III.

All'alba del giorno quattro la comare Venera si levò, quietamente, per non destare il marito ubbriacatosi la sera innanzi e buttato come morto sul letto. Lei preparò l'abito di gala di Vanni e si mise ad annodare il nastro rosso e azzurro alla torcia di tre libbre da offrire a San Placido. Ad un tratto udironsi dei suoni che si avvicinavano, e la banda, strepitando nel silenzio mattutino, destò l'ubbriaco.

— Uh, uh! — mugolava in fondo al letto. — Maledetta la festa ed il suo Santo!

La comare portò le mani alle orecchie, per evitare d'udirlo.

— Non bestemmiate queste sante giornate, scomunicato! — e andò a tirare per un braccio Vanni il sordo, che non si destava neanche al fracasso della musica.

A piedi scalzi, con la veste del voto, ora si tirava dietro il figliuolo, scalzo anche lui e con la torcia in mano, alla dolceria di don Tino.

— Me lo potete prestare un vassoio, per la questua del ragazzo?

Don Tino, levatosi anche all'alba, non aveva il tempo di grattarsi il capo, col forno acceso, la caldaia bollente e la sorbettiera pronta.

— Il vassoio... un vassoio... Vi serve questo?

— San Placido ve ne rimeriti! — e la comare Venera uscì sulla via.

Napoleone, con una scala sulle spalle e un gran fascio di bandierine sotto l'ascella, andava parando il paese; Peppe Duro e i suoi uomini lavoravano in piazza a rizzare i pali dei fuochi d'artifizio, e da per tutto era un martellare incessante.

Lo zio Vito, al canto della chiesa, disponeva il suo banco, i cestini pieni di ceci, di fave, di castagne, e il fornello da arrostire.

— Per San Placido! — disse la comare Venera, mostrandogli il figliuolo con la torcia.

— A voi, prendete! — e il primo soldo cascò sul vassoio.

— San Placido ve ne rimeriti!

Le campane cominciavano a suonare la prima messa, e le comari, col rosario al braccio e gli occhi per terra, entravano in chiesa, per fare accendere dal sagrestano le lampade votive. La chiesa era ornata a festa e la barella del santo, tutta inargentata, luccicava vicino alla porta.

La comare Venera, tirandosi dietro il suo Vanni si avvicinava alle devote:

— Per San Placido, comare!... San Placido bello deve ridar l'udito al ragazzo!... Io lo farò mettere sulla sua barella, per la processione!...

E ad ogni offerta che cascava sul vassoio:

— San Placido ve ne rimeriti!

Napoleone, finito di imbandierare la via maestra ed il viale delle corse, scappava a casa a riporre due pacchetti di chiodi e tre gomitoli di spago che gli erano avanzati.

— Pensa al petrolio — gli raccomandò sua moglie.

E con la scala di nuovo sulle spalle, egli andava e veniva per riempire i lumi.

A mezzogiorno il campanone, quello che era stato offerto a San Placido dalla buon'anima della principessa di Roccasciano, fece sentire i suoi gravi rintocchi e la chiesa si riempì da non entrarci un cane. Il vicario e i canonici, in cappa magna, aspettavano il sindaco per andare a prendere la statua del santo, ma il sindaco non veniva.

— Don Delfo?... Chi l'ha visto?... Mandatelo a cercare...

Don Delfo era a casa a guardarsi la lingua, a domandare:

— Com'è, impaniata?... Stanotte non ho chiuso un occhio! Sono rovinato...

Costretto a vestirsi, ad uscire, ripeteva ad ogni momento:

— Sono rovinato! Se non crepo questa volta, non crepo più!

Aperta finalmente la cameretta dove si custodiva la statua del santo, i devoti cominciarono a lavorar di spalle sulle stanghe, per sollevarla. San Placido, tutto d'oro e d'argento, con le braccia e il petto coperti di voti, guardava dinanzi a sè, cogli occhi vitrei sulla faccia di stucco.

— Com'è bello!... Che gioia di santo!...

Appena la statua fu deposta sull'altare maggiore, la banda, schierata dai due lati, intuonò la marcia reale; i mortaletti presero fuoco sul sacrato; le campane suonarono a stormo, e in mezzo a quel frastuono si levò il grido della folla:

— Viva San Placido!

— Che bella funzione! — diceva rincasando la comare Venera a Napoleone, che riempiva l'ultimo lume. — Voi l'avete perduta!

Napoleone ripiegò la scala e corse a casa, a riporre mezza cassa di petrolio.

— Pensa alla cera — gli raccomandò sua moglie.

E mentre nelle vie non c'era più nessuno, e la gente si preparava per la festa della sera, egli correva alla chiesa, sempre con la scala addosso, a spegner le candele, per aiutare il sagrestano che smorzava le lampade votive e ne faceva colar l'olio.

Don Delfo era andato a buttarsi sul letto, tastandosi il polso, palpandosi lo stomaco, ma non aveva avuto ancora il tempo di chiuder gli occhi che cominciarono ad arrivare le carrozze dei forastieri, con un grande schioccar di fruste e tintinnii di sonagli. E al batter delle quattro vennero di nuovo a chiamarlo, per le corse.

Nel viale, Ribottazzo e i suoi fratelli guidavano a mano i loro cavalli, da un capo all'altro, e i curiosi si affollavano da tutte le parti.

— Quel sauro ha la mosca! — osservava don Delfo, sul palchetto delle autorità, vedendo Ribottazzo farsi da canto, mentre il cavallo si rizzava sulle gambe e squassava la criniera.

Allo sparo d'un mortaletto, la folla si ritirò indietro sul viale, lasciando la pista libera. Un altro segnale, e due cavalli partirono, come freccie.

