I

Nel secolo XI, in quell'età funesta, in cui il Papato era in balìa or dei Crescenzi, or dei conti di Tusculo, il partito delle riforme prese nome e colore imperiale. Nessun'altra potenza all'infuori dell'Impero sarebbe riescita a liberare la Chiesa dalla soggezione de' nobili romani, e per conseguire quest'alto scopo i migliori ecclesiastici acconsentirono che l'elezione del Papa, sottratta al popolo romano, fosse affidata all'Imperatore, ed accolsero con gioia i pontefici nominati da lui Clemente II (1046-47), Damaso II (1048), Leone IX (1049-54), Vittore II (1054-57).[370]

Prima della nomina imperiale tre papi si contendevano l'alto ufficio, Benedetto IX dei conti di Tuscolo, nominato ancor dodicenne nel 1033; Silvestro III, levato su dalla fazione, che nel 1044 si ribellò contro il dissoluto pontefice; e finalmente Gregorio VI, il buon arciprete di S. Giovanni che per far cessare lo scisma avea comprata nel 1045 la tiara pel reddito dell'obolo di S. Pietro. Tutti e tre i papi furono deposti nel concilio di Sutri,[371] ed in luogo loro fu scelto da Enrico III il vescovo di Bamberga Clemente II, il quale convocato ben presto un solenne concilio nel gennaio del 1047 fulminò il primo decreto contro la simonia del clero, riconfermato due anni dopo da Leone IX.[372] Questo della compra e della vendita degli ufficii ecclesiastici era il primo abuso al quale si dovea por riparo, chè tutti gli ecclesiastici dal supremo Gerarca all'ostiario[373] non erano mondi di colpa. Ma insieme con questa un'altra riforma si reputava necessaria, quella del matrimonio dei preti. Perchè, sebbene il celibato fosse sino dai tempi remoti della Chiesa tenuto in grandissimo pregio, pure nel secolo decimoprimo eran tanti i preti ammogliati ed in Italia e fuori, che Leone IX temendo di mettere sul lastrico tante povere donne, permise che seguitassero a vivere coi loro mariti, purchè cessasse tra loro ogni commercio carnale.[374]

I mercatanti dei beneficii spirituali furon detti simoniaci da quel Simone Mago degli Atti degli Apostoli, che si fece cristiano per comprare a contanti il segreto dei miracoli apostolici, superiori ai suoi sortilegi.[375] Nicolaiti poi eran detti i sacerdoti o ammogliati o concubinari in ricordo di un'antica setta, menzionata nell'Apocalisse.[376] Ma non si deve credere che sotto questi nomi di Simoniaci o Nicolaiti rivivessero eretici, sostenenti con ragioni dommatiche la legittimità del traffico dei beneficii, o del matrimonio dei preti. Certamente non mancavano argomenti e storici e dottrinali in favore di quello che era allora il costume più generale. Si poteva ad esempio distinguere l'ufficio ecclesiastico dal beneficio temporale annesso; e sostenere che quest'ultimo al pari di tutti i beni e possessi fosse ben lecito cedersi od acquistarsi.[377] Si poteva aggiungere che la mercede chiesta dai chierici pei loro ufficii si dovesse tenere come una pia elemosina, perchè i ministri del Signore era ben giusto che vivessero a spese della comunità.[378] In quanto poi al matrimonio dei preti si poteva fare appello, come fecero i prelati milanesi, all'antica comunità cristiana, e alla autorità degli Evangeli e di S. Paolo.[379] Ma benchè non facessero difetto le ragioni, nè temessero di dirle coloro che dai decreti pontificii venivan colpiti, pure vere sètte eretiche allora non sursero per questi due capi. E la ragione forse sta in questo, che il moto ereticale di quel tempo era fieramente avverso tanto al matrimonio, quanto al possesso delle ricchezze, talchè i Catari si unirono piuttosto coi seguaci del Papa, che cogli avversarii suoi. E per tal guisa la simonia ed il concubinato vennero da tutti tenuti pel frutto non di un convincimento teorico, ma di una intemperanza pratica, che s'ha da punire e svellere dalle radici.

