XI.
Su' primi di settembre 1494 Carlo VIII entrava in Piemonte; e d'un tratto le condizioni d'Italia mutavan tutte. Il Papa, il suo alleato Alfonso e Piero de' Medici, in breve tempo, si videro quasi inetti a difendersi. Già a' 17 novembre faceva quel re ingresso a Firenze. Alessandro avrebbe voluto mettergli contro le truppe sue e le napolitane a Viterbo, ove trovavasi come Legato il cardinal Farnese. Ma i Francesi, senza ostacolo, penetrarono e si sparsero nel Patrimonio. E insino l'amante del Papa, la sorella Girolama, e madonna Adriana, quelle donne ch'erano il cuore e gli occhi di Alessandro, caddero in mano di una colonna francese.
L'agente mantovano Brognolo ne informava il suo signore con dispaccio del 29 novembre 1494: «È occorso un caso, ch'è oltraggio grande pel Papa. L'altr'ieri madonna Adriana e madonna Giulia con la sua sorella uscivano dal loro castello di Capodimonte per recarsi a Viterbo presso il loro fratello, il cardinale. A qualche miglio di colà s'imbatterono in una schiera di cavalleria francese, e furon prese e menate a Montefiascone insieme con tutto il seguito loro, 25 a 30 persone a cavallo.»
Il capitano francese, che fece sì preziosa presa, fu monsignor d'Allegre, forse quell'Ivo, che più tardi entrò al servizio di Cesare. «Allorchè seppe chi fosse quella bella dama, le impose per riscatto la somma di 3000 ducati; e informò per lettera il re Carlo della persona che aveva fatta prigioniera; ma colui non volle vederla. Madonna Giulia scrisse quindi a Roma, che la era trattata benissimo, e le si mandasse la somma pel riscatto.»[56]
La nuova dell'accaduto gettò Alessandro nella massima costernazione. Immediatamente mandò un cameriere a Marino, ov'era allora al quartier generale de' Colonna il cardinale Ascanio, il quale, da lui vivamente pregato, era tornato il 2 novembre e messosi a negoziare col re Carlo. Col cardinale si dolse dell'affronto arrecatogli, e impetrava che s'impegnasse per la liberazione de' prigionieri. Scrisse puranco a Galeazzo di Sanseverino, che accompagnava il re a Siena. E, compiacente verso codesti signori, Carlo VIII ordinò che quelle donne fossero mandate libere. Sotto la scorta di 400 Francesi furono condotte sino alle porte di Roma, e ivi ricevute, il primo dicembre, da Giovanni Marades, cameriere del Papa.[57]
Il romantico avvenimento fece parlar di sè per tutta Italia. Fu un rallegrarsi dello scandalo, di cui il Papa era stato vittima, e un ridere alle spalle sue. Una lettera del Trotti, ambasciatore ferrarese presso la corte di Milano al duca Ercole, ci mostra come Ludovico il Moro, l'usurpatore del trono di suo nipote, fatto da lui avvelenare, giudicasse il Papa in tal circostanza: «Egli biasimava fortemente monsignor Ascanio e il cardinal Sanseverino per la restituzione di madonna Giulia, di madonna Adriana e di Girolama a Sua Santità, perchè, essendo tali donne il cuore e gli occhi del Papa, sarebbero state il miglior flagello per costringere costui a tutto quello che si desiderava; mentre Sua Santità non sapeva vivere senza di esse. I Francesi, che le presero, non avevano avuto per riscatto che 3000 ducati; invece, solo per riaverle, il Papa ne avrebbe pagati più di 50,000. Secondo notizie arrivate al nominato signor duca da Roma e anche da Firenze da Angelo, che era colà, quando le donne entrarono, Sua Santità andò loro incontro, in giubba nera, con liste di broccato in oro, con una bella ciarpa alla spagnuola e col pugnale e la spada. Portava stivali spagnuoli e berretto di velluto molto galante. Il duca, ridendo, mi domandò cosa ne pensassi; e io, senza indugiare, gli risposi, che se fossi, come lui, duca di Milano, vorrei tentare, mercè il re di Francia o per qualunque altra via, sotto pretesto di accordo, di aggirare e vincere in astuzia Sua Santità, e con belle parole, il che egli stesso ha fatto, prender lui e i cardinali prigionieri; cosa del resto agevole di molto! Chi ha in mano il servo — almeno così suona da noi il proverbio — tiene anche il carro co' bovi insieme; e mi ricordai bensì di quel verso di Catullo: tu quoque fac simile, simile ars deluditur arte.»[58]
