I.

— E la colpa è tutta vostra! — diceva don Angelo, il trattore, dalla sua cucina.

Maestro Titta, il portinaio, badava a piantar stecchi dinanzi al bugigattolo ritinto in verde di fresco, e non gli dava retta. Quel cristiano preparava pietanze mettendoci dentro ogni sorta di porcherie; lui faceva l'impiega-serve, e non era sua colpa se glie ne capitavano anche di linguacciute.

— Ogni legno ha il suo fumo!

Però Rosa, la serva degl'impiegati che stavano al quarto piano — una gente tranquilla che badava ai casi proprii — pareva sempre come morsicata dalle vespe. Non faceva altro che leticare, se ai piani di sotto tenevano aperte troppo a lungo le chiavette e si portavano via tutta l'acqua; se il trattore del cortile accendeva il forno e affumicava il vicinato, quasi le persone fossero aringhe; o se il cane del tappezziere abbaiava e le si avventava alle gonne, quando lei usciva pel servizio.

— Ah, non la vogliono sentire? — gridava. — Qualche giorno gli do una polpetta avvelenata e me lo levo davanti.

— Pròvati un po'! — rispondeva il tappezziere — Poi vedremo come ti finisce!

— Come mi finisce? Come mi deve finire? Questa è una porcheria, il cane tra le gambe; vorrei vedere ogni altro! E non mi fate gli occhi grossi, avete capito? che io non ho paura...

— Basta! — strepitava il trattore, che le voci si sentivano dall'altra parte, nel restaurante.

— Sentiamo quest'altro, adesso! Voi di che v'immischiate? Pensate ai fatti vostri, che ai miei ci penso io!...

La causa della collera di Rosa era Paolino, il giovane del tappezziere, che un tempo le era andato dietro e le aveva promesso di sposarla.

— Insomma — chiedeva il portinaio — che cosa è successo? Vi siete bisticciati?

— M'importa assai, di lui e di voi! — rispondeva Rosa, con la sua voce squillante.

— Ma che non ti vuol più? — insisteva quello, per farla arrabbiare.

— Soltanto in sogno poteva sperarlo, di guardarmi in faccia! — replicava lei, con gli occhi un po' rossi. — Davvero, soltanto in sogno!... — E si voltava dalla parte del tappezziere, perchè sentissero di chi voleva parlare.

— Questa è una cosa che non si può più tollerare! — borbottava il trattore, e minacciava di andare a parlare col padron di casa.

Ma il guaio più grosso fu a maggio, quando venne al quartierino dirimpetto la famiglia di don Felice Giordano. La signora Giacomina non le aveva fatto ancora niente, che Rosa sentì un'antipatia per quella cristiana. Una vecchia smorfiosa, sulla quarantina, che s'imbellettava fin sul collo e andava vestita come una ragazza appena uscita dal collegio!

— «Non mi toccare che mi sciupo!» — l'aveva subito soprannominata.

Una razza di sguaiati, lei, le sue figliuole e il piccolino che cresceva una bellezza! A vederli per le strade, le fanciulle avanti, con due vestiti eguali dal cappello agli stivalini; la mamma appresso, tutta lezii e smorfie, tenendo per mano il figliuolo vestito da marinaio, con un gran cappello di tela cerata e lo scritto Duilio; il babbo due passi indietro, col cane, parevano una gente per bene, educata e tranquilla.

— In casa, bisogna vederli!

Dal cortile, si sentivano a ogni momento grida e fracassi, che la signora Giacomina voleva comandare a bacchetta, e le ragazze, con la testa sempre agli innamorati, non le davano ascolto.

— Se vedo ancora quel pezzente andarti dietro — strepitava con Antonietta, la maggiore — t'accomodo per le feste!

— Voi di che vi mescolate? Dovete forse sposarlo voi?

— Ah, sì? Vedremo dunque s'io ti lascerò più andar fuori!

— Me n'importa un corno! Lo vedrò lo stesso...

Allora si sentivano i ceffoni della signora Giacomina, e gli scoppii di pianto della ragazza. Se la sorella Angiolina si interponeva, ne toccava anche lei.

— Guardate che razza di screanzate! Voglio farvi veder io, se non tirate dritto! Con tanti di quei calci...

Poi, come s'avvicinava l'ora di andare dal suo amico, il marchese Motta, lei usciva, in gran toletta. Le ragazze asciugavano le lacrime e mandavano Milia, la serva, a portar le lettere agl'innamorati.