I decreti dei Papi, che richiamavano gli ecclesiastici a norme più rigorose di vita, incontravano dappertutto tenaci resistenze, ma più che altrove in Lombardia, dove il maggior numero dei sacerdoti per antica consuetudine avean moglie e figliuoli, e la vendita dei beneficii era uno dei maggiori proventi della nobiltà.[380] Oltrechè l'arcivescovo milanese, capo ad un tempo della Chiesa e dello Stato, s'era pressochè liberato dalla soggezione di Roma,[381] e sin da gran tempo antico la Chiesa di Lombardia si distingueva da tutte le altre in qualche particolarità liturgica.[382] Ma tutte queste ragioni, che rendevano così difficile l'introduzione delle riforme, servivano maggiormente ad eccitare lo zelo degli ecclesiastici che le voleano. Perchè un partito riformatore non poteva al certo mancare in Lombardia dove più aperto era il contrasto tra l'alto clero, ricco e sfarzoso, ed il basso povero ed oppresso. Tra queste due parti della Chiesa dovea esistere lo stesso antagonismo che separava la nobiltà maggiore o dei capitani dalla minore o dei valvassori, e l'una e l'altra dal popolo minuto. E coll'andare del tempo le due opposizioni formarono una sola, e gli artigiani, i commercianti, i servi della gleba si strinsero intorno al clero minore, e gli assicurarono la vittoria sull'alto clero. Così nacque in Lombardia la setta dei Patarini, a capo della quale si misero un sacerdote della classe dei valvassori, di nome Arialdo, ed un nobile della classe dei capitani, Landolfo.[383]

Chi erano codesti Patarini, e onde trassero il loro nome? E qual rapporto corre tra i Patarini, e i Catari, che di lì a poco vengono chiamati con evidente analogia di suono, Catarini? Che nei secoli posteriori i due nomi si scambino, e che l'abate Gioacchino non chiami in altro modo gli eretici dualistici se non patharenos, è fuor di discussione. Ma al principio il nome di Patarini ebbe un'origine ed un significato del tutto differente. Come ci dice Arnolfo, questa denominazione nacque per caso, e forse fu un termine d'ingiuria, che i fautori dell'alto clero appiccarono ai loro avversarî, come se dessero loro del cenciajuoli o cenciosi. Pataria infatti si diceva in Milano il luogo ove s'adunavano i Patari, ovvero i rivenduglioli di panni vecchi, e forse o perchè in quel luogo si tenessero le prediche e le adunanze dei novatori, o perchè il grosso del partito fosse formato da questi minuti trafficanti, o infine per le due ragioni insieme, certo è, secondo la testimonianza di un contemporaneo che da Pataria fu tratto il nome di Patarini.[384]

Non è a dire però che tra i Patarini non si cacciassero i Catari. Ricordo che gli eretici di Monforte furono per la prima volta noti nel 1045 in un viaggio che fece per la Lombardia l'arcivescovo Ariberto, predecessore di quel Guido, contro cui si levavano i Patarini. Ricordo che il numero dei Catari di Monforte era già salito a tremila e che i seguaci della nuova dottrina del castello della Contessa si erano sparsi per tutto il Milanese. Sarebbe veramente strano che gli eretici non si fossero valsi della propizia occasione, che offrivano i tumulti milanesi per spandere inavvertitamente la loro dottrina.[385] Tanto più che nella parte pratica erano del tutto d'accordo coi novatori, e se condannavano in tutti il matrimonio, tanto più lo doveano aborrire nei ministri del Signore; se predicavano il disprezzo delle ricchezze e della gloria mondana non potevano certo approvare il fasto ed il lusso dell'alto clero milanese. Ed in quanto alla parte teorica sapevano tacere a tempo quei dommi che non andavano ai versi del maggior numero. Solo a pochi e più fidi svelavano tutta la loro dottrina; nei nuovi affiliati bastava che gettassero i semi dai quali col tempo sarebbero germogliate le nuove convinzioni.[386]

Non è dubbio adunque che coi Patarini si sieno mescolati i Catari, ma certo i capi del movimento patarinico nè si credevano, nè erano per quel momento eretici; chè anzi tutti i loro atti, anche i più audaci e meno rispettosi della dignità sacerdotale furono approvati da Roma. Nè certo è da meravigliare perchè la Curia romana teneva a fare osservare i suoi decreti sopra tutto in Milano, ove l'arcivescovo già da gran tempo era divenuto l'emulo del Papa. Da gran tempo nella Chiesa milanese alitava tale spirito d'indipendenza, che quando il legato di Roma, Pietro Damiani, nell'assemblea raccolta in Duomo prese la presidenza spettante per grado all'arcivescovo, lo stesso popolo che giorni prima s'era ribellato all'alto clero, levossi quindi in furore per rivendicarne l'oltraggiata dignità.[387] Urgeva adunque di ridurre alla soggezione di Roma il riottoso primate, e col fiaccarne la potenza, che da signore feudale s'era acquistata, si facea un gran passo.

