Passeggiate per l'Italia
Napoli
L'isola di Capri
Palermo-Siracusa
Napoli e la Sicilia dal 1830
al 1852
Versione dal tedesco di Mario Corsi
Ulisse Carboni—Libraio Editore
ROMA
Via delle Muratte, 77
1909
NAPOLI
(1854)
Napoli.
(1854).
I.
Roma, da dopo la rivoluzione del 1848, appare ancor più silenziosa che nel passato; tutta la vivacità del popolo è scomparsa e le classi agiate si tengono paurosamente nascoste, guardandosi bene di far parlare di sè; e le classi infime sono ancora più misere e più oppresse di prima. Le feste popolari sono scomparse, o quasi; il carnevale è in piena decadenza; e persino le feste di ottobre, un tempo sì allegre fuori delle porte, fra i bicchieri di vino dei Castelli e il saltarello, sono presso che dimenticate. Roma è oggi una grande rovina della civiltà: non vi si vedono che processioni di preti e di frati, non vi si sente che suono di campane o musica chiesastica, e tutta la vita sembra essersi rifugiata fra i curiali, fra i cardinali, fra i monaci, fra i preti. Il popolo non è che un semplice spettatore che non lavora, che non commercia e si contenta soltanto di contemplare, e contempla le rovine antiche, le gallerie del Vaticano, le funzioni in S. Pietro o nella Cappella Sistina, dove il Papa e i cardinali stanno disposti in gruppi, sempre nello stesso ordine, sì da parere un gran quadro. Persino nel Corso, per cui il Romano passeggia gravemente nel pomeriggio ed alla sera, la gente vi si reca non per muoversi, ma per ammirare le belle signore che corrono in su e in giù in carrozza.
Ben diverso è l'aspetto di Napoli, dove il vivace, febbrile e continuo chiassoso movimento di tutto quel popolo, ha del fantastico. Si direbbe una città in rivoluzione, perchè tutti si muovono, tutti si agitano, tutti gridano e schiamazzano. Nel porto, sulle rive del mare, nei mercati, in via Toledo, persino a Capodimonte, al Vomero, a Posillipo, lo stesso movimento, lo stesso chiasso. A Napoli non si riesce a far nulla, e il nostro occhio nulla può fissare: ovunque bisogna guardarsi senza posa contro gli urti e gli spintoni. La stessa viva luce del mare e delle rive mantiene in continua agitazione, eccita la vista e la fantasia; e il frastuono delle voci umane e delle carrozze non cessa nemmeno nel cuore della notte.
Da Castel Sant'Elmo salii fino al monastero di S. Margherita, un edificio principesco dei Benedettini senza l'uguale per magnificenza architettonica e per posizione, il quale domina Napoli dal Vomero, con la vista insuperabile dell'ampio golfo, delle sue isole e dell'immensa città, distendentesi da Posillipo sino alle falde del Vesuvio. Ebbene, anche a quell'altezza arriva confuso il rumore della città e pare quasi che la popolazione in basso sia impegnata in una lotta terribile, sia in piena rivoluzione. Chi volesse ricercare perchè tutta quella gente grida, che cosa offrano tutte quelle voci, troverebbe che tutto ciò è per il popolo napoletano un piacere, un godimento. Mi diceva un frate benedettino di distinguere fra tutta quella confusione la voce di alcune donne che vendevano frutta. Che cosa non si offre in vendita qui ad alta voce? Tutto quello che sorge su questo suolo benedetto, tutto quello che l'industria dell'uomo produce, ha il suo grido particolare: i pesci, le frutta, i pulcinella, le statue dei santi in legno. L'unica cosa che non si offre ad alta voce sono le belle ragazze; ma v'è pure il ruffiano pallido, che come serpe striscia per via Toledo e va susurrando a mezza voce, al passante: «Una ragazza fresca, bella, bellissima, di tredici anni...».
Rimasi a lungo sulla terrazza di S. Martino appoggiato al parapetto ad ascoltare le voci che salivano da Napoli. Se questo popolo, pensavo, fa tanto chiasso nella sua vita comune, quanto ne farà quando è agitato da passioni, durante le lotte, quando vuole il saccheggio, come fecero il 15 maggio 1848 i lazzaroni a migliaia dietro la carrozza di re Ferdinando!
Il frastuono napoletano ha però di solito un carattere pacifico: è allegro ed in fondo è ordinato nel suo apparente disordine. Tutta quella gente, che brulica come formiche, si muove in certe direzioni fisse, con uno scopo determinato. In questo popolo la vita circola come il sangue nel corpo umano, e quelle sue pulsazioni febbrili in apparenza, sono in realtà regolari e normali.
La rivoluzione e le sconfitte morali di questi ultimi anni non hanno lasciato tracce profonde nella città partenopea. La vita ha ripreso il suo corso, come nulla fosse accaduto, e non ci si accorgerebbe nemmeno di quello che accadde, se le persone prudenti non ci avvertissero di parlare con molta cautela, di guardarci dalle spie, ovunque sparse, e se qua e là, in specie a Medina e a Monte Oliveto, non si vedessero case e palazzi ancora danneggiati dalle artiglierie di Castel Nuovo. Ora, ai forestieri è concesso di portare il cappello alla calabrese ed il pizzo al mento, avendo l'ambasciatore francese chiesta ed ottenuta soddisfazione per lo sfregio fatto ad un suo connazionale arrestato per istrada e senz'altra formalità trascinato in una bottega di barbiere, dove, per ragioni di Stato, gli si erano rase le basette ed il pizzo. Mi ha narrato un prigioniero di Stato a Pozzuoli che alcuni giovani napoletani hanno dovuto scontare nel carcere il grande delitto di aver portato un cappello od una barba rivoluzionaria...
L'armonia regna in questo paese: non un volto grave, melanconico: tutto qui sorride; a migliaia scivolano nel porto le barche, a migliaia passano per Chiaia e S. Lucia le carrozze; ad ogni passo s'incontrano persone intente a mangiare maccheroni, o frutti di mare; in terra si canta e si suona; tutti i teatri sono aperti; oggi, come prima, il sangue di S. Gennaro bolle e si discioglie; nessuna bomba ha ucciso pulcinella; la Villa Reale è piena di forestieri che lasciano cospicue mancie. Questo popolo vive alla giornata: non ha passioni politiche, non ama le cose gravi, le passioni virili, senza le quali un paese non ha una storia propria. Dalle sue origini Napoli ha sempre avuto per padroni gli stranieri: i Bizantini prima, poi i Normanni, gli Svevi, gli Angioini, gli Spagnuoli, i Borboni e Gioacchino Murat. Un popolo, che è privo di carattere, che non ha sentimento nazionale, si piega a qualunque signoria. Fa senso vedere ancora oggi in corso le monete coll'effigie di Murat, accanto a quelle di re Ferdinando. Gli uomini assennati, che scusano il carattere di questo popolo e non se ne adontano, mancano di perspicacia e di prudenza.
Tornavo una sera a Napoli da Portici, e per istrada salì nella carrozza in cui mi trovavo un medico, ancor giovane, spiritoso e gentile. Egli scandagliò da prima il mio modo di pensare, quindi parlò liberamente sulle condizioni presenti di Napoli. Le sue osservazioni erano così serene che io rimasi stupito che egli si arrischiasse a farle ad uno sconosciuto. Gl'Italiani parlano volentieri di politica con i forestieri e con essi non fanno misteri del loro modo di pensare. Quel medico era stato perseguitato per aver avuto in tempo passato relazioni con Poerio. Lo interruppi nel suo discorso per additargli una grande quantità di lumi che si erano accesi alla Marinella, certo per una festa.
Come è stupenda questa vista—dissi—con tutti quei lumi che fan corona al porto!
E' vero—rispose quegli—è proprio stupendo. Così è il nostro popolo! È lieto ogni qual volta c'è una festa, uno spettacolo, una illuminazione. Come potrà mai questa folla ignorante nutrire idee serie?
I Napoletani sono irritati, ma ridono. Non vi è in tutto il mondo un paese in cui il dispotismo sia usato con tanta facilità, poichè è impossibile distruggere i tesori di questa splendida natura, ridurre sterile questo fertile suolo. Sotto questo cielo ognuno può sempre liberamente muoversi, tutti quanti i sensi provano la loro soddisfazione. La natura eguaglia tutto: non vi è luogo più democratico di Napoli. Chi potrebbe mai annullare questa magna charta della libertà?
Io ho trovato sempre straordinariamente caratteristico questo spettacolo. Nelle ore calde del pomeriggio, sotto il porticato di una delle principali chiese, quella di S. Francesco di Paola, si vedono centinaia di lazzaroni sdraiati che dormono, sudici e cenciosi, decorazione poco armoniosa e decorosa con quell'opera architettonica. Ho ripensato a quegli altri lazzaroni dell'antica Roma, i quali facevano essi pure la siesta sotto il portico di Augusto e di Pompeo, se non che quelli tenevano in tasca le tessere per la distribuzione del grano, e questi non l'hanno. In qualunque altra capitale d'Europa la polizia caccerebbe via tutti quei dormienti dal portico di una chiesa dinanzi al palazzo reale. Qui, invece, dormono a loro bell'agio, e le sentinelle che passeggiano distratte in su e in giù presso le statue equestri di Carlo III e di Ferdinando I, li guardano come la cosa più naturale del mondo.
