi fossero bene armate e fornite. Per quelli, che doveano giudicar Verre, ciò risultava da un documento[1054]. Parimenti il diverso trattamento usato a Cleomene ed a' navarchi, trova la sua spiegazione nel fatto che Cleomene era approdato a Pachyno per rinforzare con il presidio di terra l'equipaggio: gli altri invece avrebbero lasciato la flotta in mano de' pirati[1055]. Come si vede, anche per tempi posteriori, queste milizie locali non erano veramente permanenti e si richiamavano, o si congedavano, secondo il bisogno[1056]. Non era dunque da farsi un così gran carico a Verre de' congedi accordati, nè v'era da sorprendersi di questo bisogno sentito da Cleomene di imbarcare altri soldati nell'imminenza della zuffa. Potea, dunque, ben avvenire che egli apparisse in qualche maniera giustificato e che la responsabilità dell'abbandono e dell'incendio della flotta si facesse gravare su i navarchi, che non aveano opposta resistenza, ed anzi aveano abbandonato le navi.

Ad accrescere la difficoltà della situazione, in quei momenti, in Sicilia, conferì anche, e molto, il contegno di Mitradate, il quale, a combattere Roma, si giovava de' pirati, de' Sertoriani, di tutto. Questo scambio di rapporti tra Mitradate e Sertorio dovea richiamare tutta l'attenzione di Verre[1057], che, stando a mezza strada, dovea avere il debito e l'interesse di scoprirli ed intercettarli; tanto più che ciò dava occasione al vecchio sillano di fare le ultime vendette della sua parte. Ed a questo, probabilmente, fu dovuta quella condotta, anche più che severa, crudele talvolta, contro cittadini romani, di cui Cicerone seppe avvalersi assai bene per rinfocolare gli odî e rendere più esosa ancora la causa di Verre.

L'opera di Verre.

Una tale causa, a bene intenderla e giudicarla, avea bisogno di una serenità d'indagine, che era illusione attendersi, tenuto conto, specialmente, del suo carattere politico.

Io non ho inteso, nè preteso fare la difesa di Verre. La storia non accusa, nè difende: interpreta e narra; ed io ho voluto precisamente fare uno studio storico, che permettesse di meglio valutare, da un lato le Verrine, considerate come documenti storici, e dall'altro, il vero rapporto di Verre con gli uomini e le condizioni del suo tempo.

La spiegazione di molti fatti occorre chiederla alle condizioni, in cui la Sicilia e tutto il dominio romano si trovavano, ed a' fatti, che precedettero e seguirono il governo di Verre.

Di più altre cose la spiegazione ci vien data dallo studio delle istituzioni, guardate specialmente nel periodo imperiale. V'era nell'amministrazione delle province, ne' poteri e nelle funzioni del governatore, in tutto insomma, una evoluzione, che appresso si manifesta in forma più distinta e che, in questi ultimi tempi della repubblica, si mostra come un deviamento dal carattere formale della legge e delle istituzioni ed, insieme, come un adattamento di esse allo stato reale delle cose.

Considerata nel suo complesso, l'amministrazione di Verre, malgrado tutte le sue colpe, e al disopra di tutti i suoi non confessabili interessi, sembrava dominata da un criterio direttivo: quello di affermare in tutta la sua estensione, e in forma assoluta, il dominio romano, di accentrare nel governatore tutta la direzione della vita amministrativa e giuridica della provincia. A questo e all'evidenza stessa de' fatti, consapevolmente o no, si riferivano Verre ed Ortensio nella difesa, che Cicerone presupponeva ed anticipava; e questo significato avea l'appello alla comune consuetudine, agli abusi anche, così frequentemente commessi e tollerati.

La causa dal punto di vista politico.

