VII.

In questo sesto secolo, che ormai volgeva al tramonto, Atene avea menato a buon punto il suo rinnovamento economico; avea iniziata la sua espansione commerciale, spiegando, avida, le sue mire in direzione dell’Ellesponto[141], onde poi si dovea in tanta parte sopperire al suo sostentamento; avea maturati germi della stessa sua fioritura artistica[142]; e avea, come conseguenza di tutto ciò, preparato lo sviluppo della costituzione solonica e l’avvenire della democrazia, a cui Clistene, dirompendo politicamente le ultime trame de’ gruppi gentilizi, con l’ordinamento territoriale dava un infallibile strumento di preponderanza.

Le grandi guerre mediche erano ornai in vista; e ben poteva un giorno Isocrate[143] dire degli Ateniesi che combatterono nelle guerre persiane, con una amplificazione retorica, di cui pur non si sorride: “Credo che qualcuno degli Dei, ammirato della virtù loro, abbia dato causa a quella guerra, perchè, essendo di tale elevata natura, non rimanessero oscuri, nè terminassero la vita senza gloria, ma si potessero comparare a’ nati dagli Dei, chiamati semi-dei„.

La ruinosa fine delle spedizioni persiane, seguita dal contrattacco che fece del bacino orientale del Mediterraneo un mare ellenico, ha una culminante importanza per tutto il popolo greco, ma per Atene segnava l’ora della palingenesi. La città era stata messa a sacco e fuoco, e su’ colli sacri, dove era stata Atene, erano adesso de’ ruderi; pure Atene risorgeva, più bella e più gagliarda, come la Fenice dalle sue ceneri. Sotto la guida di uomini geniali, che la necessità avea suscitati e che negli eventi si erano temprati ed aveano trovata la rivelazione del loro valore e de’ destini del paese; Atene ora riprendeva, con più favore di mezzi e con lena migliore, quel cammino ascendente, per cui dopo Solone le era riuscito di mettersi e su cui avea proseguito senza interruzione. Con lo sviluppo della cultura intensiva e con l’uso de’ suoi materiali da costruzione, essa era venuto esprimendo dalla terra tutto quanto questa potesse dare; e, tra i doni che la terra dell’Attica era capace di largire, vi erano anche le miniere argentifere del Laurio.

Che queste miniere fossero usufruite da tempo remoto, lo asserisce Senofonte[144], senza per altro poterne fissare l’epoca, anche approssimativamente. Le penose condizioni economiche del periodo solonico fanno credere che, a quel tempo, non ne fosse ancora tratto utile partito; ed è sotto Temistocle che se ne comincia a parlare, come di un vero cespite di ricchezza, capace di dare, per quanto se ne può indurre, trenta o quaranta talenti all’anno[145]. La scoperta, o l’uso più razionale e proficuo di queste miniere, costituisce in ogni modo per l’economia e l’avvenire di Atene un fatto, la cui importanza è rilevata e non a torto dagli antichi[146]. Ad esse Atene dovea, se non proprio l’origine, almeno la costituzione di una vera flotta; ad esse dovea il vantaggio di aver potuto coniare monete di lega migliore, che agevolavano i suoi scambi; ad esse dovea dunque i due più efficaci istrumenti della sua prosperità commerciale, della sua indipendenza politica e della sua successiva grandezza.

