CAPO VIII.

La cavalleria veneta. Le armi nel loro complesso, il governo ed il riparto difensivo e territoriale. I veterani.

Le glorie della cavalleria leggera stradiotta erano sfiorite da gran tempo. I fieri cavalieri albanesi—o cappelletti—al soldo della Repubblica, vestiti di abiti succinti, armati di piccolo scudo, di lancia e di spada, che avevano empito delle loro fulminee gesta i campi d'Italia nel Cinquecento, si erano a grado a grado ammansiti. Avevano dapprima smussate le unghie, poscia ripiegate le zanne e si erano da ultimo confusi e perduti in un largo innesto nei più miti cavalleggeri Dalmati e Croati. L'essenza dell'arte del combattere leggero alla stradiotta, fatto di balenare d'incursioni, di tagli ratti e violenti inferti sul corpo greve dell'avversario, di solchi sanguigni e profondi vibrati sulle terre devastate dalla loro rapacità, era esulata altrove sotto forme più disciplinate e conformi al diritto delle genti, specie in Francia, dove si era raccolta e tramandata, con qualche sapore di venezianità, sotto le insegne del reggimento cavalleggeri Royal Cravates[194].

A Venezia rimase, come di tutto il bello ed il buono del passato, soltanto l'eredità delle memorie. Trascorso il periodo delle grandi guerre e delle lotte di conquista, nelle quali la cavalleria stradiotta con il suo rapido dilagare parve quasi il simbolo e l'arma per eccellenza; ripiegatasi la Serenissima in sè medesima, la cavalleria divenne nell'esercito veneto un'arma esotica. Si restrinse cioè al modesto compito di milizia addetta alla custodia dei confini, alla scorta dei convogli di privative dello Stato[195] e delle reclute, alla guardia d'onore delle missioni e delle alte cariche governative; dedicò infine il proprio servizio al mestiere di staffetta lungo le principali rotabili, per trasmettere con qualche celerità lungo di esse le ducali e gli ordini più urgenti del Savio alla Scrittura.

Sotto questo riguardo adunque la cavalleria veneziana prese la veste di un pubblico servizio e si spogliò delle caratteristiche di arma combattente.

Le esenzioni e le difficoltà dei pascoli, mentre tendevano a raccoglierla in determinati centri meglio provvisti di foraggio, obbligavano per contro a frazionarla in piccoli posti là dove questo scarseggiava. E ciò anche per meglio soddisfare alle esigenze del servizio di scorta e di staffetta. La campagna bresciana e la veronese primeggiavano per floridezza dei pascoli e quivi i riparti di cavalleria potevano stare più raccolti: la provincia del Friuli, specie il circondario di Pordenone[196], pur essendo assai più ricca di foraggi era nondimeno esente da ogni servitù, e ciò per antico privilegio.

Nei dintorni del Chievo (Clevo) stava quindi alloggiato un buon terzo della cavalleria veneta al tempo della decadenza, ed a Verona risiedeva il suo sopraintendente. I possessori di quelle praterie acclive e dei pingui pascoli sotto quella fortezza erano obbligati—per vecchi statuti—a somministrare le decime dei loro fieni alla cavalleria[197].

Ma quel vincolo—fatto di antiche schiavitù terriere—era diventato insopportabile ai terrazzani veronesi della decadenza della Repubblica, che ripetutamente ed acerbamente se ne dolevano, offrendosi perfino di pagare la prescrìtta decima in denaro sonante. Con ciò quei terrazzani intendevano piuttosto a liberarsi delle guarnigioni che dell'onere che loro derivava per la presenza della cavalleria nelle loro terre.

Ma il Senato, nel 1782, riconfermò nel modo più esplicito il pieno vigore delle antiche servitù, «essendochè la fornitura delle decime alla pubblica cavalleria è destinata alla comune salvezza di tutti, per il mantien di quell'arma»[198].

A squadriglie, a drappelli, il rimanente della cavalleria era suddiviso in parte nelle città e nel contado della Bresciana e del Bergamasco, ed in parte tra i centri di Padova, Rovigo, Treviso, Udine e Palmanova. Delle province di Oltremare, la sola Dalmazia aveva cavalleria preferibilmente croata, oppure di corazze; e poichè a questa specialità da tempo era affidato il servizio di vigilanza verso le frontiere turchesche e nell'interno, i nomi di corazze e di croati suonavano nei luoghi come sinonimi di gendarmi ed anche di sgherri[199].