Questa Piazza Reale, vicinissima al mare, di cui però non si gode la vista, mirabilmente selciata, tanto che potrebbe servire benissimo da sala da ballo, circondata di eleganti edifici, è uno dei punti più eleganti della città. Vi risiedono il Re, la Corte e le principali amministrazioni; si potrebbe chiamare questa piazza, non il cuore di Napoli, chè questo titolo spetta al porto, ma il cervello. La piazza non ha carattere storico e mostra piuttosto un inespressivo aspetto moderno, sia nel palazzo reale, un edificio dalla facciata liscia, dalle mura tinte di rosso, simmetrico, monotono, sia nei due palazzi uguali che fiancheggiano la piazza stessa, sia infine nella chiesa di S. Francesco di Paola, un'imitazione del Pantheon di Roma, senza carattere proprio, inespressiva come tutte le copie senz'anima. Anche le statue equestri di bronzo di Carlo III, fondatore della dinastia, e di Ferdinando I, opere pregevoli del Canova e di Antonio Calì, con la loro tinta allegra e chiara, svelte e liscie, non hanno niente di storicamente monumentale: si direbbero piuttosto decorazioni transitorie. Tutto qui ha del resto, lo stesso carattere di modernità e di gaiezza. Il palazzo reale potrebbe benissimo trasportarsi, senza che il suo stile vi si opponesse, in mezzo ad un grandioso giardino, o ad un parco, e sarebbe allora una villa principesca come quella di Caserta e di Capodimonte, alle quali moltissimo assomiglia. Il famoso teatro di S. Carlo, il più vasto fra i teatri, è attaccato al palazzo, di cui anzi forma un'ala. Le muse della musica e del ballo dimorano dunque sotto lo stesso tetto del capo dello Stato, e in una corte laterale, che si vede anche dalla strada, fanno ogni mattina gli esercizi i soldati svizzeri, molto semplicemente vestiti di tela grigia, che armonizza perfettamente con l'architettura fredda ed inespressiva del palazzo.
Re Ferdinando è tuttora imbronciato con Napoli. Il suo palazzo è deserto, la Corte trovandosi nella deliziosa isola d'Ischia. Un giorno però il Re è venuto in città per assistere alla festa della Madonna del Mercato, che gode tanta fama quanto quella di Piedigrotta. Io ho avuto occasione di vedere la famiglia reale e la Corte al Mercato, e poi per istrada, quando faceva ritorno al palazzo. Il corteo, composto di varie berline dorate, era splendido e faceva bella mostra nel Largo di Castello, mentre il palazzo reale, che avevo visto sempre muto e silenzioso, riacquistava anima e vita. Non un sol grido di Viva il Re! si levò da quella folla, che si accontentò di scoprirsi la testa, come fa quando suonano le campane dell'Ave Maria.
Le truppe si presentavano bene: bellissimi specialmente gli usseri, dalla pittoresca divisa a colori vivaci e dagli eccellenti cavalli. Abituato a non vedere in Roma che soldati francesi, ho provato un vero godimento nel trovarmi di nuovo dinanzi a truppa italiana. I Napoletani sono bei soldati, ben vestiti, abbastanza istruiti, ma, si capisce facilmente, in essi di militare è soltanto l'apparenza.
A Roma, per le vie, s'incontrano spesso corporazioni che vanno in lunghe file, a due a due, portando un po' di vita nei quartieri silenziosi e deserti, e dànno insieme un'idea della vita del paese, governato e disciplinato esclusivamente da preti: sono lunghe file di monache, di frati, di ragazzi appartenenti a questo o a quell'istituto, di poveri orfani, di colleggiali vestiti in rosso, in nero, in turchino, in bianco; sono confraternite della Morte con i cappucci neri, od altre dal cappuccio verde, bianco, violetto, e sono anche file di soldati. A Napoli tutte queste comparse, più o meno clericali, non vi sono, o si perdono fra le masse del popolo; si distinguono però i militari e più ancora i galeotti che camminano scortati dalla truppa, incatenati a due a due, e vestiti di vario colore, a seconda della categoria a cui appartengono per i delitti commessi. Se ne incontrano in città e fuori, a Portici e a Torre del Greco, e la vista di quei disgraziati, in mezzo a quella natura così raggiante, che dà gaiezza al cuore e all'anima, che invita al piacere, produce un'impressione infinitamente dolorosa. A Napoli però non vi è nessuna di quelle corporazioni che attraggono tanto l'attenzione in Roma, e i monaci stessi, numerosissimi ovunque la vita è facile ed agevole la vegetazione alle piante parassite, si confondono nella folla, dando a questa un nuovo contributo di varietà.
Tanto nella festa della Madonna del Mercato, quanto in altre occasioni, il popolo non pensa che a divertirsi e a stare allegro. I Napoletani non vanno ad una festa per assistere alle funzioni religiose, per ammirare le fonti del culto, ma per stare all'aria aperta, per godere le bellezze naturali, cui la folla variopinta dà un nuovo risalto. Ho visto migliaia e migliaia di Napoletani alla festa per il centenario della Madonna di Posillipo. Non avevo mai assistito ad uno spettacolo così teatrale: la folla variopinta ingombrava la splendida riviera di Chiaia, la Villa Reale, tutta la strada sino a Posillipo: ovunque bandiere, festoni, fiori; il golfo splendeva di luce; sei navi da guerra, ancorate fra Chiaia e il porto, facevano senza posa fuoco dalle loro artiglierie; il rumore ed il chiasso erano indescrivibili; la processione non aveva niente di dignitoso, di solenne, d'imponente, per chi arrivava da Roma. A Roma, anche le processioni più meschine presentano un carattere artistico, il che mostra avere le arti esercitato la loro benefica influenza persino sulle minime cose del culto, quali sono gli emblemi, le allegorie, le immagini dei santi. Il senso del bello ivi regna dovunque, in ogni cosa; si direbbe che gli Dei della Grecia, i quali stanno al Vaticano e al Campidoglio, non tollerino il brutto e il barocco neanche nei santi. Il Museo Borbonico non ha esercitata affatto quest'influenza sul popolo di Napoli. L'arte plastica ha pochi aderenti, pochi cultori; quivi ha fatto sentire la sua influenza la sola pittura, quella allegra e brillante degli affreschi di Pompei, dei quali si vedono imitazioni ad ogni passo le quali quanto più sono fantastiche tanto più piacciono.
Non potrei descrivere quali brutte immagini di santi io abbia visto portare in processione a Napoli; prodotti di un'arte senza principî, senza gusto e di una fantasia bizzarra che, in quanto a stranezza, ha poco da invidiare all'arte indiana. Per formarsi un'idea di quanto sia disposto questo popolo ad essere tollerante in materia d'arte, basta osservare bene quelle barocche statue di santi per le strade e quei Cristi in legno di orribile fattura, sorgenti qua e là nelle piazze.
E' necessario entrare a Napoli in una di quelle botteghe dove si vendono statue di santi, per comprendere quale sia il modo con cui questo popolo meridionale sente ed esprime la religione e l'arte. Un giorno capitai in una di quelle strade, brutte e strette, che dal porto salgono alla collina; ad un tratto, la mia attenzione fu richiamata dalla vista di alcuni artefici occupati a lavorare assiduamente in una stanza aperta. Gettai lo sguardo in quell'ambiente lungo e profondo, che si andava oscurando verso la fine, e vidi disposti lungo le pareti due file di santi già ultimati e in mezzo una S. Agnese, col suo agnellino, vestita di bianco, con le gote colorite in rosso da fare invidia a due ciliege. Sulla porta d'ingresso lavoravano parecchi giovanotti, uno dei quali era intento ad ornare una statuetta in legno, con pagliuzze d'oro. Vi saranno state nella bottega per lo meno cento statue di santi, di tutte le dimensioni, dall'altezza di un fantoccio alla grandezza naturale, tutte dipinte coi colori più vivaci e più dissonanti, fregiate d'oro e d'argento, in tutte le posizioni, in tutte le attitudini. Impossibile descrivere la penosa impressione prodotta dall'accozzo di tutti quei colori, dalla stranezza di quelle attitudini, dalla quantità di amuleti, di simboli superstiziosi, di cui sono ricoperte quelle immagini.
Si direbbe che questi scultori, se pure meritano un tal nome, fabbrichino divinità per il popolo, come le crearono Esiodo ed Omero.
Nel contemplare tutte quelle statue, credetti di essermi fatta un'idea della natura della religione di questo popolo, e, stanco e nauseato, mi affrettai a recarmi sul molo, per respirare l'aria libera e ricreare il mio spirito nella vista della natura sempre pura, bella e santa. Pur troppo, l'uomo qui non corrisponde, alla natura che lo circonda; diversamente, in vista di questo mare, di questi monti, di questo cielo, non potrebbe pregare davanti a quegli orribili fantocci.
II.
Una breve dimora in Napoli è sufficiente per dimostrare che non tutta la vita si concentra nella città, bensì si riversa grandemente nei dintorni. La città in sè è tutt'altro che piacevole; quell'enorme frastuono, quelle case altissime ed architettonicamente barocche, quel sudicio ovunque, quel gridare incessante ed assordante, finiscono con lo stancare. A Napoli si dimora soltanto perchè ha dintorni di bellezza meravigliosa e perchè da questo centro si può andare in breve tempo a Pompei, ad Ischia, a Sorrento, a Portici, a Pozzuoli, a Baia, al Vesuvio, a Capri.