Questa, a dire di Cicerone, era una improba defensio, e, dal punto di vista morale specialmente, egli avea ragione. Ma in questo proprio stava il punto più interessante della causa, che era, sopra tutto, una causa politica. Tutte le osservazioni d'indole giuridica e le rettificazioni de' fatti potevano trovar posto nella difesa, e non erano trascurate; ma la difesa vera consisteva in questo appello alla solidarietà della classe, e Verre non ne faceva proprio mistero. Egli si rivolgeva a quell'aristocrazia, cui Silla avea voluto ridonare il monopolio del potere; che avea chiesta ed ottenuta la sua vittoria alle proscrizioni ed a' supplizî, e, avendo diguazzato nella rapina e nel sangue, non sentiva il bisogno e non poteva nemmeno accampare il diritto di aver degli scrupoli. Lo diceva proprio l'accusatore di Verre[1058]: «le loro case e le loro ville eran piene delle statue e de' dipinti di questi, che, per un eufemismo, Cicerone chiamava ancora «socii.» In quelle ville era racchiuso il danaro, di cui tanti aveano bisogno, tutto quanto di meglio potea offrire il dominio romano. Piangevano tutte le provincie, si dolevano tutti i popoli, chiedevan ragione i regni delle cupidigie e delle offese romane; non v'era luogo, per ogni terra che circondasse l'Oceano, nè così lontano, nè così riposto, ove, ora, la nequizia e la corruzione romana non fossero penetrate. Il popolo romano omai era impotente a resistere, non alle armi, non alla forza, non alle guerre de' popoli stranieri, ma al loro cordoglio, alle loro lacrime, a' loro gridi di dolore[1059]

E pure, in quelle condizioni politiche, era forza che così fosse. Tutte le colpe, di ogni genere, apposte a Verre, ricompariscono, come un fatto immancabile, in tutta la storia del regime coloniale. Allora, poi, col fasto insolente, che ogni giorno più cresceva e più diveniva generale, col decadere dell'agricoltura, col crescere della concorrenza, l'aristocrazia romana dovea trovare nell'espilazione delle provincie una condizione necessaria di vita; e là si fondevano, mirabilmente, come sempre, il suo interesse politico ed il suo interesse economico, di cui il monopolio del potere era la più schietta manifestazione. Verre, ostinato ed intransigente sillano, affermava per suo conto questo, fors'anche con affettazione di cinismo, e chiedeva alla sua parte che anch'essa, cinicamente, l'affermasse da' rostri, dal tribunale, per tutto. Quando Verre allegava a sua discolpa la corruzione generale, anche più che fare l'appello ad un senso di giustizia distribuitiva, faceva appello allo spirito di solidarietà, ed a quello di conservazione della sua classe.

Ma la memoria del terribile dittatore, dell'uomo, che col suo nome avea fatto tremare i suoi nemici, cominciava ad allontanarsi, e l'opera sua, in gran parte di carattere personale, si andava sgretolando sotto le esigenze del tempo, nell'infiacchirsi della sua parte e nel risorgere delle tendenze democratiche. Molta parte dell'aristocrazia rinunziava alla sua intransigenza, per meglio resistere con graduali concessioni al nuovo impeto della parte popolare e, con la conciliazione, tener lontana ancora l'ora della sua fine. Mutava la sua orientazione politica, e l'appello di Verre dovea perdersi come una voce inascoltata: Verre stesso diveniva quel che di peggio può avere, in certi momenti, un partito reazionario: un troppo zelante partigiano, un incomodo amico. Alcuni anni innanzi, l'interesse di classe avrebbe potuto suggerire il salvataggio di Verre; e l'oligarchia romana si sarebbe condotta verso di lui, come, non di rado nella storia, come, anche oggi, la classe dominante si conduce rispetto ad uomini, che assai più di Verre hanno offesa la legge e la morale, ma che si credono ancora utili; tanto più utili anzi, quanto più sono impulsivi ed inaccessibili ad ogni scrupolo.

Lo spirito di conservazione della classe esigeva, in quel momento, piuttosto il sacrifizio che il salvataggio di Verre. E così fu fatto.

La lex Aurellia iudiciaria, tenuta in sospeso mentre Verre sembrava rinunciasse a difendersi, e promulgata, quando parve che risorgessero il suo ardire e le sue speranze[1060]; fu l'indizio di questo momento politico, e, per Verre, il pronostico della sua condanna.

Egli, nella pendenza del giudizio, rimase ancora incerto, cercando, forse, ancora un'estrema via di scampo.

Mandò un messaggio a Messana, chiedendo che fosse dichiarato Heio degno d'ignominia per la parte presa contro di lui[1061].

Intanto restava ancora a Roma. Dopo che il primo stadio della causa fu chiuso, fu visto in casa di L. Sisenna stare a contemplare con occhi appassionati alcuni arredi di argento, oggetto egli stesso di curiosità per tutti gli altri[1062].

La fine.

