II.

Prima che la sezione parigina avesse vita, fin dal 15 maggio del precedente anno 1840, il Lamberti aveva cominciato a tenere il registro della corrispondenza epistolare, notandovi, riassumendovi e in buona parte trascrivendovi tutte le lettere ricevute e spedite Di questo libro pochi avevano notizia, pochissimi avevano visto l'autografo ed una copia infedele. L'originale, portato in Italia dal Lamberti al suo ritorno in patria, nel 1848, fu probabilmente da lui donato, insieme con gran parte delle lettere del Mazzini, all'amica del Maestro, Giuditta Sidoli; certo è che pervenne agli eredi di lei e che da costoro l'acquistò il Re Umberto, il quale volle che fosse custodito nella sua privata libreria di Torino. Sua Maestà Vittorio Emanuele III, quando la Commissione mazziniana deliberò di pubblicare il prezioso manoscritto, concesse che fosse portato a Roma e dispose che potesse essere consultato con la maggiore agevolezza. Ora se ne è pubblicato il primo volume, che comprende il registro del carteggio di due anni e mezzo, dal 15 maggio 1840 al 26 dicembre 1842. Se le lettere del Mazzini erano già note, per essere state integralmente raccolte nei volumi dell'Epistolario — due sole riescono nuove e mancano negli autografi della raccolta Nathan — le risposte del Lamberti le completano e illuminano. E i sunti delle centinaia di lettere degli altri ed agli altri — Domenico Barberis, il condannato alla forca insieme col Mazzini e il Berghini; Federico Campanella, l'attivissimo ordinatore della Congrega di Marsiglia; Carlo Bianco, capo di quella centrale del Belgio; Angelo Furci, altro operoso ordinatore; Lorenzo Lesti, esule del '31; Giacomo Ciani, l'editore che diffondeva da Lugano gli scritti dei patriotti; Felice Foresti, il liberato dallo Spielberg; Edmo Francia, attivissimo corrispondente livornese che comunicava al Lamberti le poesie inedite del Giusti più volte pubblicate nel giornale della Società; Gaetano Moreali, arrestato nel '21 per aver diffuso un proclama in latino ai soldati ungheresi invitandoli a non combattere contro un popolo che difendeva la propria libertà, condannato poi a 10 anni di galera dal Tribunale statario di Rubiera e morto tisico in carcere; Giuseppe Zacheroni, segretario dell'Assemblea dei Notabili a Bologna nel '31; Pietro Fontana Rava, condannato nel '21 a vent'anni di ferri, collaboratore del Mazzini nella ricostituzione della Giovine Italia a Lione; Natale Danesi, ordinatore dell'Associazione nell'Algeria; Giuseppe Pieri, il futuro complice di Felice Orsini; Lorenzo Ranco, collaboratore all'Italiano; Giambattista Cuneo, esule in America, fedelissimo ai principii mazziniani; Gaetano Fedriani, cospiratore in Genova con Garibaldi nel '34; Teodoro Dallari, compagno di prigionia del Fabrizi in Modena nel '31 — i sunti di tante centinaia di lettere formano una vera miniera di preziose notizie. La vita di quei giorni fortunosi vi è risuscitata, con le sue ansie, le sue speranze, i suoi disinganni. A considerare il corso preso dagli avvenimenti, si scoprono gli errori della politica, le sviste dell'opinione pubblica. Una parte dei liberali d'Italia si ripromettevano salute da Massimiliano di Leuchtenberg, figlio del vicerè Eugenio di Beauharnais, particolarmente dopo il suo matrimonio con una Granduchessa russa: a Milano si formava una società appositamente per favorire le rivendicazioni di quel principe! Altri facevano ancora assegnamento sui Borboni d'Italia e finanche di Spagna. Guglielmo Pepe, come Adolfo Thiers, voleva creare Re costituzionale di tutta la Penisola il sovrano delle Due Sicilie; Giacomo Antonini aspettava una discesa spagnuola sulle coste sicule o napolitane e credeva nell'azione liberale del principe Leopoldo. Ma gl'Indipendenti di Sicilia chiedevano che la loro isola formasse un regno a parte, e quindi il Mazzini ricusava loro la cooperazione della Giovine Italia per il movimento che essi preparavano a Palermo due anni dopo quello scoppiato in Aquila.... Le sorti della Polonia stavano anch'esse a cuore ai patriotti, e di esuli polacchi — il Gordaszewski, che aveva preso parte alla spedizione di Savoia; il Dybowski, ingaggiatosi nella colonna polacca che doveva concorrere alla seconda spedizione, e divenuto intimo del Mazzini; il famoso profeta Towianski, per il quale i suoi connazionali erano «impazziti» — di questi e di altri esuli il Protocollo dà notizie e lettere.