La gente va continuamente fuori della città per tre direzioni, che formano propriamente la topografia della città: per la via Toledo, la massima arteria di Napoli, che porta alla bella collina di Capo di Monte, ai colli circostanti cosparsi di ville, ed al romitaggio delizioso di Camaldoli; e per le due vie che partono insieme dall'estremità di via Toledo e vanno lungo il mare, una attorno il porto, sino a Marinella, a Portici, a Pompei, e al Vesuvio; l'altra per Chiaia, a Posillipo, e, oltre la grotta di questa, a Pozzuoli e a Baia. Queste sono le tre maggiori strade di Napoli, per le quali senza posa passa un fiume di gente, in ispecie nel pomeriggio e nella sera. Vi si vedono lunghe file di carrozze, di carretti, e di carri a due ruote tirati da muli; vi si vedono tutto il lusso, tutte le industrie, tutto quello che occorre nella vita. I magazzini e le botteghe più eleganti sono in Toledo; nelle altre due vie si trovano specialmente gli oggetti di prima necessità; il quartiere più elegante di Napoli è però costituito dalla via Toledo, sino lungo Chiaia e verso la grotta di Posillipo. Chiaia è una strada meravigliosa; i suoi palazzi moderni sono occupati dai più ricchi cittadini, dai rappresentanti delle potenze straniere e dai principali alberghi. Di fronte sorge la Villa Reale, i cui giardini non sono aperti che alle persone decentemente vestite; soltanto alle classi superiori ne è permesso l'accesso; il popolo ne è escluso. Sulla spiaggia non vi sono che pochi pescatori; i bagni colà costruiti non sono alla portata delle borse moderne. Le botteghe di oggetti di prima necessità, i modesti mercati di pesce, di legumi, e le taverne ricominciano là dove la via si divide e mena alla grotta di Posillipo e a Margellina.
Tutte queste vie hanno un aspetto ordinario e tranquillo; ma la scena muta non appena, oltrepassato il Castello, si giunge a S. Lucia. Qui pullula tutta la vita popolare, non interrotta per breve spazio che dal palazzo reale e dal castello, per raggiungere la massima intensità al molo, al porto, a Marinella ed al mercato; al di là, nei sobborghi fino a Portici, diminuisce. S. Lucia, il luogo di carattere più svariato e dove sono le locande di secondo ordine, è la linea di confine fra la parte aristocratica di Napoli e quella popolare. Il porto è il punto del maggior movimento popolare e del commercio; ivi si lavora, si traffica senza posa, e ivi è tutto quello che è necessario alla vita del popolo. V'è un movimento continuo; le calate sono sempre ingombre di carbone e di altri materiali; vi si affollano continuamente pescatori, barcaiuoli, lazzaroni, piccoli mercanti. Gli abitanti delle campagne, i popolani vengono qui ad acquistare gli abiti e le scarpe, che empiono case da cima a fondo. Qui si vendono tutte le masserizie casalinghe, qui sono caffè, liquorerie, spacci di tabacco, unicamente frequentati dal popolo, fruttaioli i quali tengono gli aranci e le angurie già tagliate a fette che essi vendono per un tornese e che vengono mangiate dai compratori in piedi. Qui si vedono vere montagne di fichi d'India, di cui la gente più misera si nutre; questo è il luogo di riunione, si potrebbe dire la sala di conversazione del popolo. Nel pomeriggio, agli angoli di certe vie, si vedono lettori pubblici di storie cavalleresche e di storie di briganti. Qui lo scrivano pubblico tiene il suo tavolo e scrive lettere amorose. A Marinella vi sono teatri con pulcinella, il quale di su la porta invita la gente ad entrare. Vicino al porto esiste pure il principale teatro popolare detto di S. Carlino, e nei dintorni vi sono altre capanne per chi vuol fare i bagni di mare a poco prezzo.
La folla e il movimento che regnano sul porto, sono un nulla in confronto a quanto si vede nei due maggiori mercati, vicini a Marinella: il Porto Nuovo e il Mercato. Il Porto Nuovo è sempre ingombro da una folla immensa; si direbbe che l'intera Campania abbia mandato le sue frutta e il golfo tutti i suoi pesci su questa piazza. Il popolo vi si reca per comprare, per mangiare; lo si potrebbe dunque definire come il ventricolo di Napoli. È veramente interessante osservare tutta quella folla, tutto quel frastuono, ed uno lo può fare a suo bell'agio, rifugiandosi in una di quelle cucine all'aperto, costituite da quattro tavole, dove si preparano e vengono mangiate le pizze, specie di torte schiacciate, rotonde, condite con formaggio, o con prosciutto. Si ordinano e in cinque minuti sono pronte; per digerirle, però, è necessario avere i succhi gastrici di un lazzarone.
I mercati settimanali hanno pure luogo su quella piazza, per un Tedesco di triste memoria, perchè colà fu decapitato l'ultimo degli Hohenstaufen; è del pari caratteristica per essere stato il teatro di uno storico episodio, quello di Masaniello, su quella piazza dai lazzari eletto loro re, e ivi trucidato.
Questo luogo è storico per il popolo napoletano; è come la sua piazza della Bastiglia, sanguinosa per le scene terribili di giustizia popolare; il popolo vi troncò il capo a nobili cittadini e li espose all'oltraggio. È rimasta terribile anche per i ricordi della peste.
Interessante, ma difficile insieme, sarebbe descrivere tutto questo caos di persone e classificarle in tanti gruppi ben distinti. Sono stati fatti infiniti quadri e disegni della vita popolare a Napoli; si sono scritte su ciò numerose opere, profonde e vivaci, ma nessuna ne dà un'idea precisa a chi non la potè mai vedere coi propri occhi. Pertanto, vo' provarmi a dare uno schizzo della strada di S. Lucia, più di ogni altra interessante. Ho pur già detto che questa via, sita in uno dei punti più belli di Napoli, è quella dove vennero a contatto le classi superiori ed inferiori della popolazione e dove la vittoria rimase al ceto medio. Non troppo lunga, la strada è circoscritta a sinistra dal mare, dal palazzo reale e a destra dal pittoresco Castel dell'Ovo. Distendendosi quasi al centro del grande arco del golfo, si trova aperta sul mare, di cui si gode liberamente la vista, non intercettata come pel porto dalle alberature dei bastimenti. La sua posizione è meravigliosa ed invita molti forestieri a stabilirsi nei suoi alberghi di second'ordine, dai quali si può godere alla sera la bellezza insuperabile del mare e la frescura della brezza marina.
Io dimorai a S. Lucia quaranta giorni, e dalla mia finestra vedevasi tutto il golfo raggiante di luce: le due cime del Vesuvio dominanti la bianca città, le pittoresche spiaggie di Castellammare, di Sorrento, fino a Capo Minerva, e l'isola di Capri. Ogni mattino, quando la rosea luce del golfo veniva a svegliarmi nella mia camera, mi abbandonavo alla contemplazione di quel fantastico spettacolo che è colà il levare del sole, e guardavo le tinte di fuoco dei monti e del mare, che parevano avvolgere in un incendio colossale la grandiosa città. Ma più magico ancora era lo spettacolo che mi si parava dinanzi allorchè la luna nel suo pieno, sorgeva sul Vesuvio, e spandeva la sua luce argentea sui monti, sul mare, sulla città, illuminando l'intero golfo. La cupa foresta degli alberi delle navi nel porto si distaccava allora sopra un fondo di brillante bianchezza; la luce dei fanali impallidiva; infinite barche scivolavano sulle onde, e sparivano, e tosto ricomparivano all'orizzonte; lo scoglio gigantesco di Capri appariva, e Somma, il Vesuvio, i monti di Castellammare e di Sorrento, quasi forme fantastiche, s'illuminavano. Chi avrebbe potuto dormire in quelle notti? Io prendevo una barca a S. Lucia e navigavo su quelle onde fosforescenti, oppure rimanevo seduto sulla spiaggia, insieme con popolani a mangiare frutti di mare.
Quei luoghi anche di notte sono animati, pieni di vita.
Nel quartiere di S. Lucia è concentrato specialmente il commercio dei frutti marini, disposti in buon ordine, con le ostriche, nelle piccole botteghe, ciascuna delle quali porta un numero e il nome del proprietario. Sono incessanti le grida per invitare la gente ad entrare; le botteghe sono illuminate, e tutti quei prodotti del mare rilucono dei colori più svariati: sono ricci, stelle di mare, coralli, araguste, dalle forme più bizzarre, dalle tinte più dissimili. Il mistero delle profondità marine è ivi svelato e quel piccolo mercato presenta ogni sera il lieto aspetto quasi di una notte di Natale marittima.
Chi scende la gradinata che porta al mare, ad un tratto si trova come in una specie di grande sala illuminata a cielo scoperto. Intorno a piccole tavole i popolani mangiano ostriche e maccheroni; è uno spettacolo stupefacente vedere come quegli esseri divorino, pagandoli un paio di grani ad un pescatore o ad un lazzarone, i maccheroni, e con quanta velocità li facciano scivolare nella gola. Là dove termina il frastuono di questi divoratori, incomincia un'altra scena assai caratteristica: sotto una specie di volta, presso una fonte sulfurea, da mane a sera donne e fanciulli gridano, schiamazzano con bicchieri in mano, invitando a bere l'acqua salubre. Si prende posto su una sedia, si beve un bicchiere di quest'acqua minerale e si mangiano alcune piccole ciambelle. Con pochi soldi la gente modesta vi trova uno spasso; difatti, vi accorrono intiere famiglie e chi non mangia i maccheroni, prende almeno l'acqua sulfurea e le ciambelle. Ivi il movimento, l'andare e venire della gente dalla terra, dal mare, nelle barche, è incessante, ed ivi le ninfe notturne tendono le loro reti ai forestieri: sono fanciulle di facili costumi, accompagnate di solito dalla madre o da una canuta matrona, custode apparente del loro cuore. Più di una tenera relazione nasce a S. Lucia, fra un bicchiere e l'altro d'acqua sulfurea.
