VII.
Salvatore aveva più debiti che capelli in testa e il padrone della bottega minacciava di vendergli i mobili.
— Non si può più stare in città! — si lamentava, tristamente. — I padroni di casa si portano via tutto loro...
E andò a cercare un'altra bottega che costasse meno, verso Porta di Ferro, nel nuovo quartiere. Girando per quelle strade che aveva conosciute povere e quasi deserte, ora fiancheggiate da alti fabbricati e rumorose, egli cercava la sua antica proprietà, e non si raccapezzava.
— È qui?
La casa era sfondata, il tetto e i muri divisorii abbattuti come da un terremoto, ingombrando il suolo d'un monte di calcinacci, di travi vecchie e di tegole rotte. Restava in piedi soltanto la gabbia, che i murifabri, sui ponti, lavoravano ad alzare di due piani.
— Verrà una bella palazzina!
E prese in affitto una bottega lì vicino, nuova, con le mura bianchissime e un forte sito di calce. Vi adattò alla meglio le sedie, i due specchi, l'attaccapanni, le oleografie che gli restavano, e fece dipingere in nero, sui vetri dello sporto Piccolo salone Venezia, che parevano mignatte appiccicate sulle lastre.
Di lì seguiva i lavori nella sua antica casa, dove i muratori voltavano l'arco delle ultime finestre e impostavano il cornicione. L'ingegnere e il padrone venivano spesso a invigilare, guardando per aria i muri, facendo segnali col bastone, girando da una parte all'altra.
— Quello mi par di conoscerlo — pensava Salvatore, guardando da lontano.
E un giorno s'avvicinò.
— Agostino!
— Ah... siete voi? — L'amico pareva un signore, con la catenella sulla pancia e una spilla alla cravatta.
— Che cosa fate da queste parti?
— Ho ricomprato io la casa... — rispose quello, un po' confuso. — Mio suocero è morto... e m'ha lasciato ogni cosa...
— Dunque, dicevamo, qui... — L'ingegnere lo chiamava, e Agostino, scusandosi, s'allontanò.
Salvatore lo vedeva arrivare e partire, quasi tutti i giorni, spesso in carrozza; e una volta con la moglie, a braccetto, che se egli non avesse saputo ch'erano loro, non li avrebbe riconosciuti.
— Che cosa vuol dire aver quattrini! Ora non guarda più nessuno in faccia!
Un'altra volta passò Andrea, il figurino, l'antico giovane di bottega, che s'era fatto grande, e pareva sempre appuntato con gli spilli. Salvatore lo salutò, con la mano, ma quello tirò dritto.
— Anche lui ha messo superbia!
Lo Sciancato, che si spingeva di tanto in tanto fin lassù a strillare i fogli, tirandosi dietro la sua gamba, non aveva messo superbia, ed entrava nella bottega, per vendere una copia della Gazzetta.
— Eh! — diceva, girando un'occhiata per le pareti nude — mi rammento il bel tempo del salone grande!
Anche Nardo gli era rimasto affezionato, e veniva a trovarlo, dandogli ancora del «principale».
— Gli affari vanno bene?
— Grazie a Dio, non posso lamentarmi.
Nardo ne provava compassione, vedendolo ridotto in quello stato: un vecchio, coi capelli grigiastri e la fronte rugosa; ma più per via della moglie, che andava provocando tutti i maschi e lo riduceva la favola del quartiere.
Ma come un giorno la incontrò per istrada, bianca e rossa in viso, con le labbra umide, grassa sotto lo scialle nero che si gonfiava sul petto, la guardò un momento.
— E così, avete messo aria, col vostro salone? — disse lei, fermandolo. — Gli amici non si vedono più?
La sua voce s'era fatta più forte e veniva acquistando l'accento paesano.
Nardo cercava di scusarsi, ma lei non lo lasciò dire:
— Venite a trovarmi. Avete ancora paura? — E lo guardò in un certo modo.
Egli non voleva fare un torto a quel brav'uomo del principale, che gli aveva fatto sempre del bene.
— Bel modo di compensarlo!
Poi cominciò a pensare:
— Uno di più, uno di meno!... Quella volta io l'ho rispettato; ma, veramente, il principale è troppo minchione...