CAPITOLO XVII.
Alla mattina del ventiquattro la bandiera Prussiana fu mostrata a tutte le truppe e suscitò ovunque l'entusiasmo più vivo; quella bandiera era nuovissima, tutta in seta, magnifica. La popolazione Digionese, accortasi dell'errore meschino in cui l'avevano fatta cadere la sera precedente alcuni vigliacchi, non si restava dal magnificare il nostro coraggio ed aumentava verso di noi di dimostrazioni affettuose e gentili; sapemmo che causa principale dello sgomento e dell'allarme era stato il colonnello dei mobilizzati dell'Alta Savoja, che al primo rumore del combattimento, era corso con diversi suoi uomini alla ferrovia, e lì aveva preteso che di riffe o di raffe si mettesse in pronto un convoglio, onde partire alla volta di Lione.
Tutto ci faceva sicuri che i Prussiani non avrebbero riattaccato; i nostri amici erano all'avamposti; pensammo bene di far loro una visita e intanto dare un'occhiata al terreno, dove poche ore avanti erasi combattuta la sanguinosa battaglia, alla quale eravamo stati presenti. Qual tremando spettacolo non ci offersero quei campi! Se io avessi la potenza descrittiva di poterli ritrarre al vero, farei inorridire i lettori… fortuna che non l'ho, e così risparmio loro un'emozione ben cruda! Il più sfegatato paladino della guerra, ammenoché non fosse un mostro, non avrebbe potuto fare a meno di fremere davanti a quella carneficina autorizzata dalle così dette gente civili. In qualche punto i cadaveri erano a strati; pochi i nostri, moltissimi quelli Prussiani; i Tedeschi si erano battuti come eroi; nel posto dove fu rinvenuta la bandiera si contavano uno accanto all'altro più di novanta cadaveri, tra i quali quello di un maggiore; la prateria, la strada, i viottoli erano ingombri di elmi, di fucili, di sacchi; ogni passo che noi si faceva eravamo sicuri d'inciampare in un morto… Quanta gioventù, quanta vita dileguata in un soffio!… Erano imberbi adolescenti, uomini tarchiati; tutti avranno lasciato nelle proprie case una sposa, una moglie, una madre: queste povere donne ogni giorno saranno accorse al giungere della posta, avranno divorato coi baci le righe, che tra le fastidiose occupazioni del campo, scrivevano i loro cari: le avranno aspettate anche il domani quelle benedette righe, che loro facevano spuntare tra ciglio e ciglio una lacrima e l'avranno aspettate invano, e invano anche domani, e così via di seguito per chi sa quanto tempo, eppoi finiranno col vestirsi a bruno, col piangere, col pregare, coll'imprecare a chi ordinò, a chi volle, a chi fece la guerra: ma re Guglielmo sarà salutato imperator di Germania, ma Napoleone goderà in santa pace nei beati ozi di Londra i milioni carpiti alla disgraziatissima Francia!
Oh! avessi avuto la virtù d'Ezzecchiello! Oh avessi potuto trasfondere la vita in quegli esanimi corpi!… Sorgete, avrei voluto gridare con voce tuonante, sorgete ed imprecate alle arpie coronate, ai potenti del mondo; tornate nelle vostre città, nei vostri villaggi, nelle vostre famiglie, predicate che si ha da esser tutti fratelli, che non si deve sprecar più tanto coraggio per soddisfare l'ambizione di quelli che ci opprimono, che si deve abolire il macello di creature innocenti, fatte apposta per amarsi tra loro, l'une all'altre simpatiche, perché legate dal santo vincolo della sventura… Se Traupmann con otto omicidii fece rabbrividire tutto il mondo civile, perché si devono dar ghirlande d'alloro a chi, a sangue freddo, ne fa sgozzar centomila?
E mi pareva difatti che quei morti si levassero giganti, e colle braccie poderose scaraventassero nel vano i tarlati troni delle tirannidi umane.
Garibaldi traversò la via in carrozza con Canzio; i due illustri e prodi soldati, arrivati che furono al punto di cui parlo, furono pur essi commossi: no… non era soddisfazione, come dicevano alcuni, quella che brillava sui loro volto, io credo che fosse disgusto. Il guerriero è inesorabile, quando fischiano le palle, ma è commosso al vedere le prove di un valore, che il caso non ha compensato, ma che è innegabile.