Ludovico, il degno contemporaneo de' Borgia, amicissimo una volta di Alessandro VI, ora l'odiava, dopo che questi erasi alienato da lui e da Francia. Soprattutto l'imprigionamento traditoresco del fratello Ascanio era valso ad irritarlo oltre ogni misura. Lo stesso ambasciatore scriveva ad Ercole il 28 dicembre: «Il duca Ludovico mi disse parergli d'ora in ora vedere arrivare messer Bartolomeo de Calcho con una staffetta per informarlo che il Papa fosse stato preso, e tagliatagli la testa.»[59] Libero il lettore di ritenere o no, che per questo odio appunto Ludovico si permettesse rispetto al Papa un linguaggio così maledico, o anche di esagerare nel suo dialogo col Trotti, ovvero di affermare in pubblico Consiglio di Stato, il Papa essersi fatto venire per suo uso tre donne: l'una, monaca di Valenza; l'altra, una castigliana; la terza, una fanciulla di Venezia, bella come un'immagine, tra i 15 e 16 anni. «Qui in Milano — così il Trotti — si pronunziano in pubblico tali ingiurie contro questo Papa, quali forse in Ferrara non si ammetterebbe contro il Torta.»[60]
Come Carlo VIII vittorioso, senza riportar vittorie, si spingesse sino a Roma e a Napoli, è raccontato in altre storie. La sua spedizione conquistatrice attraverso l'Italia è forse la più umiliante delle invasioni che quel paese abbia avuto a subire. Ma essa insegna, che, quando Stati e popoli son divenuti maturi per la decadenza, basta anche la forza di un fanciullo di fiacca mente per mandarli in perdizione. Il Papa seppe giuocare d'astuzia col monarca di Francia e superarlo. Questi, anzi che farlo deporre mercè un Concilio, lo riconobbe qual Vicario di Cristo e concluse con lui un trattato.
Egli irruppe quindi nel Napoletano. E dopo breve tempo il paese venne in poter suo. Ma poichè l'Italia riprese coraggio e gli si strinse in lega alle spalle, Carlo VIII fu costretto a tornare indietro. Alessandro lo schivò, andandosene prima ad Orvieto, poi a Perugia. Quivi fece venire Giovanni Sforza, che v'andò con la moglie il 16 giugno 1495; e, restatovi quattro giorni, se ne tornò poi di nuovo a Pesaro.[61] Il re di Francia si aprì felicemente sul Taro un varco attraverso l'esercito della Lega; e così con onore si sottrasse alla morte o alla prigionia.
Tornato a Roma, Alessandro VI si trovò tanto più raffermato sulla Santa Sede, intorno alla quale raccolse i suoi ambiziosi bastardi. E questi Borgia si levarono con tanta maggiore audacia, in quanto, scosso per l'invasione tutto l'ordine di cose esistenti in Italia, riusciva assai più facile dar seguito ai propositi loro.
Lucrezia restò ancora un po' di tempo a Pesaro col marito, che per la Lega era stato preso al soldo dai Veneziani. Pure nè alla battaglia sul Taro, nè all'assedio di Novara Giovanni Sforza erasi lasciato vedere. Conclusa poi nell'ottobre 1495 la pace tra Carlo VIII e il duca di Milano, mercè la quale cessava la guerra nell'Alta Italia, lo Sforza potette ricondurre la moglie a Roma. Marin Sanudo c'informa della presenza di lei nella città sul finire dell'ottobre, e il Burkard di quella per la festa di Natale.
