V

Una splendida prova del dominio del pensiero filosofico di S. Tommaso sulla letteratura è senza dubbio la Divina Commedia, nella quale con immagini, spesso nuove, sempre felici, sono chiarite le più astruse dottrine dell'Aquinate. Valga per tutti il XIII del Paradiso, in cui Dante mette in bocca a S. Tommaso stesso la dottrina dell'universale ante rem, o pensiero divino e dell'universale in re, raggiamento della divina luce.

Ciò che non muore, e ciò che può morire

Non è se non splendor di quell'idea

Che partorisce amando il nostro Sire.

Chè quella viva luce che sì mea

Dal suo lucente, che non si disuna

Da lui, nè dall'Amor che in lor s'intrea,

Per sua bontate il suo raggiare aduna,

Quasi specchiato, in nove sussistenze,

Eternamente rimanendosi una.

Quindi discende all'ultime potenze,

Giù d'atto in atto, tanto divenendo,

Che più non fa che brevi contingenze;

E queste contingenze essere intendo

Le cose generate, che produce

Con seme e senza seme il Ciel movendo.

La cera di costoro e chi la duce

Non sta d'un modo, e però sotto il segno

Ideale poi più e men traluce:

Onde egli avvien che un medesimo legno

Secondo spezie, meglio e peggio frutta.

E voi nascete con diverso ingegno.

Se fosse a punto la cera dedutta

E fosse il cielo in sua virtù soprema,

La luce del suggel parrebbe tutta.

Ma la natura la dà sempre scema

Similemente operando all'artista

Che ha l'abito dell'arte, e man che trema.

Nelle ultime terzine è sfiorato il problema dell'individuazione, e la cagione della varietà dei frutti di uno stesso albero vien posta parte nella materia, o nella cera, in cui s'impronta il segno ideale, e parte nella scarsa efficacia delle cause seconde. Imperocchè Dante, come ogni buon aristotelico, attribuisce la creazione delle individualità terrestri non direttamente al primo motore, ma a quella che Aristotele chiama natura, analoga in un certo senso all'anima del mondo di Platone. Seguitiamo: Se la materia è il principio individuante, non si può dare una materia non specificata, come sostenevano gli Scotisti. Questo cosiddetto sostrato universale è una astrazione filosofica; in realtà:

Forma e materia, congiunte e purette

Usciro ad atto che non avea fallo

Come d'arco tricorde tre saette.

(Parad., XXIX, 22).

Ed a quel modo che la materia non può essere staccata dalla forma, il corpo non può del tutto separarsi dall'anima, e l'integrità della persona umana sta appunto nell'intrinsecazione dei due elementi. Onde Salomone dice nel Par. XIV, 43:

Come la carne gloriosa e santa

Fia rivestita, la nostra persona

Più grata fia, per esser tutta quanta.

Ed è quindi ben naturale che gli spiriti eccelsi affrettino coi loro voti il giorno della risurrezione, chè anche nelle loro anime pure v'è quella tendenza irresistibile verso il corpo, che ammetteva l'Aquinate:

Tanto mi parver subiti ed accorti

E l'uno e l'altro coro a dicer amme,

Che ben mostrar disio dei corpi morti.

(Ivi, 61).

Il corpo adunque non può essere considerato come talmente estrinseco all'anima, che ella se ne possa spogliare o vestire come d'un abito, e debbono andar messe tra le fole le utopie platoniche e neoplatoniche della preesistenza e trasmigrazione delle anime, se pur sotto il velame di questi miti il grande filosofo non abbia voluto far trasparire una verità più peregrina.

Quel che Timeo dell'anima argomenta,

Non è simile a ciò che qui si vede,

Perocchè come dice par che senta.

Dice che l'alma alla sua stella riede,

Credendo quella quindi esser decisa,

Quando natura per forma la diede.

E forse sua sentenzia è d'altra guisa

Che la voce non suona, ed esser puote

Con intenzion da non esser derisa.

(Parad., IV, 49).

