SCENA XIV.
Detti e Mènecle.
(Mènecle si è affacciato dalla porta nel fondo, mentre Elèo ed Aglae proseguono il lor dialogo sul davanti della scena. Rimane muto, le braccia conserte, il volto tra pensieroso e sorridente, sulla soglia a guardarli).
Agl. No... lasciami dire... Non ti accuso... Il tempo non muterà la tua tempra, ma muterà molte cose intorno a te... Mènecle vivrà, e glielo auguro, buon vecchio! molti anni...
El. (melanconico) Oh... anch'io...
Agl. ... e il giorno che io sarò libera di nozze, io non sarò più una ragazza per te. Breve è la stagion della donna — e s'ella non la coglie — passata quella, se ne sta seduta a consultar gli auguri[212]. Le rose della giovinezza in quel dì saranno svanite, e a te, nel fior degli anni, non resterebbe a sposar che la memoria e l'ombra di colei che fu un tempo la bella Aglae... una brutta vecchia grinzosa... Oh, sarebbe troppo pretendere...
Mèn. (di dietro, tentennando il capo) (Infatti...)
Agl. ... e faresti la figura di Cròbilo. Direbbero che m'hai sposata per godere la mia dote, la eredità di Mènecle. No, no, promettimi solo che il giorno in cui il tuo cuore sarà stanco di attendere... rimanderai ad Aglae questo ricordo...
El. Fino a che tra i viventi mi rischiari il sole, questo ricordo starà con me. Verrà con me nella pugna, poserà con me sotto la tenda. Oh gli anni possono involarci la cara giovinezza, spegnere le febbri, i delirî dei sensi, ma non ispegneranno un affetto reso puro e santo dal sagrificio...
Mèn. (È nato per far l'oratore!...)
El. (con forza) ... prima che io rinneghi la fede di questo affetto, possa Nettuno farmi morire come Ippolito... e casto come lui!...
Mèn. (Povero ragazzo! te ne accorgeresti!...)
Agl. (buttandosi al collo di Elèo) Oh... lasciamo questi giuramenti...
Mèn. (To'! ha più giudizio di lui!...)
Agl. Sia dell'avvenire e del cuor tuo quello che gli Dei vorranno. Io ti ringrazio del conforto che m'hanno dato le tue parole. Esse mi renderanno più forte in questa prova... Che se vi avessi a soccombere... (con voce triste, infantile) dirò a Mènecle che mi faccia un bel sepolcro tutto bianco... bianco... e tu ci verrai...
El. Oh taci! Non parlar di morire; dimmi che in te la memoria di quest'ora non morirà... Me lo prometti?
Agl. (volgendosi all'altare domestico) Qui all'ara del Dio che ci ascolta...
El. E mi giuri che se Mènecle...
Agl. (senza guardar Elèo, esitante, gli occhi a terra) ... il buon vecchio Mènecle...
Mèn. (Poverina! ci ha aggiunto anche il buono!..)
Agl. (arrestandosi e riprendendo premurosa) ... che noi dobbiamo amare, finchè vive, come fosse nostro padre, n'è vero?
El. (triste, a capo basso) Oh, sì... come un padre...
Agl. (riprendendo esitante il filo della frase) ... se il buon vecchio Mènecle ci venisse un giorno rapito dalla Parca triste...
El. ... inesorabile!...
Agl. ... scellerata!...
Mèn. (c. s.) (Si sfogano colla Parca... meno male...)
El. ... e che io fossi vivo...
Agl. E io anche...
El. E tutti due...
Agl. E tutti due quella perdita... amara... (appoggia la voce sull'amara, quasi volesse correggere un pensiero colpevole: Elèo assente col gesto) ci trovasse ancor giovani... in età da marito...
(Sempre esitante, a occhi bassi, come avesse paura o rimorso di compier la frase)
Mèn. (Giustissimo!... a maritarsi vecchi, ecco ciò che succede...)
El. Quel giorno dunque...
Agl. Che il buon Mènecle...
(Mènecle si avanza fra i due giovani).
Mèn. (proseguendo la frase, a voce alta) ... andrà all'altro mondo...
El., Agl. (sgomentatissimi entrambi al vederlo) Ah!...
Mèn. ... speriamo, neh, figlioli, che sia lontano — quel giorno piangeremo prima amaramente la sua partenza e poi potremo sposarci senza scrupolo. Ma sentite, neh! (picchiandosi lo stomaco) che polmoni e che cassa di stomaco! Ce n'è ancora per trent'anni!... Se aspettate me state freschi!
Agl. (buttandosi alle sue ginocchia) Oh perdono, Mènecle!...
El. (idem) Perdono... padre mio...
Agl. Ti giuro, per le Dee, che...
Mèn. (rialzandoli entrambi con affabilità affettuosa) Su, su, ragazzi!... ma che giuramenti e che perdoni! So tutto... Grazie a te, Elèo, della tua lealtà; grazie, Aglae, della tua fedeltà al tuo dovere. Soltanto, speriamo (con bonarietà comica) non mi farai più dell'altre scene di gelosia...
Agl. (mortificata chinando gli occhi) Mènecle!...
Mèn. No, no — non ti rimprovero... benchè, per Giove, lo meriteresti, per insegnarti a frugare nelle carte del marito e a leggerne le lettere...