Poco distante lì avevan passata tutta la notte i Carabinieri Genovesi. Piccini ci accolse ridendo… Oh! la bella istoria che ho da contarvi!—
—Raccontacela.
—In poche parole vi sbrigo… vedete quella casetta?… Terminata la mia guardia sono andato lì per riposarmi… ci erano tre Prussiani morti ed io mi sdraiai in mezzo a loro; appena steso per terra, è inutile che vi dica, che attaccai un sonno birbone: mi ero addormentato di poco, quando mi parve sentirmi girellare d'intorno, non mi volli scomodare a aprir gli occhi, e il calpestio, non che cessare, accresceva: una mano poco delicatamente si posò sul mio petto, mentre un'altra si avvicinava con gran celerità alla mia tasca; mi alzo allora, come di soprassalto e do un grand'urlo: Chi è?… Non sono mica morto io, perché mi abbiate a frugare!… Un grido disperato e una fuga generale tenne dietro alle mie parole: seguii i fuggitivi e trovai due della mia compagnia che esercitavano questo mestiere proficuo sì, ma schifoso…
—E domandaste loro, se avevano trovato molta roba?
—Sì… mi risposero anzi che tutti quelli che avevano frugato avevano in tasca la bibbia, e moltissimi la carta geografica.
Era verità: nessun bass'uffiziale era sprovveduto della carta di Francia: è così che si vincono le battaglie, e non come si fece nel beatissimo regno d'Italia nella vergognosissima guerra del 66, ove le carte non erano conosciute nemmeno di vista dai colonnelli di stato maggiore..
Dopo avere scambiato qualche altra parola partimmo dalle linee dei Genovesi e andammo per tornare a Digione: avevamo fatti appena pochi passi, che sentimmo dei gemiti poco distanti da noi: questi gemiti venivano da una specie di casaccia che era al principiar di una viottola: quella casaccia non doveva servire di abitazione ad alcuno, nemmeno in tempo di pace; era bassa, piccola, e non aveva finestre. Il desiderio di giovare a qualcuno, l'idea che forse si poteva trovare lì qualche amico, ci fecero entrare risolutamente in quella catapecchia.
Sopra una barca di concio vedemmo all'incerta luce che veniva dalla piccola porta, un'involucro di carne; da questo partivano i lamenti e, cosa strana, questi lamenti non ci parvero d'uomo; ma che lì dentro ci fosse una donna?—accesi con mano tremante un fiammifero, mi appressai… un urlo mi partì dalla strozza, il lume mi cadde di mano, chè io non poteva credere a ciò che mi si parava davanti; era, purtroppo, una povera donna colei che si lamentava in tal guisa e in quella povera donna io riconobbi Aissa.
—Aissa, Aissa—Le dissi e fui incapace di proferire altre parole.
La moribonda mi guardò attentamente, direi quasi con ostinazione; si pose una mano sul cuore, come per reprimerne i palpiti, stiè un poco senza articolare parole, poi faticosamente, senza riconoscermi, sussurrò a bassissima voce: portatemi fuori!
Interrogai con un'occhiata i compagni; vedendo com'essi erano propensi ad esaudire quest'ultimo voto di quella bella creatura, la presi amorevolmente pel capo, mentre gli altri adagino adagino la sollevarono pei piedi, e la deponemmo su di un praticello, dove l'erbetta era tutta ingemmata dalle stille della mattiniera rugiada, e dove rimpercotevasi un vagabondo raggio di sole, che si era fatto strada tra le nuvole che tutto ingombravano il cielo.
Aissa era rimasta prostrata; gli occhi le si erano chiusi; come era bella!… Soffusa di un pallore che faceva apparire le di lei carni di cera; coi magnifici capelli neri disciolti lungo le spalle, tu l'avreste creduta l'angelo della grazia e della bellezza, morto esso pure in tanto turbinio di barbarie! Poco più sotto del cuore, uno straccio nell'abito, delle goccie di sangue rappreso indicavano dove l'avesse colpita il piombo nemico! In quell'istante la si sarebbe detta già morta, se un'anelito frequente muovendo ad ogni poco il busto di lei non avesse ispirato la certezza, che ancora non si era dileguato il soffio animatore di quella materia.
La discinsi; feci portare da uno dei nostri dell'acqua: con questa le bagnai ambe le tempia, e poi colla faccia proprio sopra la sua, mi misi a spiare il momento, in cui ella sarebbe tornata ad essere in se.
