IV.
La relazione del cardinale con Vannozza continuò forse sino all'anno 1482, perchè questa, dopo Lucrezia, gli diede ancora un figliuolo, Jofrè, nato il 1481 o 1482.
Poscia la passione del Borgia per questa donna quasi quarantenne s'estinse. Nullameno riguardava in essa la madre dei figliuoli suoi, e la confidente di molti dei suoi misteri.
Vannozza, del resto, al marito suo Giorgio de Croce aveva partorito un figliuolo, a nome Ottaviano: per lo meno il bambino passò per figlio di colui. Essa, grazie agli aiuti del cardinale, crebbe di molto le sue entrate. In documenti legali ci si presenta qual locataria di alcune osterie in Roma; e presso Santa Lucia in Selce nel quartiere della Suburra acquistò una vigna e una casa di campagna, a quel che pare, da' Cesarini. Giorgio de Croce s'era fatto ricco; in Santa Maria del Popolo fondò una cappella per sè e per i suoi. Egli morì il 1486, e l'anno medesimo morì pure il figlio Ottaviano.[14]
La morte di lui addusse un mutamento nelle relazioni di Vannozza. Il cardinale incalzava, perchè la madre dei suoi figliuoli passasse a seconde nozze. Così avrebbe avuto chi potesse difenderla, ed assicurare alla casa una esistenza decente. Secondo marito fu un mantovano, Carlo Canale. Prima di venire a Roma, s'era già fatto conoscere per la sua cultura ne' circoli umanistici di Mantova. Abbiamo ancora la lettera di Angelo Poliziano, nella quale il giovane poeta raccomandava al Canale il suo Orfeo. Il manoscritto di questo primo tentativo drammatico, col quale s'iniziò la rinascenza del teatro italiano, era di fatto nelle mani del Canale. E questi, riconoscendo il merito del lavoro, incoraggiava il poeta ancora pauroso e di sè incerto.[15] Poliziano aveva composta la poesia a richiesta del cardinale Francesco Gonzaga, grande favoreggiatore della bella letteratura, e distesala in due giorni soltanto: e Carlo Canale era cameriere del cardinale. L'Orfeo fu composto verso il 1472. Morto nel 1483 il Gonzaga, il Canale andò a Roma, e si pose al servizio del cardinale Sclafetano di Parma. Qual confidente e suddito dei Gonzaga si tenne sempre legato con questa casa principesca.[16] Nella sua nuova condizione appoggiò le pratiche di Ludovico Gonzaga, fratello di Francesco, quando nel 1484, fatto vescovo di Mantova, venne a Roma per ottener la porpora.[17]
Il Borgia aveva già conosciuto il Canale sin da quando era al servizio del Gonzaga; e lo incontrò dappoi in casa Sclafetano. Se lo destinò a marito della sua vedova amica, fu in grazia dell'ingegno e delle aderenze di lui che potevano essergli utili. Dall'altra parte il Canale non potè annuire alla proposta di farsi marito della Vannozza se non per avidità di guadagno; e l'aver accettato mostra che la condizione sin allora tenuta di cortigiano di cardinali non l'aveva arricchito.
Il nuovo contratto di nozze fu rogato l'8 giugno 1486 dal notaio di casa Borgia, Camillo Beneimbene. Furon testimoni Francesco Maffei, scrittore apostolico e canonico di San Pietro, Lorenzo Barberini de Catellinis, cittadino romano, Giuliano Gallo, un noto mercatante romano, i signori Burcardo Barberini, De Carnariis, e altri molti. Come dote la Vannozza portava allo sposo, oltre altri donativi, la somma di 1000 fiorini d'oro, e il diploma dato gratuitamente al posto di sollecitatore delle Bolle papali. Nell'istrumento il matrimonio di Vannozza è espressamente indicato come il secondo. Ed è chiaro, si sarebbe invece parlato di terze o in generale di nuove nozze, ove quelle pretese prime con Domenico di Arignano avessero realmente avuto luogo.[18]
Nel contratto come abitazione di Vannozza, dove le nozze furono stipulate, è indicata la casa sua nel quartiere Regola, a Piazza de Branchis, nome che la piazza porta ancora da una estinta famiglia De Branca. Ciò mostra che dopo la morte del primo marito essa aveva dovuto abbandonar la casa a Pizzo di Merlo e passare in quest'altra a Piazza Branca. La quale doveva essere di proprietà di lei; mentre il secondo marito pare uomo sprovvisto di sostanze, che solo col matrimonio e con la protezione del potente cardinale sperava far fortuna.