In servizio della Lega lo Sforza comandava 300 fantaccini e 100 uomini d'arme. Con questo corpo doveva nella primavera dell'anno seguente muovere per Napoli, ove l'esercito alleato sosteneva vigorosamente il giovane re Ferrante II in guerra coi Francesi, ch'erano sotto gli ordini del Montpensier. Colà s'indirizzava benanche il capitano generale di Venezia, il marchese di Mantova. Questi entrò in Roma il 26 marzo 1496. Il 15 aprile vi giunse anche lo Sforza con i suoi mercenarii, e ne partì il 28 aprile, lasciandovi la moglie. Il 4 maggio arrivò a Fondi.[62]
I due figli di Alessandro, Don Juan e Don Jofrè, continuavano allora a rimaner lontani. L'uno, il duca di Gandia, fu preso similmente al soldo da Venezia. Era atteso dalla Spagna per porsi alla testa di 400 uomini, che il suo luogotenente Alovisio Bacheto raccoglieva per lui. L'altro, Don Jofrè, come s'è visto, era ito nel 1494 a Napoli, ove erasi sposato con donna Sancia e stato nominato principe di Squillace. Come membro della casa Aragonese, corse anch'egli i pericoli della declinante dinastia; e ciò doveva spingere il Papa ad impedire di questa l'estrema e totale rovina. Accompagnò il re Ferrante nella fuga, e seguì anche le insegne di lui, allorchè, dopo la ritirata di Carlo VIII, quegli per gli aiuti di Spagna, di Venezia e del Papa, tornava di nuovo a impadronirsi del reame e rientrava in Napoli nell'estate 1495.
Don Jofrè con la moglie non vennero a Roma che l'anno appresso. Entrambi fecero il loro ingresso solenne il 20 maggio 1496 con pompa veramente regale. Ambasciatori, cardinali, magistrati della città, molti baroni andarono loro incontro avanti a Porta Lateranense. V'andò anche Lucrezia accompagnata dalla sua corte officiale. Con tutto questo seguito la giovane coppia fu condotta al Vaticano. Il Papa ricevette il figlio e la nuora sul trono, circondato da undici cardinali. Fece sedere a terra, sopra cuscini, Lucrezia alla sua destra e Sancia alla sinistra. Era il tempo pasquale. Alle solenni funzioni si vedevano le due principesse e le loro dame di corte sfacciatamente sedute sugli stalli de' canonici; e per tal modo, come il Burkard nota, erano pel popolo motivo di pubblico scandalo.
Tre mesi più tardi, il 10 agosto 1496, anche il maggior figlio di Alessandro, Don Juan, duca di Gandia, entrò con grandissima solennità in Roma, per fermarvisi, avendo il padre deciso far di lui un gran principe.[63] Non è mai detto ch'egli abbia condotto seco la moglie donna Maria.
Così per la prima volta Alessandro VI vedeva intorno a sè tutti i suoi figli. Nel Borgo Vaticano non v'erano allora meno di tre corti di nepoti. Juan aveva stanza nel Vaticano; Lucrezia nel palazzo Santa Maria in Portico; Jofrè nella casa del cardinale d'Aleria presso Castel Sant'Angelo; e Cesare nel Borgo stesso.
Tutti codesti individui eran venuti su dal nulla, avidi d'onori, di potenza e di godimenti; giovani tutti e belli, e pressochè anche tutti gente di vita rotta, ma graziosamente eloquenti e rivestiti, pari alla gioventù depravata dell'antica Roma, delle forme più amabili e più leggiadre della socievolezza. Solo, in verità, un angusto modo di giudicare, che non vede in quegli uomini se non le crudezze, può indursi a raffigurare i Borgia qual branco di bestie per natura feroci. Essi erano, nè più nè meno, come parecchi principi e signori del tempo loro. Spietati e scellerati adoperavan veleno e pugnale; spazzavano via tutto quanto si parasse contro la passione loro; e ridevano, quando l'azione diabolica era consumata. Ciò che pone i Borgia particolarmente in rilievo fra la schiera de' privilegiati malfattori di quel tempo, è il fondamento della Chiesa e del Cristianesimo, sul quale s'appoggiano. Di qui appariscono come la caricatura infernale del concetto del santo; e Alessandro stesso è stato designato come anticristo.