Agl. (sorpresa, mortificata) Ah!...
Mèn. ... e a scriverne dell'altre ai giovinotti, a sua insaputa...
Agl. (mortificata) Come... tu...?
Mèn. (con bonarietà comica e imperiosa) Silenzio!... Sappiamo tutto. Se la moglie fa la curiosa, il marito ha diritto di fare il curioso... (a Elèo) Neh, ricordalo bene anche tu, una volta che sii suo marito...
Agl. (supplichevole) Oh... Mènecle!...
Mèn. Silenzio!...
El. (interpretando anch'egli come ironia le parole di Mènecle) Mènecle, punisci me... ma risparmia a me ed a lei le tue ironie...
Mèn. Ma che ironie?!! Le tue vuoi dire. È una moglie divisa in due — a me in corpo, a te in effigie — non è un'ironia? E cosa credi, che Mènecle sia feroce come Teseo, da lasciar morir casto il povero Ippolito? Cosa credete (ad entrambi) che Mènecle sia così egoista, così disonesto, così imbecille da accettar la elemosina del vostro sagrificio? (Mènecle, stando in mezzo ai due giovani, ha proferito queste parole con impeto e voce brusca; i due giovani, sotto la sfuriata del vecchio, tengono mortificati la testa e gli occhi bassi; quando al finir delle sue parole s'attentano a levarli furtivamente verso di lui credendolo in collera, s'accorgono che Mènecle sorride del loro inganno, e li guarda affettuoso facendo lor cenno, delle due braccia, di appressarglisi) Voi altri siete così matti che lo avreste anche mantenuto... ma poi... poi, neh? (si volge ad Aglae affettuosamente canzonandola e rifacendole la voce) le forze mancavano... e ci voleva il sepolcro bianco... tutto bianco... (con rimprovero comicamente brusco) farmi far di queste spese!... Ohibò!... Tu... (sempre ad Aglae) in castigo della burla che m'hai fatto, — e tu in castigo (ad Elèo) del non avermi mai detto niente — quando si ama la moglie si avvisa il marito — vi mariterete... E così imparerete.
Agl., El. (gettandosi entrambi commossi al collo di Mènecle) Ah Mènecle, mai!
Mèn. (con voce grave, liberandosi dall'abbraccio dei due, piangenti di commozione) Preferireste vivere, aspettando senza volerlo, senza saperlo, la morte mia?... (ad Aglae) Oggi tu ed io andremo dall'arconte, a deporre la scritta del divorzio insieme: e ci verrai a fronte alta, perchè tu rimani nella mia famiglia... (movimento di Aglae e di Elèo) già, nella mia famiglia... tu sposi mio figlio adottivo...[213].
Agl., El. Ah!...
Mèn. (proseguendo, ad Elèo) ... se non ti rincresce passare dalla tua nella mia tribù,[214] verrai meco dai fràtori del borgo di Alopéce, e sarai iscritto nel registro della fràtria mia, come mio figlio, — erede con lei (accennando Aglae) delle mie fortune, partecipe delle cose sante e sacre[215]. Porterai in nome Làmaco: il nome di mio padre caduto da valoroso a Samo... e nella famiglia di Mènecle al nome non si mente...
El. (abbracciandolo commosso) Padre! padre mio!...
(Aglae piange col volto nelle mani. Elèo vorrebbe dir qualcosa. Mènecle indovina il suo pensiero e lo previene).
Mèn. Quanto al tuo partire... c'è tempo...
El. (sorpreso) Che?
Mèn. Pelopida... gli ho parlato io. Non ne vuol seco più di undici. (con inflessione grave e seria) Li ha scelti già... (gesto vivo di protesta di Elèo) Non temere! Verrà il tuo giorno...
Agl. Oh Mènecle, la tua generosità...
Mèn. No, no, adagio, a parlare di generosità. In questo mondo la si scambia con la imbecillità; ed io invece, andate là, che i miei conti li ho fatti bene. Povero vecchio abbisognante, per i miei tardi giorni, di un affetto che li consoli, dovrei amareggiarmelo col pensiero che il mio vivere impedisce la vostra felicità? E che questa idea vostro malgrado si inframmetterà tra me e voi, vi renderà a vostra insaputa l'affezione a Mènecle un peso? Scambierei questo affetto vostro, così sincero e così puro, col bel conforto di sapere che il dì quando la Parca (sorridendo ad Aglae) — la scellerata Parca! — mi farà quel tal servizio, un sospiro non confessato di sollievo sfuggirà dai petti delle due sole persone che mi voglion bene? E mentre è sì dolce il nome di padre, dovrei vivere tutti i dì fra il dolor di non esserlo... e la tema di divenirlo!... scambiar la paura di avere un figlio con la gioia tranquilla di lasciarne, partendo, qui... due?
El., Agl. (vivissimamente) Partendo?
Mèn. (ad Aglae con voce affettuosa) Non sei più sola... Che resto a far qui? Ricordi le tue parole? «Quando fu il dì del bisogno, ci vollero questi vecchioni per liberare la città e le sue donne!» Laggiù a Tebe ci è bisogno. (con inflessione mesta, solenne, ai due giovani che fan per trattenerlo e lo guardano attoniti, commossi) Ci vogliono questi!... Vivere liberando donne, morire liberando città!
(Quadro).
CALA LA TELA.