Ma a misura che il secondo periodo della causa stava per avvicinarsi, vide la necessità di lasciar Roma, e partì in volontario esilio.

Le speranze erano venute meno in lui; e, presente o assente, la sua vita pubblica era chiusa per sempre. Fu, in qualche parte, disdegno che l'indusse a partire, senz'attendere la sentenza? Era sopratutto il suo interesse che gli dettava di far così.

Troncando col suo volontario esilio quel giudizio di carattere penale, tra lui ed i Siciliani non vi sarebbe stato più luogo che ad una causa civile, in cui molto più difficile riesciva il provare i profitti che gli si attribuivano, e in cui, oltre a tutte le armi che le sottigliezze giuridiche potevano mettergli in mano, gli doveano giovare anche, specialmente in quanto all'acquisto delle opere d'arte, que' documenti, di cui si tentava impugnare l'efficacia nel giudizio di concussione.

Con questo anche si può spiegare che la condanna di Verre fu ridotta a tre milioni, soltanto, di sesterzî[1063].

Se ne andò, così, Verre in esilio con le sue ricchezze, con le statue, che avea saputo mettere in salvo[1064], co' suoi vasi corinzî; ed in quegli ozî invecchiò, non rimpiangendo forse il prestigio del comando e l'agitata vita pubblica e le speranze di maggiori onori.

A quelle sue collezioni artistiche teneva tanto, che il non essersene voluto separare, gli avrebbe, secondo la tradizione, procurata la morte da parte di M. Antonio, il corinthiarius, che desiderava appunto i suoi vasi corinzî[1065], e non trovò miglior mezzo, per averli, che comprendere il proprietario nelle liste di proscrizione triumvirali.

E, se non è inventato per ispirito di parte, e ripetuto per comodità di rettorica[1066], seppe morire virilmente.

Prima di morire avea anche saputo, e non senza intima soddisfazione, la morte del suo accusatore[1067], il quale avea resa più vergognosa e più amara la sua fuga scrivendo quelle orazioni che non avea potuto tutte pronunziare.

Tutte cose da inserire negl'inventarî della provvidenza divina!

Ma Lattanzio dice[1068] che gli dèi del tempo erano inetti a vendicarsi, perfino delle ruberie e de' sacrilegî; ed il suo dio, evidentemente, non guardava ancora a questi suoi regni d'occidente!


ERRATA CORRIGE
Pag. 37, lin. 4, confidare affidare
» 43, » 3, primi prima
» 53, » 15, procedere procedimento
» 54, » 25, mezza mezzo
» 55, » 30, era eran
» 56, » 4, contamniati contaminati
» 57, e passim: Agrigento Agrigentum
» 58, e passim: Siracusa, Siracusae Syracusae
» 64, e passim: Lilibeo, Lilybeum Lilybaeum
» 80, lin. 11, lece fece
» 91, » 9, spegate spiegate
» 96, » 4, nell'uffizio dell'uffizio
» 103, » 8, l'anno appresso (73 a. C.) due anni appresso (72 a. C.)
» 104, » 4, avuta avuto
» 108, e passim: Messina Messana
» 109, e passim: Agyrrium Agyrium
» 165, lin. 19, presa preso

[ INDICE]

