X.
Grazie all'energia d'Alfonso e ai supremi sforzi dello Stato, la guerra contro Ferrara era cessata. Pure Giulio II aveva tolto allo Stato Modena e Reggio; perdita gravissima per la casa d'Este, tanto che la storia di Ferrara per parecchi anni si concentrò tutta nell'intento di riconquistare le due città. Per fortuna d'Alfonso Giulio II morì nel febbraio 1513. Sulla Santa Sede gli successe Leon X. Aveva costui insino allora mantenuto amichevoli relazioni con i principi d'Urbino e di Ferrara, i quali non sapevano da lui aspettarsi che atti d'amicizia. Ma proprio per mano di questo Medici, uomo falso, che riuscì a trarre tutti in errore, dovevano quelle due case subire i più amari disinganni. Alfonso andò in tutta fretta a Roma per l'incoronazione di Leone, e se ne tornò a Ferrara con le migliori speranze in una intera e perfetta riconciliazione con la Santa Sede.
Lucrezia in Ferrara s'era acquistata stima e affetto presso l'universale. Era divenuta la madre del popolo. I miseri e gli afflitti trovavano presso di lei ascolto e soccorsi. Carestia e indigenza e finanze esauste: tali erano state le conseguenze della guerra. Lucrezia si spogliò de' suoi ornamenti e delle sue gioie, e gli pose in pegno. Rinunziò, come il Giovio la lodava, alla pompa e alla vanità del mondo, cui dalla prima giovanezza era usa. Si diede ad una vita religiosamente devota; fondò istituzioni monastiche e ospedali. Che tutto questo facesse, non v'è a maravigliarsi. Ciò s'accordava con la natura della donna non solo, ma col suo passato e con le sofferte vicissitudini. La più gran parte delle donne, che han molto vissuto ed amato, finiscono bigotte. E la bigotteria è sovente l'ultima forma, che alla vanità della donna rimane a prendere. La rimembranza di un mondo pieno di vizii e di delitti commessi dalle persone a lei più prossime, e fors'anco la memoria delle colpe proprie, non potevano cessare di tormentar l'animo di Lucrezia. E così anche quelle altre donne, che insieme o prima di lei avevano preso parte, quali personaggi principali, alla storia dei Borgia, si trovarono in condizione interiore identica, e provarono lo stesso bisogno di religioso conforto. La vedova di Cesare finì la vita in un chiostro; altrettanto fece la vedova di Gandia. Anche la vedova di Alessandro VI divenne una vecchia bacchettona. E, se ne fossero giunte nuove sino a noi, senza dubbio troveremmo pure l'adultera Giulia Farnese, in sul tramonto della vita, se non fatta santa in un monastero, immersa in quotidiane pratiche di devozione.
L'anno 1513, in cui fu messo termine alla guerra contro Ferrara, segnò un nuovo periodo nella vita di Lucrezia. D'allora in poi prese decisamente quel devoto indirizzo; il quale però non degenerò in bacchettoneria fanatica: le valsero in questo d'impedimento la pratica energia d'Alfonso, le cure per la famiglia e pei figliuoli, i doveri della corte. La corte di Ferrara aveva per la guerra perduto molto del suo splendore; pure fra le Corti d'Italia rimaneva sempre una delle più ragguardevoli. Alfonso stesso dedicò alcuno degli anni di pace, che seguirono, al culto delle arti. Lavoravan per lui nel castello, come anche a Belriguardo e a Belfiore, i migliori maestri di Ferrara, quali il Dossi, il Garofalo e Michele Costa. Il Tiziano, che alcuna volta fu ospite in Ferrara, dipinse per lui; ed anche a Raffaello ei diè commissioni. Fondò similmente un museo di antichità. Nel suo gabinetto Lucrezia aveva un Cupido di Michelangelo. Nondimeno il trasporto della duchessa per le cose d'arte non era molto vivo, e non paragonabile nemmeno alla lontana con la passione della cognata Isabella di Mantova, la quale era in relazione con gli artisti più famosi del tempo suo e teneva agenti in tutte le grandi città d'Italia, con l'incarico d'informarla d'ogni nuovo prodotto delle arti belle.