Milia lasciava la casa sottosopra, i letti disfatti che mostravano le lenzuola annerite; i panni sciorinati fuori delle finestre, sulle sedie, per terra, un po' da per tutto. Se la signora Giacomina tornava a tempo per accorgersi di quella confusione, erano scenate che non finivano più.

— Guardate qui, fino a mezzogiorno, la casa sottosopra! E voialtre scanzafatiche, che cosa fate? Perchè non date una mano a ravviare? E Milia, dov'è la Milia?...

Milia, come l'uragano s'addensava su lei, rispondeva male:

— Tutto questo baccano, per un letto disfatto!... Vi pare che la gente sia di ferro?...

— Oh, con chi parli, sgualdrina? Se non stai al tuo posto!...

La Milia pestava i piedi per terra, piangendo:

— Or ora... or ora voglio andarmene!... non ci voglio restare più un momento!...

— Zitta, non è niente!... — s'interponevano le ragazze, per timore che si scoprissero le loro magagne. — Mamma, non lo farà più!... e tu, domandale perdono!...

Ma la casa della signora Giacomina andava sempre più a soqquadro, malgrado lei ci spendesse un occhio, e comprasse continuamente nuova biancheria, e rifacesse i mobili, e pretendesse la più gran nettezza, per figurare, all'occorrenza. Le ragazze non si davano nessun pensiero delle faccende domestiche, e sotto le vesti all'ultima moda e gli stivalini dai tacchi alti, portavano camicie ricamate a furia di sdruci, e calze bucate e spaiate.

— Sciagurate! Senza pensieri! Come vi fidate di campare così! Chi vuol essere tanto pazzo da pigliarvi così sciagurate! — gridava la signora Giacomina, che non poteva soffrire quel malverso, e avrebbe voluto veder la sua casa come quella d'un signore.

Per questo s'era anche messo in capo di far la visita alla baronessa Scilò, che era venuta a stare al piano nobile, dalla scala grande; ma quando mandava l'ambasciata, per sapere se la baronessa riceveva, quella faceva rispondere un po' che non era in casa, un po' che stava male.

— Tutte le fusa non vengon dritte! — diceva Rosa — e la visita può levarsela di capo; son io che glie l'assicuro!

Poichè non le riuscì di essere ricevuta dalla baronessa, la signora Giacomina si mise a gridare, che si sentiva per tutto il cortile:

— L'onore lo facevo a lei, di andarla a visitare!... A me non mancano case dove mi vengono a ricevere ai piedi dello scalone; chè quando campava la principessa di Roccasciano eravamo come sorelle, e da lei ho conosciuta tutta la migliore società!...

Però, malgrado sbraitasse, volle prendere la stessa pettinatrice della baronessa, la Liberata, e le mandò a offrire dodici lire il mese, perchè quella andava soltanto nelle case dei signori e non voleva salir troppe scale.

— Ci mancava quest'altra, tra i piedi! — borbottava Rosa, vedendo la pettinatrice salire dalla signora Giacomina. — Guardate che c'è: scialle di seta!... stivaletti verniciati!... pendenti d'oro!... Auf, quante cose si debbono vedere!

— Tu di che t'impicci? — ammoniva maestro Titta.

— Io? Me n'importa assai! Dico anzi che le treccie finte glie le combina bene!

Mentre le passava il pettine fra i rari capelli, la Liberata parlava alla signora Giacomina delle ricchezze dei casati che lei serviva, degli abiti che le signore aspettavano da Parigi, del trattamento che facevano alle persone di servizio, dei regali che davano anche a lei: ora un cestino di frutta primaticcie, ora qualche bottiglia di vino dolce, ora un palchetto a teatro; quasi per farle sentire la miseria delle sue dodici lire.

E la signora Giacomina, quando il marchese le mandava dei regali, prelevava la parte di Liberata:

— Non bisogna far cattive figure!

E se la pigliava con don Felice che, se restava in casa, sbottonato, in ciabatte, si buttava sui divani e sulle poltrone, trascinandosi dietro i guanciali, per star più comodo, e con Totò sempre lercio indosso, la faccia allumacata di carbone, di gesso e di ogni sorta di sudicerie, che abbruciacchiava le sedie coi cerini rubati al babbo, affossava il pavimento, rompeva le vetrate con la trottola, ingombrava le stanze e vi disseminava i pezzi di vetro, la carta stracciata e il terriccio portato via dai vasi della terrazzina dentro un suo carrettino con una ruota mancante.