Inauguratosi poi, nel 1783, il sistema dei cambi di guarnigione o dei turni—come si disse più avanti—-fra i grandi riparti territoriali della Serenissima, questa tradizione poliziesca andò a grado a grado affievolendosi, ed il servizio di ordine pubblico fu indi appresso egualmente ripartito tra le diverse specialità dell'arma che si avvicendavano nei presidi d'Oltremare.

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I còmpiti della cavalleria veneta si esplicavano anzitutto nei servizi mobili, cioè nella perlustrazione delle strade di maggior transito insidiate dai malviventi, nella sorveglianza delle linee di confine, nella protezione dei convogli di biave (frumento) che dovevano servire alla panificazione per la truppa[200] e nei servizi fissi di guardia e di vigilanza locale; cioè nei così detti appostamenti dell'arma stabiliti ai nodi stradali di maggior rilievo, nelle vicinanze delle fortezze e dei castelli più importanti. Sotto quest'ultimo aspetto, la cavalleria veneta si prestava all'occorrenza anche al disimpegno del servizio di staffetta e di corriere, come si è ricordato più sopra.

Il senso di cosiffatto servizio spigliato, disimpegnato a piccoli nuclei, contribuiva nondimeno a rendere l'arma maneggevole, usa alle fatiche e bene allenata. I frequenti contatti tra l'una e l'altra riva dell'Adriatico avevano fatto inoltre acquistare alla medesima buona pratica degli imbarchi, degli sbarchi e dimesticità nelle traversate oltremare, abbenchè nessuna prescrizione regolamentare si occupasse della materia e se ne lamentasse oltremodo il difetto[201]. I trasporti si eseguivano di solito tra il Lido e Zara usando le manzere, o barche per il trasporto dei bovini, ed in genere «approfittando di tutti i legni in partenza, sia per armo che per scorta delle reclute»[202].

Quanto al frazionamento della cavalleria esso era per certo molto considerevole. Nel 1794, le quattro compagnie di croati del Reggimento Colonnello Avesani e le quattro compagnie di dragoni del Reggimento Colonnello Soffietti, che avevano stanza attorno al Chievo, fornivano appostamenti a Mozzecane, Valeggio (Valeso), Sorgà, Villanova, Castelnuovo, San Pietro in Valle, Caldiero, Cà de' Capri, Sega, ed eventualmente anche posti di vigilanza attorno alle fortezze di Legnago e di Peschiera[203]. Le rimanenti quattro compagnie di ciascuno dei reggimenti sopra ricordati, che tenevano guarnigione nella Bresciana, provvedevano a loro volta agli appostamenti di Palazzolo, Ospedaletto, Ponte San Marco, Orzinovi, Àsola, Pontevico, Salò e Crema. Infine, due compagnie del reggimento croati del Colonnello Emo distaccate nel Bergamasco, somministravano gli appostamenti di Cavernago, di Vercurago, Lavalto, Sorta, Villadoda, Cividale, Barican, Sola, Brambat, Lurano, San Gervasio, Romano e Pontida[203].

E le compagnie della cavalleria veneta a quel tempo, «detratti gli ufficiali, bassi-ufficiali, camerata (attendenti e piantoni di scuderia) selleri, forier e marescalco, che non fanno servizio…» si erano ridotte a soli 27 cavalieri ognuna[204],

Intorno a questo medesimo tempo l'arma si suddivideva in due reggimenti di croati, in uno di cavalleria dragona ed uno di cavalleria corazziera. I reggimenti di croati e di dragoni avevano la forza di otto compagnie ciascuno, quello di corazzieri ne contava solamente sei.

Le compagnie di dragoni, croati e corazzieri, accoppiate due a due, formavano uno squadrone agli ordini di un sergente maggiore.

I corazzieri, per vecchia tradizione nobilesca, costituivano anche nella cavalleria veneta la milizia a cavallo più pregiata e ragguardevole, e la legge di Ottazione assicurava ai loro graduati alcuni privilegi in confronto agli altri graduati della Serenissima[205]. I dragoni erano destinati a combattere occorrendo anche a piedi ed erano perciò armati di moschettoni[206]; i croati infine formavano la cavalleria leggera.

