IX.

Dunque il sorgere del Cristianesimo e, in genere, le nuove correnti d’idee, la rinnovata coscienza morale e religiosa non valgono a spiegare il tramonto della schiavitù?

E allora dove ne cercheremo la causa?

“Occorre — dicevano Marx ed Engels in un piccolo memorabile scritto — “occorre tanto acume per comprendere che con le condizioni di vita degli uomini, con i loro rapporti sociali, con la base della loro società, mutano anche i loro modi di vedere, i loro concetti, le loro opinioni e, in una parola, anche la loro coscienza?

“Che altro mostra la storia delle idee, se non che la vita, la produzione morale si trasforma col trasformarsi della produzione materiale?

“Si parla d’idee che portano la rivoluzione in una intera società; ma con ciò si esprime solo il fatto che si sono formati gli elementi della nuova società nel seno dell’antica e che, col perire delle vecchie condizioni di vita, tramontano, di pari passo, le vecchie idee„.

L’uomo per provvedere gradatamente a’ suoi bisogni, sempre crescenti, trae profitto dalla natura in mezzo a cui vive; e, ciò facendo, la modifica necessariamente, con azione incessante e progressiva, formando nell’ambiente naturale un ambiente artificiale. Da questo comune sostrato, come da un terreno una flora, germogliano, in forma sempre più complessa, tutte le manifestazioni morali e giuridiche, le quali variano col variare delle condizioni materiali, che ne sono l’occasione e il presupposto. Le leggi, i costumi, le idee, le istituzioni, sono, al tempo stesso, derivazione più o meno remota e mezzo di conservazione della convivenza umana in ogni stadio del suo sviluppo.

L’ambiente artificiale, intanto, la struttura economica, fattura e fattore della società, si trasforma senza interruzione con lo svolgersi e il progredire delle cause stesse che l’hanno prodotto, cioè de’ modi sempre più perfetti e più intensi di usufruire l’ambiente naturale; e così, automaticamente, nel seno stesso del vecchio si creano nuovi ambienti artificiali e nuove strutture economiche e, come conseguenza, nuove forme di vita giuridica e morale.

Le trasformazioni sociali sembrano l’opera consapevole e diretta degli uomini, è, in realtà, ne sono soltanto l’effetto mediato e in parte inconsapevole, perchè la loro origine e la loro causa, più o meno visibili, si debbono cercare nel vario grado raggiunto dagli uomini nell’appropriarsi e utilizzare i mezzi, con cui soddisfano alle loro più immediate esigenze. Nulla va perduto di quanto gli uomini compiono materialmente e moralmente, ma ogni sforzo individuale va a fondersi, come in una grande risultante, nella struttura economica formata nel corso delle generazioni, dalla quale prendono le mosse e sono determinate, in via diretta o indiretta, prossima o lontana, le rivoluzioni politiche e sociali ed anche quelle del pensiero e de’ sentimenti con tutte le conseguenti e varie manifestazioni.

Così tutto nella storia è soggetto, per necessità intrinseca, ad un perenne mutamento, ed ogni forma sociale sviluppa ed alimenta, essa stessa, con i germi di una forma diversa che ne prenderà il posto, il principio della sua dissoluzione.

In ciò consiste il processo dialettico della storia. Esso trova nello svolgimento delle forze produttive la sua ragione d’essere e la causa ultima a noi nota; ha nel grado di sviluppo del modo di produzione e nella forma di produzione il presupposto e la condizione del complesso de’ suoi fenomeni, e si svolge maestosamente attraverso i secoli con manifestazioni diverse di aspetti e di gradi, d’epoca in epoca.

È dunque nella stessa evoluzione economica dell’antichità, che si dovrà cercare la soluzione del problema storico che ci siamo proposto.

Questo saggio intenderebbe appunto a rintracciare storicamente le cause, che determinarono il tramonto della schiavitù nel mondo antico, e la loro genesi, con l’indirizzo che ho esposto e, insieme, con pieno ossequio allo stato obbiettivo de’ fatti.

L’economia antica, considerata nel suo insieme e specialmente nel suo periodo iniziale, ha come precipuo carattere questo: che i mezzi di produzione e la mano d’opera sono riuniti presso la stessa persona, sia che la produzione avvenga individualmente, sia che avvenga per la cooperazione di schiavi; e inoltre il produttore, inizialmente almeno, produce per provvedere ad un suo privato o familiare bisogno e con lo scopo del consumo diretto.

L’economia moderna ci presenta, almeno nella sua forma più rilevante, dissociati i mezzi di produzione e la mano d’opera; e il prodotto ha essenzialmente carattere di merce, non è fatto cioè per provvedere al consumo diretto del produttore.

Lo svolgimento delle forze produttive che da una forma di economia ha sviluppata l’altra e ne spiega l’origine, ha pure eliminata la schiavitù, che, con un evidente e notevole processo dialettico, ha col suo stesso crescere e dilatarsi apparecchiata la sua fine.