Se potessimo penetrare ne' misteri della vita, che quei dissoluti bastardi traevano intorno al Vaticano, ove il padre loro nella coscienza della sicurezza e potenza sua era oramai despota assoluto, scopriremmo senza dubbio cose da sbalordire. Era davvero spettacolo non mai visto quello che si svolgeva in quel sacro recinto di San Pietro. Due donne giovani e belle vi tenevano splendida corte, e ogni dì si vedevano aggirarsi colà nugoli di dame e cavalieri spagnuoli e italiani; e la gente elegante di Roma e nobili e monsignori affollarsi e pigiarsi per fare omaggio a quelle donne. Delle due, Lucrezia aveva appena 16 anni, Sancia poco più di 17.
È facile immaginare quanti intrighi amorosi in quei palazzi fossero allora orditi, e che ridda infernale vi menassero gelosia e ambizione. Niuno in vero crederà che quelle principesse piene di giovanili ardori e di vanità vivessero, all'ombra di San Pietro, come monache o sante. Invece i loro palazzi risuonavan sempre di canti e di suoni, di banchetti e festini. Si vedevano quelle donne andar con cavalcate sontuose per Roma, ed entrare in Vaticano. Si vedeva il Papa sempre in contatto con loro, sia che andasse di persona a visitarle e prender parte alle loro feste, sia che le ricevesse, talvolta in privato, tal'altra in forma solenne, come principesse della casa sua. Alessandro per se stesso, per quanto affogato nella sensualità, non amava l'orgia sregolata. L'ambasciatore ferrarese, il Boccaccio, scriveva di lui nel 1495 al suo signore: «Il Papa non si ciba che di una vivanda sola, abbenchè questa debba essere abbondante. È quindi una pena desinar con lui. Ascanio ed altri, specialmente il cardinal Monreale, che solevano essere commensali di Sua Santità, e così anche Valenza, non andando loro a genio tanta parsimonia, hanno rinunziato a quella compagnia e la schivano quando e come è possibile.»[64]
La vita del Vaticano doveva porger motivo a ciarle moltissime, e in Roma la sete di scandalo era da tempo antichissimo più che ardente. Già nell'ottobre 1496 si raccontava a Venezia, il duca di Gandia aver seco condotto una spagnuola pel padre, con la quale questi viveva; e si parlava di un empio fatto, che par quasi incredibile, ma che vien narrato dall'ambasciatore veneziano e da altri.[65]
Ben presto donna Sancia fece discorrer molto di sè. Era bella e leggiera; si sentiva figlia di re. Dalla più corrotta delle corti era passata in Roma demoralizzata, qual moglie di un fanciullo immaturo. Dicevasi, che i suoi cognati il Gandia e Cesare disputavansi il possesso di lei, e che lo acquistarono alternativamente; e che giovani baroni e giovani cardinali, come Ippolito d'Este, potevano vantarsi de' suoi favori.
Ebbe ben donde il Savonarola se prese di mira anche questa corte di nepoti, allorchè dal pulpito di San Marco di Firenze con accesa indignazione tuonava contro la Sodoma di Roma.
Quando anche la voce del gran predicatore, la cui fama risuonava allora per tutta Italia, non fosse giunta sino a lei, pure Lucrezia, per propria esperienza, poteva già sapere che abominevole mondo fosse quello, nel quale viveva. A sè d'intorno vedeva vizii mostrarsi nudi e impudenti o tutt'al più coperti di certa dignitosa vernice; cupidigia di onori e di danaro, che non rifuggiva da qualunque delitto; una religione fatta più pagana dello stesso Paganesimo; un culto ecclesiastico, nel quale preti, cardinali, il fratello Cesare, il padre, tutti quei santi personaggi, la cui maniera di vivere era a lei nota perfettamente e nel più intimo fondo suo, avevano a compiere con pompa e decoro i misteri della Divinità. Tutto ciò vedeva Lucrezia. Sbagliano però quei che credono, ch'essa o altri a lei simili, lo vedessero e giudicassero così come facciamo noi oggi o forse fecero alcuni pochi, animati allora da sentimento più puro. Imperocchè in ogni tempo l'educazione e l'abitudine attutiscono nella comune degli uomini il senso necessario al riconoscimento del vero. S'aggiunga per di più, che in quel tempo i concetti della religione, della decenza e della moralità non erano gli stessi che oggi prevalgono.
