SCENA IV.
Mènecle e Fània.
Fàn. Buon dì, Mènecle...
Mèn. Salute, cognato mio... (disinvolto) Sicchè tu vieni a dirmi che hai scoperto che tua sorella non è felice con me, e a rimproverarmi...
Fàn. (impacciato) Non a rimproverarti... Ma se felice ella sia, domandalo a te stesso, alla tua coscienza...
Mèn. (disinvolto) Ben detto!... E dimmi: perchè non l'hai domandato tu prima... alla gran madre... alla natura?
Fàn. Mènecle!
Mèn. Ah tu credevi che il vecchio Mènecle, un cittadino pieno di meriti...
Fàn. Oh certamente...
Mèn. Grazie. Vedi che andiam d'accordo... un cittadino pieno di grandi meriti, noti a tutta Atene (si interrompe sospirando comicamente) — da dieci olimpiadi! — avesse a dare, a una giovinetta di diciott'anni, le emozioni che tu dài alla tua Crìside, ammannendo alla di lei fantasia... i suoi grandi meriti per imbandigione!?... Bel pasto!... e sostanzioso... per una mensa coniugale!
Fàn. Questo io non dissi... ma...
Mèn. Ah! c'è un ma...
Fàn. Ma io sperai che non per nulla, sulla soglia della tua casa, il giorno che Aglae vi entrò, stessero appese, in lieto augurio, le ghirlande di antico alloro intrecciate alla giovane édera: e che in quel dì non fossero indarno comparse le due cornacchie all'altare. Vi hanno premure delicate, cure affettuose, conforti... che anche un uomo...
(Fa pausa come cerchi la parola).
Mèn. Tira via... Di' pure... maturo. Sono stato in Sicilia con tuo padre...
Fàn. Ebbene sì... che anche un uomo... inoltrato sul cammino del tempo...
Men. (Ama le perifrasi!)... Grazie...
Fàn. ... al pari degli altri può, e più degli altri, deve dare ad una giovane compagna; e che potrebbero compensarla...
Mèn. (prosegue ironico la frase) ... di quell'altre che le mancassero. Benissimo. E insomma...
Fàn. (impazientito) Oh insomma io dico che tu trascuri Aglae. Non hai premure per lei. Aglae non è contenta. Aglae non è felice...
Mèn. (a parte sospirando) (Pur troppo!)
Fàn. E non è questo che sperava mio padre, non è questo che speravo io...
Mèn. Già, già! lo so, quello che tu credevi, che tu speravi. Tu speravi che io rinnovassi il miracolo di Jolao, quando nel furor della battaglia ricuperò le forze giovanili[159]. Speravi che Giunone Nuziale non si pappasse i sagrifici a ufo, e bastassero i cestelli di fichi a portar nella casa nostra le gioje, e bastasse la focaccia di sésamo a portarvi la fecondità![160] Speravi che io ti facessi zio di una bella corona di nipotini, di amorini vispi, ricciutelli, paffutelli, per indennizzarti di quelli che ancora aspetti dalla tua Crìside... dopo dieci mesi che l'hai sposata. Uh vergogna! vergogna!...
Fàn. Ma io ti dirò...
Mèn. (interrompendolo) Ma io ti dirò che il padre di Crìside, quando te l'ha data, ha ben pronunciato le parole sacramentali: Ti consegno mia figlia, perchè ne nascano figli legittimi:[161] e tu l'hai promesso e giurato. Aglae, quando io la sposai, era orfana, e quindi io... quella promessa non l'ho fatta a nessuno.
Fàn. (risentito, accorgendosi dell'intonazione comica di Mènecle) Mènecle! ti prego, per Giove! di cessare lo scherzo...
Mèn. Sì, giusto, invoca Giove, ch'è il custode de' giuramenti. Te la darà lui... Ma vedi, bizzarria de' giudizi!... Il buon Mènecle, quell'asino di Mènecle, tra sè e sè, avea pensato: Che cosa mai di bello può fare un marito vecchio in casa di moglie giovane?! Che cosa di bello può mai, se non lasciarle mancare quel meno che è possibile, e starle, quel più che è possibile, fuori dei piedi? O dovrà trastullarsi a provarle indosso la veste color di croco e gli stivaletti regalatile per la festa della Dea? Sarebbe, qui tra noi, amareggiarle il regalo. O farle delle mani arcolaio e reggerle i fili di lana, intrattenendola di quel che s'è discusso nell'assemblea e sotto i portici? Anche Ercole filava per Onfale, ma era giovine, ed era Ercole: e pure Onfale ci si annoiava. Non resterebbe che raccontarle ancora la mia campagna di Sicilia di 36 anni fa, e la battaglia di Catania, e la strage al passaggio del fiume Asinaro, e come innanzi di arrendermi ammazzai quattro nemici, e come fummo rinchiusi nelle Latòmie e come scappai... Ce n'è per tre sere... e poi? a furia di raccontargliela, mia moglie la sa a memoria. Un giorno, per cambiare, mi provai a rifarle la storia, e cominciai: Appena fummo arrivati sulla riva del fiume... lei non mi lascia finire e impazientita tira via: «Appena foste arrivati sulla riva del fiume, le retroguardie avvisarono la presenza di un nugolo di nemici; Nicia passò a cavallo sulla fronte delle schiere, le trombe risonarono...» e patatì... e patatà... la sapeva meglio di me. Ma che stizza, che stizza, ci metteva!... Quando arrivò al punto della fuga dalle Latòmie, ho avuto fin paura che pel dispetto vi appiccicasse una variante e invece di farmi fuggire, la mi facesse prendere e accalappiare!... (pausa, indi sospirando) Eh, forse per lei sarebbe stato meglio!