— Hop!... su!... ah!... — si gridava da tutte le parti, agitando le braccia, facendo schioccar le dita, per animare i corridori, che divoravano la via.

— Il sauro non mi piace; vuol succedere un guaio! — ripeteva il sindaco, mentre Ribottazzo passava una mano sui fianchi del cavallo, per calmarlo.

Ma al segnale della seconda corsa, egli lo lasciò andare, insieme col baio e la giumenta.

— Hop!... su!... ah!... — si gridava ancora, incitando gli animali.

Tutt'in una volta il sauro girò su sè stesso, come cercando la coda; nitrì furiosamente e si gittò sulla folla.

— Aiuto!... Scappa!... San Placido!...

Un gran rimescolìo per tutto il viale; la gente fuggiva, inciampava, si pigiava; le donne strillavano, Ribottazzo e i suoi correvano dietro all'animale, mentre i carabinieri, coi pennacchi che nuotavano sul mar delle teste, tentavano di accorrere.

— A me!... Largo!... Aiuto!...

Il sauro saltò il muro del viale e si perdette nei campi, lasciando Ribottazzo che si reggeva il ginocchio rotto, Marotta il sarto disteso per terra con la testa spaccata e mezza dozzina di persone qua e là gementi ed invocanti soccorso.

— Il farmacista!... Presto, don Gerolamo!..

Don Gerolamo, grattandosi la testa, prese con sè il taffetà e le filaccie e corse a fasciare i feriti, mentre don Delfo, dietro alla banda che si dirigeva in piazza, attaccando il Boccaccio, badava a ripetere:

— L'avevo detto, io!... Tal'e quale!.. Ma se non mi vogliono dar retta!....

Col cielo nuvoloso, non ci si vedeva più, e Napoleone cominciava ad accendere i lampioni; alle finestre appendevano lanternini d'ogni colore; la chiesa era tutta una fiamma e sui banchi dei venditori ambulanti divampava l'edera.

Lo zio Vito attizzava il fuoco del fornello, arrostendo le castagne, e don Tino, che aveva anch'egli acceso tutti i lumi del suo caffè, ripeteva agli avventori la lista dei gelati:

— Cannella, crema e cedro.... Spumone di pistacchio e amarena!

Il gelato costava cinque soldi e lo spumone il doppio; ma don Tino l'aveva fatto con coscienza, nella sorbettiera nuova, e quella mezza lira non la rubava. Don Delfo, costretto a tener compagnia ai sindaci dei paesi vicini, al delegato, offriva loro lo spumone; e come sopravvenivano il capo-musica, il segretario, Napoleone, ne faceva portare ancora, per tutti.

— Ma lei non ne prende?

Don Delfo era combattuto dalla gola e dalla paura: lo spumone, verde e roseo, gli faceva venire l'acquolina in bocca; ma l'idea di pigliare un malanno lo atterriva.

— Ho lo stomaco guasto....

— Il gelato lo rimette!

E, non sapendo più resistere, ne prese anche lui, dapprima a poco per volta, tirando il respiro, poi avidamente.

Lo spumone andava a ruba ed il caffè era pieno zeppo. Quelli che non avevano trovato posto gironzavano di qua e di là, con le braccia pendenti e le gambe rotte, in cerca d'una sedia; ma in piazza, nella chiesa, all'osteria, erano tutte occupate....

— Le cantate!... Le cantate!... — si gridò da ogni parte, come s'intesero degli spari.

I cantanti erano divisi in due partiti: quello degli operai che veniva da un lato e quello dei contadini che si avanzava dall'altro; tutti e due erano preceduti dai monelli con le fiaccole e da una sezione della banda.

— Più presto! — ordinava Senio Spata ai suoi. — Bisogna entrare in piazza pei primi.

— Avanti tutti! — gridava Rocco Minna — Non ci lasciamo pigliar la mano!

A quel nuovo afflusso di gente la folla si fece ancora più fitta. Ma mentre i due partiti cantavano le lodi di San Placido, su motivi della Norma e del Ballo in Maschera, e i capi battevano il tempo con le palme delle mani, cominciarono a cadere alcune goccie d'acqua.

— In chiesa! In chiesa!

— Addio fuochi!

— Fermi, non è niente. Viva San Placido!

Infatti la pioggia s'arrestò. Allora si diede principio agli spari. I cantanti offrivano i fuochi a San Placido e la piazza pareva incendiarsi ai chiarori delle fiaccole, delle girandole, dei razzi; e come la banda suonava e le campane squillavano, il fracasso era assordante.

— Un quarto d'ora di fuoco! — si dicevano gli operai, sicuri di non poter essere superati dal partito contrario.

Ma i contadini tenevano in serbo la novità da sbaragliare gli avversarii: un pallone che si alzò per aria e dal quale cominciarono a scappar dei razzi d'ogni colore.

— Questo non era pane pei vostri denti! — gridò Rocco Minna a Senio Spata, ubbriacato dal trionfo.

— Con chi parli?

— Con chi mi ascolta!

Allora Senio Spata non ne potè più:

— O perchè non hai fatto partire il pallone di tua moglie, che glie l'ha gonfiato il sindaco?

— Ah, sangue di Giuda!

Rocco Minna, scomposto in volto, cogli occhi sanguinosi, fece un passo indietro, cavando il coltello.

— Aiuto!... s'ammazzano!...

I carabinieri accorrevano; un'ondata di gente, indietreggiando, rovesciò il banco dello zio Vito.

— Cristo del cielo! Sono rovinato...

— Levatevi dai piedi! — gli gridavano d'attorno, mentre egli, buttato per terra, tentava di ricuperar la sua roba; ma la pioggia ricominciò, scrosciante, i lumi si spensero, e tutti presero a scappare, cogli abiti sciupati, diguazzando al buio nel fango.