Nè questo solo è l'errore dei platonici, e degli interpetri platoneggianti di Aristotele, chè non contenti di avere così decisa o staccata l'anima dal corpo, dividono ancora l'anima stessa in parti tanto opposte fra loro, che, in luogo di frammenti di un tutto solo, sembrano al contrario diverse totalità, o anime separate. I fatti più ovvii della esperienza psichica stanno contro questo

error che crede

Che un'anima sovr'altra in noi s'accenda;

E però quando s'ode cosa o vede,

Che tenga forte a sè l'anima volta,

Vassene il tempo e l'uom non se ne avvede.

(Purg., IV, 5).

Per lo che alla teoria psicologica fondata sulla separazione assoluta delle facoltà, bisogna sostituire quella più giusta di Aristotele e S. Tommaso, che fa svolgere le facoltà superiori dalle inferiori; essendo la radice di queste potenze

un'alma sola

Che vive e sente e sè in sè rigira.

E perchè meno ammiri la parola,

Guarda il calor del sol che si fa vino

Giunto all'umor che dalla vite cola;

(Purg., XXV, 74).

E se tutte le facoltà dell'anima si svolgono le une dalle altre, anche l'intelletto passivo segue la stessa legge, nè v'ha teorica più assurda dell'averroistica che

fe' disgiunto

Dall'anima il possibile intelletto:

(Purg., ivi, 64).

Come pure è assurda la dottrina delle idee innate e la reminiscenza platonica; perchè

Esce di mano a lui che la vagheggia

Prima che sia, a guisa di fanciulla

Che piangendo e ridendo pargoleggia,

L'anima semplicetta che sa nulla,

Se non che, mossa da lieto Fattore,

Volentier torna a lui che la trastulla.

(Purg., XVI, 85).

Potremmo continuare per un bel pezzo a notare le più evidenti coincidenze tra le teoriche tomistiche e le dantesche e non pure in metafisica, ma in etica, in teologia, in esegesi biblica. In un sol punto Dante discorda dal suo maestro, nelle quistioni politiche, dove il dissidio è tanto più aperto per quanto più pieno fu l'accordo nelle altre dottrine.

L'antica e tragica lotta tra l'impero e il papato s'era già da un bel pezzo rinnovata con maggior vigore da Gregorio IX in poi. Non orpelli, non infingimenti da una parte e dall'altra, ma franca e solenne dichiarazione delle loro dottrine e dei loro fini. Gregorio afferma apertamente il diritto del papato alla signoria suprema su tutti i principi e popoli della terra, perchè lo stato non ha un valore intrinseco, ma quello solo che gli viene dall'autorità pontificia;[59] e dal canto suo Federico II, anticipando i tempi moderni, difende l'autonomia dello stato, l'indipendenza dalla podestà ecclesiastica ed il dritto e dovere di ridurre il papato alla povertà gloriosa dei primi secoli.[60] S. Tommaso prese parte alla disputa che ferveva animosa tra i giuristi imperiali, e i canonisti; e traendo le ultime conseguenze dai suoi presupposti filosofici sostiene apertamente le ragioni dei papi. Come l'anima esercita un assoluto dominio sul corpo, così il pontefice sui principi tutti della terra. Ei solo, rappresentante di Dio, è la fonte dell'autorità; e di seconda mano da lui la debbon ricevere tutte le altre potestà. Il pontefice sta all'imperatore come la splendida luce del sole al pallido chiarore della luna, e la spada che egli brandisce è di tanto più formidabile di quella che mette in pugno all'Imperatore, di quanto lo spirito vince la materia; e gl'interessi celesti sovrastano alle meschine gare della terra.[61] A queste dottrine, che sotto la sembianza di pietà religiosa nascondevano le più smodate passioni mondane, non sapeva acconciarsi l'anima fiera del gran fiorentino, e nella Divina Commedia e nel De Monarchia sdegnosamente vi si ribella. Strano contrasto tra i due sommi! S. Tommaso, del gentil sangue dei conti di Aquino, pronipote del Barbarossa e cugino del secondo Federico, rompendo colle tradizioni degli avi suoi, si caccia nel fitto della mischia, paladino di quella corte pontificia, che avea giurato e inesorabilmente compiuto lo sterminio di casa sveva. Dante, che da giovane combattè nelle file dei guelfi, ricredutosi per tempo dell'error suo, si converte alla fede ghibellina, ed il dominio temporale e le cupidigie e le ambizioni della corte romana sfolgora nelle tremende invettive del poema sacro. A quel genio divinatore ben presto si discoperse l'assurdo ed il danno della mistione dei due poteri, e con argomenti che calzano anche ai nostri giorni, sostenne arditamente l'autonomia dello stato, o per dirla col linguaggio del tempo, l'indipendenza dell'impero.[62]