Quando nella Rinascenza lo spirito ebbe compiuto la sua prima separazione dal Medio Evo e dall'ascetismo della Chiesa, le passioni ruppero ogni freno e si scatenarono oltre ogni limite. Tutto ciò che era stato tenuto santo fu deriso. I liberi spiriti italiani crearono una letteratura, il cui crudo cinismo non ha uguale. Dall'Ermafrodito del Beccadelli a venire giù giù sino al Berni e a Pietro Aretino, la letteratura in novelle, epigrammi e commedie divenne una immensa palude, alla cui vista il serio Dante si sarebbe ritratto pieno di terrore, come innanzi ad una bolgia infernale.
Anche nelle novelle meno lascive, delle quali il Piccolomini cominciò la serie con l'Eurialo, e nelle commedie meno oscene, motivo dominante sono pur sempre l'adulterio e la derisione del matrimonio. La cortigiana fu la musa della bella letteratura della Rinascenza. Prese sfacciatamente posto allato alla santa della Chiesa a contenderle la palma della gloria. Una raccolta manoscritta di poesie del tempo di Alessandro VI contiene una lunga serie di epigrammi, i quali esaltano prima la Vergine Maria e molte sante, e poi con la stessa intonazione, senza pausa nè osservazione di sorta, magnificano le cortigiane del tempo. E all'epigramma su Santa Paula si vede immediatamente tener dietro quello sulla meretrice Nichine, una delle celebri cortigiane di Siena; e così via, tutta una serie. Le sante del Cielo e le sacerdotesse di Venere vengono senza altro mescolate insieme, come donne famose.[66]
Non una donna, che si rispetta, assisterebbe oggi ad una di quelle commedie della Rinascenza. E sovente furono papi e principi che le fecero mettere in scena in onore di gentildonne; e la censura di ogni paese non le farebbe rappresentare sopra qualunque teatro, si componesse pure il pubblico di uomini soltanto.
Quella certa franca maniera, che le donne del Mezzogiorno usano in cose, che nel Settentrione si vogliono coperte d'un velo, spesso ancora oggi fa maraviglia. Pure ciò che nella Rinascenza era ammesso, per gusto o per costume, è incredibile davvero. Certamente non è da dimenticare che quella oscena letteratura non era allora diffusa come la romantica odierna. Di più la stessa abitudine meridionale per la nuda naturalezza s'invertiva per la donna in mezzo di difesa. Molto rimaneva alcunchè di puramente estrinseco ed era come tale considerato, e non esercitava quindi efficacia alcuna sulla fantasia. E in mezzo poi a sì dissoluta socievolezza cittadina non mancavano donne di natura eletta, che sapevano serbarsi pure.
