SCENA I.
Mènecle e Dàmocle tebano.
Dàm. Mènecle, i profughi lasciano questa notte Atene; ma le tue parole di ieri all'assemblea rimarranno scritte nel cuore dei Tebani.
Mèn. Tebe e i suoi profughi nulla mi devono. Tebe accolse me profugo al tempo dei 30 tiranni; ho sciolto il debito della ospitalità. In quanti partite?
Dàm. Pelopida, io ed altri dieci. Il resto dei profughi attenderà, per seguirci, nostre notizie al confine[204].
Mèn. Lo sapete che in Tebe i tiranni son sulle guardie, che la città è ben munita, e che la impresa vostra è temeraria?
Dàm. Le nostre braccia sono gagliarde, i nostri petti sono sicuri, le armi imbrandite per i Lari sono sante. Giove le guiderà.
Mèn. E Giove dunque vi protegga. Bravi figlioli! Vorrei aver vent'anni di meno per essere con voi!... E avrò vostre nuove?
Dàm. O da Tebe liberata... o dagli inferni.
Mèn. (lo abbraccia) Addio. (Dàmocle esce) Moriranno tutti ma moriranno bene.