VI.
Il 25 luglio 1492 accadde ciò che i Borgia da tempo e con tanto ardore avevano sospirato e atteso, la morte di Innocenzo VIII. Quattro cardinali erano allora, a preferenza di tutti, candidati al Papato, Raffaele Riario e Giuliano Della Rovere, i due potenti nepoti di Sisto IV; quindi Ascanio Sforza e Rodrigo Borgia.
Per la famiglia di quest'ultimo, sino a che la nuova elezione non fu decisa, trascorsero giorni di ansietà febbrile. Dei figliuoli di lui erano in Roma soltanto Lucrezia e Jofrè, ambedue in casa Madonna Adriana. Vannozza viveva nella propria col marito Canale, che da un pezzo copriva la carica di Scrittore della Penitenzeria. Essa aveva allora 50 anni, e null'altro le restava a desiderare in vita che di veder effettuato il supremo e più fervido voto dell'animo suo, di veder salire il padre dei suoi figliuoli sul trono papale. Santi del Cielo! Con quante preci e con quali promesse solenni non saranno stati assaliti, perchè esaudissero quel voto! E con quante e quali non gli avranno pur tempestati Madonna Adriana, Lucrezia e Giulia Farnese!
L'11 agosto, di buon mattino, anelanti messi potettero a quelle donne recare dal Vaticano la nuova, che Rodrigo Borgia era uscito vincitore dal difficile agone. A lui, maggiore offerente, il Papato era stato venduto. Nella elezione il cardinale Ascanio aveva dato il tratto alla bilancia; e in guiderdone ebbe la città di Nepi, il posto di Vicecancelliere e il palazzo Borgia. Ancora oggi questo porta il nome di Sforza Cesarini.
Quando, la mattina dopo l'avventuroso giorno, Alessandro VI dalla sala del Conclave fu portato giù in San Pietro per ricevervi i primi omaggi, lo sguardo suo, raggiante di gioia, dovette fra la stipata moltitudine cercar le persone a lui care. Dovettero invero queste esser forse le prime a venire per festeggiare sì gran trionfo. Da lungo tempo Roma non aveva più visto un nuovo Papa dalla figura così piena di maestà e bellezza. Il suo modo di vita era generalmente noto a tutti. Pure niuno in quel momento lo conosceva tanto intimamente quanto quella donna, Vannozza Catanei. Essa se ne stava certamente ginocchioni in San Pietro, mentre fra i sacri cantici della Messa le immagini di un peccaminoso passato le agitavan l'animo.
Non tutte le Potenze accolsero sospettose l'elezione del Borgia. In Milano Ludovico il Moro dispose pubbliche feste; credeva, mercè l'influenza del fratello Ascanio, diventare egli stesso un mezzo Papa. Molto s'aspettavano da Alessandro i Medici; meno gli Aragonesi di Napoli. Incollerita si mostrò Venezia. L'ambasciatore della Repubblica, già nell'agosto, dichiarava apertamente che la Santa Sede era stata venduta con simonìa e molte ribalderie, e che la Signoria di Venezia era convinta che Francia e Spagna negherebbero obbedienza al Papa, non prima fossero venute in sentore di tali empietà.[30]
Frattanto con omaggi infiniti Alessandro VI riceveva il riconoscimento di tutti gli Stati italiani. La festa della sua esaltazione, il 26 agosto, fu solennizzata con pompa straordinaria. L'arme dei Borgia, un bove che pascola, fu vista in sì varii emblemi e figure e con tanti epigrammi salutata, che un satirico avrebbe potuto dire, festeggiarsi in Roma il ritrovamento del divino Api. Più tardi il bove dei Borgia è stato bene spesso bersaglio alla più avvelenata satira; ma sugl'inizii del reggimento di Alessandro era molto ingenuamente il portatore simbolico della magnificenza papale. Simbolismo di tal fatta oggi muoverebbe al riso e al sarcasmo; ma il senso plastico degl'Italiani d'allora lo trovava naturale.