—Chiamino un medico!… Sentii esclamare una voce.
—Bravo—Gridai io in tuono d'assentimento, ma senza muovermi… e uno in fretta e furia andò per il medico.
L'aria fresca rianimò la bella dolente; Aissa aprì le sue luci; girò lo sguardo per le circostanti campagne e addiventò pensierosa: in quel momento forse le tornarono in mente i molti fatti del lugubre dramma, a cui ella aveva assistito negli ultimi giorni, mi osservò lungamente, un sorriso sfiorò le di lei labbra sbiancate… ella mi aveva riconosciuto.
—Vedete se ho bene adempiuto alla promessa che io vi feci a
Marsiglia.
—Ma dove siete stata ferita?
—Qui…—La rispose accennandomi, dove avevo veduto il sangue rappreso.
—Ed è grave?
—Io credo che sia mortale… lo spero
Restai annichilito; sperar nella morte in quell'età, con quella bellezza, con quel carattere ardente e leggiero che tanto mi aveva sorpreso fino dal giorno che la conobbi!… Un fremito mi aveva invaso ogni fibra, volevo persuadermi di assistere ad una allucinazione mentale e avrei dato la mia vita, pur di non assistere a questo tristissimo episodio, che doveva avere lo scioglimento in faccia ai miei occhi.
—A che mi guardate così stranamente?—con voce sempre più tremula continuò la moribonda—Oh! lo so cosa pensate tra voi!… Me lo immagino… ma se sapeste, quanto mi sorride il lasciar questa vita, che mi opprime come la camicia di forza del galeotto…—Oh! quante volte ho proposto di farla finita per sempre e sul più bello mi è mancato il coraggio!
—Ma voi non morrete—Interruppi io—voi siete sul fiorire degli anni, siete robusta, la vostra ferita non è tanto grave…
—È mortale.. lo sento!… Non sprecate le vostre cure per me… sentite… là… come urla quel povero soldato ferito… vedete, scommetto che lui ha o una mamma, o una sposa… allora si soffre a lasciare la terra, ma io… io..
—Voi potrete trovar degli amici
—Degli amici?!.. Ma dove?.. Ma come?.. Ma chi?..
—Io per esempio!
—Voi traverserete il mare, tornerete in mezzo ai cari vostri, e presto, come tutti gli altri, vi dimenticherete di me… Noi donne galanti, alla moda non sappiamo, non c'immaginiamo neppure l'amicizia; l'amicizia richiede del cuore e a noi ce l'hanno strappato i signori di cui siamo i giocattoli. Chi ci ha mai inculcata la santa religione dell'affetto, delle fede? Chi ci ha mai rammentato di esser donne? ripensando al passato una nube qualche volta passava sulle nostre fronti… «Le vostre fronti son fatte per baci e per i diademi,» ci dicevano i felici del mondo, e a noi diamanti, abiti, ricchezze… qualche volta la miseria degli altri ci strappava dal ciglio una lacrima. «i vostri occhi non son fatti per piangere, son fatti per brillare di voluttà e di piacere,» ci ripetevano i nostri adoratori e a noi le inebrianti emozioni dell'orgia. L'artigiano che ci disprezza perché colla prostituzione si ha quello che egli non giungerà mai ad aver col lavoro, ci addita alle sue figlie, come vampiri, come mostri e queste ci salutano colle loro fischiate; i nostri protettori quando si son sbizzarriti con noi vanno a cercarne delle altre, noi ricorriamo a spese matte, a piaceri che abbruciano: i denari van via, e viene l'età: la prima grinza fa fuggire l'ultimo adoratore e… e… se non morissi qui, se continuassi a vivere, tra pochi anni, obliata da tutti, morirei nel fondo di uno spedale… eccolo l'avvenire di noi povere colpevoli coperte d'oro e di gemme! Fortuna che questa palla ha troncato tanta colpa e tanta miseria!.. Ve lo ripeto, ve ne scongiuro…. andate a soccorrere quel povero soldato…. forse potrete risparmiare un gran dolore ad una povera madre, pensate alla vostra che ora prega per voi in Italia… Oh se avanti di morire il Cielo volesse concedermi là santa voluttà di una lacrima!