Di giorno il movimento in questo quartiere non è minore. Vi si prendono bagni in pubblico, alla presenza di tutti, ed io ho visto presso Castel dell'Uovo, nell'intiera giornata, schiere di ragazzi e di giovanotti saltare in mare, tuffarvisi e far mostra delle loro prodezze acquatiche. I Napoletani nuotano come tanti delfini. Il clima contribuisce a mantenerli in uno stato primitivo di natura; la temperatura calda mantiene in onore il nudo, il cui studio si può fare liberamente per le strade, ad ogni ora. Napoli è la città dei contrasti: corrono per le vie carrozze di lusso, appartenenti alle famiglie più aristocratiche, e alla presenza dei principi coperti di decorazioni scintillanti, di dame della più insigne nobiltà parigina e londinese, stuoli d'uomini, come se nulla fosse, si gettano in mare in costume adamitico. Io mi son concesso spesso il diletto di chiamare dalla mia finestra al quarto piano, quei ragazzi nudi della strada e di far loro vedere una moneta: in un atto essi si tuffavano nelle onde, vi compivano le loro prodezze e quindi tornavano nella strada, grondanti acqua per ricevere la mercede promessa. Lo spettacolo del nudo è in tutto il golfo; sulle stesse cancellate di ferro del porto si vedono di continuo arrampicarsi ragazzi intieramente spogli e precipitarsi di lassù a capo fitto in mare.
Il 18 maggio, per dare sfogo a questa immensa popolazione, fu aperta verso la campagna una nuova via, quella di S. Teresa, secondo il nome dal Re impostole in onore della Regina sua consorte. Questa strada domina la città e sopra Castel S. Elmo fa una parabola verso il Vomero, traversando colline e valli, per sboccare quindi a Chiaia. Ancora non è compiuta, nè selciata, e in molti punti bisogna attraversare fossati sopra a tavole; vi si incontrano però già cavalli, asini, muli e una folla di gente che, sopratutto, nelle domeniche e nelle feste, si reca a visitare i lavori. A quanto sembra le tre grandi arterie non bastavano più alla numerosa popolazione della città ed è stato necessario procurarle uno sbocco sul Vomero, ponendo Chiaia in comunicazione con questo. La nuova via sarà fiancheggiata da ville con giardini, secondo il gusto di coloro che ricercano l'aria pura, il verde, quasi la campagna in città, e col tempo sarà indubbiamente una delle più deliziose strade di Europa.
Ad ogni svolto di collina e di piccola valle, lo spettacolo della città sottostante, del golfo e delle isole varia, e tu non sapresti dove è meglio rivolgere lo sguardo nell'insuperabile bellezza di quell'orizzonte, sulla città, su quegli aranceti profumati, su quei giardini cosparsi di fiori o su quelle pittoresche macchie di pini, di palme, di cipressi. Chi non si sentisse rapito qui d'incanto per le bellezze che natura offre, non potrebbe che essere privo del senso del bello.
Si ascende alla nuova strada dagli Studi, dove vengono dati a nolo asinelli; io, però, preferii recarmici a piedi, da solo, onde meglio goderla ed arrestarmi qua e là a mio piacere. Vidi così successivamente Castel S. Elmo, dalle bianche mura, sorgente sopra un nero scoglio, circondato di captus, di aloe, di piante rampicanti; vidi, in basso, verdeggianti giardini, rocce calcaree dinanzi ad un'osteria quasi sperduta nella lussureggiante vegetazione di una vigna; vidi una valletta di limoni, di aranci, di melagrani, che mandavano nell'aria profumi deliziosi; e poi un sobborgo formato di fabbriche industriali, e amene e ridenti collinette, e case rustiche, e una gola piena di captus e di palme; e poi, ad un tratto, a sinistra, scorsi la città, il golfo, l'isola di Capri, ed una foresta di pini ai piedi del Vesuvio, che si staccava sullo splendido azzurro del cielo, tinto di violaceo; poi nuove rocce, nuovi giardini, nuove casette rustiche: una vera scena campestre, popolata da pastori, i quali portavano le loro capre al pascolo; un convento animato da monaci, alte colline rivestite di pini. Quante, quante bellezze! Mare, cielo, terra, tutto immerso nella splendida luce, ed un'aria finissima olezzante di profumi, ristoratrice!
Mi sedetti sotto un cipresso e rivolsi ancora lo sguardo ai giardini sottostanti, dove i tralci delle viti, agitati lievemente dalla brezza marina, pendevano a foggia di festoni dagli alberi, come nelle pitture di Pompei rappresentanti le baccanti. Avevo letto un libro in cui non ricordo quale erudito non sapeva darsi pace che quelle giovani donne ballassero per aria, affermando che ciò era contro natura, poichè avrebbero dovuto posare sul suolo i loro piedi e sostenendo che tali affreschi erano soltanto dei capricci di una fantasia sbrigliata. Povere cose, invero, l'erudizione e l'archeologia! In questo angolo di paradiso le cose si sentono e si comprendono oggi come le sentivano e le comprendevano gli antichi. Qui regna ancora l'idea del culto di Bacco e l'immaginazione si solleva in alto come una baccante col tirso; qui ci sembra di staccarci dal suolo e, sciolti da ogni vincolo terreno, di spaziare nell'atmosfera.
Le bellezze della natura e i sentimenti cristiani, alla presenza delle più grandi meraviglie della creazione, risvegliano sempre idee tristi. Ero giunto su di una altura dove alcuni soldati svizzeri stavano bevendo fuori di una piccola bettola, una capanna di paglia. Di lassù si dominavano il mare, le isole di Nisida, di Procida e d'Ischia, tutte avvolte nel manto meraviglioso del sole al tramonto. Uno di quei soldati mi si avvicinò e, gettando uno sguardo su quello spettacolo meraviglioso, con tono di mestizia mi disse: «Come è bello! troppo bello!... rende melanconici...»
III.
Ho visitato le tre più belle città marittime d'Italia: Napoli, Palermo e Genova, che gareggiano fra loro per magnificenza di posizione. Senza dubbio il primato spetta a Napoli, nessun'altra città potendo vantare un panorama naturale così classicamente grandioso, un Vesuvio, un golfo così bello, spiagge come quella di Castellammare e di Sorrento, isole così pittoresche. Le svariate tinte, la grandiosità, l'ampiezza di tutto questo non hanno le uguali al mondo; tutto qui ha il carattere dell'immenso, tanto l'opera dell'uomo quanto quella della natura, e tutto qui è avvolto in un mare di luce. L'occhio non riesce ad afferrare in una sol volta tutto il quadro, a meno di non restringere la prospettiva, di salire sopra una collina, oppure di inoltrarsi in mare, da dove le forme della città si perdono e rimangono visibili soltanto quelle della natura.
Genova, invece, ed anche Palermo si possono abbracciare con un sol colpo d'occhio; la prima, disposta ad anfiteatro co' suoi splendidi palagi, con le sue ville sui monti; la seconda distesa nella fertile vallata, con le sue cupole, co' suoi campanili, incoronata di monti dall'aspetto severo, che si estendono ai due lati, dal monte Pellegrino al capo Zafferano, lasciando fra essi breve spazio di mare. Entrambe, come ho detto, formano un quadro meraviglioso, visibile, apprezzabile con un solo sguardo. A Napoli, invece, tutto è grande, sterminato ed immerso in una luce in cui l'occhio si smarrisce ed in cui non può contemplare che una cosa alla volta. Salendo, per avere una idea di Napoli, sino a Castel S. Elmo, ai Camaldoli, o sul Vesuvio, i quali sono i punti più adatti per ammirare il panorama, ovunque Napoli si presenta come un'ampia città indefinita, dove prevale l'aspetto della campagna, la vista del mare. Le infinite case che sorgono attorno al golfo, non presentano caratteri architettonici, non dànno altra idea che d'un'immensa popolazione colà agglomerata. Si direbbe quasi che a quella gente basti il luogo e la vista, che dinanzi a tante meraviglie di natura, abbiano incrociato le braccia e rinunziato a gareggiare con quella natura stessa. Nessuna di quelle case emerge sulle altre; non si vedono che tetti a forma di terrazze, fatti a bella posta per godere il panorama; poche cupole di chiese, e queste poche bassissime ed appena visibili; quasi nessun campanile su quella monotona distesa. Costantinopoli è almeno assai più pittoresca, con le sue cupole, i suoi arditi minareti che sorgono fra i pini e i cipressi, dando alla città un aspetto caratteristico, simpatico. La mancanza di carattere architettonico in Napoli, la sua uniformità monotona, mi hanno sempre colpito ed io le ho spiegate per mezzo della sua storia, delle varie sue signorie, tutte passeggere, della inazione del suo popolo, della mancanza di attività diretta ad un dato scopo, della sua tendenza a vivere alla giornata, della sua cura del presente soltanto e di vivere il più gaiamente possibile. La storia non ha lasciato sulla città un'importanza e perciò questa città monumentalmente non ha veruna importanza. Nè le dinastie succedutesi rapidamente le une alle altre, nè il popolo espressero le loro idee per mezzo di quei monumenti che sono i ricordi più tangibili delle varie fasi di civiltà, la rappresentazione più visibile delle idee che predominarono per un dato tempo, o che tuttora sussistono.
Nota veramente caratteristica di Napoli è che quasi tutte le sue glorie sono glorie musicali: Scarlatti, il suo discepolo Porpora, Leonardo, Leo, Francesco Durante, Pergolese, Paisiello, Cimarosa, e tutti quei maestri che fino a Bellini, a Mercatante uscirono dal Conservatorio di Napoli, sono le più belle illustrazioni della città. Con questo non voglio dire che Napoli non abbia avuto altri uomini illustri; soltanto furono celebrità isolate, perchè quivi nessuna scienza o disciplina fu tenuta mai in grande onore.
