XII.
Le condizioni dello Stato di Ferrara s'erano fatte di nuovo difficili assai. Leon X aveva preso a seguitare le orme di Alessandro VI. Anch'egli cercava raccozzare un regno pel nipote Lorenzo de' Medici. Già nel 1516 lo aveva creato duca d'Urbino, dopo aver con la forza delle armi scacciato di colà il legittimo erede di Guidobaldo. Francesco Maria Della Rovere, la moglie, la madre sua adottiva Elisabetta trovavansi in Mantova, in quell'asilo di tutti i principi fuggiaschi. Leone ardeva dal desiderio di scacciare anche gli Este da Ferrara. Solo la protezione di Francia guarentiva Alfonso da una guerra col Papa. Visto che quest'ultimo, in disprezzo del trattato, non consegnava le città di Modena e Reggio, il duca andò nel novembre 1518 alla Corte di Francesco I per raccomandargli le faccende sue. Tornò a Ferrara nel febbraio 1519. Apprese quivi la morte del cognato, il marchese Francesco Gonzaga di Mantova, seguita il 20 del mese stesso. Lucrezia scrisse l'ultimo di marzo alla vedova Isabella nel modo che segue:
«Illustrissima Signora, cognata onoratissima. — L'acerbità del caso della morte dell'illustrissimo consorte dell'Eccellenza Vostra, di buona memoria, m'è stata per infiniti rispetti di tanta mestizia e dolore, che avrei io bisogno di esser consolata più di quel che possa consolare altrui, soprattutto l'Eccellenza Vostra, ch'è pur quella che per la troppo grande perdita ha dovuto sentire gravissimo affanno. Io dunque mi rattristo e dolgo con Vostra Eccellenza per questo disgraziato caso, che non potrei mai esprimere quanto mi gravi e prema. Ma poichè non v'è oramai riparo ed è così piaciuto al Signor Nostro, uopo è conformarsi alla volontà sua. E per tanto prego e conforto Vostra Eccellenza a voler tollerare questo caso con fermezza e come alla saviezza sua si conviene. E son certa che ella saprà farlo. Null'altro le dirò per ora, se non che me le raccomando e offro per sempre. — Ferrara, l'ultimo di marzo 1519. Cognata Lucrezia duchessa di Ferrara.»[282]
Successore del marchese fu il primogenito Federigo. Nel 1530 l'imperatore Carlo V lo fece primo duca di Mantova. Un anno dopo s'unì in matrimonio con Margherita di Monferrato. Era questi quel Federigo stesso destinato tempo innanzi a diventare marito di Luisa, la figliuola di Cesare. La celebre Isabella madre sua visse vedova sino al 13 febbraio 1539.
Alfonso aveva trovato al ritorno sua moglie in condizioni di salute molto travagliose. Ella s'approssimava allo sgravo. Il 14 giugno 1519 partorì una bambina morta. Prevedendo la sua fine, scrisse in capo a otto giorni una lettera a papa Leone. È l'ultima; e, concepita sotto l'impressione di una prossima morte, è profondamente sentita. Leggendo questo suo addio alla vita, si guarda nel fondo dell'anima sua, attraverso la quale passavano per l'ultima volta ancora le rimembranze del passato, quando già il terrore e gli erramenti di quel tempo non giungevano più a turbarla.
«Santissimo Padre e Beatissimo signor mio. — Con ogni possibile reverenza d'animo bacio i santi piedi di Vostra Beatitudine, e umilmente mi raccomando alla sua santa grazia. Dopo che per una difficile gravidanza ebbi molto sofferto per più di due mesi, partorii, come a Dio piacque, il 14 di questo mese, sul far del giorno, una bambina; e speravo, liberatami col parto, che anche il mio male si dovesse alleviare. Ma è successo il contrario; sicchè m'è forza cedere alla natura. E tanto è il dono che il nostro Creatore clementissimo m'ha fatto, che ho coscienza della fine della mia vita, e sento che fra poche ore, avendo però prima ricevuti tutti i Santi Sacramenti della Chiesa, ne sarò fuori. In questo punto come cristiana, benchè peccatrice, mi son ricordata di supplicare Vostra Beatitudine che per sua benignità si degni darmi del tesoro spirituale qualche suffragio, dispensando all'anima mia la sua santa benedizione. Di che la prego devotamente. E alla sua santa grazia raccomando il mio consorte e i miei figliuoli, tutti servitori di Vostra Beatitudine. — In Ferrara, il 22 febbraio 1519, nella 14ma ora. Di Vostra Santità umilissima serva Lucrezia d'Este.»[283]
La lettera è scritta con animo così sereno e dignitoso, e libero tanto da qualsiasi sovreccitazione di sentimento, ch'è lecito dimandarsi, se avrebbe potuto scriverla, sul letto di morte, una donna, la cui coscienza fosse effettivamente sotto il peso di quell'enormezze, ond'è stata accusata la figliuola di Alessandro.