Da una lettera del nominato Ludovico Gonzaga, del 19 febbraio 1488, risulta che il nuovo matrimonio di Vannozza non fu sterile. Il vescovo di Mantova incaricava il suo agente in Roma di fare in vece sua da padrino a Carlo Canale, che di tale onore avevalo richiesto. La lettera non aggiunge altro: pure ciò non può essere inteso che nel senso indicato.[19]
Non si sa in qual tempo Lucrezia abbandonasse la casa della madre e andasse per determinazione del cardinale in tutela ad una donna, che su lui e su tutta la famiglia Borgia esercitava grande influenza.
Questa era Adriana della casa dei Mila, figlia di Don Pietro, uno dei nipoti di Callisto III e cugino di Rodrigo. Quale stato costui tenesse in Roma, ignoriamo.
Egli sposò la figliuola Adriana con un membro della nobile casa degli Orsini, Ludovico, signore di Bassanello presso Civitacastellana. Essendosi Ursino Orsino, nato da questo matrimonio, ammogliato nell'anno 1489, è da tenere che la madre Adriana sia divenuta moglie almeno 16 anni prima. In quell'anno stesso 1489 il marito Ludovico Orsino era già morto.
Nello stato matrimoniale e poscia nella vedovanza Adriana abitò in Roma uno de' palazzi degli Orsini, probabilmente quello a Monte Giordano, di qua da Ponte Sant'Angelo. Di fatto più tardi nella eredità di suo figlio Ursino si nomina la parte, cui egli aveva diritto appunto su tal palazzo.
Il cardinale Rodrigo viveva in istrettissima relazione con Adriana. Essa era per lui più che congiunta: la confidente de' peccati suoi, de' suoi intrighi e de' suoi disegni, e tale la ebbe sino alla morte.
A lei affidò anche sin dalla tenera età la figliuola Lucrezia, perchè la educasse. Di questo fatto non si può dubitare. Si rileva da una lettera dell'ambasciatore di Ferrara in Roma, Giannandrea Boccaccio, vescovo di Modena, indirizzata al duca Ercole nell'anno 1493. A proposito di Madonna Adriana Ursina dice, che questa ha sempre tenuta ed educata Lucrezia in sua propria casa.[20]
Secondo il costume italiano, mantenutosi insino ad oggi, l'educazione delle figliuole era affidata a monache. D'ordinario le fanciulle, passati alquanti anni in un monastero, andavano poscia a marito ed entravano nel mondo. Se non che, se è vera la descrizione che l'Infessura ci porge delle condizioni dei monasteri di donne, anche il cardinale dovette esitar molto prima di confidare la sua figliuola a quegli stinchi di sante. V'erano nulladimeno anche monasteri, ove tanta indisciplinatezza non era penetrata, come forse San Silvestro in Capite, nel quale i Colonna facevano educare alcune delle loro figlie, ovvero Santa Maria Nuova o San Sisto sulla via Appia. Essendo il Borgia papa, Lucrezia scelse appunto l'ultimo di questi chiostri per asilo, forse per la ragione che già bambina v'aveva per un pezzo ricevuta l'educazione religiosa.
Fondamento della educazione di una donna italiana fu in ogni tempo la devozione per la Chiesa. Quella non era già rivolta a formare il cuore e l'animo; ma una bella forma di contegno religioso, mercè la quale la fede potesse dare una certa ritenutezza alla morale. Il peccare in sè non rendeva brutta niuna donna; ma dalla peccatrice, fosse pure la più dissoluta, il costume esigeva che adempisse tutti gli obblighi della Chiesa, e si mostrasse all'apparenza una cristiana ben composta. Donne scettiche e di libero spirito, si può dir, non ve n'erano; in quelle condizioni di socievolezza sarebbero state impossibili. Quell'empio tiranno, che fu Gismondo Malatesta di Rimini, edificò una magnifica chiesa, e in essa una cappella in onore della sua amante Isotta. E Isotta sicuramente non fu a nessuna seconda quanto a praticar in chiesa. Vannozza fece costruire e ornare una cappella in Santa Maria del Popolo. Fu in voce di donna devota, e non mica dopo la morte di Alessandro VI. Suprema delle sue cure materne, come di Adriana, fu, senza dubbio, di dare alla figliuola quel decente contegno cristiano; e Lucrezia se l'era appropriato tanto per bene, che più tardi un ambasciatore di Ferrara potè lodarsi delle sue maniere rigorosamente cattoliche.