Ma non a torto ei protesta di far parte da sè, chè le sue dottrine politiche, non del tutto conformi a quelle dei ghibellini,[63] s'inspirano a quello spirito umanistico, che fra non molto farà rinascere la tradizione ed il culto dell'antichità. Per Dante la storia antica non era chiusa peranco, nè poteva chiudersi giammai; imperocchè la Provvidenza affidò al popolo romano il primato su tutto il mondo, nè altra gente per alte virtù e gesta gloriose se ne rese più degna, nè accadrà mai che questa veneranda compagine dell'antico stato si dissolva. Al popolo romano adunque appartiene di diritto l'imperio, ed ei solo può commetterne a Cesare l'esercizio. Non il pontefice, non i principi tedeschi sono di diritto gli elettori dell'imperatore, ma solo il popolo di Roma.[64] Questa teoria bastava a combattere tutte le prentensioni guelfe; imperocchè se l'imperatore non deve al papa la elezione sua, non è obbligato a riconoscer da lui la sua autorità. Ma essa non era nata soltanto da un intendimento polemico, nè si può dire che sia un sogno da poeta. Fra non molto Ludovico il Bavaro, convocata un'assemblea popolare nel Campidoglio (11 gennaio 1328) chiederà la corona imperiale, che per solenne plebiscito gli sarà conferita. E più tardi campione dei creduti diritti di Roma si leverà un uomo singolare, il quale assunto il dimenticato nome di tribuno, affermerà l'autorità sua e il non vano suo potere di contro al papa e all'imperatore. E gli uomini più celebrati del suo tempo gli crederanno, ed il padre dell'umanismo, gl'indirizzerà una delle sue più belle canzoni,[65] e gli scriverà lettere di calda ammirazione, e per cagion di lui si raffredderà coi Colonna, vecchi suoi amici e protettori.

Ma benchè nel De Monarchia aliti questo spirito classico e democratico, pure il fondo del ragionamento è schietto medievale, ed affatto tomistiche le premesse che Dante pone per trarne conseguenze affatto opposte a quelle dell'Angelico. Anche egli, come tutti i filosofi di quel tempo, non sa concepire l'ideale se non incarnato in una meschina ed angusta realtà; onde stabilita la necessità dell'unificazione delle genti, la quale soffochi il germe di guerre intestine, vien di conseguenza che quest'unità si debba impersonare in un corpo politico, l'impero, ed in un uomo, l'imperatore.[66] Ma altri avrebbe potuto inferire il vero regno unico e cristiano esser la Chiesa, e la suprema autorità delle genti il Papa. Per toglier le conseguenze facea mestieri di negare le premesse, e dimostrare come l'unità del genere umano sia solo ideale, ed a tradurla in realtà vi si opponga non pure l'ordine delle cose, che vieta uno stato così mostruosamente sterminato; ma benanco le profonde ed insuperabili differenze che la natura e il corso della storia hanno poste tra le nazioni. Per siffatta guisa si scalzava quel falso realismo, che dando corpo alle ombre, popolava il mondo di realtà immaginarie. Ma opera siffatta non poteva essere tentata se non da un riformatore della filosofia, il quale in verità era già nato e negli ultimi anni della vita di Dante avea acquistata non poca fama nell'insegnamento.[67]