Lucrezia morì il 24 giugno, nella notte, in presenza di Alfonso. La morte fu immediatamente annunziata dal duca con lettera autografa al nipote Federigo Gonzaga.
«Illustrissimo Signore, onorandissimo fratello e nipote. — A Dio, Signor Nostro, è piaciuto di chiamare a sè in quest'ora l'anima dell'Illustrissima Signora Duchessa, mia consorte carissima. Non posso fare di non comunicarla a Vostra Eccellenza per l'amore nostro mutuo, il quale mi fa credere che i piaceri e le avversità dell'uno siano anche dell'altro. Non posso scriver questo senza lacrime, tanto m'è grave vedermi privo di sì dolce e cara compagna, poichè tale ella era per me, per i buoni costumi suoi e il tenero amore che era fra noi. Per sì acerbo caso vorrei ben domandare aiuto di consolazione da Vostra Eccellenza. Ma so che anch'ella n'avrà la parte sua di dolore. E a me sarà più caro avere chi a me s'accompagni col pianto che chi mi consoli. E alla Signoria Vostra mi raccomando. — Ferrara, 24 giugno 1519, ora quinta della notte. Alfonso duca di Ferrara.»[284]
Il marchese Federigo mandò suo zio Giovanni Gonzaga a Ferrara; e di lì questi scrisse: «Non si maravigli Vostra Eccellenza, se dico partir domani di qua, perciocchè le esequie non si fanno, ma solamente nelle parrocchie son detti gli ufficii. È vero però che il signor duca accompagnò personalmente alla sepoltura l'illustrissima sua consorte. Questa è stata sotterrata al Monastero delle Suore del Corpo di Cristo, nella sepoltura medesima ove fu deposta la madre del duca. A tutta la città è rincresciuto molto della morte di lei, soprattutto al duca stesso. Egli dimostra veramente averne avuto singolare cordoglio. Qui si dicono cose grandi della vita sua, e che da forse dieci anni la portava il cilizio; è circa due anni che ogni giorno la si confessava, e comunicavasi da tre a quattro volte il mese. E di nuovo mi raccomando continuamente alla buona grazia di Vostra Eccellenza. — Ferrara, 28 giugno 1519. Giovanni de Gonzaga marchese.[285]
Le tombe di Lucrezia, d'Alfonso e di molti altri membri della casa d'Este in Ferrara sono scomparse. Indarno cerchi colà o a Modena il ritratto della famosa donna. Neppur uno n'è rimasto; e nondimeno è certo che pittori di grido la ritrassero. Ed in Ferrara non era difetto di pittori: v'era il Dossi, il Garofalo, il Cosma ed altri. Anche il Tiziano avrà dipinto la bella duchessa. Il ritratto da lui fatto d'Isabella d'Este Gonzaga, l'emula, quanto a bellezza, della Lucrezia, si conserva nella Galleria Belvedere a Vienna. È un'avvenente figura di donna d'un bello ovale e dalle linee molto corrette, dagl'occhi bruni e dall'espressione di femminile dolcezza. Manca un ritratto di Lucrezia per mano dello stesso maestro; mentre quello della Galleria Doria attribuito a lui o da altri a Paolo Veronese, tuttochè questo artista non sia nato che il 1528, è una delle tante invenzioni solite a incontrarsi nelle gallerie. Così pure nella Galleria stessa v'è una figura di grandezza naturale di donna dalle forme di amazzone con elmo in mano, che si attribuisce a Dosso Dossi; e s'è affermato senza tanti discorsi essere il ritratto della Vannozza.
