I.

Cessata con la firma di quel trattato la missione del Belmonte, la rappresentanza diplomatica siciliana presso la Repubblica era assunta dal commendatore Alvaro Ruffo di Scaletta. Mentre tra Francia ed Austria si decidevano le sorti d'Italia, il primo ministro di Ferdinando, Guglielmo Acton, scriveva al Ruffo: «Vostra Eccellenza è nella situazione la più importante e la più critica per poter rendere agli augusti sovrani ed alla sua patria i massimi servigi, da far epoca in questi regni (Napoli e Sicilia).... Lavori intanto per acquistarsi il credito e le confidenze ed opinione di quei governanti, di Barthélémy e Carnot specialmente, e renda la quiete con la sua negoziazione a questi regni, nonchè la sicurezza, da procurar loro con la cessione di barriere effettive....»

Duplice era la garanzia che il governo siciliano mirava ad ottenere: una terrestre, l'altra marittima. Dalla parte di terra, costituiti in Repubblica Cispadana il Ducato di Modena e le Legazioni di Bologna e di Ferrara, stabilitisi i Francesi in Ancona, preparandosi la formazione della Cisalpina, avvicinandosi fatalmente il giorno della caduta del potere temporale del Papa, Napoli voleva premunirsi contro possibili e probabili minaccie, acquistare più sicure frontiere, partecipare alla divisione del patrimonio di San Pietro. Non si leggono senza interesse i curiosi particolari di questi antecedenti della quistione romana nel bellissimo libro dove Benedetto Maresca, raccoglitore espertissimo dei documenti serbati nel R. Archivio di Napoli, narrò ed illustrò la missione del Ruffo a Parigi: ma l'altra rivendicazione napolitana, le pratiche fatte per ottenere compensi anche dalla parte del mare dopo i mutamenti avvenuti e minacciati nell'Adriatico, fermano meglio l'attenzione del lettore e acquistano sapore di attualità, oggi che l'Italia attende a risolvere il problema del suo mare orientale.

Durante le discussioni della pace con l'Austria, abbandonando al vinto e prostrato nemico gli Stati veneti come compenso della Lombardia strappatagli per costituirla in repubblica e farne un satellite della Francia, Napoleone Bonaparte aveva detto di voler riservare a questa nuova potenza italiana le isole Jonie, già della Serenissima. Se gliele avesse effettivamente procurate, il Côrso avrebbe compensato, benchè in troppo piccola parte, l'iniquo vantaggio accordato all'Austria con la cessione delle più sicure costiere adriatiche; ma, ripensandoci meglio, il prepotente maneggiatore di quella pace si pentì della buona intenzione. Già cominciava egli a volgere nella mente il disegno di fare dell'Italia, parte conquistandola, parte asservendola, il centro di un impero mediterraneo; aveva allora allora recuperato la Corsica che gli Inglesi erano stati costretti a sgombrare, aspettava di prender l'Elba e d'avanzare da Livorno in Toscana, era già disceso in Ancona, «finestra dell'Oriente»: le isole Jonie avrebbero prolungato la catena di quelle stazioni fino alla soglia del Levante. Il Direttorio, col quale l'accordo non era sempre perfetto, lo assecondava in questo proponimento: il Carnot osservava: «Corfù è l'isola che più importa riservarci»; il Reubell soggiungeva: «Cerigo ci sembra anch'essa un posto non meno importante».

Uno dei negoziatori per conto dell'Austria era il marchese di Gallo, ambasciatore delle Due Sicilie a Vienna. Conoscendo le mire francesi sull'Elba e sui Presidii napolitani di Toscana — erano già stati chiesti, insieme col distretto di Trapani in Sicilia, come una delle condizioni più onerose della pace dell'anno innanzi, e il Belmonte aveva ottenuto che il Direttorio non vi insistesse — il Gallo offerse al generale Bonaparte la porzione napolitana dell'Elba ed i Presidii, in cambio della duplice garanzia necessaria alle Due Sicilie: un più saldo confine terrestre, possibilmente la Marca d'Ancona con le sue adiacenze, e uno stabilimento all'entrata dell'Adriatico, di fronte alla Terra d'Otranto ed al golfo di Taranto: le isole Jonie e gli scali Veneti della costa d'Albania. Ai primi di luglio del 1797, in Udine, il generale gli faceva sapere che, tralasciando per il momento la quistione della barriera terrestre, consentiva a trattare intorno alla cessione delle isole e degli scali contro l'Elba ed i Presidii. Sulle prime egli voleva escludere Corfù e tenerla per sè, ma poi disse che avrebbe dato a Napoli tutto l'arcipelago Jonio insieme col territorio di Prevesa e con gli altri distretti Veneziani d'Albania e della Morea, tranne le Bocche di Cattaro, che appartenendo alla Dalmazia sarebbero andate all'Austria.

Poichè nel fare questa concessione il vincitore della guerra d'Italia dichiarava di avere ricevuto le plenipotenze necessarie alla stipulazione del trattato, e poichè il governo siciliano rispondeva accettando di scindere le due quistioni e di regolare per il momento soltanto quella marittima, si potrebbe credere che l'accordo fosse virtualmente raggiunto. Lo credettero a Napoli, dove già tre reggimenti di linea, con proporzionata artiglieria, si preparavano ad imbarcarsi per essere scortati dalla squadra navale fino alle isole ed agli scali da occupare....