Sulla fine della Repubblica era sopraintendente dell'arma il già colonnello delle corazze conte Giulio Santonini. Quando questi fa elevato alla suprema carica della cavalleria veneta (1788) con l'anzidetto titolo di sopraintendente e con il grado di sergente maggiore di battaglia, il Santonini contava 52 anni di servizio e 67 di età, dedicati in massima parte al pubblico servizio nelle guarnigioni di Dalmazia e di Levante[207].

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Il grande frazionamento delle truppe venete, le loro unità stremate di gregari e decrepite nei quadri, il servizio anfibio che esse prestavano tra terra e mare, tra le frontiere turchesche e le isole sperdute dell'arcipelago ionico, rendevano assai rare le occasioni utili per stabilire contatti reciproci di cameratismo, per affinare il senso dell'arte, per esercitare insomma le truppe medesime in nuclei di qualche rilievo, conforme a quanto si usava a quell'epoca nei campi di manovra di Francia e dell'Impero. Richiamate poi a nuova vita le cerne nel 1794, con il loro innesto nei riparti di soldati del vecchio piede le unità si rinsanguarono alcun poco, sicchè le compagnie anemiche dei fanti italiani ed oltremarini, da una trentina di soldati appena salirono in media a circa il doppio.

Si presentava allora propizia l'occasione per addestrare le truppe venete in qualche simulacro di campo o di manovra, ed il tenente generale Salimbeni—il tacciato di giacobinismo nei bossoli del Maggior Consiglio e del Senato—la colse ben volentieri a Verona, là dove, sulla fine del detto anno, si trovavano raccolti ben 2507 tra fanti e cannonieri, con 326 tra dragoni e croati[208].

«Il capitanio di Verona (Alvise Mocenigo) come pure il tenente generale Salimbeni—così diceva una relazione del Savio al Doge—si mostrano molto soddisfatti dei progressi della guarnigione nei campali esercizî, ad onta del tempo non lungo scorso dalla prima raccolta delle cernide e di qualche rèmora nelle successive. Nè per essere di già terminata la stagione delle campali evoluzioni[209] si introdusse l'inazione nella piazza. Mentre quel comandante delle armi profitta di questa stessa circostanza per stabilirvi il giornaliero servizio, senza tenere di soverchio occupata la truppa che gode di altrettanto riposo e coglie sempre le buone giornate per esercitarle anche riunite in corpo, il medesimo si propone alla ventura primavera di eseguire anche col presidio qualche evoluzione di tattica»[210].

Le buone intenzioni avevano adunque fruttato qualche cosa. Più tardi, nel luglio del 1796, il sergente generale conte Stràtico—il fautore di una artiglieria veneta da battaglia leggera e manovriera ed il riformatore del regolamento di esercizi per le fanterie italiana ed oltremarina—riaffermava ancora la necessità di queste manovre d'assieme, nella premessa al ricordato regolamento e nel carteggio che esso diede luogo tra lo stesso Stràtico ed il Savio di Terraferma alla Scrittura in carica.

Con la visione oramai netta e precisa della patria violentata sul margine delle lagune—come al tempo della guerra di Cambrai—quel generale vagheggiava la costituzione di alcuni campi stabili sotto ai forti di San Pietro in Volta e di Malamocco, presso i trinceramenti della Motta detta di Sant'Antonio e presso il Lido, allo scopo di formarne una scuola d'armi e d'armati sempre pronta ad ogni evenienza, sempre desta ad ogni minaccia; di apparecchiare insomma un buon istrumento di difesa per Venezia e per l'estuario. Giacomo Nani, con il prestigio del suo nome, con la profondità delle sue dottrine, con il suo patriottismo illuminato, aggiungeva a questi disegni forza e decoro.

