CAPITOLO XIV
Dove trattasi della pena, che dá l'Amore, quando ha il vero fondamento.
Poscia salendo un monte ruinoso,
noi ci partimmo ed, in un pian saliti,
trovammo altro martír molto penoso.
Uomin vedemmo insieme molto uniti,
5 come di molti corpi un si facesse;
ma i volti eran distinti e dispartiti.
Pensa, lettore, un mostro che avesse
un grande busto, e, bench'egli foss'uno,
un collo molti capi contenesse.
10 Vero è che lor color o bianco o bruno
e lor gionture e lor lineamenti
aperti si parean in ciascheduno.
Lí stan dimoni e con spade taglienti
dividon quelli, e, quando alcun si parte,
15 li capi piangon tutti e son dolenti.
Non credo che spargesse giammai Marte
cotanto sangue; né fo mai battaglia
di tai ferite, né si legge in carte.
Non vale qui lo scudo ovver la maglia;
20 ché la iustizia dá le gran percosse,
ed ei fatt'han le spade, che li taglia.
Vidi un dimonio, che irato si mosse
ed un recise intorno in ogni canto,
sí ch'e' rimase come un fusto fosse.
25 Un capo sol rimase e con gran pianto
a me si volse e disse:—O tu, che mena
seco Minerva, a me risguarda alquanto.
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Vedi l'amor quanto a noi torna in pena
E tanto affliggon piú le parentele,
30 quanto pria strinson con maggior catena.
Ahi, quanto a' vivi torna amaro il mèle
del dolce amor de' figli e de' congiunti,
quando gli uccide la morte crudele!
Diece figliuoli in salda etade giunti,
35 nove nepoti ebb'io ed un fratello,
e poi li vidi in un mese defunti.
Com'io, che 'n questo inferno ti favello,
intorno intorno son cosí tagliato
e, perché troppo amai, ho tal flagello;
40 cosí interviene all'uom, quando l'amato
figlio o fratel gli è tolto, e piú tormenta,
quanto piú forte è coniunto e legato.
La casa, onde fui io, è tutta spenta;
fui da Perugia, di santo Ercolano,
45 e de' Vencioli la prima somenta.—
Per la piatá ingavicchiai la mano,
e volea dar risposta a sue parole;
ma e' sparío sí come un corpo vano.
Ond'io dissi alla dea:—Se tanto duole
50 la cosa amata, quand'altrui si toglie,
ben è stolto colui ch'ama e ben vuole.
Se non voglio d'amor sentir le doglie,
non posso avere al cor migliore scudo,
se non che d'ogni amore mi dispoglie.
55 E, se questo facessi, saría crudo;
ché, se non amo le persone note,
sarei di caritá e di piatá nudo.
Né anco il posso far, ché mal si pote
ben rifrenar a che natura inclina:
60 tanto a quel corso son le cose mote.
—Tra tutte l'altre cose la piú fina
—disse Minerva a me—è 'l dolce amore,
se dal ver fundamento non declina.
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Ma, se nel fundamento sta l'errore,
65 quanto piú l'edifizio cresce o sale,
tanto fa piú ruina e duol maggiore.
Fundamento è che quanto alcun ben vale,
tanto si stimi e tanto amore accenda,
quant'egli ha di bontá e men di male.
70 E, s'egli è ben che d'altro ben dependa,
non s'ami quasi per sé esistente,
se vuoi che, quando è tolto, non t'offenda.
Fundamento è che quel, ch'è dipendente,
non s'ami come fermo e per sé stante,
75 ch'ei da se sol non ha essere niente;
ché 'l Creator le cose tutte quante
fe' di niente, e, s'egli le lassasse,
niente tornerian come che innante.
Adunque come il servo, che estimasse
80 essere sue le cose del signorso
e come proprie sue cosí le amasse,
se poi gli fusson tolte, saría morso
di gran dolore ed avería li duoli
per quell'error, nel qual è in prima corso;
85 cosí fanno li padri de' figliuoli,
e de' coniunti li mondani stolti,
che gli estimano stanti e per se soli.
E 'l giusto Iobbe de' figliuoli adolti,
quando fûr morti, fe' questa risposta:
90 —Dio me gli diede e Dio me gli ha ritolti.—
Tu mi dicesti nella tua proposta:
—A nullo, amando, voglio avere affetto,
dacché, perduto, tanto amaro costa.—
Io dico ch'abbi amor, ma sia perfetto
95 e temperato sí, che, se 'l divide
o Dio od altro, non t'affligga il petto.—
Ed io a lei:—Maestra, che mi guide,
dimostra a me ancora un altro vero,
ch'è sí oscur, che mai mia mente il vide.
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100 Tu di' che volontá ha 'l summo impero
di nostra barca e che regge il timone
di tutti i sensi e 'l carnal desidèro.
S'egli è cosí, or dimmi qual cagione
piú volte vince questa volontade,
105 che non pò far quel che vuol la ragione,
che par contrario alla sua nobiltade,
poiché libero arbitrio gli è concesso,
sí che 'l sí e 'l no sia in sua libertade.
Io so d'alcun c'ha 'l piede in amor messo
110 e non ha forza a poterlo ritrare:
tanto Amor puote e vince per eccesso.
Ben so che ogni cosa debbo amare
in quanto è buona, e solo in Dio è buona;
e, benché 'l sappia, io non lo posso fare.—
115 Ed ella a me:—Vostra natura è prona
agl'impeti de' sensi, e, se v'indura
per molta usanza e troppo s'abbandona,
allora l'uso converte natura,
sí che ragion non può guidare il freno
120 del desiderio bene a dirittura.
Di diecemila uno ed ancor meno
si trova, che co' sensi non s'accorde
in tutto o in parte col voler terreno.
L'amor vi può legar con quattro corde:
125 la prima è di Cupido la gran fiamma,
l'altra è di cupidigia e voglie ingorde,
poi de coniunti, figli, padre e mamma,
e 'l quarto amor d'amici ed è sí poco,
quanto rispetto a mille è una dramma.
130 Or sappi di Cupido che 'l gran foco
e l'amor de' coniunti tanto lega
e l'amor della borsa e d'ampio loco,
ch'è molto forte che ragion il rega,
se gran virtú non rompe il gran legame,
135 che tanto forte inver' l'amato piega.
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E, benché Dio ne dica ch'ognun l'ame,
ciascuna d'este fun sí forte tiene,
ch'a lui non lascia ir, benché vi chiame.
E perciò nel Vangelio si contiene
140 che amiate Dio col core e colla forza,
sí come il primo e piú sovrano bene.
E, se avvien ch'altro amore vi torza,
rompete quella fun, ch'altrove tira
colla vertú, che giammai non s'ammorza.
145 Siate come Sanson, commosso ad ira,
quando li fe' la moglie il grave laccio,
cioè l'amor carnal, a chi ben mira.
E cosí, Dio amando senza impaccio,
colla virtú che sta nelli capelli
150 e non sta nella carne ovver nel braccio,
d'amor carnal non si senton fragelli.—
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