È erroneo credere che qui si tratti di una ipocrisia. Questa implicherebbe un pensiero indipendente intorno ai problemi religiosi o un processo interiore e morale, ch'è estraneo affatto alle donne di quel tempo, e che in massima parte tal è tuttora alle donne italiane. La religione era ed è in Italia forma di educazione; e, per minimo che fosse il suo valore etico, era pur sempre una specie di bella formalità, nella quale la vita quotidiana era rinchiusa e assicurata come in una cornice.
Le figliuole di famiglie fornite di mezzi di fortuna non potevano nei chiostri attendere agli studii letterarii; ricevevano invece questa istruzione da maestri, dati forse loro in comune coi fratelli. Non ê un'esagerazione il dire, che le donne bennate nel XV e nel XVI secolo avevano una coltura più soda e più erudita di quella del tempo nostro. La ragione di ciò è da riporre non nella vastità, ma ben piuttosto nel carattere esclusivo e nella limitazione della coltura d'allora. Le mancava quel patrimonio immenso e veramente incalcolabile di materiali di civiltà, che lo svolgimento e il progresso dello spirito europeo nel corso di tre secoli ha generati. La coltura della donna nella Rinascenza si concentrava essenzialmente nell'antichità classica. Si lasciava da banda come di niun valore tutto quanto potesse allora meritare il nome di moderno. Per tanto era una coltura dotta. In quella vece la coltura odierna della donna non è più classica; ma trae esclusivamente alimento dal tesoro delle cognizioni moderne. Se non che appunto la varia e multiforme natura di queste le toglie oggi quel carattere posato e sicuro, facilmente ottenibile dalla donna della Rinascenza in una cerchia limitata di educazione. L'istruzione odierna delle donne, anche nella Germania, tanto lodata per le sue scuole, è suppergiù senza fondo e superficiale, anzi scientificamente nulla. Tutt'al più si riduce ad imparare un paio di lingue viventi e a suonare il pianoforte; e per questo si spende un tempo sterminato. L'eccessiva lettura de' giornali, de' libri di amena letteratura e de' romanzi quasi non lascia più agio alle nostre donne di acquistare una cultura seria. Nella Rinascenza il pianoforte non si conosceva; ma ogni donna bene educata usava suonare il liuto. Il romanzo era appena su' primi albori. Ancora oggi l'Italia è il paese, ove si produca e legga il meno in quel genere letterario. Ebbe, dopo il Boccaccio, novelle; ma anche queste piuttosto con parsimonia. Le poesie furono numerosissime; ma per metà scritte in latino. Il commercio librario e la stampa erano bambini. Il teatro sorto appena; e solo una volta l'anno, nel carnevale, si davano rappresentazioni drammatiche, e non su pubbliche, ma su scene private. Ciò che noi oggi chiamiamo letteratura o coltura internazionale, consisteva allora nello studio de' classici, cui si attendeva con passione. Quel luogo che nella educazione delle nostre donne hanno preso le lingue straniere, era tenuto allora dalla conoscenza delle lingue latina e greca.
Agl'Italiani della Rinascenza non entrava in mente il pregiudizio, che la famigliarità con queste ultime lingue, che il sapere erudito rompa il fascino della natura femminile; e che le donne in genere debbano tenersi in una sfera inferiore di coltura. È un pregiudizio codesto, come alcuni altri penetrati nelle società nostre, d'origine germanica. Ideale della natura della donna ai Tedeschi parve sempre l'amoroso governo della madre nella cerchia della famiglia. Per lunga pezza le donne tedesche schivarono ogni esistenza pubblica per un sentimento di pudore e di moralità. Le attitudini loro restaron nascose, tranne il caso che peculiari condizioni, specialmente vivendo in Corte o per ragioni dinastiche, non le costringessero a mostrarle. Riandando, anche sino ai tempi moderni, la storia della coltura dei popoli germanici, non si trova un numero così grande di caratteri di donne pubblicamente famose, quali l'Italia, la terra prediletta della personalità, ha possedute nella Rinascenza. L'influenza, esercitata da donne di alto intelletto sulla vita socievole italiana ne' secoli XV e XVI, e nel tempo posteriore in Francia sullo svolgimento spirituale e sociale, fu ignota in Inghilterra e in Germania.