«È bene—scriveva lo Stràtico—che si radunino al più presto assieme queste truppe e siano messe sotto le tende, come nella ultima neutralità[211] al tempo del maresciallo Schoulemburg. Tale metodo è poi molto utile nel formarsi in battaglia, nel marciare fuori dei campi per qualche lungo tratto interrotto da fossi, da siepi e da altri impedimenti, e finalmente per eseguire le grandi manovre. Da questo primo passo dello attendamento è facile condursi poi a quegli altri che formano la catena continua delle militari istruzioni; vale a dire nel rendere in pari tempo ed in unione con la fanteria esercitati gli artiglieri nella disposizione e nello esercizio dell'artiglieria di corpo e del treno da campagna, di cui dovrebbero essere forniti i progettati accampamenti, come anche la cavalleria che vi si volesse assegnare sia nei finti assalti che in foraggiare, scortare convogli e bagagli… Quanto poi riflette questa ultima arma, il maresciallo Schoulemburg era del parere doversi armare i lidi di Venezia,[212] specie i dipartimenti di Pellestrina e di Chioggia, con buoni corpi di cavalleria per impedire gli sbarchi ed appoggiare occorrendo quelle milizie che, da Venezia, fossero spedite in Terraferma. Converrebbe quindi chiamare a questa parte almeno quattro compagnie di croati, aumentando però la loro forza attuale fino a cento teste, formare con esse tre buoni squadroni (di due compagnie ognuno) ed aggiungervene un quarto di cavalleggeri». Così, mentre la Serenissima stava agonizzando, si istituirono in tumulto gli ultimi campi di manovra dell'esercito Veneto, sicchè essi uscirono alla luce del sole come nati-morti.

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Il riparto militare della Repubblica comprendeva i quattro dipartimenti territoriali d'Italia, di Dalmazia, del Golfo e del Levante. I tre ultimi, per essere d'oltremare, avevano stretta correlazione con la suprema magistratura politica, civile e marinara di ciascuna provincia (i provveditori generali). Il primo dipartimento invece, quello d'Italia, non avendo normalmente tale analogia di forme e di reggimenti—a meno che speciali circostanze politiche non consigliassero di nominare anche colà un provveditore—esercitava la propria giurisdizione per mezzo dei capitani e dei podestà.

Nel riparto di Levante[213] primeggiava l'isola di Corfù, per la sua posizione geografica e per il ricordo degli ultimi fasti di guerra della Serenissima (1716) indivisibilmente congiunti alla strenua difesa del maresciallo Schoulemburg. E la fortezza corfiotta nel 1796 contava ancora sui rovinati rampari ben 512 bocche da fuoco di varia specie e calibro. Dopo Corfù, in ordine d'importanza, si contava Santa Maura (Levkàs) cui pendevano di continuo sul capo come scimitarra gli orrori delle incursioni turchesche; Zante (Zakynthos) la boscosa e feconda per i pingui pascoli, assai mal guardata dai suoi 21 cannoni barcollanti sugli affusti tarlati; Prevesa la cittadella perduta in fondo al promontorio aziaco, ricca di gloria romana ed anche un poco orgogliosa per la recente fortuna dei Veneti[214], guardata da un pugno di soldati macilenti per i miasmi dell'acquitrino ambracico. Venivano ultime Vonizza, l'isola di Cefalonia con il presidio di Asso, e li scogli perduti di Cerigo e Cerigotto.

Nel contado delle Bocche, cioè in parte della giurisdizione del Golfo, aveva il primo posto la fortezza di Cattaro con 153 cannoni, compreso l'armamento del Forte Spagnuolo di Castelnuovo[215], quello del castello di Budua e degli appostamenti di Zupa e del contado dei Pastrovicchi. Frequenti erano le relazioni politiche e commerciali dei governatori delle armi di queste due ultime fortezze con l'attiguo territorio dei Montenegrini e dei pascià dell'Erzegovina[216].

Il riparto di Dalmazia aveva per capoluogo Zara. Non minore importanza
dopo questa città avevano i castelli di Knin, di Sign, di Spalato, di
Traù, le opere di Sebenico, quelle di Almissa e di Imoschi.
Nell'Istria Veneta primeggiava infine Capodistria armata con 12 pezzi.

Tra le piazze forti d'Italia aveva grande fama Palma, o Palmanova, retta da uno speciale magistrato militare.

