III.

La signora Giacomina aveva fatto alla Liberata quella difficoltà: non conveniva maritar prima la figliuola minore.

— È perduto il mondo per questo? Non gli volete dar la piccola? Allora dategli la grande.

Il De Franchi, essendo passato a mille e cinquecento ai Tabacchi, e non avendo nessuno che gli attaccasse i bottoni, voleva accasarsi, e non gl'importava poi molto con quale delle due sorelle.

— Questi son dolci che tu non assaggerai! — diceva maestro Titta a Rosa, quando il promesso entrò in casa.

— Gli possano tornare in veleno, e a voi pure! Già, se son quelli di don Angelo, una colica non ve la toglierà nessuno. — E gridava dalla parte del trattore, perchè sentisse Nino, col quale non si combinava niente.

I fidanzati stavano tutt'il giorno alla terrazzina, soli; la signora Giacomina aveva sempre da fare e non poteva legarsi alle gonne della ragazza. Quelli si tenevano vicini, con un'aria circospetta, quasi confidandosi grandi segreti; ma invece c'era fra di loro una freddezza, lo sposo affumicava il porta-sigari di schiuma, o si curava le unghie lunghe, e tutti i discorsi che Angiolina sentiva tenere erano quelli del tempo, o delle porcherie con cui don Angelo faceva le pietanze, in fondo al cortile, dove i garzoni sbattevano uova fradicie o pestavano la carne avanzata.

Quando le avevano rubato il marito, lei non aveva pianto, non aveva strepitato, non aveva detto nulla: s'era stretta nelle spalle, con un sorriso muto. Il figlio maggiore della baronessa Scilò stava sempre alla finestra, a farle dei segnali, e le aveva mandato anche un bigliettino: «Signorina, dal primo istante ch'io vi vidi, la vostra angelica sembianza...» Lei gli aveva risposto, e la Milia, finito il commercio di Antonietta, si rifaceva col baronello.

— Ha ragione! — diceva Rosa, vedendola uscire, la domenica, con la veste nuova e lo scialle di seta. — Il mestiere è onorato!...

Quando la signora Giacomina s'accorse che la serva andava nuovamente portando ambasciate, montò su tutte le furie.

— Che cosa, un'altra lettera? Ah no, non volete sentirla? Chi è che t'ha dato?...

Angiolina sollevò la testa dal suo ricamo e disse, tranquillamente:

— È del figlio della baronessa; non gridate sempre...

La signora Giacomina guardò stupefatta la figliuola, credendo d'aver frainteso:

— Il figlio della baronessa?... della baronessa Scilò?...

Alzava la testa, cogli occhi sfavillanti di sodisfazione; sua figlia baronessa!... quella superba umiliata!...

E come un giorno, tornando irritatissima dal collegio perchè quella bestia del rettore minacciava di mandar via Totò, scorse l'Angiolina sull'uscio, a discorrere col baronello, lei sentì svanire tutta la sua collera e fece a questi ogni sorta di complimenti:

— Come sta? Perchè non entra?... Favorisca, la prego...

Il baronello diventò presto familiare; veniva a passare le serate accanto alla ragazza, come fossero promessi, ed era inteso che si sarebbero sposati appena egli avrebbe ottenuto il consenso della mamma.

— Lei è ostinata; ma farò tanto che finalmente si persuaderà. Non è vero, Angiolina?...

E si stringeva addosso alla ragazza, le passava un braccio dietro la vita; ma la signora Giacomina si faceva brutta:

— Dico, baronello!...

Appena lei andava fuori, quelli facevano il comodo loro. Dalla terrazzina, dietro le finestre, Rosa li vedeva starsene a fianco, toccandosi, fiutandosi, fingendo di bisticciarsi, di contendersi qualche cosa, inseguendosi, dandosi spintoni, per suggellar la pace con un bacio.

In mezzo alle ragazze che facevano un così buon odore, Alberto De Franchi si sentiva rimescolare il sangue e avvampare le guance. Egli invidiava il baronello che si divertiva in compagnia di Angiolina, mentre la sua fidanzata restava lì, seria, impalata.

— Tu che cos'hai? T'è morto forse qualcuno?

Antonietta era riservatissima, non gli permetteva nessuna libertà, non veniva fuori se non aveva messo a posto l'ultimo spillo e non s'era guardata dieci volte allo specchio, con una paura matta che anche quel matrimonio sfumasse. Invece l'Angiolina si mostrava al baronello discinta, con le braccia nude, i capelli scomposti. Lui diventava di bragia, lei gli tirava la lingua; poi s'inseguivano e sparivano.