Ad alquanta verosimiglianza potrebbe piuttosto pretendere un ritratto ad olio, proprietà di monsignor Antonelli, direttore del Gabinetto numismatico di Ferrara, non perchè porti in caratteri alquanto antichi il nome di Lucrezia Borgia, ma perchè alcuni lineamenti sembrano rassomigliare a quelli del medaglione. Ad ogni modo, questo non è ritratto autentico, come non sono tampoco i due su maiolica posseduti dall'inglese Rawdon Brown in Venezia; lavori, secondo l'ipotesi di costui, di Alfonso stesso, dilettante di pittura delle maioliche. Quando anche tale opinione potesse esser fondata, il che non è, simili ritratti puramente decorativi appena offrirebbero qualche somiglianza.
Altri ritratti certi di Lucrezia Borgia non vi sono, tranne quelli nella medaglia, impressa nel periodo della sua vita in Ferrara. Uno è in fronte di questo libro: è il più perfetto di tutti, e può dirsi anche ch'è una delle più notevoli impronte della Rinascenza. Pare ne sia stato autore Filippino Lippi nell'anno 1502, dopo il matrimonio di Lucrezia con Alfonso. Il rovescio porta un'immagine caratteristica non solo pel tempo, ma per Lucrezia stessa: Amore con le ali mezzo strappate, legato ad un lauro; accanto un violino, e più sotto carte di musica; la faretra dell'amoroso Iddio infranta pende a un ramo dell'albero; e l'arco per terra con la corda spezzata. Intorno l'iscrizione: Virtuti Ac Formae Pudicitia Praeciosissimum. Con tali simboli l'artista volle forse significare che il tempo de' liberi ludi amorosi eran passati, e con l'albero d'alloro alluse forse alla gloriosa casa degli Este. Se codesta allegoria, alquanto ardita, poteva nulladimeno convenire per una sposa qualunque, per Lucrezia Borgia poi fu davvero la più appropriata che potesse immaginarsi.[286]
Guardando quella testa attraente, da' lunghi capelli disciolti, un senso di maraviglia t'assale. Niun contrasto maggiore di quello che passa tra l'immagine reale e l'immagine che ciascuno si sarà fatta di Lucrezia Borgia, secondo la rappresentazione tradizionale del carattere di lei. Quell'effigie presenta un aspetto d'infantile candore, di una espressione singolare, senza linee classiche nel profilo. Bello non si direbbe nemmanco. Diceva il vero la marchesana di Cotrone, scrivendo a Francesco Gonzaga, che Lucrezia non aveva nulla di particolarmente bello, ma ciò che si chiama dolce ciera. La testa di lei ha punta o poca somiglianza con quella del padre, quale le migliori medaglie lo raffigurano; meno forse nel naso fortemente profilato. La linea frontale di Lucrezia è prominente, mentre in Alessandro VI è depressa; e il mento scende in quella alquanto indietro, in questo invece sta con la bocca sulla stessa linea.
Un'altra medaglia non rappresenta Lucrezia co' capelli disciolti, ma col capo avvolto da una rete e dalla lenza, un nastro ornato di pietre preziose o di perle. La chioma copre l'orecchio; e quindi dalle spalle in giù una lunga treccia, proprio nella forma allora in uso, come può, ad esempio, vedersi in una bella medaglia di Elisabetta Gonzaga d'Urbino.[287]
I documenti, che hanno fornito i materiali a questo libro, pongono ogni lettore in grado di formarsi un giudizio su Lucrezia Borgia. Questo sarà forse approssimativamente giusto o per lo meno più giusto di quello omai trasmesso e per tradizione accettato. Gli uomini del passato sono problemi pe' giudici loro. Se giudicando di contemporanei a noi conosciuti, diamo ne' più madornali errori, quanto più non siamo esposti ad errare appena che vogliamo comprendere la natura di uomini, che ci stanno dinanzi solo come ombre. Tutte le condizioni personali alla loro vita e tutto l'intreccio delle circostanze di luogo, di tempo, di persone, nel cui mezzo s'andaron formando, e i più intimi secreti dell'esser loro giacciono lì, qual serie di fatti tutti scissi e divisi; e da questi frammenti uopo è per noi ricostruire un carattere. Per chi guardi alla legge di causalità, la storia è la giustizia del mondo. Ma non di rado la storia scritta è per sè il più ignorante de' tribunali. Molti caratteri storici vedrebbero ne' ritratti loro fatti ne' libri come tante caricature, e di cuore riderebbero del giudizio sul conto loro portato.
