I.
La giornata «terribile», la scena «diabolica» del 15 luglio 1870, quando Emilio Ollivier partecipò al Corpo Legislativo la dichiarazione di guerra alla Prussia, è narrata con senso divinatorio dal Thiers, il solo che avesse tanto coraggio civile da tentare di opporsi alla «follia criminale» del governo napoleonico e della maggioranza parlamentare. Come tutti gli altri patriotti francesi, meglio che gli altri, l'insigne storico e statista sapeva quale errore fosse stato lasciare stravincere la Prussia dal 1864 al '66; come e più che gli altri, egli voleva fare il possibile per evitare la minaccia gravante sul suo paese; ma si ribellò sdegnosamente «vedendo i miserabili che nel 1866 non vollero impedire il male all'origine, voler ora precipitarne le conseguenze, a rischio di renderle decisamente mortali» — sono parole scritte quarantotto ore dopo la seduta. Per correggere l'errore antico bisognava aspettare il giorno propizio; questo giorno sarebbe stato quello «in cui la Prussia avrebbe ripreso il corso delle sue usurpazioni» «Allora», scrive Adolfo Thiers al Duvergier de Hauranne, i Tedeschi del Sud, invasi da lei, si sarebbero gettati nelle nostre braccia, l'Austria non avrebbe potuto neanch'essa esitare, e l'Inghilterra sarebbe stata moralmente insieme con noi. In queste condizioni, con l'esercito tenuto in assetto, si sarebbe forse potuto rifare l'antica Confederazione germanica, o prendere sul Reno qualche pegno territoriale. Ma qualunque guerra, prima che la Prussia avesse commesso una nuova usurpazione materiale, mi sembrava una pazzia.» Ed al Rémusat, un altro dei pochi rimasti capaci di freddamente ragionare: «Voi avete indovinato. Le cause della guerra sono delle più meschine. La rivincita contro la Prussia, per offrire probabilità favorevoli, doveva essere differita. Poichè la Prussia non poteva proseguire l'opera sua, tante volte ostentata, senza mettere la mano sugli Stati del Sud della Germania, bisognava aspettare quel giorno, e allora avremmo avuto dalla nostra una buona metà dei Tedeschi, più l'Austria, costretta a pronunziarsi, più l'Inghilterra che non avrebbe tollerato nuove usurpazioni prussiane, o che, se anche non avesse partecipato alla guerra con noi, sarebbe rimasta neutrale, benevola, capace per conseguenza di trattenere la Russia. Quello sarebbe stato il momento dell'azione. Fino a quell'ora bisognava contentarsi di comporre nel miglior modo possibile gl'incidenti quotidiani, senza mettersi dalla parte del torto nel caso che una rottura fosse divenuta inevitabile....».
Opporsi alla candidatura di un Hohenzollern al trono di Spagna era dunque legittimo, ma non si doveva forzare la nota. Quantunque il Governo francese avesse ecceduto nel tono della protesta, il rimedio era ancora possibile. Bisognava appagarsi d'infliggere alla Prussia un grosso scacco diplomatico. «Se pretenderete di più», aveva detto il Thiers ai ministri, «l'amor proprio entrerà in giuoco, e allora la guerra sarà inevitabile. Essa potrà andar male, nonostante il valore dell'esercito nostro, e non bisogna correre il rischio. Bisogna porre da parte il desiderio di disfare ciò che fu compiuto a Sadowa; bisogna aspettare il giorno delle future e immancabili usurpazioni prussiane.... Mi si rispose che avevo ragione, ma che disgraziatamente non credevano possibile ottenere il sacrifizio della candidatura Hohenzollern. Replicai che si sarebbe ottenuto, ma che bisognava contentarsene....».
Fu ottenuto, infatti, come egli assicurava; ma, sciaguratamente, come egli stesso temeva, non bastò. Il dispaccio spagnuolo annunziante la rinunzia del Principe prussiano produsse un tripudio di gioia nell'Ollivier, ma non valse a soddisfare gli ultrabonapartisti, cui non importava affrontare la guerra, che volevano anzi affrontarla, sperando di affermare, con una segnalata vittoria sul nemico di fuori, il regime imperiale minacciato e minato dagl'interni avversarii. «A capo di cotesto partito si trovava il maresciallo Leboeuf, brav'uomo, soldato eccellente, ma ebbro d'ambizione e politico molto leggero. Tutti i bonapartisti si sono messi dietro di lui ed hanno fatto risonare il Gabinetto di grida furenti. Resta a sapere se l'Imperatore è stato più trascinato che non trascinasse. Fatto sta che i pacifici, formanti la maggioranza e guidati dallo stesso Ollivier, si sono lasciati intimidire ed hanno stabilito di chiedere al Re di Prussia l'impegno personale (che la candidatura del congiunto non sarebbe stata ripresentata), con lo scopo, apertamente dichiarato, di umiliarlo. Ho visto i ministri dopo il funesto Consiglio tenuto martedì, 12 luglio. Ho detto loro che avevano commesso un grave errore non dichiarandosi soddisfatti, e che la guerra tornava ad esser possibile. Mi hanno solennemente giurato che sarebbero stati prudenti, cioè poco esigenti. Nel frattempo ho fatto una vera campagna presso i deputati del Centro. Cento, a dir poco, mi hanno dichiarato che, se davo loro il segno della pace, m'avrebbero seguìto. Un buon numero di costoro sono venuti a dirmi: — Prendete il potere: siamo in duecento pronti a sostenervi; non si può lasciare il Governo in quelle mani....».
Ma egli ricusa di mettersi avanti, di appagare ambizioni ed appetiti; insiste invece perchè si faccia consistere soltanto nella pace lo scopo essenziale da raggiungere. «Non ho udito una sola obbiezione, salvo tra i bonapartisti, che del resto io non frequentavo. Il mercoledì, 13, si sono rimandate le ultime spiegazioni a venerdì, 15. Ho visto e rivisto i ministri, e parecchi mi hanno dichiarato che si sarebbero dimessi piuttosto che assumere la responsabilità della guerra. Plichon, Chevandier, me lo hanno promesso....».