Il numero dei castelli e delle fortificazioni di Venezia e dell'estuario era assai grande, e tale si trasmise pressochè in integro, attraverso le dominazioni francese ed austriaca, fino al 1848. Tra le opere più notevoli si contavano, al tempo della caduta della Repubblica, quelle del Lido, di Campalto, della Certosa, di San Giorgio Maggiore, della Motta di Sant'Antonio, del Maltempo, di San Pietro in Volta, degli Alberoni, di Chioggia, di Bròndolo, del Castello di Sant'Andrea, di San Giovanni della Polvere, di San Giorgio in Alga; oltre una folla di opere minori, batterie, trinceramenti, ottagoni, palizzate ed appostamenti[217].

Sugli spalti di queste opere di Venezia e dell'estuario risultavano collocate in complesso 2471 bocche da fuoco, comprese le disponibili nell'Arsenale.

Caposaldo della difesa di Terraferma era la fortezza di Verona. In essa si notavano il castello di San Pietro e quello di San Felice,[218] entrambi ricchi di solide muraglie, di torricelle, di opere a corno e di terrapieni d'ogni maniera, demoliti in buona parte in forza del trattato di Luneville nel marzo 1801; Castel Vecchio di remota costruzione Scaligera[219] con grossi parapetti, feritoie sui piloni del classico ponte e merlature, opere deturpate anch'esse in virtù del detto trattato; e la cinta murata con le numerose porte, cortine e bastioni illustrati dall'arte del Sammichieli. Minore importanza avevano infine la piazze di Legnago e di Peschiera—recentemente sistemate nei fossi acquei e nelle mure dal colonnello Lorgna—il castello di Brescia, le opere di Orzinovi (Orzi-Novi), di Crema, di Àsola, di Pontevico e di Bergamo.

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L'alta giurisdizione territoriale militare sui riparti di Levante, Dalmazia, Golfo ed Italia, era esercitata dai rispettivi sergenti maggiori di battaglia, secondo i turni dei quali si disse più sopra. Il comando effettivo delle fortezze competeva invece ai singoli governatori delle armi, suddivisi in alquante categorie a seconda dell'importanza delle fortezze medesime.

Ai governatori delle armi spettava un certo numero di lance spezzate costituenti una piccola guardia del corpo. Successivamente però questo diritto andò modificandosi e si trasformò, sul finire della Repubblica, in una specie di indennità di carica da corrispondersi in contanti.

A questi governatori delle armi nelle fortezze d'Oltre mare incombeva un còmpito assai spesso difficile e pericoloso. Quello cioè di servire da ago della bilancia in mezzo alla violenza delle passioni politiche delle genti contermini, e da scudo contro le incursioni e le depredazioni delle vicine tribù turchesche. E l'uno e l'altro ufficio essi dovevano assolvere con dignità e con fermezza, quasi sempre con scarsissimi presidi, con armi spuntate e rugginose.

In quest'opera giovava ancora alcun poco il bagaglio delle antiche memorie e del vecchio prestigio repubblicano rinverdito dopo le campagne del 1716-17, ma più che tutto valeva l'intreccio dei vincoli politici, sociali e feudali, solidamente ribadito dalla Repubblica nei domini d'Oltremare tra i suoi stessi rappresentanti ed i maggiorenti delle terre. Così, con fine accorgimento, la Serenissima soleva scegliere non pochi dei governatori delle armi delle principali fortezze di Dalmazia e di Levante tra gli ufficiali superiori degli Oltremarini, vale a dire tra i conterranei medesimi; sicchè, per tale riguardo, le genti entravano di leggeri in una tal specie di convinzione di godere una autonomia propria, convinzione che gli istituti repubblicani rafforzavano e corroboravano. Il crogiuolo delle milizie regionali oltremarine serviva così da elemento unificatore, da valido intermediario tra le libertà cantonali d'Oltremare ed il potere centrale repubblicano, da scuola d'armi insieme e di pubblici poteri dalla quale il dominio veneto usciva rafforzato e popolarizzato. Le migliori famiglie dalmate quivi dovevano acquistare i titoli per l'esercizio del governo sui conterranei, in nome della stessa Serenissima, e questo automatico ricambio di uomini e di reggitori raddolciva le suscettività individuali e collettive delle municipalità dalmate e le cointeressava agli accorti fini politici della Repubblica.