Lucrezia Borgia forse consentirebbe con chi attenendosi a' documenti del tempo osasse affermare, ch'ella fu donna leggiera, amabile e infelice insieme. L'infelicità sua in vita furono gli avversi casi da lei in parte immeritati; e, dopo morte, l'opinione che s'andò formando intorno il suo carattere. Il marchio d'infamia sulla sua fronte impresso seppe ella stessa, come duchessa di Ferrara, cancellare; ma apparve di nuovo, poichè fu morta. E come presto riapparisse, lo mostra il giudizio che davano di lei i Della Rovere in Urbino. Nel 1552 Guidobaldo II, figlio di Francesco Maria e di Eleonora Gonzaga, doveva sposarsi con Giulia Varano; ma domandò invece la mano di una Orsini. Il padre gli oppose i matrimonii di principi con donne indegne di loro; fra gli altri, quello di Alfonso di Ferrara. Costui — diceva egli — s'è disposato con Lucrezia Borgia, con una donna di quella sorta che pubblicamente si sa, e ha dato anche a suo figlio un mostro (Renata). Guidobaldo confermò cosiffatto giudizio: rispose che egli sapeva d'avere un padre, che giammai non lo vorrebbe costringere a prendere una sposa come Lucrezia Borgia, di quella mala sorta che fu quella, e con tante disoneste parti.[288] Così l'opinione continuò a propagarsi, e Lucrezia Borgia divenne il tipo di ogni abiezione femminea, sino a che Vittor Hugo nel suo dramma e il Donizetti nella sua opera non la portarono sulle scene appunto sotto quei colori.
Ancora, per concludere, qualche parola intorno ad Alfonso e alla discendenza sua e di Lucrezia. Il duca di Ferrara sopravvisse alla moglie altri 15 anni, che furono difficili e procellosi. Seppe non pertanto con prudenza resistere e mantenersi contro l'odio papale de' Medici. Si vendicò di Clemente VII col sacco di Roma, cui resero possibile i soccorsi suoi all'esercito imperiale. Ebbe da Carlo V Modena e Reggio; e di tal guisa fu in grado di trasmettere agli eredi suoi gli antichi Stati di casa d'Este nella integrità loro. Non passò ad altre nozze. Ma Laura Eustochia Dianti, bella e giovane ferrarese, gli fu compagna. Questa gli partorì due figliuoli, Alfonso e Alfonsino. Egli morì il 31 ottobre 1534 di 58 anni, quando i fratelli lo avevano già preceduto nel sepolcro, il cardinale Ippolito nel 1520 e Don Sigismondo nel 1524.
Da Lucrezia Borgia ebbe cinque figliuoli. Ercole fu suo erede al trono. Ippolito fu cardinale; morì il 2 dicembre 1572 in Tivoli, ove suo monumento è la Villa d'Este. Eleonora fu monaca nel monastero del Corpus Domini, e vi morì il 15 luglio 1575. Francesco fu marchese di Massalombarda, e morì il 22 febbraio 1578. In fine Alessandro, morto, come s'è detto, varcata appena l'età di due anni, il 10 luglio 1516.
Il figlio di Lucrezia Ercole II regnò sino all'ottobre 1559. Suo padre nel 1528 avevalo sposato con Renata, la brutta, ma molto intelligente figliuola di Luigi XII. Lucrezia non aveva visto mai la sua nuora, e non mai sospettato neppure che Renata potesse divenir tale. La vita di questa celebre duchessa costituisce un importante episodio nella storia di Ferrara. Essa fu seguace entusiastica di quella Riforma, che finalmente penetrò nel mondo, intesa ad emancipare lo spirito da una Chiesa, a capo della quale erano stati i Borgia, i Della Rovere e i Medici. E per questo i Della Rovere la chiamavano un mostro. Per un certo tempo Renata tenne nascosti alla corte sua Calvino e Clemente Marot.