Lascio da parte la descrizione e torno al carattere architettonico di Napoli, dove l'assoluta mancanza di opere monumentali colpisce in special modo chi, come me, giunge da Roma, la città più monumentale del mondo ed essa stessa monumento della storia universale. Anche indipendentemente da questo carattere monumentale, che è proprio di Roma, io credo che non vi sia altra città dove l'architettura e il paesaggio siano in tanta armonia e dove, indipendentemente dalle bellezze naturali, i monumenti portino da sè a suscitare l'ammirazione. Per cogliere queste perfette armonie, basta salire sul Monte Testaccio, sul Monte Mario, a San Pietro Montorio, sulla torre del Campidoglio; e per convincersi dell'imponenza architettonica di Roma, basta gettare uno sguardo su questa dal Pincio, da dove la città si presenta maestosamente, in linee grandiose e severe, come un monumento storico colossale.
Di là si scorgono i vari periodi di civiltà, le rovine del paganesimo, la cupola trionfante del cristianesimo, e le vicende del papato ci sfilano dinanzi, e tutto il significato di Roma si presenta alla nostra mente.
A Napoli, invece, in questa città di vita lieta, senza pensieri, i monumenti architettonici che attirano la nostra attenzione non sono nelle rovine, nelle chiese. Le reliquie dell'antichità sono scomparse; qui non si costruiva per l'eternità. L'unico e stupendo monumento che Napoli possegga dei tempi antichi sono le catacombe, più vaste forse di quelle di Siracusa, alle quali devesi aggiungere la meravigliosa grotta di Posillipo. Quanto a chiese Napoli ne possiede un bel numero, ma nessuna veramente pregevole: la noncuranza tutta democratica con la quale vengono lasciate nascoste fra le strade e le case, senza campanili, con orribili facciate, provano sufficientemente quanto il popolo napoletano, che pure formicola di preti e di frati, sia stato in ogni tempo indifferente nella religione. Qui non vi furono mai grandi ardori per la fede di Cristo, per la grandezza della Chiesa, e sotto gli Hohenstaufen anzi lunga ed accanita fu la lotta fra Napoli e il papato. La tendenza a vivere lietamente e piacevolmente, ha impresso un carattere di mondanità anche alle cose di religione; per convincersi di questo basta visitare la più bella chiesa moderna della città, S. Francesco di Paola, edificata da Ferdinando I per sciôrre un voto dopo la sua restaurazione nel trono. E' un'imitazione del Pantheon di Roma e serve principalmente di decorazione alla Piazza Reale; per convincersi poi quanta poca serietà e dignità ecclesiastica presenti, basta guardare il suo porticato, dove sono sempre negozi di spinette, che vengono suonate per prova continuamente.
A Napoli anche i palazzi, che dopo le chiese sono gli edifici più notevoli in ogni città italiana, sono sperduti fra dedali di casupole e per lo più sono grandi edifici di pessimo gusto, ed anche quando hanno qualche cosa d'imponente, come il superbo palazzo Maddaloni, simile ad una fortezza, non si possono osservare sufficientemente, perchè mancano di aria libera intorno a sè. A Napoli nulla ricorda il medio evo; tutto è moderno.
Osservando Napoli sotto l'aspetto architettonico, si finisce per convincersi che le sole abitazioni degne di attenzione, di ricordo, sono le amene ville che popolano le colline, l'arsenale, gli edifici che circondano il porto, il palazzo reale ed in special modo i tre grandi castelli che dominano da ogni parte il panorama della città. Da Castel S. Elmo, sul pittoresco Vomero, si ammira tutta Napoli; è uno spettacolo magico, soprattutto nell'ora indecisa del crepuscolo.
Nel golfo sorgono poi Castel Nuovo e Castel dell'Uovo, le due bizzarre moli di roccia, di color grigio e di aspetto cupo e minaccioso: sono le briglie del cavallo focoso di Napoli.
Volevo visitare Castel dell'Uovo, che è uno degli edifici più antichi di Napoli, poichè risale a Lucullo e fra le sue mura perì Romolo Augustolo, ultimo degli imperatori romani, ma non mi fu concesso. Federico II ultimò il Castello nel 1221, non immaginando certo che quello sarebbe stato il carcere degli ultimi suoi discendenti; giacchè qui, dopo l'infelice battaglia di Benevento, nella quale re Manfredi perdette regno e vita, per molti anni languirono i miseri figli suoi, e l'unica sua figliuola, Beatrice, dovette la sua liberazione da quelle mura soltanto al Vespro Siciliano.
Era il 5 giugno 1284, quando i Siciliani al comando dell'illustre ammiraglio Ruggero di Lauria, sostennero la famosa battaglia navale dinanzi a Napoli.
Dagli spalti del castello la figlia di Carlo d'Angiò ne fu spettattrice e con ansia ne attese l'esito; con non minore ansia dovette contemplarla attraverso l'inferriata del suo carcere l'infelice figlia di Manfredi; la principessa vide la flotta napoletana ripiegarsi da prima, poi sbaragliata e posta in fuga. Suo fratello Carlo fu fatto prigione e due galere siciliane gettarono l'ancora dinanzi al Castello, e Lauria chiese che venisse subito consegnata la figlia di Manfredi, minacciando in caso di rifiuto di far decapitare il figlio di Carlo d'Angiò a bordo del suo legno, innanzi a tutta Napoli. La misera fu tolta dal carcere, consegnata ai Siciliani e soltanto diciotto anni dopo, quando già aveva trascorsa tutta la sua giovinezza in prigione, riacquistò la sua libertà, fu condotta trionfalmente a Messina, dove sua sorella Costanza, moglie di Pietro d'Aragona, l'accolse nelle sue braccia, come una morta risuscitata. Nello stesso castello morirono pure i figli di Manfredi.
Castel Nuovo è ancora più imponente, e rappresenta senza dubbio il maggior monumento architettonico di Napoli. Di esso è famoso il bell'arco trionfale che Alfonso I di Napoli vi fece costruire nel 1470, su disegno di Giuliano Da Murano, o secondo altri, di Pietro Di Martino. Sorge sopra a colonne corinzie, fra due torri, ed ha numerosi bassorilievi di gran pregio, nei quali è riprodotto l'ingresso del Re vittorioso di Napoli. Le sue porte in bronzo sono opera di Guglielmo Monaco. Disgraziatamente quest'arco, veramente pregevole monumento, si trova nascosto come in un castello ed è sottratto quindi alla vista del pubblico. Si era parlato di trasportarlo davanti alla Cattedrale, ma l'idea non ebbe più seguito.[1]
Castel Nuovo venne edificato da Carlo d'Angiò nel 1283 e i più cospicui edifici di Napoli furono opera degli Angioini, come parimenti risalgono a quel periodo le chiese più importanti della città. Queste sono i veri monumenti storici di Napoli, non solo per le tombe che racchiudono, ma perchè la maggior parte di esse attinge la loro origine da fatti storici, come si vedrà quando ci tratterremo a parlarne.
La cattedrale fu incominciata da Carlo I sulle rovine di un antico tempio dedicato a Nettuno, e venne ultimata da Roberto I. Essa segna l'inizio dell'epoca degli Angioini. S. Domenico Maggiore venne eretta da Carlo di Calabria, nel 1289, per sciôrre un voto da esso fatto quando cadde prigione nelle mani di Ruggiero Lauria. L'altra chiesa di S. Lorenzo Maggiore venne fondata nel 1265 da Carlo I, ugualmente per sciôrre un voto da esso fatto dopo la battaglia di Benevento. S. Pietro Martire fu edificata da Carlo II d'Angiò; S. Chiara, da Re Roberto nel 1310; l'Immacolata, abbellita da affreschi di Giotto, venne fondata da Giovanna I, per ricordare le sue nozze con Ludovico di Taranto; S. Giovanni a Carbonara, Monteoliveto e S. Antonio Abate, tutte chiese edificate da Ladislao e da Giovanna. Anche lo stupendo monastero di S. Martino, sopra S. Elmo, ripete la sua origine dagli Angioini; e da ultimo il Carmine Maggiore ed il Purgatorio sul Mercato che segnò la caduta degli Hohenstaufen. Infatti, nella prima di queste due ultime chiese trovasi la tomba di Corradino e la statua erettagli nel 1847 dal re Massimiliano di Baviera; e nella seconda cappella sorge la colonna di porfido innalzata da Carlo I, sul punto dove vennero decapitati Corradino e Lodovico di Baviera. In essa si legge la seguente epigrafe:
ASTURIS UNGUE, LEO PULLUM
RAPIENS AQUILINUM
HIC DEPLUMAVIT, ACEPHALUMQUE DEDIT.
Nè i Normanni, nè gli Hohenstaufen lasciarono edifici in Napoli e sarebbe inutile ricercare gli avanzi di quella architettura moresco-normanna, i quali, al contrario, si trovano abbondantemente in Sicilia. Lo stabilirsi della dinastia degli Angioini a Napoli, dopo perduta la Sicilia, procurò a questa città l'unica epoca in cui fiorirono la scultura e l'architettura, facendo subentrare allo stile romano delle basiliche, quello germanico. Questo periodo di rifiorimento durò fin verso gli ultimi tempi del secolo XIV e raggiunse il suo apogeo sotto il regno di re Roberto, fautore ed amante delle arti belle. Napoli diede allora i natali ai due Masuccio, il secondo dei quali fu pure scultore distinto. Egli fece le tombe di Carlo di Durazzo, di Caterina d'Austria, di Roberto di Artois, e di Giovanni di Durazzo, nella grandiosa chiesa di S. Lorenzo, da lui ultimata sugli antichi disegni; costrusse pure la chiesa gotica di S. Chiara, collocando in quella, a tergo dell'altar maggiore, il capolavoro della scultura napoletana, la tomba di re Roberto, morto nel 1343. Questa è di stile gotico, ed è ornata di parecchie statue. Sebbene le forme non si presentino all'occhio ancora purissime, il complesso della composizione è artistico ed ha una semplicità di buon gusto. S. Chiara è ricca di monumenti sepolcrali, perchè riposano in questa chiesa parecchi altri Angioini, fra i quali Carlo di Calabria, figlio di Roberto, Giovanna I, ed altre principesse.