Ma le pagine dove sono riferiti i propositi, i consigli, le intenzioni, le mosse dei cospiratori italiani, dove sono trascritti e le cifre dei loro magri bilanci, degli oboli raggranellati per la gran causa o ricavati dalla vendita dell'Apostolato popolare — il giornale dell'Associazione che costava 5 soldi per chi poteva spendere, ma che si dava per 3 agli operai — non si possono leggere senza commozione. Il Mazzini non si contentava questa volta di avere con sè gl'intellettuali: voleva anche acquistar proseliti nel popolo, scendendo in mezzo ad esso. «È cosa che non abbiamo mai fatta e che faremo» — e che fece —; e Giuseppe Lamberti, diligentissimo interprete del Maestro, gli scriveva da Parigi per dolersi che gli operai italiani fossero «mescolati nel Comunismo», che non avessero confidenza negli emigrati «aristocratici», che andassero da loro soltanto quando ne avevano bisogno: per guadagnarli alla causa nazionale, scriveva, «bisognerebbe esser a contatto con loro nelle lor fucine». Fin da allora c'era chi, movendo dal santo precetto che gli uomini debbono considerarsi ed amarsi come fratelli, presumeva che la patria dovesse posporsi al genere umano; ma al Mazzini, apostolo delle nazionalità, il Lamberti riferiva d'aver predicato: «Bisogna che siamo Italiani prima d'essere Umanitarii».

Non era possibile conseguire l'Unità, il grande scopo, il supremo dei beni, senza l'unione, e grave al cuore del Mazzini, increscioso sopra ogni altra cosa, riusciva il dissidio prodottosi sin dall'inizio, quando uno dei primissimi confidenti ai quali egli aveva partecipato il proposito di risuscitare la Giovine Italia, lo stesso Nicola Fabrizi gli si era opposto fino allo scisma. Per l'esule modenese, l'antica associazione aveva compiuto il proprio ufficio ed era quindi vano e pericoloso tentare di richiamarla in vita. Essa aveva bensì contribuito a formar l'animo dei cittadini, ma occorreva ora armarne il braccio; quindi egli proponeva che le forze liberali militanti si raccogliessero intorno ad una nuova bandiera: quella della Legione italica. Per il Mazzini, invece, nel quale l'azione non era qualche cosa di opposto al pensiero, o di diverso da esso, bensì lo stesso «pensiero realizzato», questo distinguere fra la mente e la mano, fra la parola e la spada, era voler fondare una specie di dualismo, «a un dipresso il sistema delle caste indiane, dove agli uomini d'una era dato esclusivamente il pensiero, all'altra il valor militare». Ma il Fabrizi insisteva tanto nella sua idea, e tanto si era affezionato alla Legione, da opporre un rifiuto alla proposta di fonderla con la risorta Giovine Italia; ostinazione per la quale il Maestro pronunziava contro di lui una specie d'interdetto e manifestava un «rigore» che parve «troppo» al mite e conciliante Lamberti.

Sennonchè anche Manfredo Fanti, di risposta all'annunzio della resurrezione della Giovine Italia, partecipava al Mazzini, dalla Spagna, di essersi legato al Fabrizi «nella parte esecutiva»; ed un altro esule di cui il Maestro aveva stima, che giudicava «buono, attivo, giovine anche in illusioni», Francesco Vitali, scriveva dalla Corsica al Lamberti per dirgli che reputava totalmente finita la missione della Giovine Italia «tanto come istitutrice che come cospiratrice», cioè tanto come strumento di propaganda morale che come fucina di forze operose. E il conte Giuseppe Ricciardi, nonostante la molta devozione al Maestro, pensava di fondare da canto suo una terza Società, un'Italia novella; senza contare una Lega lombarda, senza contare i Livellatori: moltiplicazione che il Lamberti giudicava «rovina grande per l'Italia», e che al Mazzini doleva sommamente, come quella che poteva seminare «germi di federalismo» e «rompere l'unità». La parte assegnata alla Giovine Italia consisteva appunto nel «determinare una Unità di tendenze che promuova quando che sia l'Unità italiana». I dissensi, i contrasti, le divagazioni, le schermaglie non potevano far altro che giovare ai nemici: «Pensate che si va addietro terribilmente, che i nostri padroni se ne giovano a riconciliarsi con atti di clemenza in favor di molti, che l'Austria conquista più sempre pacificamente influenza, e che siamo infami verso il paese e verso i nostri giuramenti, se non cerchiamo di uscir di questo stato...»

Ed in Francia la causa nostra era discreditata dai Vendicatori del Popolo: altra società italiana formata a Nimes da emigrati che millantavano rapporti con la Giovine Italia, ma che erano invece, tranne alcuni illusi, gente sprovvista di senso morale, incappata anche nelle maglie della giustizia penale per un ricatto, a Montpellier, dove l'aula delle Assise echeggiava di tristi accuse contro l'Italia, «nazione degradata, popolo generalmente vizioso e criminale», la cui emigrazione portava in Francia «la demoralizzazione, il principio dell'assassinio, la corruzione della gioventù....» E queste accuse godevano di tanto credito oltr'Alpe, che quei giornali ricusavano di pubblicare le risposte e le difese degl'Italiani.... Non c'erano soltanto ricattatori fra i Vendicatori del Popolo: c'erano anche spie; ma il tradimento più nefando ordito contro la fiducia degli esuli e del loro Capo doveva esser quello dello sciagurato Partesotti, intorno al quale il Protocollo, e particolarmente la nutrita appendice, ha pagine che fanno fremere.