Le mani d'Aissa cominciavano ad agghiacciarsi, e posandosi sulle mie, mi producevano la medesima impressione, come quando si tocca una serpe.—Oh!.. un tempo… io ve lo voglio dire… un tempo io non era cattiva!—La proseguì con tuono più flebile—Amai troppo, credei troppo… e ne ho scontato anche troppo la pena. Ah! avessi dato retta alla mamma… fatemi il piacere, levatemi dal seno, la crocellina che è attaccata a questo piccolo nastro., ce la conservo da tanto tempo e quando i miei amanti ci ridevano sopra, io correva a nascondermi e la baciavo, la baciavo colle lacrime agli occhi e col cuore che mi si stringeva dalla pena… vi raccomando di lasciarmela indosso anche quando sarò morta: è il più caro ricordo che io abbia… l'ebbi da lei, una sera, una bella sera di estate: eravamo sull'aja, e ci era stato il prete a benedire il ricolto; l'immagine della madonna era illuminata, un'andirivieni di lucciole faceva sembrare illuminate anche le siepi, i contadini cantavano le litanie, io accarezzavo il vecchio Bibi perché non abbaiasse; la mamma, finita la preghiera, mi venne vicina, mi baciò e mi attaccò al collo questa crocetta… da quella sera non lo ho più abbandonata e quando ero per darmi in braccio alla disperazione, quando dentro me meditavo qualche vendetta terribile, quando avevo commesso una colpa, guardavo quella crocetta e mi tornavano in mente l'aja, il prete, le litanie, il vecchio Bibi, i bei tempi insomma in cui ero giovine, in cui ero buona, e vendetta, disperazione, come per incanto, sparivano, e le colpe mi sembravano meno gravi, perché mi sembrava vedere la mamma che pregava per me, che sorridente additavami il cielo… quel cielo che si acquista soltanto coll'espiazione, e colle sofferenze.
Lo spirito che aveva animato quella donna a proferire il lungo discorso, via via che la parlava sembrava che l'abbandonasse; l'affievolita voce, il faticoso respiro che aveva preso tutte le parvenze del rantolo mi convinsero che ormai niente vi era da sperare, che oramai gli istanti di quella vaga creatura erano contati!
La squilla della vicina parrocchia di Fontain si fè modestamente sentire; i tocchi di quella campana mi scesero in cuore mesti, siccome la preghiera pei moribondi: traversò il viottolo a noi vicino una vecchia cenciosa che portava per mano un ragazzo…—Nonna—disse quest'ultimo—cosa fa tutta quella gente sdraiata?—Povero bimbo—rispose la vecchia—quelli che vedi son morti—E non si risveglieranno mai… mai più?… Mai più! Il bambino chinò gli occhi e poi si rimpiattò nel fossato… intanto uno stormo di corvi volteggiò intorno a noi!… la nonna si mise in ginocchio e pregò: il fanciullo urlava e piangeva!
Uu prete col brevario sotto il braccio si avvicinò, quasi pauroso, alla moribonda: io gli additai la crocellina che essa si era portata alle labbra, egli se ne andò, al soldato che era per morire poco distante da noi, ed intuonò ad alta voce le preci dei moribondi.
Cessa, o prete, dalla stolta cantilena; tu per il primo, dando un'occhiata all'intorno, devi convincerti di quanto le tue preci sono bugiarde! Se fossevi un Dio, potrebbe egli permettere un tanto massacro?… È vero che voi, sacerdoti l'avete chiamato Sabbaot, il Dio degli eserciti e delle battaglie; è vero che a lui in altri tempi avete offerte vittime umane; è vero che nel suo santo nome avete fatto sgozzare dai vostri sicari le donne e i fanciulli a Perugia, i giovani generosi a Mentana, i padri di famiglia nelle mura stesse di Roma; ma è vero puranche che i popoli hanno pieno diritto d'odiarlo e d'abbatterlo, schifati alla idea delle carneficine che voi avete perpetrato nel nome di lui, schifati all'idea del privilegio e della rapina che avete benedetto, e resi sacri sotto la protezione di questa divinità, che, onnipotente, avrebbe creato il male. O prete, se tu fossi convinto, agiresti in altra maniera: cessa adunque dall'ipocrita prece: noi, come te, non crediamo al tuo Dio!