La guerra scoppiò per causa sua, un martedì quando Rosa aveva sciorinato i panni alla funicella che andava dalla sua finestra alla terrazzina di don Felice sulle carrucolette di rame. Totò aveva fatto un nodo alla fune, talchè quando lei volle tirarla, non riuscì a farla andare nè avanti nè indietro, e mentre ci si arrabbiava e cominciava a gridare, il ragazzo, mezzo nascosto tra i vasi, le fece le fiche, cantando:

— Ohè! Ohè!

— Ah, figlio di non so chi, ti prudono le mani?

La signora Giacomina, sentendo questo discorso, venne fuori come una vipera a gridare contro quella ciabatta che rispondeva in tal modo al suo figliuolo:

— Se non la finisci, ti faccio pigliare a calci e chiamare dalla questura!

Rosa se la legò al dito.

— Ciabatta a me? Io in questura? Le voglio far vedere, a quella buona donna!

Così, quando i vicini si affacciavano al balcone, ora la mamma e ora le figliuole, lei si metteva a parlare ad alta voce, rifacendo il verso di quella gente, guardandosi addosso e stringendosi nelle spalle, o raggiustando le pieghe della veste dinanzi alle vetrate che le servivano da specchio, o facendosi vento col soffietto della cucina.

— Milia! — fingeva di chiamare. — La polvere di cipria! Milia, lo spillone!... presto, dico, Milia!...

Poi, quando il giuoco era durato un pezzo, sbatteva loro in faccia l'affisso e se ne andava contenta a spazzar le stanze o a tagliar cipolle.

La signora Giacomina andava a pigliarsela con suo marito, ma don Felice non voleva rotta la testa e per questo le lasciava ogni libertà di fare quel che più le piaceva.

— Mettetevi in capo che io voglio stare in pace e non cerco gatte a pelare.

L'altro martedì, quando la fune piena di biancheria s'incerchiava per aria sotto il peso delle lenzuola, delle camicie, delle mutande ancora gocciolanti, Totò prese un coltello e mentre nessuno gli badava la tagliò. Voleste vedere allora tutta quella resta di panni spenzolare fin giù al primo piano, attaccandosi e insudiciandosi alle inferriate!

Quando Rosa s'accorse di quella rovina e vide il suo lavoro sciupato, non seppe più tenersi, e cominciò a sfilare la litania delle contumelie, con la sua voce acuta e stridente che faceva affacciare tutto il vicinato, come se stessero ammazzando qualcuno. E appena scorse la signora Giacomina dietro la finestra, si mise a gridare:

— Insegnategli l'educazione, ai vostri figli; che se non la sapete ve l'insegno io!

— Con chi parli, sguaiata? — rispose la signora Giacomina, venendo fuori sulla terrazzina. — Se non vuoi star zitta ti lascio correre questo vaso in testa!

— Parlo con voi, signora marchesa! e non ho paura nè di voi nè del vostro Dio! e un'altra volta che vostro figlio mi farà qualche scherzetto, lo accompagno a sculacciate!

— Faccia velenosa, provati a guardare il ragazzo soltanto di traverso e l'avrai da far con me! Aspetta, aspetta che chiamo suo padre...

— È troppo lontano! Fuori di casa dovreste andare!...

E nel cortile scoppiavano a ridere, perchè infatti si sapeva che Totò era figlio del marchese Motta.

Rosa era diventata così intrattabile dopo che Paolino aveva lasciato il tappezziere, e di matrimonio non se ne parlava più.

— Ti contenti di me? — le chiedeva maestro Titta, guardandola di sotto gli occhiali. — Parola d'onore che se tu mi vuoi, io per me ti sposo!

— Andate là, pulcinella! — rispondeva lei, mostrandogli il pugno.

— Voglio dire che mi sei simpatica, purchè non letichi e non strilli. Allora mi sembri la scimmia della Villa, tal'e quale.

Rosa alzava le grida:

— Se sembro la scimmia della Villa, voi voltatevi dall'altra parte. V'ho forse pregato di portarmi qualche ambasciata?

— Al solito, prendi subito fuoco? Che t'ho detto di male? di non farti una cattiva fama, di lasciare in pace il vicinato!

— Il vicinato! il vicinato! Quando si affittano le case a certa gente che so io!..

— Che sai? Don Felice?... Un galantomone! La signora Giacomina? Un cuor d'oro! Le ragazze cercano marito, come tant'altre di mia conoscenza; il piccolino va messo in collegio. Che c'è da ridere?..