II.
Ora che aveva la macchina, la Nunziata non trovava più le difficoltà di prima a scender nella sartoria, ci stava invece volentieri, e si occupava un po' a orlare qualche dozzina di fazzoletti di battista, un po' a cucire una camicia, pel suo corredo: che un giorno o l'altro ci si doveva pensare! — diceva don Antonino. Ella aveva sempre un monte di biancheria fra le gambe, e la bottega era piena del tic-tic degli aghi che salivano e scendevano precipitosamente. Don Antonino faceva spese, col credito che gli era tornato dopo che il marchese era grave e aveva fatto testamento, con un bel lascito per lui: lo aveva anche assicurato Domenico, il cameriere. Per questo egli andava chiedendo a chi due onze e a chi cinque, chè a contare a lire gli pareva d'essere un pezzente; s'era anche vestito a nuovo, portava il cappello di traverso, e la pancia gli scoppiava, come a un vero marchese.
Donna Mena si raccomandava alla Madonna, perchè aveva un cuor nero e prevedeva qualche disgrazia. I debiti che don Antonino faceva con la speranza dell'eredità sarebbero stati niente, senza il pensiero della Nunziata, che ora restava tutto il giorno dietro lo sporto, guardando i giovanotti che passavano, e dava un occhio alla macchina e un altro alla via.
— Tu, figliuola mia, non badare a chi passa!...
— Che intendete dire? — saltava su la ragazza. — Di che v'impacciate? M'avete voluta nella bottega? Ora che cosa pretendete?
— La Madonna della Grazia deve farmela maritar presto — pregava donna Mena — se no, finisce male.
O che aveva parlato col diavolo? Giusto un dopopranzo, che don Antonino era andato in campagna, con certi suoi amici, e lei s'era appisolata un momento, quando si svegliò: chiama la Nunziata, cerca la Nunziata... la ragazza non c'era più!
Donna Mena gettò un grido e perdette i sensi.
Più tardi rincasò don Antonino, briaco da non reggersi ritto, e al rumore ch'egli fece donna Mena rinvenne:
— Ah figliuola, e dove sei!.. Ah figliuola, e che mai facesti!..
— È stato il cavaliere Bardella... — biascicò don Antonino, cercando il letto, all'oscuro — me l'ha detto il portinaio del marchese...
— E voi che state a fare? Perchè non correte, perchè non cercate il vostro proprio sangue? Scellerato!.. — Donna Mena si sentiva adesso il coraggio d'un leone.
— Ehi, malanova!.. ho i miei guai!.. — rispose don Antonino, buttandosi come morto sul letto.
I guai erano i creditori, che cominciavano a perder la pazienza, e don Lisi il calzolaio, il quale doveva avere dieci onze, gli aveva mandato a dire che se non lo pagava gli avrebbe rotto le corna. Il marchese, intanto, era più di là che di qua, ma non voleva ancora crepare!..
Donna Mena restò tutta la notte in piedi, aspettando la figliuola, affacciandosi alla finestra, aprendo la porta al più piccolo rumore, disperandosi, strappandosi i capelli e facendo voti alla Bella Madre; mentre suo marito sbuffava e borbottava continuamente, vomitando il vino bevuto. Il domani egli si sentiva malato e non si levò; ma donna Mena, sulle spine peggio di prima, correva dalla moglie del cocchiere, dal portinaio, raccomandandosi che l'aiutassero a trovar la figliuola.
— Considerate il cuore di madre, comare!.. compare!..
Il giorno dopo, infatti, la moglie di Domenico le ricondusse la ragazza, che le si buttò ai piedi, e tutt'e due si misero a piangere come fontane.
— Ho paura del babbo!.. — disse la Nunziata, asciugandosi gli occhi col grembiale.
— È fuori, ma non può tardare — rispose donna Mena, che aveva più paura di lei.
Don Antonino rientrò di lì a poco, e neanche s'accorse della figliuola rincantucciata dietro lo scaffale, perchè nella notte il marchese era stato male e non avrebbe passata la giornata, assicurava il medico.
— Ora possono finire i miei guai!.. Se mio fratello mi lascia duecent'onze, con cento mi levo i debiti e ne avanza per la saccoccia; con le altre cento c'è la dote di Nunziata. Ma che cosa sono duecento onze, per un fratello?.. Quattrocento, potrebbe lasciarmene, e magari!.. Allora sì che cambio di stato!..
Donna Mena non fiatava, ringraziava in cuor suo tutti i santi del paradiso, non parendole vero che si sfogasse con l'eredità.
Ma il peggio fu il giorno dopo, che nella notte il marchese era spirato, e c'era il portone chiuso, con tutti i parenti dentro per leggere il testamento, dove si parlò di tutti fuorchè di don Antonino.
— Ah, razza di ladri infami e di porci svergognati! — egli andava gridando, diventato una bestia. — Tale il padre, tale il figlio: tutti gesuiti e cornuti!.. E una lira il giorno a Domenico... che gli faceva quel servizio!.. E un legato a quella ciabattaccia di donna Giacomina!.. Ah, che non so chi mi tenga dal gridare in piazza tutte le vergogne di questa casa: che sua moglie se la dice col cavaliere Bardella, e l'ultimo figliuolo l'ha fatto con lui, ed è gravida!.. Bah! bah! — e si tappava la bocca — santa pazienza, aiutami tu!.. Ma i suoi bastardi non avranno un'ora di bene, e le ricchezze gli hanno da tornare in veleno...
Afferrato il forbicione col pugno nodoso, dava adesso gran colpi sul tavolone da stirare, sforacchiandolo tutto.
— Razza di ladri che mi ruba e mi spoglia! — riprendeva, più forte. — Ma non importa: povero e onorato, e simili porcherie in casa mia...
Allora, come vide la Nunziata accovacciata nel suo cantuccio, buttò per terra il forbicione:
— Ah, sei tornata? — E le si avventò addosso, dandole un calcio nella pancia.
Poi se ne andò alla taverna, a bere alla faccia del morto.