L’esito della guerra le avea assicurato non solo un annuo tributo, che da quattrocentosessanta talenti dovea elevarsi molto tempo di poi (425-4 a. C.) a novecento o mille[147], se non alla somma maggiore voluta dalla tradizione[148], ma, quel che è più, la suprema e indiscussa signorìa del mare; e la incontrastabile importanza di questo predominio poteva non essere bene intesa da un retore come Isocrate[149], stanco per giunta delle tante guerre e anelante alla pace, ma appariva bene ad un politico acuto, loico e flemmatico, come lo scrittore dello Stato degli Ateniesi pseudo-senofonteo, il sostrato e l’anima della vita di Atene[150]. Atene era destinata omai, per l’azione reciproca della maggiore potenzialità economica e del conseguente sviluppo della cultura, ad essere il centro del mondo ellenico; e, come n’era stato lo schermo contro lo straniero, così ne diveniva innanzi al mondo la immagine più eletta e compiuta. La signorìa del mare, come minutamente è dimostrato in quella incomparabile anatomia dello Stato degli Ateniesi[151], era anche più che oggi non sia: era tutto; e, col realizzarsi di quella condizione, Atene acquistava la base per diventare un centro d’industria, quale era compatibile con l’antichità, un emporio di commerci, e, quel che ne era causa e conseguenza, una città popolosa. Il commercio del danaro, indice e base di ogni altro, che altra volta avea assunta la forma sterile e depauperatrice dell’usura, ora risorgeva in proporzioni incomparabilmente più vaste e con più feconda attività. Gli opulenti tesori de’ templi funzionavano come tante casse di prestanza, a cui attingevano le città ed i privati[152]. Già il tempio di Delfo avea avuto, il secolo innanzi, rapporti d’affari ed avea fatto prestiti agli Alcmeonidi[153]. I conti del tempio di Delo (377-4 a. C.) ci dànno, in tempo posteriore, l’esempio di un capitale di forse quaranta talenti, accreditato a città ed a privati, in parte ateniesi, per somme considerevoli: tali infatti appariscono dalle cifre d’interessi pagati, che, per i privati, giungono sino a novecento dramme e, per le città, ad un talento, e da quelle degl’interessi arretrati, che per le città riescono ad oltrepassare i quattro talenti[154]. E, accanto a’ templi, o dietro l’esempio loro, altri enti, come i demi[155], e i privati mettevano a frutto il danaro. Questo impiego del danaro, che, con una frase caratteristica ancor oggi in uso, si diceva “far lavorare il danaro[156], quasi che, ricevuto il primo impulso, il danaro seguitasse a correre automaticamente; questo giro del danaro diveniva ogni giorno più rapido, instancabile, e quasi affannoso, e si creava un organo speciale in tutto un ceto di banchieri, che, assorbendo e richiamando il danaro per mille vie, lo riversavano sul mercato, mettendolo a servigio della produzione, del commercio e anche dello scialacquo.

Quel rinnovamento edilizio, che suole corrispondere ad un periodo di espansione economica e che già sotto i Pisistratidi si era affacciato col cominciare di uno stato di benessere materiale, non potea questa volta mancare; e s’impose e fu grandioso, quanto non sembrava possibile immaginare. Tutto quanto potevano suggerire le esigenze della difesa, prima, e poi, a grado a grado, quelle del culto, della vita pubblica, della bellezza, fu compiuto con un senso d’arte e una prodiga magnificenza, di cui non si saprebbe trovare l’uguale. Il proposito, che qualcuno attribuisce a Temistocle di voler fare a dirittura del Pireo il centro della vita cittadina, e l’opposto proposito di Cimone, che non sapeva staccarsi dalle antiche sacre sedi, aveano finito col dar luogo ad una doppia città, la quale si sviluppava contemporaneamente in due ambienti diversi, tendenti a ricongiungersi. Mentre, da un lato, il Pireo si cingeva di mura e si ordinava a forma di città, dall’altro, l’Acropoli, fornita di mura di sostegno e spianata, invitava quasi alla costruzione de’ monumenti insigni eretti di poi; e il primo lungo muro congiungeva la città mediterranea e la marina; opere tutte grandiose, a cui, per ironia della sorte, avea contribuito il prezzo di riscatto de’ Persiani, venuti a soggiogare la Grecia e rimasti prigionieri[157]. Ma, per grandi che fossero queste opere, esse erano soltanto l’inizio di una somma ingente di lavori, ne’ quali si veniva realizzando il piano da Pericle concepito di fare di Atene, non solo una città inespugnabile, ma, col contributo stesso della Grecia, l’incarnazione di tutto quanto la Grecia avesse di grande e di bello; non solo il baluardo, ma l’ornamento e l’orgoglio del mondo ellenico. Così, dal completamento delle lunghe mura a quello del Partenone, dalla costruzione dell’Odeion a quella de’ Propilei, fu una vera febbre edilizia, che assalse il paese, e si risolveva incessantemente in nuove opere, ora per agevolare le operazioni del commercio nel Pireo, ora per soddisfare un bisogno religioso, ora per appagare il crescente senso estetico, ora per il riordinamento stesso della città, sotto la guida de’ più geniali e perfetti artisti che sieno mai stati al mondo[158]. La spesa fu enorme: i soli Propilei costarono duemila e dodici talenti, spesi in soli cinque anni[159]. Il bilancio dello Stato ne fu gravato in guisa che, a quanto è stato calcolato, da’ quattrocento talenti annui di spese ordinarie, salì, specialmente poi col sopravvenire delle esigenze della guerra, a duemila quattrocentotrenta talenti annui (ol. 86,3-87,1) e a duemila ottocentosettanta talenti (ol. 87,2)[160].