Allorchè Alessandro, nella processione solenne al Laterano, passò innanzi al palazzo dei suoi fanatici partigiani, i Porcari, un fanciullo della casa con molta espressione e passione declamò alcuni distici, la cui chiusa suonava così:
Vive diu bos, vive diu celebrande per annos.
Inter Pontificum gloria prima choros.[31]
Bisogna leggere le relazioni di Michele Ferno e di Jeronimo Porcio sulla festa dell'incoronazione e su' discorsi di obbedienza degli ambasciatori italiani per formarsi una idea sin dove giungesse allora l'adulazione. Certamente oggi noi possiamo con difficoltà immaginare quell'imponente spettacolo, in cui un Papa dalla natura largamente favorito si presentava sul teatro di Roma, in un tempo che il Papato vi toccava appunto la più superba altezza. È vero che a siffatto culmine lo aveva sospinto, non il bene della Chiesa, non la religione da lungo profanata, ma il lusso del tempo e la politica moderna. Nulladimeno dal Medio Evo in poi un certo fondo interiore tradizionale s'era pur sempre mantenuto, che costringeva i credenti alla venerazione.
Il Ferno in un luogo osservò, che tutta la storia della terra non offriva nulla da esser comparato con l'elevatezza del Papato e con questo culto reso ad una persona. E l'autore non era già un papista bigotto, ma sì un zelante discepolo di Pomponio Leto. Egli era però, come tutti quei romantici del classicismo, di una impressionabilità estrema per ogni effetto teatrale. E così non trova abbastanza parole per descrivere una processione di Alessandro a Santa Maria del Popolo: quella moltitudine di uomini riccamente adorni, che festosa si muove ed agita; e i 700 preti e cardinali coi loro famigliari; e quegli splendidi corteggi di cavalieri e grandi di Roma, e gli arcieri e cavalieri turchi; e quella guardia palatina dalle lunghe alabarde e dagli scudi rilucenti; e i dodici cavalli bianchi dagli aurei freni, condotti a mano, e le innumerevoli altre decorazioni della sfarzosa comparsa. Processione simile, pari a corteo trionfale, che oggi non potrebbe avere luogo che dopo lunga e molta preparazione, il Papa può improvvisarla ad ogni istante, perchè attori e guardaroba son sempre lì, bell'e pronti. Pel Papa è occasione di mostrarsi una volta ai Romani; sicchè Sua Santità si porge al popolo oggetto di divertimento e di festa.
Il Ferno poi dipinge il Borgia stesso come un vero semidio, sceso dal cielo. «Egli cavalca sopra cavallo bianco come neve con serena fronte, con dignità istantaneamente maestosa; così si presenta al popolo; così benedice tutti; così è la mira di tutti gli sguardi; così pure lo sguardo suo penetra per tutto; così tutto rallegra; così l'apparizione sua è per tutti segno di buon augurio. Quanto maraviglioso quel dolce abbandono della sua fisionomia; la schietta nobiltà del suo volto, e la liberalità del suo sguardo. Questo rigoglio e contegno di disinvolta bellezza e la fresca e piena sanità del corpo come non accrescono la venerazione ch'egli ispira!» Così e non altrimenti deve, a parere del Ferno, essersi mostrato un tempo Alessandro il Grande. Era un'idolatria, insomma, della quale si continuava a circondare il Papato, senza che mai alcuno prendesse la pena di domandarsi qual fosse l'intima e personale essenza dell'idolo fastoso.
Il giorno della incoronazione Alessandro nominò il figlio Cesare, giovanetto di 16 anni, vescovo di Valenza. Lo nominò, senza esser sicuro dell'assentimento di Ferdinando il Cattolico. E in realtà questo monarca resistette a lungo pria di concederlo, avvegnachè per tal guisa i Borgia facessero del primo Vescovado di Spagna un loro possedimento ereditario. Cesare intanto non era a Roma alla festa d'incoronazione del padre. Il 22 agosto, undici giorni dopo l'elezione di Alessandro, l'ambasciatore ferrarese Manfredi in Firenze informava la duchessa Eleonora d'Este «il figlio del Papa, vescovo di Pampelona, che era all'Università di Pisa, essersi il mattino avanti di colà partito per comando del padre e andato nella cittadella di Spoleto.»