Un caso strano occorse: appunto alla corte del figliuolo di Lucrezia nel 1550 apparve un uomo, che valse a rinnovar la memoria della storia della famiglia Borgia, già quasi diventata un mito per la generazione allora vivente. Era Don Francesco Borgia, duca di Gandia, e ora, nell'anno 1550, gesuita. La sua inattesa comparsa in Ferrara ci porge occasione di fare un cenno delle vicende di casa Gandia.
Di tutti i discendenti di Alessandro VI i più fortunati furono appunto quei che tolsero l'origine dall'ucciso Don Juan. La vedova donna Maria visse un pezzo in grande reputazione alla Corte della regina Isabella di Castiglia. Poscia, presa da malinconia e da bigottismo, andò a chiudersi in un monastero. Morì l'anno 1557. Il suo unico figlio Don Juan, ancora bambino, era successo allo sciagurato padre nel Ducato di Gandia, ed aveva anche serbati i possedimenti nel Napoletano. Questi comprendevano un territorio esteso in Terra di Lavoro con le città di Sessa, Teano, Carinola, Montefuscolo, Fiume, e altre. Il giovane Gandia nel 1506 le cedette al re di Spagna, e ne fu compensato pecuniariamente: il gran capitano Consalvo ebbe il Principato di Sessa.
Don Juan restò in Spagna, ove fu uno de' Grandi, e di grado elevato assai. Sposò Giovanna d'Aragona, principessa della caduta Casa reale di Napoli; e in seconde nozze, nell'anno 1520, donna Francesca de Castro y Pinos, figlia del visconte d'Eval. I matrimonii de' Borgia furono la maggior parte assai fecondi. Venuto a morte codesto nipote di Alessandro VI nel 1543, non lasciò meno di quindici figliuoli. Le figlie si maritarono con Grandi di Spagna, e i figli appartennero alla più cospicua nobiltà del paese, ove conseguirono altresì le più alte cariche. Il maggiore, Don Francesco Borgia, nato il 1540, fu duca di Gandia, un gran signore, molto stimato alla Corte di Carlo V, che lo fece vicerè di Catalogna e commendatore di Santo Jago. Accompagnò anche l'imperatore nelle spedizioni in Francia e sino in Affrica. Il 1529 erasi ammogliato con Eleonora de Castro, dama di corte dell'imperatrice. E n'ebbe cinque figliuoli e tre figliuole. Morta la moglie nel 1546, nulla più lo trattenne dal seguire la passione, che da lungo tempo covava in seno, per la Compagnia di Gesù, quella cioè di rinunziare per sempre alla sua splendida condizione e di farsi gesuita. Pareva quasi una misteriosa tendenza ve lo spingesse, per scontar così i peccati della casa sua. Eppure non deve far maraviglia di trovare un pronipote di Alessandro VI sotto l'abito de' Gesuiti. La stessa demoniaca energia di volontà, per la quale i Borgia eransi segnalati, animava pure il loro compatriotta Loyola, benchè sotto altra forma e rivolta a diverso scopo. Ed anche le massime del Principe del Machiavelli divennero la parte politica delle costituzioni gesuitiche.
Il duca di Gandia andò nel 1550 a Roma per gettarsi a' piedi del Papa e divenire membro dell'Ordine. Appunto allora Paolo III, fratello di Giulia Farnese, era morto, e Giulio III Del Monte asceso alla Santa Sede. Ma in Ferrara era ancora sul trono Ercole II, zio cugino di Don Francesco. Egli si ricordò della parentela e lo invitò, andando a Roma, di passar per Ferrara. Francesco si fermò alla corte del figlio di Lucrezia tre giorni, e vi fu ricevuto anche da Renata. Non si sa se l'entusiastico discepolo di Loyola fosse a notizia de' sentimenti religiosi dell'amica di Calvino. Il loro incontro però, nella patria del Savonarola e nell'appartamento di Lucrezia, offriva un contrasto acutissimo e de' più strani. Francesco continuò quindi per Roma; donde poscia tornò presto di nuovo in Spagna. Morto il Lainez, fu nel 1565 terzo Generale della Compagnia di Gesù. Morì in tal qualità a Roma l'anno 1572. La Chiesa lo santificò; così un pronipote di Alessandro VI divenne un santo.[289]
La discendenza di questo Borgia si ramificò, innestandosi con le più nobili famiglie di Spagna. Il suo primogenito Don Carlos, duca di Gandia, sposò donna Maddalena, figlia del conte Oliva della casa Centelles. Così quella famiglia, cui apparteneva il primo promesso sposo di Lucrezia, s'imparentò un mezzo secolo più tardi con i Borgia. La stirpe de' Gandia durò sin nel secolo XVIII, nel quale ebbe anche due cardinali Borgia.
