I.

Salvatore Terlizzi aveva il salone verso Porta di Ferro, un po' fuori mano; ma la casa gli apparteneva e la clientela era già formata, perchè i Terlizzi, di padre in figlio, avevano sempre fatto i barbieri. Per questa ragione Salvatore non pensava ad abbellire la sua bottega, e i bacili di rame lucente e le filze dei denti strappati dal suo babbo facevano ancora la loro bella figura sui ferri arrugginiti inchiodati sopra l'uscio.

In città, nelle vie più frequentate, i saloni parevano altrettanti negozii di mobili: da per tutto poltrone, divani, specchiere alte fino al soffitto, tappeti e stuoie, vasi pieni di piante mai più viste!

— Tutta illusione! — diceva Salvatore. — Tutta polvere agli occhi per far pagare tre lire il mese agli abbonati.

Egli non aveva le poltrone che giravano attorno, nè gli spazzolini per i mustacchi; ma per una lira il mese tagliava i capelli anche ogni giorno, se così piaceva, e faceva la barba a dovere, senza lesinare il sapone con la scusa che era profumato.

Ora non si poteva neanche andare in un salone alla moda, senza trovarci dei ragazzi che, fingendo d'imparare il mestiere, servivano veramente a scroccare i soldi delle mancie. Quando un galantuomo s'era fatta la barba e pigliava il suo cappello per andarsene, quegli gli venivano dietro, lisciandogli il soprabito con la spazzola, quasi gli facessero il solletico, e se uno non dava loro un soldone, non riusciva a cavarseli di mezzo alle gambe. Una vergogna che da lui non si vedeva perchè egli non aveva bisogno di aiuti!

Salvatore s'era dato all'arte da ragazzo e la sua mano aveva acquistata una straordinaria agilità; i capelli cadevano sotto le sue forbici come la lana quando tosano, e i suoi rasoi portavano via le barbe di un colpo solo, senza lasciare il più piccolo frego sulle guancie.

La domenica era giornata campale. Dall'alba a mezzogiorno, la bottega restava continuamente affollata da ogni sorta di persone: contadini che si facevano radere sulla faccia e sulla nuca, e lavare le teste talmente piene di terra che si poteva seminarvi prezzemolo, e all'ultimo leticavano sui soldi, ch'egli non ci ripigliava neanche il sapone; giovanotti i quali gli sciupavano una bottiglia d'olio per ungersi i capelli e gli facevano perdere un'ora per la scriminatura; murifabri terrosi, tutti imbiancati di calcina sulle giubbe color mattone; poveri diavoli con le barbe ispide, con le capigliature boscose che non conoscevano altro pettine fuor delle dita e si dimenavano sulla sedia ad ogni strappata di forbice; operai di tutte le età e di vario pelo che una volta seduti, dinanzi allo specchio, con tanti buoni odori d'acque e di pomate sotto il naso, non trovavano più il verso di alzarsi e di cedere il posto ai nuovi venuti.

Egli spiegava allora tutta la sua pazienza e la sua abilità, trattando ogni persona secondo il suo grado, aiutandosi con le mani e con la lingua, raccontando storielle, ripetendo le notizie che aveva raccolto durante la settimana da questo e da quello, aggiungendovi di suo un pizzico di sale e di pepe, per non dare agli avventori il tempo di seccarsi.

— Perchè non v'abbonate alla Gazzetta? — gli diceva l'amico Agostino Giarrusso, che passava tutte le sue ore libere nella bottega.

— È buona per gli scuoia-cani della città, la Gazzetta! — Il vero giornale l'ho qui in testa, e la gente mostra di gustarlo.

Egli andava anche in casa, a servir le pratiche, e cominciava il suo giro appena giorno, con la scatola degli strumenti sotto il braccio e le mani dentro le saccoccie del soprabito. I vecchi volevano esser serviti presto; essi si levavano col sole, e non lo facevano aspettare; ma i giovani si ravvoltolavano fra le coltri fino a tardi e non eran contenti se non gli facevano salir le scale un paio di volte almeno.

— Lasciamoli fare! Ho buone gambe, sia lodato Dio!

La gioventù è tutta a un modo — pensava — e anche lui, diciamo la verità, se si metteva assieme una serenata e l'amico Agostino gli veniva a dire di portare il suo mandolino, c'era forse il caso che si facesse pregare?

Il mandolino, fra le mani di Salvatore, cantava come una voce umana e aveva certe note che facevano piangere. In tutta la città non c'era chi gli potesse stare a fronte, e i capi-musica dei reggimenti, e le stesse signore lo mandavano a chiamare per sentirgli suonare quel suo strumento che, come la casa e la clientela, gli veniva dal padre e dal nonno.

Ma il grande svago di Salvatore era un altro: era la lettura. Nelle lunghe ore che la bottega restava deserta e non si dovevano affilar rasoi nè spazzare capelli tagliati, egli divorava romanzi, seduto dinanzi alla porta, talmente assorto da non sentire nè vedere quello che accadeva per la strada. I romanzi glie li prestava l'amico Agostino, l'antico contabile della principessa di Roccasciano; ma quando ne capitava uno che gli piaceva davvero, lo andava a comprare addirittura. Così aveva messo assieme una piccola libreria: i Misteri di Parigi, il Cornuto, i Vermi, le Avventure di Rocambole, i Miserabili e finalmente il Conte di Monte Cristo, ch'egli sapeva quasi a memoria, tanto lo aveva letto e riletto.