Quivi trovavasi ancora Cesare il 5 ottobre, avendo in quel giorno da Spoleto mandato lettera a Piero de' Medici. Questo scritto al figlio di Lorenzo, fratello del cardinale Giovanni, è concepito in termini, che implicano confidenza molta tra lui e Cesare. Questi vi dice, che per la improvvisa partenza da Pisa non aveva più potuto abboccarsi con lui, ma che il precettore suo, Giovanni Vera, n'avrebbe fatto le parti. Raccomanda anche il suo fido famigliare Francesco Romolini pel posto di professore di Diritto canonico in Pisa, preferendo questo dotto uomo la carriera dell'insegnamento alla ecclesiastica. La lettera è firmata: «Come fratello Vostro Cesare de Borja, eletto di Valenza.»[32]
Se Alessandro non fece immediatamente venire il figliuolo a Roma, fu, senza dubbio, per confermare ciò che solennemente aveva dichiarato, di tenersi puro dal nepotismo. Probabilmente vi fu un momento, in cui la ricordanza dello spettacolo dato da Callisto, da Sisto e da Innocenzo lo indusse a riflettere e far proponimento di temperare l'amore suo pei congiunti. Nondimeno la nomina di suo figlio a vescovo il giorno stesso della incoronazione già mostrava che il proposito non era serio. Nell'ottobre Cesare era già in Vaticano, ove ora i Borgia si posero al posto dei miserabili Cibo.
Il primo settembre il Papa fece cardinale Giovanni Borgia, seniore, vescovo di Monreale. Era questi figliuolo di sua sorella Giovanna. Il Vaticano s'andava popolando di Spagnuoli, parenti o amici della casa ora onnipotente. Vi accorrevano avidi di fortuna e di onori. «Nemmeno dieci papati basterebbero a sbramare tutto questo parentado;» così, già nel novembre 1492, Giannandrea Boccaccio al duca di Ferrara. Fra i più prossimi amici di Alessandro, Giovanni Lopez fu suo Datario, Pietro Garanza e Giovanni Marades furono suoi camerieri secreti. Rodrigo Borgia, un pronipote del Papa, divenne capitano della guardia palatina, comandata prima di lui da un Doria.
Ben presto Alessandro pensò a provvedere in modo più splendido a sua figlia. Volle che non si parlasse più degli sponsali con un gentiluomo spagnuolo. Solo un principe poteva ottenerne la mano. Ludovico ed Ascanio gli proposero il loro parente, Giovanni Sforza; ed egli lo accettò per genero. Comunque colui non fosse che Conte di Cotognola e Vicario della Chiesa per Pesaro, pure nel suo dominio era indipendente e apparteneva alla illustre casa Sforza. E nei primi tempi Alessandro s'era legato con gli Sforza tanto strettamente, che il cardinale Ascanio era in Roma onnipotente. Giovanni Sforza, un bastardo di Costanzo di Pesaro, e successore di lui in quel dominio solo per grazia di Sisto IV e d'Innocenzo VIII, era uomo di 26 anni, di bello aspetto e largamente colto, come, a un dipresso, tutti i piccoli tiranni italiani. Nel 1489 erasi sposato con Maddalena, la bella sorella di Elisabetta Gonzaga, il giorno stesso in che quest'ultima si unì in matrimonio col duca Guidobaldo di Urbino. Ma dagli 8 d'agosto 1490, morta la moglie di cattivo parto, era rimasto vedovo.
