II.

Il successivo ampliarsi della città e le grandi costruzioni — che, riferite dalla tradizione all’epoca regia[498], hanno tuttavia, almeno in parte, carattere di remota antichità, come il tempio di Giove sul Campidoglio, la grande cloaca, le mura serviane — sono un indizio del continuo progresso economico e civile di Roma; e la ingente forza di lavoro, necessaria specialmente alle opere monumentali, lascia sospettare un impiego di servi e un incremento quindi della schiavitù. E, veramente, tra le prede, che si vuole facessero le spese di qualcuna di quelle opere[499], potettero o dovettero esser compresi degli schiavi. Ma l’espandersi della città fu lento e graduale, e fu più spesso la fusione di borgate e centri già innanzi abitati: le grandi opere pubbliche poi, se la tradizione non mente[500], furono elevate oltre che con l’opera mercenaria, col concorso forzato degli stessi cittadini, sotto forma di corvées, che riescirono di forte aggravio alla plebe e sarebbero state tra le cause precipue del suo sentimento ostile verso l’ultimo de’ re.

Nondimeno, in maniera lenta e insensibile ma costante, si venivano fecondando i germi che doveano portare a uno sviluppo della schiavitù.

In quella lotta impegnata con i vicini e di volta in volta allargata, lotta combattuta prima per l’esistenza e poi per una forma sempre più elevata di dominio; con la conquista di territori e l’appropriazione della altrui ricchezza mobiliare[501], si veniva inducendo nella società romana una serie di rapporti più complessi e come una stratificazione sempre più distinta de’ vari elementi della cittadinanza. Le spese e gli aggravî della guerra, riversati, come accade, da quelli che avevano il monopolio del potere su quelli che n’erano esclusi o poco meno che esclusi; i danni delle incursioni e delle rappresaglie, più sentite da chi meno possedeva e vi era più esposto; il monopolio dell’agro pubblico e la possibilità di impiegarvi, mettendolo a cultura o tenendovi greggi ed armenti, un capitale che vi trovava il suo frutto; l’accumulo reso più facile a chi più ha, e fatto sempre più possibile e più agevole dall’azione sempre più diffusa e operosa della moneta, che investiva e trasformava i più antichi e semplici rapporti economici e le prime forme rudimentali di scambi; tutte queste cose insieme concorrevano a creare nuove condizioni di vita, foriere esse stesse di maggiori mutamenti, per i maggiori bisogni suscitati, per lo sforzo e il modo di appagarli.

Pure l’accumulazione della ricchezza e il progresso economico dovettero essere, per lungo tempo, lenti ed esigui.

Nella legislazione delle dodici tavole si riflette ancora l’angustia d’orizzonti della vita romana e lo stato rudimentale della sua economia[502].

È ancora un popolo che vive tutto d’agricoltura e per cui non è spuntato ancora il periodo dell’industria e del commercio. La ricchezza, il vantaggio, il danno, le forme di guadagno hanno tutti la loro espressione in parole relative alla pastorizia e all’agricoltura[503], e i delitti che la legge considera hanno del pari stretta relazione con l’una e con l’altra. La moneta coniata non è giunta ancora a divenire la comune misura degli scambi e della valutazione, che ancora, tradizionalmente, in alcune multe, si determina in quantità di animali[504]. Diecimila assi costituiscono ancora una ricchezza[505]; bassi sono i prezzi de’ prodotti dell’agricoltura e degli animali; le multe son tenute in confini limitati, e appena la massima multa raggiunge una cifra che, nella sua stessa misura relativamente elevata, ci dà un criterio della limitata economia del tempo, anche considerata nelle sue maggiori manifestazioni[506].

Del resto le forme di produzione, gli sfoghi alla varia attività umana, i mezzi di moltiplicare la ricchezza erano assai circoscritti. La terra anche ne’ ricolti migliori dava un prodotto tenue, che, secondo qualche calcolo[507], al lordo, non raggiungeva il cinque per cento. La produzione familiare, in questo e per molto altro tempo ancora, non solo abbracciava i generi d’alimentazione, ma comprendeva ancora il vestimento, la lavorazione degl’istrumenti ed utensili di legno necessari all’agricoltura, quella delle corde e de’ lavori d’intreccio, di alcune più rozze stoviglie, delle suola[508]. Strumenti ed utensili, che si era obbligati a chiedere al lavoro tecnico più provetto dell’artigiano, si riunivano a larghi intervalli di tempo, e intanto si riparavano, si rimettevano all’ordine in casa.

Il commercio era limitato, com’era da attendersi da questa stessa limitata produzione, che non offriva larga materia di scambi[509]. I mercati più vicini, oltre il Tevere, servivano al traffico de’ prodotti di uso più immediato; e, attraverso di essi, forse, giungevano anche que’ pochi prodotti transmarini, che si erano introdotti o cominciavano ad introdursi negli usi de’ Romani[510].

