IV.

Il secolo settimo e il sesto, e più specialmente il periodo che va dalla seconda metà del settimo secolo alla prima metà del sesto, con l’introduzione della moneta, la diffusione degli scambi, lo sviluppo de’ commerci segna una vera rivoluzione nella vita ellenica, una trasformazione capace di essere paragonata, sin dove il diverso tempo comporta, a quella indotta nella nostra vita da’ progressi della tecnica e dalla conseguente trasformazione del modo di produzione nell’ultimo secolo.

Con la formazione delle città, avvenuta in un periodo anteriore, e il loro successivo incremento, si erano creati nuovi bisogni, che suscitavano sempre nuovi mezzi, organi e strumenti atti a soddisfarli, e li cercavano e trovavano in una maggiore divisione del lavoro, in una specificazione crescente de’ mestieri ed in uno sviluppo della tecnica.

Contrasti della campagna e della città, di ricchi e di poveri, di nobili e di popolani erano la conseguenza diretta e inevitabile di questo stato di cose; e gli effetti, in forma sempre più distinta ed efficiente, si manifestavano nel campo della politica e della economia, della coltura e della morale. Un istrumento così efficace, duttile e potente, qual’era la moneta, divenne come una leva capace di moltiplicare gli sforzi e le energie, che trovava ovunque un punto di applicazione; sicchè i contrasti, le differenze, i mutamenti, gli squilibri crebbero straordinariamente di forza, di proporzione e di rapidità. L’eco di quella nuova vita, delle sue peripezie e delle sue delusioni risuona ancora in versi di una avvelenata acrimonia e di una solenne elevatezza morale[119], che anche oggi potrebbero, nella loro forma generica, riuscire espressione non inadeguata alle lotte de’ partiti e delle aspirazioni sociali.

Si erano omai realizzate le condizioni per la creazione di una maggiore ricchezza, ma questo passaggio da una forma ad un’altra più elevata di economia non potea compiersi, come di consueto, senza che si compisse una rivoluzione nella società in cui si sviluppava, senza demolire e ruinare per riedificare. I metalli preziosi erano stati un rilevante mezzo di accumulazione della ricchezza: la moneta faceva questa accumulazione più facile, più fruttifera, rendendone più agevole la circolazione. Appena che si sia creato l’ambiente favorevole alla sua azione, questa ricchezza accumulata funzionerà come capitale commerciale, “il più antico capitale della forma di produzione capitalistica, storicamente la più antica, libera forma di esistenza del capitale, che concorrerà a creare la base dello sviluppo industriale„[120]. Ma, dove questo impiego commerciale non poteva ancora, o non poteva più compiersi, cercava e trovava nel campo più immediato della sua azione un impiego, ricorrente in tutti i paesi che attraversano questo stadio economico: si manifestava sotto forma di usura, risolvendosi in una espropriazione monopolizzatrice della terra, ancora principale strumento di produzione, e nell’asservimento del debitore come mezzo per far fruttificare la terra, o come valore da mettere in commercio.

Questo stadio dell’evoluzione economica, che vedremo riapparire a Roma, conservato dalla tradizione sotto forme eminentemente drammatiche, si manifesta nello sviluppo del latifondo, nel diritto di pegno sulla persona del debitore (δανείζειν ἐπὶ τοῖς σώμασι) e nella relativa addizione al creditore; e appare in forma più o meno completa ma assai diffusa: a Gortyna, sotto la più modesta parvenza di un pegno temporaneo[121]; a Megara, nelle varie vicende che accompagnano la crisi e la decadenza della sua espansione commerciale[122]; nell’Attica, come uno de’ fatti forieri della riforma solonica[123].