Fàn. Mènecle, tu sei proprio ingiusto verso Aglae. Io so che ella ti stima... e...
Mèn. (rompendogli la parola in bocca) E gli Dei glie ne daranno merito. Alle corte. (con accento reciso) Tu non puoi dirmi nulla ch'io già non sappia e non vi puoi aggiungere che delle sciocchezze. Io ho fatta una corbelleria, e tu vieni a dirmene cento. Ma io posso disfare la mia, e tu puoi risparmiare le tue. L'arconte pronuncierà il divorzio...
Fàn. (vivissimo, stupefatto) Che?!...
Mèn. Ell'era, per legge, in tua balìa avanti le nozze. Tu sei il guardiano della felicità sua. Aglae da te l'ebbi. Ridomandala tu[162].
Fàn. Io?... mai!
Mèn. E allora... (se gli appressa grave, severo) con che cuore e perchè me la accordasti?
Fàn. (imbarazzato) Perchè tu lo sai... fu l'ultimo desiderio del padre nostro...
Mèn. E perchè Mènecle era ricco e liberava innanzi alla legge te dal peso della custodia e della dote. (moto di Fània che Mènecle calma col gesto) Non siam noi soli vecchi gli egoisti!... E non per nulla i vegliardi ritornan qualche volta fanciulli[163]. Che meraviglia, se anche al povero Mènecle, a cui, con tutta la sua sapienza, passano ancora alle volte, di sotto ai capelli bianchi, certe ubbìe giovanili, che meraviglia se al povero Mènecle un lampo di distrazione... di reminiscenze... in ritardo, abbia offuscato un istante il cervello? Ma tu che fanciullo non sei, tu nella età che sente la voce della natura e i bisogni della gioventù — e ci hai pensato per tuo conto — potevi ben pensarci anche per tua sorella! e difendere lei contro lo sbaglio di tuo padre... e me contro me stesso.
Fàn. Ma ti giuro per gli Dei che se...
Mèn. Non incomodare gli Dei! Aspetta: tu mi giuri che gli Dei vogliono l'obbedienza ai genitori. E per questo, ti sei sposata bravamente la tua Crìside, di cui eri innamorato come un gatto, disobbedendo a tuo padre che voleva accasarti colla figliuola di Eufrànore. Agli Dei certamente ti sei riservato di chiedere della disobbedienza perdono. Poichè, tanto, dovevi domandargliela per una, non disturbavi Giove di più, a far la domanda per due. A questo, allora non ci hai pensato: ora, ti vengono gli scrupoli. E poichè la tua Aglae la vuoi felice, trovi giusto che in premio della sua virtù, ella consumi il caro fiore de' verdi anni con chi felice non la può rendere!...[164]. (con forza) Questo tu trovi giusto... e vai nell'Elièa a far da giudice! Io no! e s'ebbi un torto verso quella fanciulla, saprò ripararlo... per tutti gli Dei! (calmandosi e asciugandosi la fronte) Fai tirar giù dall'Olimpo gli Dei anche a me!
Fàn. (vedendo Mènecle riscaldarsi, impressionato dalle sue parole, gli parla affettuoso e pacato) Mènecle, io sarò stato ingiusto: tu però ora lo sei con te stesso. Se torto vi fu nel passato, in faccia a mia sorella, fu mio: ma tu che di Aglae e della sua felicità ti dai pensiero, pensi tu che ella, così fiera, sarà più felice, il giorno ch'ella vedrassi restituita la sua libertà a prezzo di un affronto al suo amor proprio? e che il divorzio non chiesto da lei avrà dato il suo nome in pasto alla maldicenza della città?...
Mèn. Sì... se non chiesto da lei... Ma e chi... (si appressa a Fània e continua, dopo una pausa, a bassa voce) chi impedisce a lei di chiederlo?... E a te di suggerirglielo?...
Fàn. (esitante e sorpreso, quasi in nube indovinando il pensiero di Mènecle) Che?... e tu credi...
Mèn. Io credo che Giove non m'abbia permesso di salvar Epònimo dal carcere di Siracusa, per far della mia casa un carcere a vita alla sua figliuola. Oh, Fània, la vecchiaia è incresciosa a sè stessa, ma lo è ai giovani doppiamente. Capisco la legge di quei di Ceo[165] che davano ai vecchi la cicuta per fare ai giovani un po' di posto. Io, della cicuta, per ora... faccio anche senza: ma se ai canuti la solitudine è triste, meglio per Mènecle il vivere infelice da solo, senza il rimorso che per sua colpa si viva infelici in due...[166].
(Tanto Mènecle che Fània son commossi).
Fàn. (stringendogli la mano) O Mènecle! Se Aglae sapesse...
Mèn. Aglae non dee saper nulla. Sicchè le consiglierai di andar dall'arconte?[167]. Parlerai ad Aglae?...