Ed a questa s'aggiungeva un'altra ragione perchè Roma si stringesse coi Patarini. L'arcivescovo Guido, creatura di Enrico III, e nominato da lui all'alta dignità, benchè non fosse della classe più nobile, era certamente legato alla causa imperiale molto più del suo predecessore Ariberto.[388] Per lo contrario la Curia Romana ed il partito delle riforme, che da principio avea commesse le sue sorti all'impero, alla morte di Enrico III, quando le fazioni presero a travagliare la corte della debole reggente gli si volse contro. Era ormai maturo il tempo, perchè il Papato, che per opera di Enrico s'era liberato dalla prepotenza dei conti romani, si liberasse alla sua volta anche dalla tutela imperiale. Nè tardò molto ad affermarlo pubblicamente il nuovo pontefice Niccolò II, il quale nel concilio del 1059 stabilì che da indi innanzi il Papa non sarebbe scelto nè dal popolo, nè dall'Imperatore, bensì dal collegio cardinalizio. Fiere opposizioni dovea suscitare quest'audace misura, e le suscitò di fatto; e la guerra apertamente dichiarata tra la Chiesa e l'Impero non poteva cessare nè agevolmente nè presto. In queste congiunture non giovava di certo alla Curia Romana che l'arcivescovato milanese conservasse e crescesse il suo prestigio all'ombra del favore imperiale. E ben si comprende come mettesse in opera tutti i mezzi per favorire i Patarini ai danni dell'arcivescovo, e della sua potestà temporale. A noi non tocca di rifare un racconto, già fatto maestrevolmente da altri;[389] ma ricordando le misure prese dalla Corte Romana lungo il ventennio delle lotte patariniche, mostreremo come la politica dei varii papi fosse sempre la stessa, nè si smentisse neanche se per favorire la Pataria ne fosse andata di mezzo la rigidità dell'ortodossia.

Quando i Patarini, cresciuti di numero in grazie della pietà di Arialdo e dell'eloquenza di Arnolfo, invasero a mano armata il Duomo per iscacciarne di viva forza l'arcivescovo, celebrante i divini ufficii, Stefano IX prese sotto la sua protezione i promotori di questa violenza, che a lui si appellarono dalla scomunica del sinodo provinciale. Ed i legati che il Papa mandò per comporre i dissidii della classe milanese, furono i più validi sostegni della Pataria, Ildebrando ed Anselmo di Lucca.[390] E l'altro legato Pier Damiani, che il nuovo papa Niccolò II mandò in Lombardia, benchè forse meno aspro dei suoi predecessori verso l'arcivescovo, lo condannò pure ad una grave multa in punizione della simonia, e lo costrinse a prestargli il giuramento, ed a sottoscrivere la dichiarazione, che d'ora innanzi somministrerebbe gratuitamente gli ordini, nè più oltre sopporterebbe il matrimonio o concubinato dei preti.[391] La resistenza dell'arcivescovo era ormai fiaccata, talchè fu obbligato a prender parte a quel concilio romano, che tra le nuove misure sulla nomina del Pontefice,[392] e la condanna dei simoniaci cacciò come di soppiatto un articolo contro le investiture laicali.[393] Ed in omaggio a questo articolo il primate di Milano ebbe a ricevere novamente dal Papa l'investitura già avuta da Enrico III.[394]

In questo stesso concilio fu preso per la prima volta contro i simoniaci ed i concubinarii un grave provvedimento, ripetuto dappoi molte altre volte. Si prescrisse, non dovere i fedeli ascoltare la messa di quel sacerdote che riconoscano per certa scienza concubinario.[395] I cronisti del tempo fecero le più alte meraviglie quando Gregorio VII ripropose questa misura, che capovolgea tutta la gerarchia, e facea dei laici i giudici del clero.[396] Ma dessa era un'arme di guerra, e guerra aperta si combatteva da gran tempo tra la Curia Romana ed il clero milanese. E le ire vie più si rinfocolarono quando alla morte di Niccolò i cardinali levarono sul soglio pontificio quell'Anselmo vescovo di Lucca, già legato in Milano, e creduto promotore delle agitazioni patariniche.[397] Nello scisma che allora insorse tra il Papa dei Cardinali e quello dell'Imperatrice, il clero milanese seguì in grande maggioranza le parti di quest'ultimo. E provocò nuovi rigori dalla Curia Romana, che ormai non abborriva di conseguire la vittoria col ferro e col fuoco. Talchè Alessandro II non dubitò di consegnare una bandiera pontificia nelle mani di Erlembardo, valoroso guerriero tornato testè dalla Palestina e succeduto al fratello Arnolfo nella difesa della causa patarinica.[398]