Nulladimeno più tardi le condizioni della coltura femminile nei paesi germanici e nei latini si sono invertite. Si elevò in quelli, mentre in questi diè giù, massime in Italia. La donna italiana, che durante la Rinascenza si poneva a fianco dell'uomo, e gareggiava con lui per la palma della coltura, e prendeva amore ad ogni progresso spirituale, restò poscia indietro e in basso. Da due secoli in qua si tenne indifferente ed estranea del tutto alla più elevata sfera della vita nazionale. Divenne piuttosto, nelle mani del prete, istrumento di servitù spirituale. In cambio, alle donne germaniche la Riforma rese maggior libertà personale. E a cominciare soprattutto dagl'inizii del secolo XVIII anche la Germania e l'Inghilterra han potuto esporre la loro serie di donne largamente colte e anche erudite. Non è colpa della Chiesa, ma della moda, delle abitudini sociali, e un po' anche del manco di ricchezza nelle famiglie, se in Germania la coltura delle donne è in generale mediocre.
Ai nostri tempi in una scuola tedesca superiore, nella Svizzera, è stato fatto un primo tentativo di rinnovamento di quell'antica coltura erudita per le donne; quale fu intesa in Italia. L'impresa fallì, perchè si volle aggiungervi altri scopi, oltre quello della coltura, e perchè non fu tutta opera di donne germaniche. Ma per dubbioso e incerto che dovess'essere l'esito di tale tentativo scolastico, rispetto alle abitudini e disposizioni della donna, fu pur forse il segno di una incipiente riforma nella istruzione femminile.
Una donna dotta, per la quale oggi gli uomini sentono d'ordinario più avversione che rispetto, noi Tedeschi la chiamiamo, massime se scrive libri, dottoressa.[21] Nella Rinascenza la si chiamava Virago, predicato ch'era titolo d'onore. Jacopo da Bergamo nello scritto Sulle donne celebri, composto nel 1496,[22] l'adopera sempre come segno di distinzione. Raramente quella parola trovasi in scrittori italiani usata per significare quel concetto che comunemente sveglia in noi Tedeschi. Chiamavasi a quel tempo Virago la donna, che per coraggio, intelligenza e coltura si levava al di sopra delle altre. Tanto era più festeggiata, se con simili doti accoppiava grazia e bellezza. Imperocchè l'erudizione e la classica coltura presso gl'Italiani non eran nemiche delle grazie femminili. Piuttosto quelle davano a queste nuova e maggior forza. Dell'una donna o dell'altra Jacopo mai non tralascia di notare, che, quantunque volte mostravansi in pubblico come poetesse od oratrici, ciò che affascinava l'uditorio era appunto l'incredibile pudore e la decenza loro. Loda così Cassandra Fedeli; e di Ginevra Sforza ammira l'eleganza della forma, la grazia straordinaria in ogni movimento della persona, la franca regal maniera e soprattutto la morale bellezza. Altrettanto dice di Ippolita Sforza, moglie d'Alfonso d'Aragona, che in sè riuniva coltura finissima, meravigliosa eloquenza, bellezza rara e nobilissimo pudore femmineo. Ciò che allora chiamavasi pudore (pudor), altro non era che la colta grazia naturale di una donna altamente dotata: in una parola, la grazia svolta e perfezionata. Lucrezia Borgia ne era fornita a dovizia. Nella donna rispondeva a quel che nell'uomo era il decoro del perfetto cavaliere. Forse non senza maraviglia si leggerà, che alcuni contemporanei lodavano in Cesare, nell'uomo di sì trista fama, la modestia, come una delle qualità sue più spiccate. Ma anche ciò bisogna intendere sotto il rispetto della coltura della personalità, della quale era essenzial forma di educazione e di manifestazione la modestia nell'uomo, nella donna il pudore.