In generale, però, tutte le tombe degli Angioini fanno l'effetto di mancare di serietà e di dignità. Nella stessa maniera che le tombe di questa stirpe, passata senza alcuna influenza nella civiltà e vissuta nel piacere e nella crudeltà, non destano nell'animo commozione di sorta, nè la più lontana riflessione, parimenti l'arte non riuscì ad acquistare una forma espressiva e a dar loro un carattere netto. Il loro stile gotico è ricco, talvolta bizzarro, tal altra ingenuo, ma il più comunemente è di gusto assai equivoco. Anche dinanzi a questi monumenti ci si accorge di essere a Napoli, dove, non per la caduta degli Angioini, non per colpa dei tempi, l'arte cadde nel manierismo, nel barocco, nell'esagerazione, come appare entro e fuori a molte chiese, come quella del Gesù Nuovo, più simile ad una rocca che ad un tempio cristiano. Qui gli stessi edifici gotici furono indegnamente deturpati dai numerosi restauri, resi necessari dai frequenti terremoti, ed eseguiti senza spirito, senza sentimento artistico.
Ma dove questo pessimo gusto veramente trionfa, è nei tre obelischi della Concezione, di S. Gennaro e di S. Domenico, che reggono in cima la statua adorata del santo, e sono sopracarichi di statue, di figure, di ornati, peggiori dei quali è impossibile concepirne. In questi monumenti si rivela grandemente l'influenza spagnola, la quale regnò per molti anni e di cui non è rimasta un'unica memoria pregevole, giacchè governò queste belle contrade per mezzo dei suoi vicerè. Gli Spagnuoli lasciarono però alcuni ricordi di quel periodo, fra i quali la grandiosa Fontana Medina, opera di Domenico Auria, eseguita per ordine del vicerè Olivares nel 1593. Poi, la fontana fu per tre volte mutata di posto, sotto i vicerè Carlo Alba e Montery fino a tanto che donna Anna Caraffa, moglie del vicerè Medina, la fece collocare là dove attualmente si trova.[2]
E' opera grandiosa, ma di poco effetto, sopraccarica di figure, di tritoni, di delfini e di mostri marittimi tra i quali si leva la statua di Nettuno, in una conchiglia sostenuta da tre satiri. L'acqua assai genialmente sgorga dalle punte del suo tridente; ma il miglior ricordo dei vicerè spagnuoli rimarrà sempre la via Toledo, aperta alla metà del secolo XVI dal vicerè don Pietro di Toledo.
Ho visitato anche le meravigliose catacombe napoletane e ne sono uscito con una impressione di terrore e di ammirazione insieme, sopratutto di viva curiosità per quei tempi oscuri nei quali quei sotterranei furono costruiti ed abbelliti onde servire da dimore. Le catacombe di Siracusa hanno un aspetto assai men cupo, le loro gallerie essendo disposte simmetricamente. Al contrario, le catacombe romane, nelle parti almeno fino ad oggi rese praticabili, sono strette e basse. Sono semplici corridoi e stanzucce di modeste dimensioni, che non cessano con questo di apparire meno meravigliose, quando si ricordi che colà i cristiani celebravano di notte i loro misteri, e di là il cristianesimo uscì, per prendere possesso prima di Roma, quindi del mondo intero.
Le catacombe di Napoli furono scavate nel tufo, nelle colline a settentrione della città, al disotto di Capo di Monte; e si ritiene che si estendano fin verso Pozzuoli. Non potevasi rinvenire una qualità di pietra più facile ad essere scavata per tali abitazioni sotterranee di questo tufo vulcanico, di colore gialliccio; ed uno può farsi agevolmente un'idea esatta e chiara del modo in cui vennero aperte quelle caverne e quelle grotte, osservando le pareti di quel tufo stesso, che si lasciano in piedi per servire di ponti, nelle case in costruzione. Anche nelle strade nuove di Posillipo si trovano grotte e caverne scavate nella roccia, le quali non servono soltanto di magazzini, ma ancora di abitazioni.
I grandiosi scavi fatti in tal guisa sotto terra, i quali a poco a poco formarono un laberinto troglodito, dovevano avere uno scopo e servire a qualche uso. Sembra inverosimile che i Cimméri, primi abitatori delle sponde del golfo di Napoli, avessero fissata in quei sotterranei la loro dimora, perchè non è possibile immaginare una razza d'uomini capace da volersi cacciar nelle tenebre, nelle viscere della terra, in presenza di una natura così splendida e di un cielo così sereno. Nelle abitazioni di tal natura dei popoli primitivi, che si trovano nella valle Ispica e a Malta penetra sempre la luce nel giorno. Da principio quelle catacombe poterono servire di ricovero in caso di pericoli contro assalti di nemici, e quando si ampliarono, togliendo di colà i materiali che servirono alla costruzione della città, è naturale che sia sorto il pensiero di farle servire ad uso di sepolture. È accertato poi che non furono i cristiani a seppellire per primi i loro morti nelle catacombe di Napoli, bensì i Greci e i Romani, e basta osservarle per persuadersene. In una di queste vaste stanze trovasi oggidì ancora una piccola colonna, sulla quale sta scritto il nome Priapos in caratteri greci.
L'epoca nella quale le catacombe cominciarono a servire di sepolture è incerta. Furono certamente ridotte a tale uso per la natura dei luoghi, ma non vennero scavate appositamente per questo scopo. I Romani, per esempio, i quali abitavano la pianura, collocavano le loro tombe all'aperto, mentre gli Etruschi, abitatori dei paesi montuosi, le aprivano nelle rupi. Però, fin dai tempi della Repubblica, si scavarono camere mortuarie nel tufo vulcanico, onde collocarvi i sarcofagi; e oggigiorno le tombe degli Scipioni possono dare una piccola idea della catacomba.
In origine queste non dovettero servire di sepoltura che alle classi povere, impossibilitate a sostenere la spesa di sontuosi monumenti all'aperto e che dovevano scavare nel tufo i così detti loculi, dove deponevano le urne cinerarie dei loro cari. Nelle catacombe di Napoli si conservano avanzi di pitture le quali risalgono ai tempi dei pagani; la maggior parte però appartengono all'èra cristiana. I primi cristiani, infatti, dopo aver cercato in quelle dimore sotterranee rifugio contro le persecuzioni e luoghi adatti alla celebrazione del loro culto, cominciarono ad ornare le tombe dei loro cari in quell'asilo con immagini e simboli riferentesi alla fede.
Nelle catacombe di Napoli questi avanzi di pitture rivestono quasi un carattere pagano e si riconosce sulle pareti di queste tombe cristiane il carattere gaio degli affreschi di Pompei, e gli stessi simboli sono in qualche punto pagani, per esempio quelli della vendemmia e del torchio, tolti dal culto di Bacco. Vi si scorgono tralci di viti e grappoli d'uva, dei quali si cibano genî ed uccelli, ed il Cristo si vede rappresentato sotto le spoglie di Orfeo. I simboli cristiani però vanno acquistando a poco a poco il loro predominio e si cominciano a vedere: Cristo, il buon pastore che pasce le pecore e porta un agnello sulle spalle, il cervo, il pesce, il pavone, la colomba, la croce e gli angeli. Produce una profonda impressione vedere questi antichi affreschi cristiani, anneriti dal fumo delle fiaccole, ed osservare in questi luoghi tenebrosi i principî dell'arte cristiana, che tengono dietro allo stile pompeiano ed assumono a mano a mano il carattere bizantino, succedendo i simboli cristiani alla mitologia pagana, mentre la novella religione si preparava ad uscire alla luce del giorno ed a popolare le chiese.
Nelle catacombe si riscontrano propriamente le origini del culto cristiano e non deve far meraviglia se questo ha serbato, uscendo all'aria libera, un carattere severo, quale si rivela nelle rappresentazioni della morte, nella maestà terribile dei santi bizantini e de' suoi Cristi. Chi sa se il modo cristiano di considerare la morte, l'abnegazione ascetica, l'idea del martirio, del disprezzo della vita, del dolore; se finalmente l'intolleranza, il fanatismo, si sarebbero radicati così profondamente nella religione cristiana, quando questa si fosse sviluppata liberamente sulla terra, alla luce del sole, in presenza delle bellezze della natura, invece di esser costretta a cercar ricovero in quelle regioni sotterranee, alla luce delle fiaccole, relegata e costretta ad abitare presso le tombe dei martiri, col timore continuo di novelle persecuzioni?
Nessuna cosa mi ha prodotto in Napoli tanta viva impressione quanto la visita di queste catacombe e di quelle di Pompei. Sono preziosi ricordi della storia del genere umano che giacciono sotto terra; quelle catacombe si potrebbero a buon diritto chiamare la Pompei del cristianesimo. Segnano quelle e questa una grande epoca dell'umanità, ma fra esse vi è pure un grande contrasto. Nelle dimore abbandonate dagli antichi cristiani tutto è severo; mentre nella città pagana tutto è sorridente, i templi, le abitazioni le pitture; e tutto rivela una popolazione portata al vivere lieto, che si compiaceva della bellezza delle forme e che aveva tolti tutti i suoi Dei dalle regioni della poesia. E qui si trovano anche le delizie di altre generazioni di uomini appartenenti però alla stessa razza. Sono Greci e Romani come quelli di Pompei, che appartengono ad uno stesso periodo, ma molto diversi da quelli. Sembra che non abbiano dimenticato lo spirito pompeiano, allegro e vivace.