Quest'atto era la consacrazione della guerra civile; ma la Corte Romana ormai era decisa a tutto, perfino a scomunicare l'arcivescovo, pochi anni innanzi investito dallo stesso papa. Tale misura però dette il crollo alla bilancia; ed i Patarini furono sopraffatti dai nemici, e lo stesso Arialdo, costretto a fuggire, fu preso e messo a morte dalla nipote dell'arcivescovo.[399] L'alto clero trionfava, ma non sì che a capo di dieci mesi Erlembardo non potesse rifarsi dei suoi danni, e muovere armata mano contro l'Isola Madre per riscuotere dall'empia Jezabel, come ei la chiamava, il corpo del martire suo compagno.[400] Le sorti in breve ora mutarono, e rientrato Erlembardo in Milano colla venerata salma, riprese le persecuzioni contro l'alto clero, certo più spietate di prima. Non furono risparmiate nè le case nè le vite, e a tale si venne che i legati pontificii ebbero a dare ordini severi contro gli stessi loro partigiani.[401]

La lotta s'era fatta sempre più aspra; e non che smettere nuove ragioni s'apprestarono a rinfocolarla. L'arcivescovo Guido, che da venti anni reggeva la Chiesa di Milano, stanco dell'interminabile lotta, e ben sapendo che i Patarini prendevano accordi intorno al successore da dargli, pensò di cedere il suo ufficio ad un ecclesiastico, più nobile di lui, a nome Goffredo.[402] L'imperatore, Enrico IV, uscito da poco di tutela, accolse di buon animo la dimandata investitura, nella speranza che col nuovo arcivescovo i dissidii sarebbero cessati e l'autorità imperiale rinvigorita.[403] Ma per le opposte ragioni il papa non volle saperne di questa nomina, che frustrava i disegni da lungo tempo concepiti, e contraddiceva al canone contro le investiture laicali votate nel concilio del 1059. Perlochè Goffredo fu scomunicato[404] ed alla morte di Guido Erlembardo fece scegliere coll'intervento del delegato un sacerdote di nome Azzone.[405] Per tal guisa i partiti tornarono più accanitamente alle prese. L'alto clero fu talmente irritato dalla nuova scelta, che ruppe in aperta violenza, ed a furor di popolo fu trascinato il nuovo eletto alla chiesa di S. Maria, ed ivi più morto che vivo gli fu fatto giurare che non salirebbe mai sulla cattedra di S. Pietro.[406] Nè vi salì, ma non vi salì neanche Goffredo, combattuto fieramente da Erlembardo. (1071). A costui per verità non venne fatto d'impadronirsi del forte di Castiglione, ove l'arcivescovo scomunicato s'era rinchiuso; ma riescì in quella vece a sbarrare le porte di Milano, e a ridurre in sua mano il governo della città.

In quel tempo (1073) fu assunto al pontificato Ildebrando, l'amico ed il protettore di Erlembardo, e questi si credeva ormai così sicuro del suo potere, che ogni giorno più cresceva di audacia ed intemperanza. Così per mostrare il suo odio e disprezzo contro i vescovi, che aveano riconosciuto a lor capo uno scomunicato, calpestò pubblicamente l'olio da uno di loro consacrato, sostituendovi altro d'ignota provenienza. E ricusando i vescovi di somministrare il battesimo nelle ferie pasquali di quell'anno e del seguente, ingiunse ad un semplice prete Luiprando, che facesse le loro veci.[407] Contro queste violenze suonarono ben alte le grida del clero,[408] ed in occasione di un incendio, che in quel torno distrusse la bella chiesa, ove fu consacrato Attone, si disse essere codesto un giusto giudizio dell'empietà commesse. L'ira dei Milanesi allora non conobbe più freno; i nemici di Erlembardo non posero tempo in mezzo ad irrompere armata mano contro di lui, ed il valoroso capitano cadde colla spada in pugno, martire della sua fede.[409] Non però la morte di Erlembardo restaurò le forze di Goffredo; e lo stesso Enrico lo ebbe ad abbandonare, scegliendo in sua vece un uomo più accetto, Tedaldo.[410] Ormai i dissidii milanesi scomparivano nella lotta delle investiture[411] che per la sua grandezza supera tutte le altre finora combattute.