Certo nel secolo XV o nel XVI sui banchi delle scuole pubbliche in Bologna, Ferrara e Padova non sedettero donne emancipate, quali, non ha molto, se ne videro a Zurigo per attendere a studii pratici professionali. Ma le scienze stesse umanistiche, coltivate da giovani e da uomini, erano una necessità anche per l'alta coltura femminile. Come nel Medio Evo tènere fanciulle dedicavansi ai Santi del chiostro per divenir monache, così nella Rinascenza bambine straordinariamente dotate venivano offerte alle Muse. Jacopo da Bergamo, a proposito della Trivulzia di Milano, contemporanea di Lucrezia, che già a 14 anni suscitava per l'eloquenza sua incredibile ammirazione, dice: «Allorchè i genitori si accorsero delle straordinarie facoltà della bambina, la dedicarono quando aveva appena sette anni alle Muse, e la confidarono a loro, perchè la educassero.»
Gli studii scientifici delle donne comprendevano allora le lingue classiche e i tesori letterarii delle stesse, l'eloquenza, la poesia, l'arte cioè di versificare, e la musica. Il dilettantismo nelle arti del disegno nacque naturalmente di per sè. La grande copia di creazioni artistiche della Rinascenza porgeva modo ad ogni donna colta italiana di acquistare senza fatica gusto e senso pel bello artistico.
Filosofia e teologia entravano esse pure nella coltura perfetta della donna. Dispute intorno a problemi relativi a tali discipline avevan luogo nelle corti e nelle sale delle Università tutti i giorni; e non mancavano donne aspiranti alla gloria di prendervi parte e illustrarvisi. La veneziana Cassandra Fedeli, un miracolo del tempo, sullo scorcio del secolo XV era tanto addentro nella filosofia e teologia quanto ogni dotto uomo. Essa disputava in pubblico con molta grazia, tra l'entusiasmo degli ascoltatori, in presenza del doge Agostino Barbarigo, e sovente nella pubblica scuola di Padova. La bella moglie di Alessandro Sforza di Pesaro, Costanza Varano, era versata nella poesia, eloquenza e filosofia. Scrisse molti dotti trattati. «Aveva quotidianamente tra mano gli scritti di Agostino, Ambrogio, Jeronimo e Gregorio, quelli di Seneca, Cicerone e Lattanzio.» Egualmente erudita la figliola, Battista Sforza, la nobile moglie di quel coltissimo uomo di Federico da Urbino. E della famosa Isotta Nugarola di Verona si racconta, che fu pienamente familiare coi libri dei Padri della Chiesa e dei filosofi. Nè erano poi sconosciuti ad Isabella Gonzaga ed Elisabetta di Urbino, per non dire di altre che subito dopo vennero del pari in celebrità, quali Vittoria Colonna e Veronica Gambara. I nomi di queste e di altre donne indicano il culmine della coltura femminile nella Rinascenza. E quando pure l'ingegno e l'istruzione loro fossero stati per ogni tempo eccezionali, è certo che quegli studii, che in sì alto grado si appropriarono, non entravan punto per eccezione nella sfera di coltura delle donne bennate. Eran coltivati invece per complemento della personalità e per render più adorna l'esistenza socievole. La frivolezza delle conversazioni nostre è veramente sconfinata: a siffatta vuotaggine si cerca rimedio nel canto e nel suono del pianoforte. Certo nelle sale stesse della Rinascenza le cose non saranno sempre ite come nei simposii platonici; e quelle dispute nelle conversazioni sarebbero oggi per noi motivo di noia insopportabile. Non di meno i bisogni d'allora eran diversi. Un discorso bello e pieno di spirito tra gente di valore e finamente educata, dandogli una tinta e un carattere di classicismo, introducendovi pensieri tolti da antichi autori; ovvero svolgere e compiere dialogizzando un discorso sopra un dato tèma: era questo l'altissimo de' diletti per la socievolezza d'allora. Questa forma di conversazione propria alla Rinascenza, toccò più tardi in Francia la vera altezza dell'arte. Il Talleyrand la chiamava la più bella e più grande felicità dell'uomo. Il dialogo classico rifiorì, con questo progresso, che vi pigliavan parte anche donne altamente istruite. Come modelli di siffatta elegante e geniale socievolezza valgono il Cortegiano del Castiglione e Gli Asolani, che il Bembo dedicò a Lucrezia Borgia.