Coi ricordi di Pompei hanno trasportato pure su quelle oscure pareti gli affreschi, i graziosi rabeschi, il torchio di Bacco per ornamento delle tombe. I novelli abitatori, seduti presso le tombe, celebrano con i defunti le loro agapi e fanno risuonare quei luoghi del canto monotono delle loro preghiere. Verrà però il giorno in cui essi usciranno alla luce, portando fuori la loro religione devota alla morte e diffonderanno per tutto il mondo le reliquie dei loro martiri, offrendole all'adorazione dei fedeli sugli altari infranti, dove sorgevano le statue degli Dei bellissimi dell'antica Grecia. Pompei fu sepolta dalle ceneri del Vesuvio; dalle catacombe usciranno le ceneri che copriranno il mondo di mestizia.
Queste mie idee saranno considerate quali sogni fantastici di catacombe? Ognuno penserà come crederà più opportuno. Certo è però, che non si potrebbe trovare luogo più adatto alla teologia speculativa di quelle regioni sotterranee, dove regnano cupe tenebre, aria pesante e un odore nauseabondo. In quei laberinti di stanze, di gallerie e di corridoi, che occupano tanta estensione; fra mezzo a quelle pareti fiancheggiate da tombe, da ossami, da nicchie, da loculi non si cammina, bensì si passa, si striscia, come altrettante ombre.
Le fiaccole stentano a mandare la luce e a quel chiarore fioco e debole, le figure dipinte sulle pareti con le mani sollevate in alto, quasi mirassero ad uscire dai loro abissi e a volare alla luce del giorno, assumono l'aspetto di spettri. Iscrizioni greche, latine ed anche ebraiche, in parte cancellate e in parte ancor oggi decifrabili, fanno comprendere essere quello un mondo dove tutto è simbolo, mistero e allegoria. Due vecchi ricoverati dell'ospedale di S. Giovanni dei Poveri, sono mantenuti nel convento alla porta delle catacombe per accompagnare in quelle i forestieri. Tengono fiaccole e guidano i passi del visitatore. Ciceroni più adatti di essi non si sarebbero potuti trovare. Non camminano, strisciano con la loro lunga tonaca di colore turchino, con la fiaccola in mano, come spettri. Nel considerare quei due poveri vecchi incurvati per gli anni, canuti e col viso pallido del pallor della morte, mi sembravano morti essi pure al pari degli scheletri sui quali proiettavano la luce incerta delle loro fiaccole ed avrei detto che da ben mille anni si aggirassero fra le catacombe. In una delle sotterranee stanze lessi sotto due figure, in una nicchia: Votum solvimus, nos quorum nomina Deus scit, e mi parve che quelle parole misteriose, di cui rimane nascosto il significato, si potessero porre in bocca delle mie due vecchie guide, quasi non fossero più due viventi. Le guardai in faccia, ed al vederle così pallide, con quell'aspetto di spettri, mi colse tanto ribrezzo e terrore che non volli saperne più di catacombe.
Ne avevo oramai abbastanza di tutti quei misteri, di quelle regioni sotterranee, di quella profonda e continua notte e di quelle scene di morte, e provai un desiderio irresistibile di tornare alla luce del sole, tra i vivi. Pregai le mie due guide di tornare indietro, di condurmi fuori di quelle caverne ed esse sorrisero e subito rifacemmo la strada percorsa. Nell'uscire, però, ebbi campo di persuadermi che i miei ciceroni erano esseri viventi, perchè mi ringraziarono di cuore della moneta che diedi loro onde potessero andare a bere alla mia salute.
Non v'è modo migliore per conciliarsi con l'idea della morte, uscendo dalle catacombe di Napoli, che recandosi a visitare il nuovo camposanto di quella città. Dicono che sia il più bello d'Europa, ed io non ho difficoltà a crederlo, imperocchè la sua posizione è stupenda, ed i monumenti che vi sorgono, come in un ameno giardino, ricreano la vista. Si trova collocato al di sotto di Poggio Reale, sopra una piccola collina, la quale domina la strada di Nola e dalla quale si gode il panorama magnifico della città, del golfo, della spiaggia di Sorrento, del Vesuvio e della ricca vegetazione che si estende ai suoi piedi.
Quasi tutta questa collinetta è ricoperta di monumenti, la maggior parte dei quali ha la forma di tempietti, sostenuti da colonne. In certi punti ve ne sono moltissimi che fiancheggiano le strade, e nel percorrer queste si ha una lontana idea di quello che fosse la via Appia ai tempi antichi. Altri monumenti sorgono isolati, altri in gruppi e formano tutti tante piccole necropoli. In cima alla collina si trovano un porticato a colonne ed una chiesa assai grande, dove si celebrano le messe per i morti. La maggior parte dei tempietti appartengono alle confraternite della città, e queste istituzioni benefiche, le quali senza distinzione di classi sociali hanno scopo non solo di dar sepoltura ai morti, ma anche di soccorrere i poveri e di assistere gli ammalati, sono in numero di centosettantaquattro, ed i nomi di esse si leggono sui frontoni di alcuni monumenti. Altri di questi tempietti sono tombe di famiglie; in essi vi sono piccoli spazî per una cappella, chiusa da un'inferriata, in cui si vedono o un piccolo altare, od una statua della Madonna, o una lampada eterna e il più delle volte i ritratti, o i busti dei morti. Ognuno può ivi recarsi a pregare per i propri defunti, che in tal guisa, non diventano totalmente estranei alla pia associazione alla quale appartennero in vita. Questi monumenti sono quasi tutti di stile antico, di gusto puro, semplici, di forme graziose, taluni ornati di pitture di genere pompeiano, e producono in complesso grata e soave impressione. Vi sono fiori da per tutto, cespugli di oleandri, di amaranti, di tulipani, di ortensie, di mirti, che bandiscono, nell'armonia dei loro colori, totalmente la desolazione. Stando fra tutti quei fiori e gettando lo sguardo sulla Campania felice, sul mare illuminato dai raggi del sole cadente, non si può fare a meno di riconoscere che qui si è molto bene e lodevolmente pensato anche ai morti. Questo bel camposanto venne aperto nell'anno 1845.
IV.
Pochi sono coloro che partono da Napoli senza aver compiuto l'ascensione del Vesuvio, ma pochi prima di partire hanno fatta quella dell'altro monte gemello, del bellissimo Somma. Il vulcano, che fuma tuttora, attrae intera l'attenzione del visitatore, il quale non pensa di onorare di una sua visita il monte Somma con le sue pendici riccamente vestite di foreste verso le pianure della Campania.
Mi decisi pertanto di farne l'ascensione, anche perchè il cratere del Vesuvio, considerato dall'alto ed in vicinanza, doveva presentarsi sotto nuovo aspetto, tale da compensare la fatica della salita. Eravamo un'allegra brigata di sette persone, fra le quali due naturalisti, un zoologo francese, ed un medico russo. Uscimmo di città alle sei del mattino, e dopo aver oltrepassato S. Giovanni, prendemmo a sinistra per gli ameni campi di S. Anastasia, ai piedi del Somma. Ivi cercammo guide pratiche del luogo. Una donna robusta portava la cesta contenente i nostri viveri; ci precedevano due uomini dalla bella figura, uno dei quali portava uno schioppo in spalla, ed al fianco un lungo pugnale nella sua guaina.
La piccola carovana si pose in cammino di buonissimo umore, rallegrata da uno splendido sole di luglio, e dall'ampia vista delle fertili pianure della Campania, le quali si estendono ai piedi del monte. Cominciammo a salire attraverso alle vigne, che forniscono il rinomato vino di Somma, e quindi entrammo nella regione ombrosa dei castagni, mentre, a misura che salivamo, le pendici diventavano più erte e la salita più faticosa. I fianchi del monte, fin verso la sommità, continuavano ad essere popolati di castagni e di una flora veramente splendida. I fiori stupendi, particolarmente i gigli purpurei, i garofani, il licno, il trifoglio purpureo, l'antirrino, la valeriana medicinale, traevano a sè tutta quanta l'attenzione del botanico, mentre il zoologo dava la caccia alle farfalle variopinte.
A misura che si saliva, andavano scomparendo le strade e finimmo per non trovare nemmeno più sentieri di pastori e per camminare su tracce di passi, attraverso cespugli, entro gole e sull'orlo di precipizi. Incontrammo rivi che scendevano quasi a picco, letti di torrenti quasi disseccati, le cui sponde, di carattere interamente vulcanico, erano formate ora di ceneri, ora di lapilli, ora di lava impietrita.
Tre della nostra comitiva scesero in una di quelle gole vulcaniche, provvisti di martelli e di scalpelli, per raccogliere cristallazioni. Ne trovarono una discreta quantità nelle grotte formate dalla lava basaltica e dalle ceneri indurite. Le varie qualità di cristalli e la stupenda pietra vulcanica si trovano parte a fior di terra e parte sepolte nel suolo, e chi non si lasciasse spaventare dalla fatica, ed anche dal pericolo delle frane di quelle pareti di lava, potrebbe formarne una bella collezione mineralogica.