— Questo è un matrimonio che non c'è bisogno del sindaco! — diceva Rosa, vedendo tutte quelle sconvenienze.

— A lui sì, perchè è barone?... — ripeteva continuamente Alberto De Franchi ad Antonietta, brancicandola, spingendola, riducendola in un angolo, alitandole sul viso.

— Lasciami, sta fermo...

— A quello... perchè è barone?... — ripeteva Alberto, ansante, senza veder più dagli occhi.

— No! No!... per ora no!...

Trovandoli con tanto di muso, la signora Giacomina esclamava, allegramente:

— Che v'è pigliato? Non siate insulsi, fate la pace!

Lei era sodisfattissima delle cose sue: il matrimonio di Antonietta non le pareva disprezzabile, ma quello di Angiolina era la sua fortuna: baronessa Scilò, non c'è che dire! La sua casa andava avanti, come voleva lei; il rettore s'era persuaso a tenere ancora Totò, e il suo unico pensiero si riduceva ora quello di don Felice, pel quale il marchese dava buone speranze.

— Ma tu svegliati, metti insieme i tuoi titoli, presenta la domanda! Aspetti forse che i fichi ti caschino in bocca?

Era lo stesso che dire al muro. Don Felice voleva far denari, per la sua Vincenzina, ma non perdere la libertà in un ufficio. E sua moglie che gli era sempre attorno a rompergli la testa:

— Sciagurato!... Come puoi campare senza far nulla?... L'hai scritta la domanda?

— Non ho avuto tempo...

— E il tempo lo compri, tu?... Dove sono i titoli?

— Non li ho trovati.

— Ma debbo far tutto io, sempre?

E si metteva a rovistare sul tavolo di don Felice, scompigliando tutte le carte, aprendo le cassette, scuotendo i libri.

— Guardate che confusione!... Ma dove diavolo l'hai nascosto?...

Don Felice gonfiava, ma si dava l'aria di cercare anche lui, se no quella non la finiva più.

— È questa?... — domandò la signora Giacomina, con voce terribile, cavando un fascicolo ingiallito dalla cassetta del comodino.

— Questa?... È la laurea...

Lei fece il gesto di tirargliela addosso.

— Sarebbe da sbattertela sul muso, parola d'onore!

— Pazienza mia, aiutami! — diceva fra sè don Felice.

Più tardi le liti ricominciavano, per la spesa, se si lasciava gabbare dai venditori, se i vermicelli erano troppo bagnati, se la carne non era di giusto peso.

— Questo un chilo di carne? A chi lo dài a intendere? Questo non è neanche tre quarti. Qua la bilancia.

E fatta la pesata, gridava più forte di prima:

— Se l'ho detto io! Tre quarti, e ce ne manca.

— Io non so niente, la carne era giusta. Andate allora voi a far la spesa.

— Ah, che ci vada io? Bravo il bestione!... Lo so io perchè la carne è mancante, se deve servire anche a quella buona...

Nell'altra stanza, come il baronello rideva, Angiolina gli metteva un dito sulla bocca.

— St!... non senti la tempesta?

Don Felice scappava dalla vedova del tintore, per sfogarsi, ma si vedeva ricevere col muso duro:

— Quella porcheria di carne! Buona pel cane!...

Per tentar d'uscire dai suoi guai, si metteva a giuocare al lotto, sperando di vincere un bel terno, di piantare sua moglie e di andare a starsene con la vedova. A corto di quattrini, aspettava che tutti fossero usciti, cercava insieme con la Milia i salvadanai delle figliuole, e tutt'e due si mettevano a scuoterli, di su e di giù, a più riprese, per farne uscir le monete.

Come sentiva quel drlin-drlin, Rosa diceva, dalla sua finestra, al cuoco della baronessa, che le faceva l'occhiolino:

— Monsù Pietro, che passa il Viatico?

Poi le ragazze si accorgevano del furto, e cominciavano le grida:

— Qui mi mancano due lire... qui tredici soldi... Chi è stato?... È stata la Milia!...

La Milia si metteva a piangere e correva a pigliare il suo scialle:

— Bella Madre addolorata!... Quest'affronto non me l'ha fatto nessuno!... Or ora voglio andarmene!...

E don Felice a mettersi in mezzo, tremante:

— Zitti per carità... quaggiù stanno tutti a sentire... zitti per carità!...