Gli stormi dei corvi raddoppiavano; la nebbia sollevandosi a poco a poco dall'estreme linee di quell'estesa pianura aveva offuscato il sole e i grandi alberi della strada maestra in quell'incerto barlume sembravano giganti che osservassero con fiero cipiglio quella scena d'orrore: dei carrettoni traversavano innanzi a noi, come una triste visione di mente impaurita; questi carrettoni erano colmi di cadaveri e i carrettieri, sferzando i cavalli, fischiettavano le ariette dei villaggi natii; ogni tanto qualche lurida faccia, tale da farti ribrezzo solamente a pensarci, appariva in mezzo ai solchi, nei cespugli, tra le siepi, disopra al ciglione dei fossi, che non pochi erano quelli che giravano per frugare i cadaveri.
Aissa mi strinse forte forte la mano; parve che a furia di baci volesse divorare la crocellina: si sforzò di richiamare sulle labbra un sorriso e gli occhi invece le si empirono di lacrime, proferì mestamente: a rivederci, chinò il capo, sembrò addormentarsi, e si addormentò difatti per non destarsi mai più.
Il bambino si era fatto animo, era saltato dal fosso ed era venuto a vederla, la volle toccare con infantile curiosità; la sentì fredda come una pietra, e rimase impietrito; il prete e la vecchia continuavano a biascicare orazioni, e i corvi si erano tanto a noi avvicinati da sfiorarci il capo con le nerissime ali.
Nello stesso tempo esalava l'estremo respiro il soldato vicino, susurrando a fior di labbra il gentil nome di Greetchein. Greetchein!… Mi passò innanzi alla mente la poetica creazione di Göethe e vidi in un remoto abituro una bionda fanciulla che in quel momento fissando il cielo, pregava per l'amico lontano e che già pregustava le gioie inenarrabili di un sospirato ritorno, che l'affetto immenso di vergine suole ispirare fiducia; l'amico lontano muore invece esecrato da tutti; muore in terra straniera, in terra che egli calpestò vincitore e su cui battè prepotentemente la sciabola; muore proferendo il nome di lei, senza che alcuno possa portarle questa notizia, che le sarebbe non lieve conforto nelle future afflizioni. Vestiti a bruno, o bionda fanciulla, ed impara ad esecrare i tiranni: vestiti a bruno e grida insieme con me: Maledetta la guerra!
Come erano belli quei due cadaveri!… Tutti e due erano morti, ispirandosi a reminiscenze soavi… tutti e due assorti nell'ideale sorridendo eran morti!… Io correva dall'uno all'altro, mi chinavo su loro, li contemplavo, avrei voluto trasfondere nel suo corpo il mio spirito vitale onde di nuovo animare tanta gioventù, tanta forza, tanta bellezza… mi sembrava che il cervello avesse a darmi volta: i miei compagni mi trascinaron via a forza dal triste spettacolo: quando rinvenni dallo stupore aveva fatto più che mezza strada per arrivare a Digione. La febbre mi aveva occupato tutte le membra.
—Và a letto—Mi dissero.
—Sì—Risposi, deciso di dare ascolto a un tal consiglio e lasciai gli amici.
Arrivato appena in città trovai alla porta del quartier generale
Materassi, Piccini e alcuni altri.
—Vieni con noi—Mi dissero.
—E dove?
—Si va a vedere i morti che hanno già portato in città… chi sa che non rinveniamo, il cadavere di qualche amico, di qualche conoscente.
Quantunque la scena a cui ci si preparava ad assistere offrisse una prospettiva tutt'altro che ridente in special modo per un'ammalato, come ero io, un po' per bruttissima curiosità (ripeto ai lettori che io non bramo di farmi meglio di quello che sono) un po' per non sembrare da meno degli altri, un po' per una vaga speranza di ritrovar forse una memoria da consegnare ai parenti lontani di qualche estinto, seguii la comitiva che si accingeva a questa visita lugubre.
Durante il tragitto, mi fu raccontata la storia luttuosissima del capitano dei Franchi Tiratori, rinvenuto cadavere e tutto bruciato nel castello di Poully. Garibaldi aveva ordinato un inchiesta su tale nuova barbarie: io qui non voglio discutere, nè avrei dati bastanti per farlo, se sieno o no vere le spiegazioni, che pretese dare il Governo Prussiano con una nota pubblicata su quasi tutti i giornali del mondo: quello che è certo si è che l'ufficiale aveva le mani legate, che covoni di paglia già incendiati erano a poca distanza da lui e che l'infelice, come ben si può osservare dalla fotografia, era tutto coperto d'ustioni, all'infuori del capo. Con ciò non intendo lanciare un'accusa generale a tutto il popolo Germanico; il soldato abbrutito nella caserma, a qualunque nazione appartenga, spesso e volentieri cessa di essere un uomo per addiventare la belva la più sanguinaria.