Dopo il 1513, quando la Corte di Leon X venne in fiore, Ferrara ebbe a patire perdita non piccola, anzi fu proprio messa nell'ombra. Il lusso artistico del Medici attrasse in Roma i più eletti ingegni d'Italia. V'andò il poeta Tebaldeo, e vi vivevano il Sadoleto e il Bembo, ora segretarii di Leone. I due Strozzi eran morti. L'Aldo, sulla carriera del quale, come erudito ed editore, Lucrezia ne' primi anni aveva esercitato un certo benefico influsso, viveva a Venezia. Nondimeno si teneva di colà in commercio letterario con la sua protettrice. Celio Calcagnini rimase fedele a Ferrara. Anche l'Università continuò a mantenersi in certo rigoglio. Lucrezia era di più molto amica del Trissino, il nobile vicentino, l'infelice rivale dell'Ariosto nella poesia epica. Vi sono cinque lettere del Trissino dirette a Lucrezia negli ultimi anni della vita di lei.[269] Ma l'orgoglio di Ferrara era l'Ariosto; e Lucrezia viveva ancora, quando la glorificazione di lui era cominciata. Egli non dedicò a lei nè ad Alfonso il suo Poema, ma all'indegno cardinale Ippolito, al cui servigio lo avevan fatto entrare circostanze accidentali. Niuna casa principesca fu mai magnificata tanto, quanto quella degli Este per mano dell'Ariosto. Con l'Orlando Furioso per tutti i tempi, sinchè l'idioma italiano vive e dura, essa è divenuta nella letteratura immortale e monumentale. Ed anche Lucrezia ha trovato in quel poema il suo posto d'onore. Ma per bello che questo sia, pure è certo, che l'Ariosto le avrebbe offerto omaggi più caldi e più frequenti, ov'ella lo avesse incoraggiato, mostrandogli una premura realmente entusiastica.
Le relazioni di Lucrezia col marito, non fondate sull'amore e non mai spinte sino alla passione, sembrano nondimeno essersi via via fatte sempre più intime e cordiali. Nell'aprile 1514 gli aveva partorito un terzo figliuolo, Alessandro, che morì all'età di due anni. Il 4 luglio 1515 diede alla luce una bambina, Leonora; e il primo novembre 1516 un altro bambino, Francesco. Alfonso era contento di vedersi padre di figliuoli, che erano suoi eredi legittimi. Egli s'abbandonò alle gioie domestiche; ma gli era di soddisfazione l'osservare la stima, anzi l'ammirazione, onde la moglie era circondata. Se gli omaggi erano per lo innanzi tributati alla sua giovanile bellezza, ora invece venivano offerti alle virtù sue. La donna, che una volta fu la più ingiuriata del tempo suo, prendeva ora il suo posto nel tempio d'onore delle donne. Il Caviceo poteva insino osar di adulare la festeggiata Isabella Gonzaga con questo giudizio, che egli l'esaltava abbastanza, dicendole che si approssimava alla perfezione di Lucrezia. Il passato parve così morto nella memoria degli uomini, che lo stesso nome Borgia non era pronunziato che a titolo d'onore.
Nel 1517 Lucrezia ebbe di nuovo a rammentarsi della vita sua in Roma. Alla corte apparve una figura di quel tempo, che s'era già dileguata. Era Giovanni Borgia, il misterioso Infante romano, una volta duca di Nepi e Camerino, e compagno di sventura di Rodrigo, il figliuolo di Lucrezia. Giovane di 19 a 20 anni, egli, a quanto pare, andava da Napoli in Romagna, ove fece naufragio. Il suo bagaglio, di cui s'era nell'occasione impossessata la Comunità di Pesaro, fu richiesto il 2 dicembre da un ambasciatore di Lucrezia; e nell'atto Giovanni Borgia vien chiamato fratello di lei. Da altri documenti apparisce, che nel gennaio 1518 egli viveva alla corte di sua sorella.[270] Si vede che Alfonso non aveva impedito alla moglie di accogliere questo prossimo parente. Sembra anzi che l'anno stesso Giovanni l'accompagnasse in Francia, ov'egli, il duca, lo presentò al re Francesco I, successo sul trono il 1515 al suocero Luigi XII.
Dappoi l'Infante romano scompare di nuovo, sino all'anno 1530, in cui riapparisce in Roma qual pretendente al Ducato di Camerino. L'ultimo de' Varano, Giammaria, caduto Cesare, era colà tornato; e Giulio II lo aveva riconosciuto vassallo della Chiesa. Leon X nell'aprile 1515 lo fece duca di Camerino, e lo unì in matrimonio con la propria nipote, la bella Caterina Cibo. Giammaria morì nell'agosto 1527, lasciando unica erede la figlia Giulia ancora minore. Un bastardo della casa Varano, con le armi alla mano, mise innanzi pretensioni su Camerino; ma, mentre la lite pendeva tuttora, ne pose in campo pure Giovanni Borgia, antico e primo duca di quel paese. In un voluminoso documento del 29 giugno 1530, che contiene tutto il processo, Giovanni non è designato solo come Domicellus Romanus principalis, ma si chiama egli stesso Oratore del Papa. Di qui risulta che il bastardo di Alessandro VI viveva allora in Roma come persona di alta condizione, ed era anche al servizio del Papa. La Rota Romana decise contro Giovanni e lo condannò alle spese del giudizio. Con un Breve del 7 giugno 1532, Clemente VII gli proibì di molestare con altre pretensioni Giulia Varano e la madre di lei. Da quel tempo in poi le sorti di questo Borgia sono ignote.[271]