IV.
L’Italia peninsulare ogni giorno più si sentiva spinta a rivolgersi ad altre nazioni per provvedere al suo bisogno di cereali[532]: successivamente e in varia misura, si volgeva alla Sardegna, all’Africa, all’Egitto, alla Spagna, alla Gallia, alla Beozia, alla Cilicia, alla Siria, alla Brittannia perfino in tempi più avanzati[533]; ciò che era al tempo stesso un indizio e un fomite dell’abbandono graduale della coltura cereale, la quale ogni giorno più cedeva il posto a un impiego della terra più remunerativo.
Già Catone, nello scrivere il suo trattato sull’agricoltura, determinando l’utilità decrescente delle varie colture, metteva in primo luogo la vigna, poi l’orto irriguo, e successivamente il saliceto, l’oliveto, il prato, il campo frumentario, la selva cedua, l’arbusto, la selva ghiandifera[534].
E appresso, nel trattato di Varrone, un interlocutore, rilevando che non tutti s’accordavano nella classificazione di Catone, metteva in cima ad ogni coltura il prato[535], il che mostra che, da Catone a Varrone, col progresso del tempo, la pastorizia aveva sempre più acquistato il sopravvento sull’agricoltura.
Col divenire che Roma faceva un centro sempre più popoloso e importante, il territorio, su cui aveva un’azione più diretta, trasformava le sue colture, mercè una graduale selezione, per servire a’ bisogni ognora crescenti e più vari della popolazione cittadina.
Le terre meno lontane e più adatte s’avviavano a fornire fiori, frutta, legumi[536].
L’oliveto e la vigna, sotto l’impulso della crescente richiesta di olio e di vino, erano tratti ad estendersi. Vi era, è vero, chi riteneva che la vigna “divorasse il suo prodotto col suo “stesso dispendio„[537]; ma non mancava chi soggiungeva che, specialmente quando si posseggono le cose inservienti alla cultura della vigna, questa non teme il dispendio[538]. E Columella, prendendo le mosse dal prodotto minimo di una vigna, mostrava che, mentre il capitale impiegato con l’interesse del 6% avrebbe reso millenovecentocinquanta sesterzi all’anno, la vigna, nella peggiore delle ipotesi e con un vignaiuolo costato ottomila sesterzi, ne rendeva duemilacento[539].
Vi erano pure allevamenti, che, iniziati forse per mero diletto e per il ristretto uso della casa e del podere, si allargarono, sopratutto in vista della città crescente, sino a divenire importanti riprese del podere o la sua produzione principale.
Oltre all’allevamento di animali da tiro e da soma, l’allevamento di volatili, di api, di animali selvatici e qualche volta anche le piscine erano capaci di dare guadagni non lievi[540].
Di queste ville, come si chiamavano le sedi di tali allevamenti, se ne citava qualcuna che rendeva cinquantamila sesterzi; in un’altra, nella Sabina, a poca distanza da Roma, la sola vendita de’ tordi avea reso sessantamila sesterzi, il doppio di quel che aveva reso l’intero fondo di Varrone, dell’estensione di duecento iugeri, su quel di Rieti[541].
I pavoni, in un caso citato da Varrone[542], rendevano 600.000 sesterzi. I colombi raggiungevano talvolta prezzi eccezionali[543]. In un piccolo fondo di un iugero, nell’agro falisco, l’allevamento delle api dava un reddito di diecimila sesterzi[544].
Così la cultura arborea da un lato, dall’altro gli allevamenti di tutte le forme restringevano la cultura de’ cereali, sviliti di prezzo, importati da regioni straniere, e si manteneva ancora in Italia là dove, come nella valle del Po, vi era ancora una popolazione di coloni, o dove l’importazione era difficile, o il terreno dava molto prodotto come in Etruria, nell’agro di Sibari e in luoghi simili[545].
Intanto, la cultura arborea, dell’olivo specialmente, come la pastorizia esigevano un concorso di persone minore che non la cultura de’ cereali.
Per un oliveto di dugentoquaranta iugeri Catone calcola cinque operai, tre bifolchi, un asinaio, un pastore, un porcaio, in tutto tredici persone, di cui gli ultimi sette erano adoperati alla custodia e all’uso di tre paia di bovi, alcuni asini e cento pecore[546]. Per cento iugeri di vigna lo stesso Catone riteneva necessari sedici uomini, tra cui il vilicus e la vilica e quattro uomini addetti alla custodia e all’uso di due bovi e tre asini[547]; e per Saserna bastavano otto operai soltanto[548].
È vero che Varrone[549] dà un valore relativo a questi calcoli, ma, anche accettandoli con le debite riserve, resta sempre che il numero delle braccia si andava limitando, e tanto più forse, quanto la pastorizia più estesa forniva bovi da lavoro.
Quanto alle pecore era vario il numero de’ custodi. Varrone[550] suggeriva un pastore per ogni ottanta pecore, Attico per ogni centinaio; ma, quando sorpassavano il migliaio, lo stesso Varrone osservava che se ne poteva ben ridurre il numero.
Per una mandra di cinquanta cavalli Varrone[551] fissa due uomini. Un piccolo servo bastava poi alla cura degli asini[552]. E talora alla custodia delle greggi e degli armenti venivano appunto adoperati donne e fanciulli[553].
Durante questa metamorfosi dell’economia agricola e nel periodo che la precedette e la preparò, tutto favoriva l’impiego sempre più diffuso della schiavitù.