Passata di poco la porta Sant'Apollinare, avanti di giungere alla barriera vi è il convento dei Cappucini: ivi erano stati messi i cadaveri, forse perchè si potessero riconoscere a bell'agio dagli amici. Prima d'entrare la nostra vista fu dolorosamente colpita da due carrettoni, zeppi di morti Prussiani; quale di questi ciondolava una gamba, quale una mano; l'insieme ti offriva l'idea di una gran montagna di carne; il pavimento era tutto cosperso di sangue, che alcune ferite tuttora gocciavano.
Entrammo in una piccola stanza; sopra due tavoloni erano stesi una ventina di Garibaldini, tutti privi di vita; tra questi lo Squaglia, sorridente come vivesse tuttora; la maggior parte mancava di qualchecosa di vestiario: gli avvoltoi della gloria, avevano, come pocofà si è veduto, fatto man bassa sulle più piccole inezie, purché vi fosse da ricavar qualche soldo. Noi procedevamo in silenzio: solo il Piccini, incaponito di ritrovare il Rossi, esaminava ad uno ad uno i cadaveri, passava per far più presto disopra alle tavole, sempre con viso imperturabile, e con un sangue freddo da essere ammirato.
La seconda stanza era grandissima: avrà contenuto più di settanta morti, disposti non colla medesima precisione di quelli che giacevano nella prima; qui vi erano Guardie Mobili, Franchi Tiratori, Garibaldini ed anche qualche Prussiano: vedemmo tra gli altri il povero Pastoris col cranio tutto fracassato; il prode maggiore era stato spogliato fino della camicia; questa profanazione mi fece ribrezzo, e aggiunta al desolante spettacolo a cui fino dal primo mattino assistevo, ebbe potenza di farmi rinforzare la febbre, che credevo di aver fugata; frequenti brividi lungo le reni, mi rendevano omai più che certo di questa nuova peripezia che veniva a conturbarmi.
Ci fu impossibile ritrovare il Rossi; domandammo schiarimenti ai guardiani e questi ci risposero che forse la salma del nostro amico doveva essere nella stanza di quelli che erano morti di vaiolo.
Avanti di partire non potei fare a meno di rivolgere uno sguardo a tutta quella gioventù, che si era dileguata come una meteora nel cielo; un raggio di gloria, uno sprazzo di luce eppoi il nulla. Quante illusioni, quante speranze, quanti pensieri non si erano spenti, per sempre in quella clade sanguinosissima! Chi sa che tra quelli non vi fosse uno nato a creare qualche nuovo ordinamento sociale, e che invece finirà per procreare un cavolo, una pianta d'ortica? Felice lui! che, se grande fosse riuscito realmente, avrebbe imprecato alla vita, angariato dai ghigni e dalle calunnie dei contemporanei. Quante madri, quante sorelle abbrunate—pensavo dentro di me e continuando a guardare i cadaveri, sentivo commuovermi non tanto per loro, quanto per le care persone che avevano lasciato.
La democrazia Italiana, credo bene ripeterlo, ha lasciato un degno e glorioso contingente sui campi di Francia; la democrazia Italiana, come sempre, anche nel 1871 ha immolato al principio repubblicano, i cuori più giovani ed entusiasti, le immaginazioni più fervide, le intelligenze più belle. Una pleiade di generosi scompare ogni volta che la coscienza dell'umanità si risveglia, ogni volta che si traducono in atto le sante credenze, le così dette utopie dei pochi ispirati che ci han preceduto: solo col sangue rinvigoriscono le idee. E sangue di eroi onorò le strade ed i campi dell'ubertosa Borgogna, e una pleiade di magnanimi figli d'Italia scomparve, lasciando di se imperituro ricordo in chiunque abbia il core informato al gentil culto delle azioni generose. Perla, Pastoris, Settignani, Cavallotti, Ferraris, Gnecco, Imbriani, Zauli, Salomoni, Canovi, Zerbini, Anzillotti, Caimi, Ricci, Giordano, Valduta, Resegotti… dall'Alpi all'estrema Sicilia la calunniata Penisola ebbe un figlio, per ogni città, per ogni paese, da offrire in olocausto al sacrosanto principio. Firenze ebbe nove morti: Rossi, Squaglia, Viti, Aterini, Carli, Pini, Scali, Cortopassi e Signorini; la vicina Pistoia su sette volontarii ebbe a piangerne quattro: Biechi, Ferrarini, Bongi e Lanciotti. Se io avessi appunti precisi, vorrei citar tutti i martiri, e ben si avvedrebbero gli odierni politicanti di Francia, i generali famosi, allora rincatucciati per la paura, e in oggi spavaldi, ben si avvedrebbero, dico, che l'italiana democrazia non mancò al proprio dovere e che, superando ostacoli a lei frapposti dalla mancanza di mezzi e dalla vigilanza la più sospettosa del timido governo del re, corse volenterosa all'appello.