I capitali perciò, limitati come potevano essere da queste condizioni di limitata accumulazione, si volgevano, come già altrove, in uno stato analogo di cose, se non esclusivamente, preferibilmente all’usura, che costituiva una vera piaga di questi tempi e le cui fasi occupano una parte notevole nella tradizione[511]. Finchè l’allargamento del dominio e l’appropriazione sistematicamente organizzata della ricchezza di tanti paesi soggetti non offrirono un appagamento a’ crescenti bisogni di una società sterile; si può dire che il popolo romano, nell’ámbito chiuso del piccolo stato, si volgea co’ denti in sè medesimo.

L’interesse, limitato dalla legge delle dodici tavole, non già, secondo un’ipotesi inverosimile, al 100%[512], ma, secondo una più accettabile interpretazione, al 10% per un anno di dodici mesi e rispettivamente all’8 1⁄3 % per un anno di dieci mesi[513], ci fa vedere, in realtà, come i capitali esistenti fossero inadeguati alla richiesta, e quanto alto salisse d’ordinario l’interesse, se la legge l’avea stabilito in una misura pur di tanto superiore al reddito ordinario della terra.

Le vicende della pace e della guerra e quelle ancora più ordinarie delle stagioni sopra aziende agricole di limitata estensione e produzione facevano sì che la plebe, la classe ancora meno provveduta, rasentasse sempre l’abisso del debito, pronta a cadervi per non uscirne più mai. Avvenimenti poi come l’invasione e l’incendio gallico, dietro cui non rimanevano salve che la terra e la parte di scorta metallica sfuggita alle rapine e alle taglie, aveano reso più acuto il bisogno e più forte l’impero della moneta, più rara e più richiesta[514].

Questa manifestazione sociale-patologica dell’infierire dell’usura, propria di dati tempi, in paesi di economia poco progredita, costituiva per la società romana uno stato di equilibrio instabile, che dovea trovare la sua risoluzione e il suo rimedio in una estensione della schiavitù.

Se, come pare[515], ciò che dava a’ patrizi (sotto il qual nome del resto la tradizione volle fors’anche intendere i ricchi) l’egemonia economica e la possibilità di mutuare, era massimamente il possesso sempre crescente dell’ager publicus; in questo impiego usurario del danaro e nelle forme rigorose in cui si esplicava, si può vedere non solo una conseguenza dell’angustia economica che non consentiva altri modi d’impiego, ma un mezzo di appropriarsi il lavoro altrui, sia indirettamente sotto forma d’interesse, sia, più ancora, direttamente con l’addictio del debitore moroso, divenuto così a tempo o in perpetuo, il servo del creditore, che in un caso l’adoperava nelle sue coltivazioni e in un altro lo vendeva o permutava con uno schiavo straniero. La lex Paetelia, è intesa da Livio[516] e da’ più come la liberatrice della plebe che faceva de’ beni e non del corpo del debitore la garentia del creditore. Ma, se proprio si potesse ritenere, come qualche interprete[517] vorrebbe, secondo un’ipotesi repugnante alla tradizione, che essa si limitasse soltanto a modificare le forme anzi che la sostanza del diritto del creditore, l’addictio dovette essere poi ristretta od eliminata, in fatto più che in diritto, dall’estensione della schiavitù, che rendeva non necessaria quella maniera d’acquisto d’incommodi servi, e da forme di procedure, che rendevano più agevole e possibile l’espropriazione del debitore.

Le dodici tavole, veramente, oltre a rivelare, in questa forma indiretta, il bisogno della schiavitù, crescente col progredire delle condizioni economiche, rivelano anche, in maniera più prossima, che questo bisogno cercava il suo soddisfacimento, e la schiavitù si andava sempre estendendo nella società romana.

Infatti nelle dodici tavole troviamo irrogata la pena di cencinquanta assi pel ferimento del servo[518], e d’altro lato la menzione della pena comminata al servo ladro[519]. Ricorrono anche disposizioni sullo statu liber[520], il servo manomesso sotto condizione, con un accenno, forse, a quel peculio[521], che, meglio sviluppato appresso, è destinato ad avere tanta importanza nelle condizioni e nelle sorti della schiavitù; vi si fissa la norma per la devoluzione al patrono dell’eredità del liberto morto senza testamento[522], e si sancisce finalmente la responsabilità civile del padrone per i fatti delittuosi e colposi del servo[523].

Tenuto conto dello spirito della legislazione decemvirale, che, in maniera rapida e comprensiva, fissa le sue norme, regolando interessi pratici e concreti; si può dire che, se anche non molto diffusa, pure, relativamente alle condizioni economiche del tempo, la schiavitù cominciava ad essere un elemento integrante del patrimonio e della vita economica; e maggiore tendeva a divenire nell’ambiente sempre più largo che Roma si formava e nell’affluire alla città dominatrice di tante forze economiche, che le vittorie omai più numerose e feconde richiamavano con successione sempre più frequente e costante e che la illimitata libertà di testare sancita dalle dodici tavole[524], il giro più rapido della ricchezza e la vita economica sempre meno compressa e più complicata tendevano a raccogliere in poche mani.