Nelle principali fortezze i governatori delle armi erano inoltre coadiuvati dai così detti maggiori alle fortezze, tratti in buona parte dal corpo degli artiglieri, con incarichi esclusivamente sedentari. Non mancavano però degli strappi a tale consuetudine circa il reclutamento di questi ufficiali, e tra gli altri merita particolare rilievo quello che si verificò nel 1794 quando—nell'assoluta impossibilità di trovare un posto agli ufficiali promossi per merito di guerra da Angelo Emo—convenne trasferirli appunto nel personale delle fortezze, senza riguardo di sorta all'ufficio ed all'arma di provenienza.

I còmpiti di questi ufficiali alle fortezze erano assai simili a quelli che, sotto la Francia del vecchio regime, erano attribuiti ai majors ed agli aides majors généreaux des logis[220].

Poche parole rimangono da dire intorno alla dislocazione effettiva delle truppe venete. I documenti più autorevoli in materia sono per certo i «Piedilista generali di tutte le pubbliche forze» compilati all'Inquisitorato sull'amministrazione dei pubblici ruoli. Codesti specchi, che servivano di base ai càlcoli relativi alla forza bilanciata dell'esercito della Repubblica, comprendevano gli effettivi sotto le armi, gli aumenti e le diminuzioni dei fazioneri in confronto del periodo di tempo immediatamente precedente, gli amassi o risultati delle nuove leve, i cassi o congedati per compimento d'ingaggio o per inabilità fisica, i fuggiti o disertori, i morti, i passati di riparto o trasferiti ad altra sede, ed infine i realditi, o condannati la cui pena era sospesa momentaneamente per revisione di processo[221].

Le modalità di tali piedilista erano tassativamente fissate dalle Terminazioni degli Ill.mi ed Ecc.mi Signori Inquisitori sopra l'amministrazione dei pubblici rolli[222], e ad esse si dovevano uniformare tutti i comandanti di truppa nello intento di evitare brogli, peculati e tentativi di frode per via dei passavolanti[223]. Epperciò ogni ufficiale, sulla propria fede di uomo d'onore, doveva redigere la copia del rispettivo rollo, o riparto, da trasmettersi quindi agli inquisitori competenti, vidimata dalle autorità superiori. Analoghe pratiche si osservavano per le truppe imbarcate sui pubblici legni, disposte a guardia di lontani presidi e negli appostamenti. I sergenti maggiori di battaglia, i capi dei riparti territoriali, gli aiutanti di reggimento e di battaglione, dovevano sorvegliare con somma cura la compilazione scrupolosa dei piedilista, che si trasmettevano all'Inquisitorato semestralmente prima dell'anno 1790, ed annualmente dopo di quell'anno[224].

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Dai piedilista adunque—orgoglio e tormento della burocrazia militare veneta dell'epoca—si rileva che la forza bilanciata sullo scorcio di vita della Repubblica oscillava intorno alla dozzina di migliaia di soldati, e che pochi anni prima della caduta questa forza era timidamente salita sopra alle quindici migliaia di uomini[225].

Tale contingente di truppe era suddiviso pressochè in parti proporzionali tra i quattro dipartimenti militari. Così nel 1780, sopra un totale di 313 compagnie e 12,406 teste a ruolo, compresi gli invalidi, gli addetti all'Arsenale, alle scuole militari ed alle compagnie di leva, spettavano a ciascuno dei grandi riparti gli effettivi seguenti:

Riparto di Levante.—Presidi, numero 24[226]. A terra, uomini 3326. Sulle navi, nomini 1683[227].

Riparto di Dalmazia.—Presidi, numero 49[228]. A terra, uomini 2761. Sulle navi, uomini 255.

Riparto d'Italia.—Presidi, numero 43[229]. A terra, uomini 2141. Sulle navi, uomini 453. Riparto del Golfo.—Presidi, numero 2[230]. A terra, uomini 197. Sulle navi, uomini 460.

Nell'interno dei corpi le guarnigioni di solito erano distribuite in giusta misura, con senso di equità e di equilibrio tra i buoni ed i cattivi distaccamenti, e con riguardo ai turni destinati a ristabilire l'equilibrio in questa necessaria altalena di «bona mixta malis» delle guarnigioni degli eserciti a base nazionale. Pochi erano invece i corpi che avevano tutte le compagnie raccolte in una medesima sede, o riparto territoriale, e ciò dipendeva ordinariamente tanto da necessità di transito da un riparto all'altro (Lido-Padova-Zara), quanto da convenienze particolari d'arma (corazzieri, croati, travagliatori, invalidi etc.).