Il gravoso servizio militare, che distraeva i proprietari dalla cultura de’ fondi, li obbligava a surrogare l’opera loro con altra ugualmente stabile; e l’opera de’ servi doveva avere carattere di continuità più di quella del lavoratore mercenario, a prescindere dalla considerazione che, dal tempo di Polybio, già i minori abbienti stessi erano arrolati[554], e dopo Mario l’esercito si reclutava anche tra i proletari[555].
La stessa media e piccola proprietà dunque era spinta a far uso di schiavi.
Che se alcuni fondi erano siti in luoghi remoti e lontani da centri che potessero fornire l’opera mercenaria, l’impiego degli schiavi diveniva una inevitabile necessità. Come mostra l’aneddoto di Attilio Regolo, il mercenario, nell’assenza del padrone, facilmente abbandonava il fondo[556] e contro lui non vi era, quando v’era, che un’azione civile, mentre v’era ben altro modo di ricondurre al podere il servo fuggitivo.
I latifondi poi, che si andavano formando, per la loro destinazione a pascoli o per la loro situazione in luoghi di recente dissodati e per la loro stessa estensione, si trovavano assai spesso lontani da centri abitati ed esigevano, per tante ragioni, la presenza e l’assistenza continua di quell’instrumentum vocale, che, secondo l’espressione di Varrone[557], erano gli schiavi.
Tanti degl’inconvenienti dell’opera servile non potevano ancora essere sentiti e sensibili, in questo periodo, ne’ latifondi.
Si è già altrove rilevato, come l’opera degli schiavi è poco produttiva, e s’accorda male con la coltura de’ cereali, la quale esige un lavoro da un lato discontinuo, e, dall’altro, in date ricorrenze, contemporaneo di molti.
Quanto alla scarsa produttività, essa è risentita quanto più i prodotti, invece che al consumo, sono destinati ad essere messi in circolazione sotto forma di merce; e inoltre la possibilità, esistente in questo periodo più remoto, di avvicendare la terra e mettere successivamente a coltura larghe estensioni di terre incolte, dissimulava, se non elideva, la scarsa produttività del lavoro servile. La varietà poi delle colture e dell’impiego del latifondo, ove s’introducevano anche forme più o meno rudimentali d’industria, dava agio di tenere variamente occupati nel corso de’ mesi gli schiavi, onde il fondo era dotato. Ove poi si consideri come la pastorizia dilagava continuamente, soverchiando ogni altra forma d’uso della terra, sarà facile rilevare che una funzione continua e quasi inerte, come quella de’ custodi del bestiame, poteva meglio essere disimpegnata da servi che non da liberi. Per giunta, in uno stadio molto rudimentale della pastorizia, si lasciava che tutto andasse innanzi e si svolgesse, si può dire, automaticamente; e questi custodi di greggi e di armenti, lasciati allo stato semi-selvaggio tra boschi e lande erbose, erano talora abbandonati a sè stessi[558], perché provvedessero, alla peggio, con ogni espediente e, all’occorrenza, anche con le rapine a’ bisogni dell’esistenza. Questo sistema, naturalmente, era possibile assai più con i servi che non con elementi liberi.
E a questa opportunità, per le condizioni del tempo sentita, di impiegare schiavi, corrispondeva anche la facilità di ottenerli.
Le guerre fortunate e le conquiste si risolvevano in una sorgente feconda di schiavi.
Lasciando stare i tempi più remoti, tra la sola fine del sesto e il principio del settimo secolo di Roma, stando alla tradizione liviana, erano stati ridotti in ischiavitù nel 544/210 dieci mila prigionieri di guerra, nel 546/208 quattromila, nel 552/202 milledugento, nel 554/200 trentacinquemila, nel 557/197 cinquemila, nel 564/190 millequattrocento, nel 587/167 centocinquantamila[559].
Il tempo successivo, che dischiuse a’ Romani le porte dell’Oriente e vide le clamorose sconfitte d’incursioni barbariche e il consolidamento e l’ampliamento del dominio romano in ogni verso, rese più feconda la messe di schiavi[560].
Senza aspirare a determinare, con la precisione di cifre facilmente illusorie, la popolazione servile[561], si può avere una idea del suo sviluppo dal prodotto della tassa imposta alle manomissioni, la cui sola introduzione è un sintomo per sè notevole, e che nello spazio di centoquarantotto anni, dal 397/357 al 545/209, rese quattromila libbre pesanti d’oro[562]. Ed è dalla fine del sesto secolo che la schiavitù prende uno sviluppo anche maggiore.
Su’ prezzi medi di uno schiavo in questo periodo non è facile pronunziarsi[563]; ma dovettero essere assai oscillanti.
Se di Catone è riferito che non pagava mai uno schiavo oltre le millecinquecento dramme[564] e che, nella sua riforma del tributo, considerò come oggetto di lusso uno schiavo al disotto di venti anni del valore di diecimila sesterzi[565], il costo degli schiavi al suo tempo non doveva essere elevato; e delle oscillazioni a cui potè andare incontro e del livello a cui talvolta potè discendere, vale a darci un’idea, la notizia che, nel bottino fatto nel Ponto da Lucullo, gli schiavi si vendevano sino a quattro dramme[566].
Questa instabilità di prezzi, che, a lungo andare, avea anche i suoi inconvenienti, doveva, nondimeno, specie ne’ primi rinvilii eccitare tanto più il bisogno già sentito di schiavi.