La figlia di Alessandro non ebbe grido fra le donne italiane classicamente colte; mentre sembra l'educazione di lei non essersi di molto levata oltre il livello comune. Ma pel tempo suo ricevette istruzione compiuta. Aveva imparato le lingue, la musica e le arti del disegno; e più tardi in Ferrara la sua abilità artistica nel fare bei ricami in seta e oro fu oggetto di ammirazione. «Parlava spagnuolo, greco, italiano e francese, un tantino anche e correttamente latino; e in tutte queste lingue scriveva e faceva versi:» così di lei il biografo del Bayard nel 1512. Sotto l'influenza del Bembo e dello Strozzi, Lucrezia potè più tardi, nel periodo più tranquillo della vita sua, perfezionare la sua educazione. Pure è certo che dovette averne gettate le basi in Roma. Essa era ad una volta spagnuola e italiana; e delle lingue de' due paesi fu interamente padrona. Delle lettere sue al Bembo due sono scritte in spagnuolo: le molte altre — più di 100 — che ancora di lei rimangono, sono in italiano di quel tempo, semplici nell'espressione e spigliate nel concetto. Per contenuto non hanno importanza di sorta: v'appariscono l'animo e il sentimento, ma nessuna profondità spirituale. La calligrafia non è sempre uguale: talvolta ha tratti duri e forti, che ricordano la maniera di scrivere tutta piena di energia del padre; tal'altra è netta e fine come quella di Vittoria Colonna.
Nessuna delle lettere prova che Lucrezia comprendesse il latino; e il padre stesso ebbe una volta a dire com'ella non ne fosse padrona del tutto. Ad ogni modo doveva essere in grado d'intendere le scritture latine; altrimenti Alessandro non averebbe potuto più tardi farla sua rappresentante in Vaticano, con facoltà di aprire le lettere. Similmente gli studii di lei nel greco non devono essere stati molti serii; pure non è a dire che l'ignorasse affatto. Nella sua gioventù fiorivano ancora in Roma le scuole di letteratura greca, che vi andarono crescendo dopo il Crisolora e il Bessarione. Nella città dimoravano sempre molti Greci, parte esuli dalla Grecia, parte venuti con la regina Carlotta di Cipro. Questa principessa così vaga di avventure visse, sino alla morte, nel luglio 1487, in un palazzo del Borgo Vaticano, ove teneva corte e forse raccoglieva a sè d'intorno la gente dotta di Roma, come appunto usò molto più tardi la colta regina Cristina di Svezia. Nella casa di lei il cardinal Rodrigo doveva aver conosciuto, fra gli altri nobili Ciprioti, anche Ludovico Podocatharo, che fu poi suo secretario. Forse fu questi che insegnò il greco ai bambini Borgia.
Nel palazzo del cardinale viveva pure un umanista tedesco, Lorenzo Behaim di Nurenberga. A questo fu per 20 anni affidato il governo di casa Borgia; e poichè era latinista e membro dell'Accademia romana di Pomponio Leto, è naturale che la presenza sua non fosse senza una certa influenza sulla educazione dei figliuoli del suo signore. Del resto, d'insegnanti nelle scienze umanistiche non era difetto in Roma. Eran quelle nel loro fiore. E l'Accademia come l'Università producevano grande copia di uomini d'ingegno. V'erano quindi molti maestri che tenevano scuola, e molti giovani eruditi, accademici attivi e operosi, che in parte cercavano far fortuna alla Corte de' cardinali, come uomini di compagnia e secretarii, o come insegnanti dei loro bastardi. Anche Lucrezia ebbe da tali maestri lezioni di letteratura classica. Quanto alla poesia italiana o alla virtuosità di far sonetti, allora universalmente comune anche alle donne, essa potette facilmente apprenderla da uno de' tanti poeti, che allora vivevano in Roma. Imparò senza dubbio a far versi; ma nulla dava diritto agli storici della letteratura Quadrio e Crescimbeni ad assegnarle un posto nella poesia italiana. Di fatto nè il Bembo nè Aldo nè lo Strozzi l'hanno giammai nominata come poetessa, nè di lei si conoscono poesie. Anche le canzoni spagnuole, che si trovano nelle sue lettere al Bembo, nemmeno è certo che siano composizioni sue.