Ercole II non scoprì le eretiche relazioni di sua moglie che nel 1554. La cacciò in un chiostro. Ma la nobile principessa restò fedele alla Riforma. Quando l'Inquisizione soffocò a Ferrara il moto riformatore, essendo duca il figlio suo, ella rientrò in Francia. Ivi visse fra Ugonotti nel suo Castello di Montargis, e vi morì nel 1575. Per strana combinazione il duca di Guisa fu proprio genero di lei.
Renata diede al marito parecchi figliuoli: Alfonso, principe erede; Luigi, più tardi cardinale; donn'Anna, sposatasi appunto col duca di Guisa; donna Lucrezia, poscia duchessa d'Urbino; e donna Leonora, rimasta nubile.
Il figlio Alfonso II successe nel Governo di Ferrara l'anno 1559. È quel duca reso immortale dal Tasso. Come l'Ariosto, al tempo del primo Alfonso e di Lucrezia, aveva glorificata la casa d'Este con un poema monumentale, così ora Torquato Tasso continuava codesta specie di esaltazione tra i nipoti, quando sul trono di Ferrara sedeva il secondo Alfonso. Il caso metteva così ai servizii della stessa corte i due più grandi poeti epici d'Italia. La sorte del Tasso è uno dei più sinistri ricordi della casa d'Este; eppure, che il cigno canoro abbia fatto risuonare proprio in mezzo alla corte di Ferrara la sua canzone, è, al tempo stesso, l'ultimo dei ricordi che abbia importanza nella storia di quella. Perchè con Alfonso II, nipote di Lucrezia Borgia, morto senza figliuoli, s'estinse il 27 ottobre 1597 la linea legittima della famiglia d'Este. Don Cesare, un nipote di Alfonso I, figlio di quell'Alfonso, che Laura Dianti aveva a colui partorito e di donna Giulia Della Rovere di Urbino, salì, è vero, al trono di Ferrara alla morte di Alfonso II, come suo erede per legge; ma il Papa nol volle riconoscere. Indarno cercò mostrare come l'avo suo, poco prima di morire, avesse regolarmente sposato Laura Eustochia, e che fosse per questo divenuto egli legittimo erede della casa. A nulla giovò che i giureconsulti perorassero la validità delle pretensioni di Don Cesare innanzi ai tribunali di papi ed imperatori. E approdò ancor meno, che, sull'esempio del Muratori, quei diritti, a tutt'oggi, fossero dai Ferraresi sostenuti. A Don Cesare fu giuocoforza sottomettersi alla decisione di Clemente VIII. Il 13 gennaio 1598 il nipote di Alfonso I dovette firmare la rinunzia al Ducato di Ferrara. Con la moglie Virginia dei Medici e coi figliuoli abbandonò quella, che per secoli era stata la residenza degli antenati suoi, e si ridusse a vivere a Modena col titolo di Duca di questa città, alla quale s'aggiunsero anche Reggio e Carpi.
Don Cesare continuò quivi la linea collaterale degli Este. Sullo scorcio del secolo XVIII, mercè l'arciduca Ferdinando, essa trapassò nella casa Austro-Estense. Ed anche questa oggi è venuta meno. E caduta pure è la dominazione dei Papi in Ferrara. Là ove un tempo, quando nel 1502 Lucrezia Borgia fece il suo ingresso, sorgeva Castel Tedaldo; là, ove Clemente VIII fece erigere la grande fortezza, oggi non è che un campo: la fortezza fu smantellata nel 1859. In quel campo sta dimenticata e quasi sperduta la statua di Paolo V, e intorno intorno tutto è solitudine. Così anche oggi, innanzi alla rôcca di Giovanni Sforza in Pesaro sorge una colonna, dalla quale la statua fu abbattuta: sulla base si legge: «Colonna di Urbano VIII; ecco tutto quel che ne rimane.»