IV.
Il Thiers e il Favre sostennero sforzi sovrumani durante le trattative della pace. «Ci trovavamo», narra il primo al duca di Broglie, ambasciatore a Londra, «nella posizione d'un esercito ridotto ad arrendersi a discrezione, cioè nell'impossibilità di resistere. Ho resistito nondimeno, e talvolta con violenza. Volevano portarci via tre quarti della Lorena (l'Alsazia era già sacrificata): ne abbiamo serbato i quattro quinti: ma abbiamo perduto Metz. Bisognava scegliere tra Metz e Belfort. Volevano togliercele entrambe. Io ho rivolto i miei sforzi su Belfort, perchè Metz non chiude nulla, mentre Belfort sbarra la frontiera dell'est, e particolarmente quella della Germania meridionale. La lotta è durata nove ore. Finalmente ho salvato Belfort....»
Ma c'era ancora la quistione finanziaria, quell'indennità di cinque miliardi, il cui annunzio, secondo riferiva il Broglie al Thiers, aveva prodotto in Londra un «vero scandalo». «Il pubblico inglese», soggiungeva l'ambasciatore, «si sente toccato nel vivo. Esso sa che sarà lui quello che, di buona o mala voglia, pagherà i cinque miliardi, o almeno il più grosso boccone dell'enorme bottino. La richiesta di capitali e di numerario che saremo costretti a rivolgere a tutti i mercati del mondo, ed all'inglese particolarmente, che è il primo, lo turba straordinariamente. Il pensiero che questo capitale, di cui i tralasciati lavori della pace aspettavano impazientemente l'impiego, è sul punto di essergli sottratto per ficcarsi nel tesoro di guerra d'un esercito ancora conquistatore, l'irrita e lo sdegna.... La City è come un formicaio su cui la Prussia ha posto il piede....»
Ma forse l'immagine era più bella che fedele, o le formiche si sentirono impotenti contro il piede; perchè, ad eccezione d'un tentativo compiuto in extremis, «veramente molto insignificante e tardivo, per aiutarci ad ottenere la riduzione d'un miliardo» — sono parole del Broglie — e ad eccezione dell'offerta di favorire l'emissione del prestito, l'Inghilterra non seppe far nulla per moderare le pretese del vincitore. «Si può dunque dire», conclude amaramente il Thiers, «che, avendoci abbandonati, l'Europa è il vero autore del trattato che abbiamo firmato; trattato tanto crudele per lei quanto per noi, poichè i miliardi che dalla nostra cassa passeranno in quella prussiana saranno altrettante forze tolte all'Europa e portate al dispotismo germanico che si prepara....»
Sarebbe riuscito veramente difficile far intendere alla Prussia il linguaggio della moderazione, se le grandi Potenze avessero voluto veramente, fermamente tenerlo? La discrezione nella vittoria era stata la legge che il Bismarck si era imposta, e che aveva imposta agli stessi militari ed al Re, nel 1866. Se qualcuno l'avesse imposta a lui nel 1871, egli si sarebbe risparmiato l'ammonimento che, perduto il potere, rivolgeva ai suoi successori, e del quale Gabriele Hanotaux ha pur ora avvertito il profetico senso: «Il mio timore è che, sulla via per la quale siamo posti, il nostro avvenire resti sacrificato ai mutevoli umori del giorno.... Il nostro prestigio e la nostra sicurezza si affermeranno tanto più durevolmente, quanto più nelle contese che non ci toccano direttamente ci terremo da parte, e quanto più saremo insensibili ad ogni tentativo di solleticare e sfruttare la nostra vanità.... La Germania commetterebbe anche oggi un grosso sproposito, se nella quistione orientale, e senza avervi un interesse proprio, volesse prendere partito prima delle altre Potenze più interessate di lei.... Essa è forse la sola grande Potenza d'Europa che sia meno tentata da fini raggiungibili solo mediante guerre vittoriose. Il nostro interesse è quello di conservare la pace.... A questa situazione dobbiamo conformare la nostra politica: impedire cioè quanto più è possibile o limitare la guerra: non lasciarci forzar la mano nel giuoco di carte europee, non lasciarci vincere dall'impazienza, da nessuna compiacenza a spese del paese, da nessuna nostra vanità come da nessun incitamento d'amici. Altrimenti, plectuntur Achivi....».
26 agosto 1916.
Un profeta del pangermanesimo:
EDGARDO QUINET.
Mathieu de Mirampal, al tempo della Rivoluzione francese, propose di far viaggiare gli adolescenti in Germania, «per ritardare, grazie ai rigori del clima, l'età della pubertà». La stravaganza del consiglio, e quella dei molti contemporanei giudizii intorno all'indole delle popolazioni teutoniche, può dare un'idea della ignoranza degli scrittori che li proferirono. Un giorno ci si mise una scrittrice, colei che fu chiamata Imperatrice del Pensiero per far dispetto a Napoleone Bonaparte, Imperatore di Francia — e l'Allemagne della signora di Staël riuscì un'apologia, anzi un'apoteosi. Il bello fu questo: che gli stessi Tedeschi non vi si riconobbero, e dissero che l'autrice «nulla ha visto, nulla ha udito, nulla ha capito....».
Corinna meritò quest'accoglienza, perchè non fu sincera: ella esaltò la Germania per combattere Napoleone che l'aveva sottoposta. E mentre il suo libro era male accolto tra le genti che portava al cielo, lo applaudirono invece con gran calore quegli stessi Francesi che festeggiarono le truppe della Coalizione accampate a Parigi nel 1814. Perchè Bonaparte era stato dispotico, quei cittadini dimenticarono che nel despota, intanto, era impersonata la patria, e in odio a lui gioirono della disfatta, e accettarono come articoli di fede le lodi tributate dalla Staël ai loro secolari nemici.
È vecchia sentenza che la passione acceca. E la passione politica continuò ad offuscare la vista dei Francesi durante la Restaurazione ed al tempo della monarchia di Luglio; per il disagio sofferto sotto quei regimi, gli spiriti insofferenti si volsero a cercare oggetti di ammirazione oltre confine. Il romanticismo letterario contribuì anch'esso a mettere in voga i costumi alemanni; gli stessi progressi compiuti dalla scienza tedesca accrebbero quel fervore, a segno che il Michelet scriveva nel 1828: «la mia Germania, il mio Lutero, il mio Grimm» — e non chiamava suo Giambattista Vico, a cui doveva pur tanto, e di cui aveva tradotto l'opera. Un altro giovane scrittore amico del Michelet e destinato anch'egli alla celebrità — Edgardo Quinet — si recava tre volte in Germania con l'ardore d'un pellegrino, sposava una Tedesca, chiamava «nostra» Eidelberga, e leggendo e traducendo e presentando ai suoi connazionali la Filosofia della storia del genere umano, dichiarava d'aver trovato nel libro tedesco «una fonte inesauribile di consolazione e di gioia: mai, no, mai mi è accaduto di chiuderlo senza avere un'idea più nobile della missione dell'uomo su questa terra; mai, senza credere più profondamente al regno della giustizia e della ragione; mai, senza sentirmi più devoto alla libertà, alla mia patria, e più capace di buone azioni».