Quei cinque volumi gialli, dopo aver fatto il giro dei suoi avventori, giacevano di qua e di là per la bottega, squadernati e unti, ma indispensabili a lui più degli stessi ferri del mestiere. Con Edmondo Dantès, con l'abate Faria, con Mercede, col signor Villefort e Caderousse e Massimiliano e Morcerf, con tutti quei personaggi meravigliosi e interessanti, Salvatore faceva vita assieme, si poteva dire, poichè li aveva sempre dinanzi agli occhi e parlava di loro come se fossero vivi.

La sera, quando venivano gli amici, a passare un'oretta, egli socchiudeva la porta, metteva fuori una bottiglia di vino e raccontava quella storia con più piacere che giuocando a briscola o chiacchierando dei fatti del prossimo.

— Dunque, s'era rimasti?...

— S'era rimasti che i gendarmi chiudevano Edmondo Dantès nel castello d'If....

Salvatore riassumeva gli avvenimenti precedenti, s'interrompeva per richiamare qualche particolare dimenticato; ma bisognava vederlo quando si rimetteva in carreggiata, ripigliando il filo del racconto! Allora si animava straordinariamente, come se tutti quei casi fossero capitati a lui in persona; si alzava in piedi, dava alla sua voce l'intonazione necessaria, trovava gesti energici ed espressivi che commentavano le parole e lasciava i suoi uditori sbalorditi, con la bocca aperta e gli occhi intenti. Ah! quella fuga dal castello! quei custodi che portavano il sacco con dentro il morto, che viceversa non era morto e sentiva quel discorso per lui incomprensibile! E quel rumore del mare, nella notte, mentre dondolavano il carico sull'abisso: «Uno!... due!... tre!...»

— Bene!... Bravo Salvatore!

— Sapete che a fare il cantastorie potreste egualmente guadagnarvi la vostra giornata? — diceva Giovanni Santoro.

— Alla generosità di lor signori! — E Salvatore faceva il giro della compagnia, col berretto in mano, per raccogliere le offerte. Coi soldi che mettevano assieme compravano delle castagne o delle carrube arrosto, roba che metteva sete e faceva vuotare i bicchieri d'un sorso solo.

— Alla salute della società!

— Alla salute di Agostino — che m'ha regalato questo buon vino!

— Alla salute dei vostri figli, quando ne avrete!

Salvatore si metteva a ridere, perchè quell'idea non gli era mai passata pel capo. Si trovava così bene, in quella pace degli angeli! e le donne non sapeva neanche dove stessero di casa.

— Che bisogno ho mai di andare a cercar degli impicci? Del resto, ci sarà sempre tempo di pensarci a cotesta corbelleria.

— Eh, amico caro! — gli diceva Agostino — lo sapete che i quarant'anni son passati da un pezzo?

— E questo che importa? Se mi trovate un pelo bianco ve lo pago quel che voi volete.

— Date retta a me piuttosto; cercatevi una moglie che faccia per voi, e v'arricchisca la casa! Voi avete del vostro, e non dovrete angustiarvi se verranno i figliuoli.

— Trovarla! Dove volete ch'io la vada a pescare?

— Gli amici ci son per niente? Ma dite meglio che avete la testa ai romanzi e fantasticate Dio sa che stramberie!

Agostino diceva così per farlo indispettire. Quando toccavano quel tasto, Salvatore, che era sempre buono come il pane, s'arrabbiava davvero.

— Non ne capite niente! Quasichè io fossi un ragazzo, da guastarmi la testa! Se leggo romanzi vuol dire che ci trovo il mio gusto. A voi che piace, il bagordo? E chi vi dice nulla!

— Basta! non se ne parli più!

Invece tornava a parlarne. Egli aveva una gran premura di dargli moglie, ma diceva pel suo bene: si conoscevano da ragazzi, e ne aveano passate tante, insieme! Lui non l'aveva fatta quella corbelleria; ma c'era una brava ragione, che non aveva un soldo di suo, e il poco che guadagnava non gli bastava pei suoi bisogni. Rovinata la casa della principessa, era passato all'amministrazione del marchese Motta: e con le tre lire al giorno che gli davano sarebbe stato padrone di morir di fame, se gli fosse venuta la malinconia di ammogliarsi!

— Che dice la marchesa? — chiedeva Salvatore, pigliandogli il mento con due dita, per levargli la barba dal collo.

— Eh! amico caro... — masticava l'amico Agostino — quella tiene i ganzi a quattro per volta.... Se n'è perfino perduto il numero!...

— Quando poi si dice! Queste gran signore, se ci si mettono, ne vogliono cento di quelle...

— Ma che bel pezzo di donna.... vista in casa.... in disabigliè!... — e si dimenava voluttuosamente sulla sedia, mordendosi le labbra. — Una volta di queste ve la farò conoscere!

Infatti, un giorno l'amico Agostino venne a dirgli che la marchesa lo voleva a palazzo, col mandolino.

— È per domani sera. Sono venuti certi parenti da Palermo e ci sarà gran concerto.

Lui da principio non ne voleva saper nulla: che figura gli toccava fare, in mezzo a tanti signori?

— Non ci sarà nessuno, sono fra loro parenti. Andiamo, non fate il difficile; hanno saputo che siete un gran suonatore e vogliono ammirare la vostra abilità! E poi, date retta: quando sarete lì, guardatevi bene attorno... e me ne darete notizie!

— Che intendete dire?

— So io!

Salvatore aveva un cuor d'asino e un cuor di leone, come si dice, e non sapeva decidersi tra la voglia di andare dalla marchesa e la soggezione che lo vinceva soltanto a pensarci.

— Dunque, stasera? — venne a rammentargli Raffaele il cocchiere della signora, che era dilettante di chitarra.

— Ci sarete anche voi?

— Passerò a pigliarvi.

Così, quando fu l'ora, egli mise il suo abito più bello, prese lo strumento sotto il braccio e s'avviò.