I.
LVXVRIA INCVBVIT VICTVMQUE VLCISCITVR ORBEM
Le conquiste oltremarine di Roma [Pag. 3]
La nuova vita romana [6]
La rivoluzione economica [9]
I cavalieri [11]
Il nuovo costume [13]
Disparità delle fortune [14]
La vita politica [16]
La corruzione elettorale e la dilapidazione delle provincie [17]
II.
PRAEDIA POPULI ROMANI
La formazione delle provincie [21]
Il diritto di guerra [22]
Le conseguenze della conquista [24]
La lex provinciae [25]
Sistema d'imposizione [27]
Le provincie e i magistrati [29]
Il governatore della provincia e i suoi dipendenti [31]
I pubblicani [33]
I negotiatores [36]
La praefectura e la legatio libera [37]
III.
PATRONA SOCIORUM
Roma e gli stranieri [ivi]
L'origine delle leges de repetundis. La lex Calpurnia [41]
La lex Junia [43]
La lex Acilia [44]
Le leges Serviliae [50]
La lex Cornelia de repetundis [52]
La pena [53]
Le vicende del potere giurisdizionale e de' giudizî [55]
IV.
INSULA CERERIS
La conquista e l'ordinamento della Sicilia [57]
Le città di Sicilia [60]
La condizione delle città [62]
Città federate ed indipendenti [ivi]
Città decumane [63]
Città censorie [64]
Altri tributi [65]
Ordinamento locale [66]
Sistemi d'elezione [67]
Le leges Rupiliae [68]
La lex Hieronica [70]
I poteri del governatore [74]
Le condizioni economiche della Sicilia [76]
V.
HOMO AMENS AC PERDITUS?
Le Verrine [79]
C. Verre e la sua famiglia [82]
La questura di Verre [84]
La legazione e la proquestura di Verre [87]
Il viaggio [88]
L'avventura di Lampsaco [89]
Il brigantino di Mileto [90]
Verre tutore [91]
Verre e Dolabella in giudizio [92]
La pretura di Verre [94]
L'eredità di P. Annio [96]
L'eredità di P. Trebonio [ivi]
L'eredità di Sulpicio Olympo [97]
Verre e la lex Voconia [ivi]
Verre e la lex Cornelia de proscriptis [99]
Verre e il diritto successorio de' patroni [100]
La giustizia di Verre [101]
Chelidone [102]
La manutenzione de' pubblici edifici [103]
La sortitio iuniana [106]
VI.
QUASI IN PRAEDAM
Verre e i suoi accoliti in Sicilia [107]
L'eredità di Apollodoro Laphirone [108]
L'eredità di Sosippo e Philocrate [109]
I metodi giudiziari di Verre [ivi]
L'eredità di Eraclio Siracusano [110]
L'eredità di Epicrate [112]
La condanna di Sopatro di Halycia [113]
Il caso di Stenio da Thermae [114]
L'ingerenza nelle elezioni de' magistrati locali [116]
I sacerdozî [117]
I censori [ivi]
Le statue [118]
Le esportazioni abusive [119]
L'amministrazione frumentaria. -- Verre e la lex Hieronica [120]
Le angherie degli agricoltori [122]
Le città e il riscatto delle decime [124]
Le compere di frumento [127]
La caccia alle opere d'arte [129]
I sacrilegî [133]
Le cospirazioni degli schiavi [136]
La flotta e i pirati [137]
Il supplizio de' navarchi [139]
I ricatti e le uccisioni [140]
Lo stato della Sicilia sotto Verre [ivi]
Le gazzarre del pretore e della coorte [141]
L'addensarsi della tempesta e gli scongiuri [142]
VII.
AD ARAM LEGUM
Il carattere dell'accusa e l'ambiente [144]
Cicerone [146]
I primi maneggi di Verre [149]
La proposizione dell'accusa. Cicerone e Q. Cecilio [150]
La Divinatio [152]
L'inquisizione di Cicerone [155]
Il ritorno di Cicerone [161]
La candidatura di Cicerone e i preliminari della causa [162]
I giudici della causa [164]
Le elezioni [168]
Alla vigilia del giudizio [169]
La causa [170]
Ortensio e Cicerone [172]
Gli ultimi maneggi di Verre [175]
Il sistema d'accusa di Cicerone. -- L'orazione [176]
L'oggetto dell'imputazione [180]
Il danno e il risarcimento [182]
L'esame delle prove e de' testimoni [183]
Il contegno di Ortensio e di Verre [192]
Gl'incidenti del giudizio [ivi]
Il primo stadio del giudizio [194]
La difesa di Verre? [ivi]
La natura delle accuse [195]
La questura e la proquestura [ivi]
La pretura [196]
Il valore delle prove [ivi]
L'ordinamento della Sicilia e il ius edicendi [199]
Il controllo de' giudizî [200]
La giurisdizione [201]
La creazione de' magistrati locali [205]
Le statue [ivi]
Il conferimento de' sacerdozî [206]
Le esportazioni [208]
Verre e la lex Hieronica [ivi]
Gli elementi di fatto dell'accusa [214]
Le decime di Leontini [215]
Il frumentum imperatum e l'aestimatum [216]
La ruina dell'agricoltura siciliana [219]
Le opere d'arte [222]
Verre e i suoi acoliti [224]
Le prevaricazioni [225]
Le benemerenze di Verre [ivi]
La sicurezza in Sicilia [227]
I pirati ed i provvedimenti per la flotta [228]
L'opera di Verre [231]
La causa dal punto di vista politico [232]
La fine [234]