Quanto alla moralità de' grandi, soprattutto delle corti di quel tempo, bisogna leggere le storie de' Visconti e degli Sforza, de' Malatesta di Rimini, de' Baglioni di Perugia e de' Borgia di Roma per formarsene un'idea. Non eran certo più depravate delle corti del tempo di Luigi XIV e XV e di Augusto di Sassonia; ma più abominevoli per gli orribili delitti di sangue. Il valore della vita umana era sceso bassissimo; e d'altra parte l'egoismo criminoso era apertamente fregiato del predicato di grandezza d'animo — magnanimitas, — senza guardare più che tanto alle vittime dell'ambizione e dell'ingordigia. L'egoismo e il servirsi freddamente di ogni relazione e di ogni uomo in niun luogo furono così di regola come nella patria del Machiavelli. E gl'italiani, volendo esser sinceri, dovrebbero dimandarsi, se anche oggi simili difetti non vengano di tratto in tratto alla superficie della vita loro. Liberi dai pedanteschi pregiudizii de' Tedeschi e dalla venerazione per le classi, le condizioni e la nobiltà di nascita, che a partire dal Medio Evo è divenuta per questi ultimi abitudine, gl'Italiani in quella vece hanno immediatamente accettata qualunque potenza della personalità, fosse pur bastarda e illegittima quanto si voglia. Ma di qui appunto l'essere stati così facilmente schiavi del successo. Il Machiavelli afferma, che la colpa del decadimento morale d'Italia fu della Chiesa e de' preti. Se non che e preti e Chiesa non furon forse prodotti dell'Italia? Egli avrebbe dovuto dire, che alcuni elementi vitali, che presso i Germani diventano interiori, presso gl'Italiani invece rimangono esteriori. Fra gl'Italiani non poteva nascere Lutero. Ove ancora alcuno ne dubiti, si domandi chi e che cosa vi sia nata dopo l'ultimo Concilio dell'anno 1870.
Se i modi nostri di vedere su Alessandro VI e su Cesare sono essenzialmente dominati dalla morale, non la pensava così il Guicciardini, e per lo meno il Machiavelli. Essi giudicavano non l'uomo morale, ma il politico; non i suoi motivi, ma l'azione sua. L'enormezza non incuteva orrore, pur di apparire come il fatto di un volere audace. E il delitto non recava infamia, ove, come un'opera d'arte, riuscisse ad esigere ammirazione. L'orribile condotta di Ferdinando di Napoli nella congiura de' Baroni del regno suo rese il despota non abominevole, ma grande. E l'astuzia, con la quale più tardi Cesare Borgia seppe trarre nella rete a Sinigaglia i suoi condottieri infedeli, il Machiavelli la descrisse come un capolavoro, mentre il vescovo Paolo Giovio la chiamava il bellissimo inganno. In quel mondo dell'egoismo, ove non era un tribunale della pubblica opinione, l'uomo poteva esistere e conservarsi, solo cercando di predominare con la violenza e di soperchiare altrui in iscaltrimento. Se nulla fece mai e fa ai Francesi più paura del ridicolo, per l'Italiano niun predicato fu ed è più esoso di quello di semplicione.
In un luogo de' suoi Discorsi (I, 27) con una sincerità, che mette i brividi, il Machiavelli rivela gl'intimi pensieri dell'animo suo. E ciò ch'ei dice illumina di luce sinistra tutta la morale di un'epoca. Racconta che Giulio II ebbe il coraggio d'entrare in Perugia, abbenchè Giampaolo Baglione, che intimidito da lui gli aveva resa la città, vi tenesse raccolta molta milizia. Ed osserva in proposito: «Fu notato dagli uomini prudenti, che col Papa erano la temerità del Papa e la viltà di Giovanpagolo; nè potevan stimare donde si venisse, che quello non avesse con sua perpetua fama oppresso ad un tratto il nimico suo, e sè arricchito di preda, sendo con il Papa tutti li cardinali con tutte le loro delizie. Nè si poteva credere che si fosse astenuto o per bontà o per coscienza che lo ritenesse; perchè in un petto d'un uomo facinoroso, che si teneva la sorella, che aveva morti i cugini e i nipoti per regnare, non poteva scendere alcuno pietoso rispetto; ma si conchiuse, che gli uomini non sanno essere onorevolmente tristi o perfettamente buoni, e come una tristizia ha in sè grandezza o è in alcuna parte generosa, eglino non vi sanno entrare. Così Giovanpagolo, il quale non stimava essere incesto e pubblico parricida, non seppe, o, a dir meglio, non ardì, avendo giusta occasione, fare una impresa, dove ciascuno avesse ammirato l'animo suo, e avesse di sè lasciato memoria eterna, sendo il primo che avesse dimostro ai prelati quanto sia da stimare poco chi vive e regna come loro, ed avesse fatto una cosa, la cui grandezza avesse superato ogni infamia, ogni pericolo che da quella potesse dipendere.»