Ed i Digionesi con quel buon senso che suol distinguere i popoli, non tardarono a esserne più che convinti ed a dimostrarcelo con ripetuti segni di sincera affezione.
Nel ridurmi a casa difatti ebbi la prova più luminosa della fiducia generale che si nutriva in Garibaldi ed in noi; dappertutto non si faceva che domandar notìzie e porgere elogi all'eroico Ricciotti e alla sua valorosa brigata; i nomi di Menotti, di Canzio volavano accompagnati da lodi, per tutte le bocche; e le donne con quel sentimento gentile, che ci rende caramente diletto quel sesso che, sembra, esser stato messo quaggiù per asciugare le lacrime e per darci un pietoso conforto in mezzo alle disillusioni e all'affanni, accoppiavano a questi nomi, omai resi gloriosi, quello non meno caro, quantunque modesto, di Teresita.
È stato detto che la superstizione è la poesia dell'ignoranza: io, quando vidi in capo alla strada, dove abitavo, le donne affollarsi a pregare davanti a un'immagine, per Garibaldi, per noi, per la Francia, aspirai tutto il profumo di questa ingenua poesia, e rimasi a contemplare estatico quel gruppo, che avrebbe offerto a un pittore un'invidiabile quadretto di genere, e che a me offriva un certo tal qual refrigerio di cui non so farmi ragione.
Il male però progrediva spaventosamente: mi martellavano le tempie; avevo perduto la voce, le gambe mi reggevano appena. Passando dalla bottega della tabaccaia, vi entrai, e mi buttai rifinito su di una seggiola.
La graziosa fanciulla, affidata alle cure della bottegaia, si svestiva in quel mentre della sua cappa di appartenente all'ambulanza; aveva già visitato tutti gli ospedali della città, aveva già fatto amicizia con tutti i feriti Prussiani: mi disse tutto questo d'un fiato, senza che la potessi interrompere; quando io cominciai a parlare, la buona ragazza sentendo la mìa voce roca, esaminandomi fissamente nel volto, con tono affettuoso mi disse: Ma voi avete bisogno delle mie cure… voi siete malato.
—Che… non è nulla!
—Oh voi dovete curarvi… andare a letto!
—Vi pare… qui… in faccia al nemico…
—Il nemico ha di catti a rifarsi di forze, e credo che non avrà intenzione di riattaccare.
—Ammettiamolo pure: Ma che vorreste… che io passassi uno, due, forse tre giorni solo, come un cane?…
—Siete ingiusto… voi dimenticate gli amici…
—Son tutti occupati…
—E… le amiche? Ficcandomi gli occhi negli occhi proferì la ragazza.
—Le amiche!
—Sì andate ed ei vi prometto di venirvi a far visita, di passare la maggior parte della giornata da voi.
—Davvero?
—Sul mio onore… via, via andate… non fate il bambino… il vostro sarebbe un eroismo inutile…—E tanti altri bei discorsi, che uniti al male che mi sentivo in dosso, e alla voglia di aver dei colloqui intimi con quella gentile infermiera, di cui avevo imparato ad ammirare il carattere, mi persuasero a cacciarmi nel letto, deciso però di non badare a prescrizione veruna del medico, o di chicchessia, qualora avessi udito suonare a raccolta le trombe, o tuonare il cannone.
Dopo poco ero a letto; a letto, con una tazza di tisana a me vicina sul comodino, apprestatami dalla mia gentilissima ospite.