Nel piedilista del V settembre 1776[231]—uno dei più accurati della specie—risulta infatti che, dei 18 reggimenti di Fanteria Italiana, 14 avevano le proprie compagnie tutte riunite nell'interno di uno stesso riparto, che i rimanenti reggimenti le avevano frazionate, e che tutti i corpi di Fanti Oltramarini all'infuori di due[232] si trovavano con le proprie unità sparpagliate tra la Dalmazia, il Levante, l'Italia ed il Golfo.

Della cavalleria veneta, il Reggimento di Corazze aveva le sue sei compagnie tutte in Dalmazia, quello di Dragoni era per intero dislocato in Italia. Il reggimento Croati del Colonnello Begna presidiava la Dalmazia senza distaccamenti in altri riparti, quello del Colonnello Gregorina era tutto raccolto in Italia. Il Reggimento artiglieria infine era suddiviso con sei compagnie in Levante, tre nella Dalmazia ed altrettante in Italia.

Questa dislocazione delle truppe venete si mantenne presso a poco immutata fino alla caduta della Repubblica. Subì soltanto qualche alterazione nel 1796 quando, a cominciare dai primi di giugno, dalle province d'Oltremare furono chiamate alla Dominante truppe per la difesa delle lagune minacciate dagli eserciti di Francia. Allora, per la seconda volta dopo la guerra di Cambrai, si videro raccolte milizie in buon numero dentro l'abitato cittadino di Venezia, violando la tradizionale consuetudine che ne le escludeva in via normale in omaggio alle libertà repubblicane.

All'infuori di codesti casi eccezionalissimi, unici rappresentanti della legge e della forza armata veneta dentro alla città delle lagune erano i birri ed i fanti, ministri questi ultimi al servizio del Consiglio dei Dieci e degli Inquisitori di Stato[233].

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Poichè l'esercito veneto della rovina repubblicana accentuò il proprio carattere di istituto di beneficenza, pullularono come una fungaia i corpi degli invalidi, o dei benemeriti, senza contare i nuclei di militari fisicamente inadatti al servizio, non inquadrati in unità sedentarie ma semplicemente mantenuti a ruolo e stipendio con il benefizio delle così dette mezze paghe.

Di queste ultime si avvantaggiavano in particolar modo i cannonieri, intendendo con ciò la Serenissima di conservarsi sotto mano—prima della fondazione del Reggimento Artiglieria e subito dopo di essa—una certa riserva di militari pratici delle artiglierie per far fronte alle eventuali esigenze.

Ma poichè lo scandaloso costume delle mezze-paghe, che manteneva a spese del pubblico erario una falange di fannulloni e di disadatti fu abolita nell'anno 1777, un'ondata di postulanti e di malcontenti venne a rifluire alle unità organizzate degli invalidi. Se ne rammaricava inutilmente il Senato, rilevando il grave danno pecuniario che causava tale corrività, eccitando il Savio alla Scrittura a provvedere: «perchè questa caritatevole disposizione (dei benemeriti) non vada a danno del dinaro pubblico, nè trovi il privato interesse una fonte di illeciti vantaggi»[234]. La piaga però aveva troppo salde e profonde radici, d'altronde le strettezze dell'erario non permettevano di concedere giubilazioni che ai militari fatti decrepiti sotto l'assisa repubblicana; e ciò non poteva accadere di solito che verso i 60 o 70 anni di età.

Nel 1790 esistevano nell'esercito veneto 7 compagnie o distaccamenti di benemeriti. Una compagnia di essi era dislocata al Lido e nelle opere contermini, una a Palmanova ed una nel Castello di Brescia. Un distaccamento assai numeroso di quei vecchi soldati guardava il forte di San Pietro dei Nembi sotto Zara, un altro quello del Maltempo presso Venezia, i due ultimi infine erano dislocati a Zara e nel Collegio Militare di Verona.

Principale còmpito di questi benemeriti era il servizio di guardia agli istituti ed edifizi militari affidati alla loro custodia, «senza mai staccarsi dal posto sotto qualunque pretesto, per ubbidire ai comandi che loro venissero impartiti e vietando l'asporto di pubblica o di privata roba»[235].