Qual maraviglia se con morale così ridotta ai concetti del guadagno, della gloria e della magnificenza, quale il Machiavelli l'ha esposta ne' Discorsi e nel Principe, uomini come i Borgia trovassero campo amplissimo ai loro audaci delitti? Essi sapevan bene, che la grandezza della scelleraggine ne copriva la vergogna. Lo Strozzi, il festeggiato poeta di Ferrara, pose Cesare Borgia, poichè fu caduto, fra gli eroi dell'Olimpo. E il celebre Bembo, uno de' primi uomini di quel tempo, confortava Lucrezia per la morte del piccolo e miserabile Alessandro VI, non chiamandolo altrimenti che il grande padre vostro.
Niun uomo d'alto animo e conscio dell'importanza sua vorrebbe oggi entrare al servizio di un principe, che si fosse macchiato de' delitti de' Borgia, posto che a simile principe sia oggi dato mantenersi nella sua condizione; cosa, per vero, impossibile. In quella vece i migliori e più geniali uomini sopportavano allora o cercavano addirittura il contatto e il favore de' Borgia. Il Pinturicchio e il Perugino dipingevano per Alessandro VI. E il più meraviglioso genio dell'epoca, il gran Leonardo da Vinci, senza scrupolo alcuno si pose al servizio di Cesare Borgia come ingegnere per la costruzione di fortezze in quella Romagna da colui con mezzi sì diabolici conquistata.
Gli uomini della Rinascenza ebbero natura in estremo grado fattiva e creatrice. Trasformarono il mondo con energia rivoluzionaria ed attività febbrile, rispetto alle quali il processo della civiltà moderna deve parer affetto da lentezza. Ebbero tendenze più selvagge e violente, e nervi più forti della schiatta odierna. Sarà sempre fenomeno maraviglioso, che i più leggiadri fiori dell'arte, le creazioni più ideali della pittura fossero state fecondate in un ambiente socievole, del quale la corruzione morale e l'intima brutalità sarebbero per noi, che viviamo oggi, insopportabili. Se un uomo educato alla civiltà nostra potesse trasportarsi in quel mezzo, senza dubbio la barbarie, che vi dominava e che pe' contemporanei passava inosservata, metterebbe in iscompiglio il suo sistema nervoso, e forse gli farebbe smarrir la ragione.
Tale l'atmosfera di Roma, nella quale Lucrezia Borgia viveva, senza essere essa stessa migliore nè peggiore delle donne del tempo suo. Ebbe spirito gaio e leggiero. Non sappiamo se abbia mai avuto a sostener lotte morali; se siasi mai trovata in uno stato di contradizione interiore con le azioni della sua vita o con coloro che l'attorniavano. Teneva una corte, che il padre avrà trattata con larghezza e profusione; ed era in frequentissime relazioni con le corti de' fratelli suoi. Essa era la compagna e l'ornamento delle loro feste; essa la confidente degl'intrighi nel Vaticano, rivolti a crescere la grandezza de' Borgia. E in tale scopo dovevasi ben presto concentrar tutto quanto potesse più vivamente starle a cuore.
In verità, non mai, neanche nel tempo posteriore, si mostra donna di genio straordinario. In lei non una delle qualità atte a farne una Virago, come Caterina Sforza o Ginevra Bentivoglio. E non possedeva neppure quello spirito dell'intrigo proprio di una Isotta da Rimini, ovvero la potenza intellettuale di una Isabella Gonzaga. Non fosse stata figliuola di Alessandro VI e sorella di Cesare, difficilmente sarebbe stata notata nella storia del tempo suo, ovvero sarebbe ita perduta nella moltitudine, come donna seducente e assai corteggiata. Pure nelle mani di suo padre e di suo fratello diventò istrumento e vittima altresì di calcoli politici, a' quali ella non ebbe forza alcuna di oppor resistenza.