La schiavitù, contenuta in limiti modesti ne’ tempi e presso i popoli meno economicamente progrediti, concorse all’iniziale accumulazione della ricchezza; e, per una reciproca azione, l’accumulazione e la schiavitù tendevano insieme a svilupparsi sino a raggiungere il più alto grado compatibile con le condizioni della civiltà antica.

Il capitale, sorto da prima come capitale commerciale[96], si andava in parte convertendo in capitale industriale, in parte, con la sua pressione, dava la spinta al sorgere de’ rudimenti del sistema capitalistico, cioè di un’economia in cui il prodotto non serve più all’uso personale ed immediato del produttore, ha bensì carattere di merce.

Ma, per dirlo con le parole del vecchio Seneca. “le ricchezze sorgono da molte povertà„; e quest’accumulazione primitiva, sopra tutto nel campo dell’economia agricola, avea per effetto diretto l’espropriazione delle masse, la creazione di quel numeroso proletariato, ch’è come la chiave di volta di tutta la storia antica, e i cui bisogni, il cui sostentamento e la cui attitudine ci dànno la spiegazione di tanti degli avvenimenti e del sorgere e del decadere delle istituzioni del mondo antico.

Dato il capitale ed il proletariato, questi due elementi della produzione, questi due cooperatori ed avversari, questi due elementi chiamati a convivere e a contendere tra loro, la schiavitù perdeva la sua ragione d’essere ed era ormai destinata ad essere eliminata come superflua.

In pari tempo, il capitale, non commisurando più la produzione al bisogno ma al suo impiego, tendeva a moltiplicare la produzione, a specificarla e variarla, ad affinare e sviluppare la tecnica; e dovea quindi sentire sempre più l’insufficienza e la scarsa produttività del lavoro servile; che prima, o non era rilevata e sentita, o, sentita, rimaneva indifferente.

Perchè poi questo movimento che conduceva direttamente all’economia capitalistica e all’adozione generale del salariato, approdasse, indugiandovisi, ad una forma intermedia come il servaggio e l’artigianato, è anche cosa che trova la sua spiegazione nelle condizioni del capitale e della massa lavoratrice e nelle particolarità che accompagnarono la caduta dell’impero romano.

Come sarà meglio dimostrato appresso, il crollo dell’Impero e le invasioni barbariche, che ne furono la causa più prossima e più appariscente, esercitarono un’azione violenta e perturbatrice sull’iniziata evoluzione della forma di produzione, e favorirono, come effetto immediato, il regresso verso una forma economica più primitiva e rudimentale, verso il servaggio; ma a torto si considererebbero come le cause determinanti e della fine della schiavitù, che, rósa già da tempo alle radici, sopravvisse alla caduta dell’Impero[97], e della servitù della gleba, che, già prima di quegli eventi, era sorta e si veniva sviluppando sotto l’azione di cause più complesse e continue.

Non in tutti i popoli dell’antichità è possibile seguire il processo evolutivo di cui si è fatto cenno, sì perchè lo sviluppo economico di varî d’essi rimase a lungo rudimentale, e non presenta quindi dal nostro punto di vista interesse, sì perchè non di tutti, anzi di pochi, abbiamo notizie tali, che, pur nella loro incompiutezza, ci permettano di scorgere e d’indurre positivamente le tracce della lotta tra uno ed un altro ordinamento economico. Ma la storia di Atene e la romana ci offrono un utile campo d’indagine e ci consentono di trovare un addentellato alla nostra struttura economica, di cui contengono in sè i germi e simulano anche qualche volta, in qualche punto, le forme.

Il crescere del numero degli schiavi e l’azione che a loro si può attribuire sulla vita economica, la formazione di un proletariato e la sua funzione economica e politica, lo sviluppo del capitale commerciale, la concorrenza del lavoro libero e del lavoro servile, i rudimenti del credito e d’imprese industriali; sono nella storia ateniese come tante pietre miliari del cammino verso una struttura economica diversa da quella fondata sulla schiavitù.

Senonchè, col rapido decadere della importanza politica di Atene, questi fenomeni si alterano, e noi perdiamo anche il modo di seguirli distintamente nelle loro successive vicende. Ma nella storia romana quei fenomeni e quel processo si ripetono in forma più intensa, su di una scala più vasta, con persistenza maggiore, in un assai più lungo giro di tempo; e in questo impero universale, che cerca di accomunare e fondere l’Oriente e l’Occidente e in cui tutto il lavorìo lento e larvato dell’epoca ellenistica porta i suoi frutti nel campo della vita pratica e in quello della vita morale, noi possiamo vedere a poco a poco dissolversi e indi ruinare la vecchia compagine politica, appunto con lo svilupparsi e il grandeggiare delle cause e degli elementi, onde sorgeranno la nuova economia e la nuova civiltà.