Lo Sforza fu prontissimo ad accettare la mano della giovane Lucrezia, prima che altro dei molti pretendenti gliela togliesse via. Da Pesaro si condusse primieramente a Nepi, città data da Alessandro VI al cardinale Ascanio. Vi si trattenne pochi giorni, e quindi il 31 ottobre 1492 mosse secretamente per Roma. Quivi prese stanza nel palazzo del cardinale di San Clemente, che Domenico Della Rovere aveva edificato in Borgo, e che esiste ancora ben conservato rimpetto all'altro Giraud-Torlonia. L'ambasciatore ferrarese informò il suo signore dell'arrivo dello Sforza, osservando che colui sarebbe uomo grande sino a che regnerebbe quel Papa. E dava poi ragione del mistero, in cui lo Sforza tenevasi, notando come in quel tempo si trovasse in Roma anche secretamente quegli, che era già legalmente promesso sposo di Lucrezia.[33]
Il giovane conte Gasparo era di fatto venuto col padre a Roma, per dare effetto a' diritti suoi su Lucrezia, che ora appunto promettevano vantaggi così smisurati. Vi trovò invece un rivale nascoso, ma pubblicamente riconosciuto per tale; e andò sulle furie, quando il Papa si fece a richiederlo di una formale rinunzia. Per tal modo Lucrezia, fanciulla appena di 12 anni e mezzo, era involontario soggetto di litigi tra due pretendenti, ed insieme la prima volta motivo di pubblico scandalo. Il 5 novembre l'ambasciatore di Ferrara scriveva al suo signore: «Qui si fa un gran parlare di questo matrimonio di Pesaro; il primo sposo è ancora qui, e da vero Catalano fa molte bravate, protestando che leverà rimostranze presso tutti i principi e potentati della Cristianità; pure, il voglia o no, bisognerà pigliarsela con pazienza.» E lo stesso scriveva il 9 novembre: «Faccia il Cielo che il matrimonio di Pesaro non porti sciagura. Sembra il Re (di Napoli) aver espresso al proposito il suo dispiacere, stando almeno a ciò che Giacomo, il nipote del Pontano, ha detto l'altr'ieri al Papa. L'affare pende ancora sospeso; ad ambo le parti si dànno buone parole, voglio dire, al primo come al secondo sposo. Entrambi son qui. Pure si crede che a Pesaro sia serbata la vittoria, soprattutto perchè la causa sua è difesa dal cardinale Ascanio, che a parole come a fatti è potente davvero.»
Frattanto agli 8 novembre il contratto di matrimonio tra Don Gasparo e Lucrezia fu giuridicamente risoluto. Lo sposo e il padre di lui espressero soltanto la speranza, che l'unione potesse non per tanto avverarsi a circostanze più propizie. E all'uopo Gasparo prese impegno di non maritarsi con altra, prima che un anno fosse decorso.[34] Eppure non fu per questo Giovanni Sforza sicuro del trionfo. Ancora il 9 dicembre l'agente mantovano Fioravante Brognolo scriveva al marchese Gonzaga: «L'affare dell'illustre signore Giovanni di Pesaro è tuttora indeciso; sembrami che quel gentiluomo spagnuolo, cui la nipote di Sua Santità era promessa, non voglia rinunziarvi; egli ha anche molto séguito in Spagna; cosicchè è intenzione del Papa di lasciar maturare questa faccenda prima di risolverla.»[35]
E insino nel febbraio 1493 si parlò pure di un matrimonio di Lucrezia con lo spagnuolo Conte de Prada, nè si sposò con Giovanni Sforza che quando quel disegno fu sfumato.[36]
Quest'ultimo era frattanto tornato a Pesaro, donde mandò a Roma Niccolò de Savano suo procuratore per concludere i capitoli matrimoniali. Il conte d'Aversa cedette alla forza, e si tirò indietro, facendosi pagare il silenzio con 3000 ducati. Allora, il 2 febbraio 1493, le nozze dello Sforza con Lucrezia furono con formale istrumento stipulate in Vaticano; e, oltre l'ambasciatore di Milano, vi presero di nuovo parte come testimoni i più intimi amici e familiari di Alessandro, Giovanni Lopez, Giovanni Casanova, Pietro Caranza e Giovanni Marades. La figliuola del Papa ebbe 31,000 ducati in dote: entro l'anno doveva esser condotta dallo sposo nel paese di lui.[37]
Quando la nuova della cosa giunse a Pesaro, il fortunato Sforza diede una festa nel suo palazzo. Si ballò nella grande sala, e, condotte da monsignor Scaltes, ambasciatore del Papa, le coppie uscirono dal castello danzando. Per modo che si continuò così per le strade della città fra gli applausi del popolo.[38]