I tre compagni, più o meno carichi di pietre, si riunirono a noi che eravamo rimasti ad attenderli in un bosco, all'ombra. Proseguimmo la nostra ascensione, resa faticosa dalla mancanza di strade e dall'ardore del sole, fino ad una fonte che trovammo ad un terzo circa della salita. Sul monte Somma le sorgenti sono scarse e a quella dove ci fermammo, le cui acque non erano abbondanti, però fresche e di buona qualità, le nostre guide diedero il nome di fontana di Mennone. Tutti i sassi di quella regione sono sonori, perchè stati soggetti all'azione del fuoco e, percuotendoli con un ferro, o con un bastone, mandano un suono metallico, come le colonne di Pompei.
A misura che si sale, la vista diviene più bella, ma il monte più arido, perchè crescono le ceneri, i lapilli, e la salita diviene per conseguenza più faticosa.
Ancora non scorgevamo affatto il Vesuvio, perchè rimaneva nascosto dalla vetta del monte Somma, mentre invece l'orizzonte si allargava sempre più, stendendosi da Baia all'isola d'Ischia; si scorgevano Napoli, il golfo, la pianura di Caserta e tutta quanta la fertile regione della Campania centrale, fin verso i monti di Sarno. Tutta la stupenda pianura si estende dalle colline che circondano il golfo, sulle quali sorge in parte Napoli, fino agli Appennini e ai monti del Matese. Si direbbe un immenso parco cosparso di castelli, di ville, di chiese, di monasteri, di città che spiccano biancheggianti sulla verzura della campagna, frastagliate dalle vie di comunicazione. Ci fermammo quasi estatici sull'ultimo contrafforte, al disotto della vetta del Somma, perchè da quel punto potevamo spaziare la vista e scorgere da una parte Napoli ed il mare e dall'altra la pianura campana.
Potemmo riconoscere le seguenti città: S. Anastasia e Somma; più in là Poncigliano d'Arco, Acerra, Afragola, S. Maria e Capua; a destra Caserta ed il suo palazzo; Maddaloni ai piedi dei monti; in faccia a noi, Marigliano; più in là ancora Nola, Ottaiano, Palma e Sarno situate propriamente a destra di Nocera, dove i monti chiudono la pianura. Era il giorno della Madonna delle Grazie; noi udivamo il rombo dei cannoni della sottostante città; e quando fummo giunti presso al cratere ora spento del Somma, ci parve che quei colpi provenissero dalle profondità del vulcano.
Contemplando da quell'altura, la stupenda regione e lo splendido mare, si comprende che chi ne fu una volta padrone, preferì la morte alla perdita della signoria. Così avvenne alla stirpe sveva, a quella di Aragona e a Gioacchino Murat. Si può allora comprendere l'esclamazione, per dir vero, non molto ortodossa, di Federico II imperatore, il quale diceva che «se il Dio d'Israello avesse veduta Napoli, non avrebbe tanto vantata a Mosè la terra promessa». A noi però era riservato uno spettacolo più grandioso; non avevamo ancora veduto il Vesuvio. Ci avvicinammo alla vetta del Somma, la quale è segnata al suo punto culminante da una croce in legno, e, fatti ancora pochi passi sulla cresta sottile, ci trovammo tutto ad un tratto di fronte, e vicinissimi al vulcano, che sembrava balzar fuori all'improvviso. Non può esprimersi quale fosse il contrasto fra la vista delle pianure ridenti e fertili della Campania e quella regione arida, morta, sepolta tutta sotto un denso strato di ceneri di color grigio. Non è possibile esprimere con parole la profonda impressione di quella mole imponente che fuma; si sarebbe detto un demone uscito tutto ad un tratto dagli abissi dell'interno.
Non vi è posizione da cui possa il Vesuvio produrre un tale effetto, come dal vertice del monte Somma, che quasi lo eguaglia in altezza. Quando si sale sul Vesuvio per la strada di Resina, si vede il vulcano dal basso in alto; qui invece si contempla dall'alto in basso e si può benissimo guardare nel suo cratere e vederlo campeggiare in tutta la sua imponenza, sul fondo del cielo e del mare; inoltre si ha davanti agli occhi il cratere del Somma, con le sue pareti scoscese di lava, che scendono quasi a picco. Coloro che salgono invece dai piedi del Vesuvio alla sua sommità, non scorgono mai la sua forma e non ne vedono altro che i campi coperti di lava e di cenere.
Tre soltanto di noi ci avventurammo sulla cresta affilata del Somma, fino alla punta più esterna dove si vede il monte a tre punte inclinate verso il Vesuvio. A sinistra e a destra si scorgono gli antichi crateri spenti delle nere cavità, frastagliate in ogni senso, con intorno un terreno cosparso di pietre rosse e grige e di massi di lava eruttati dal vulcano. A metà del margine del Somma, il terreno appare inclinato a forma piramidale, ed a semicerchio verso il Vesuvio, dal quale lo disgiunge un vero precipizio. Innanzi agli occhi si erge il cono imponente del Vesuvio, coperto tutto di ceneri dalla base fino all'estremità, di un colore fra il grigio e il giallo e con strisce di tinta nera dove colò la lava. I margini del cratere sono di colore giallo cupo, circondati da una striscia bianca, e dal suo interno si sprigionano leggieri vortici di fumo. A poco a poco l'osservatore si va rimettendo dalla prima impressione prodotta da quella vista imponente ed allora non può fare a meno di osservare le linee armoniche, le belle forme di quel cono, e la varietà delle sue tinte. Non ho visto nessuno spettacolo naturale simile a questo, dove il severo ed il grazioso siano così armoniosamente uniti. Anche dopo salito sull'Etna, debbo affermare che questa fusione di aspetti tanto diversi, è tutta particolare del Vesuvio. Questo è propriamente di una maestà tranquilla, quieta e melanconica; la tinta bruna od azzurra delle ceneri si armonizza in modo stupendo con le belle forme del cono, e se si aggiunge a questo l'aspetto del mare, della pianura e dei monti circostanti, il tutto irradiato da uno splendido sole, s'immagina facilmente quanta debba essere la bellezza di quella visuale, dalla quale uno non riesce a staccarsi. Vedevamo le barche nel golfo, e all'orizzonte le forme strane dell'isola di Capri. A sinistra scorgevamo la spiaggia di Castellamare, e la regione vitifera di Boscotrecase, Boscoreale, di Scafati e di Lettere.
Ci fermammo un bel po' sulla vetta del Somma, godendo di tutte quelle bellezze di cielo, di terra, di mare.
Il Vesuvio era tranquillo; non usciva dal suo cratere che una leggera colonna di fumo, quasi ad additare che in mezzo a tante delizie, albergava il demonio della distruzione. Le sue strisce nere a traverso le ceneri erano formate dai torrenti di lava delle due ultime eruzioni, e quella a sinistra datava solo dal 1850. Si erano aperti allora sul cono cinque piccoli crateri, tuttora visibilissimi. Ci fu additato il punto preciso dove, durante l'eruzione del 1847, perdettero miseramente la vita un Tedesco ed un Americano. Costoro, inoltratisi imprudentemente, furono colpiti dai sassi infuocati eruttati dal monte; il Tedesco, il quale ebbe le gambe rotte, morì ai piedi dello stesso Vesuvio; l'Americano, colpito in un braccio, perì poco dopo nell'ospedale di Napoli.
Un caso assai strano toccò nel 1822 ad un calzolaio di Sorrento, che si era recato a visitare il Vesuvio senza una guida. Il cratere dell'eruzione del 1820 era libero, e l'imprudente calzolaio volle scendervi con l'animo non solo di sorprendere gli spiriti infernali, ma quasi di prenderli a dileggio. Colto da una vertigine in questa sua temeraria impresa, precipitò nel cratere e fortuna volle che fosse trattenuto, nella caduta, da una sporgenza di lava. Riportò la rottura di un braccio e di una gamba, e stette per ben due giorni in quella posizione, sospeso sull'abisso, fintanto che i suoi lamenti giunsero all'orecchio delle guide che avevano accompagnato sul monte altri forestieri. L'infelice fu tratto fuori per mezzo di corde, e bisogna dire che discendesse dalla natura immortale di Alasvero, imperocchè, portato all'ospedale di Napoli, finì per guarire e per tornare a Sorrento, sano e salvo come nulla fosse stato. Questa avventura terribile e lieta ad un tempo ci venne narrata da don Michele, cappellano del romitaggio sul Vesuvio, dove scendemmo dopo esserci trattenuti più di un'ora sulla vetta del Somma.
Qui, tutto ad un tratto, cambiò la scena. Il Vesuvio si velò di nebbia, ed un forte vento spingeva di qua e di là le nuvole sollevando vortici di ceneri e facendoci assistere a una stupenda lotta di elementi, che dava novella vita e nuovo carattere a questa contrada selvaggia. La nebbia non tardò però a dissiparsi, e ricomparvero sotto di noi Napoli, lo splendido golfo, Capri, Ischia, Miseno, e a destra i piani della Campania.
«Voilà la Cléopatre!» Questa strana ed inaspettata esclamazione ci fece volgere a tutti. Era il nostro naturalista francese, uomo di sessantasette anni, il quale a furia di correre e di saltare, era riuscito, benchè vecchio, quasi novello Antonio, a fare la conquista di Cleopatra. Quel vecchietto allegro, pieno di vivacità e di brio, di una forza sorprendente per la sua età, non degnava di uno sguardo nè il Vesuvio, nè lo stupendo panorama; non aveva pensiero che per le sue farfalle.
La ripida discesa della sommità del monte, non avvenne senza qualche pericolo; dopo aver camminato a stento sulle ceneri e sulle lave dell'eruzione del 1850, le quali si sarebbero potute benissimo paragonare ad una cascata nera pietrificata, arrivammo, stanchi assai, al romitaggio. Questo sorge in vicinanza dell'Osservatorio, edificio abbastanza elegante, collocato in amenissima posizione, di dove si scopre un'estesa vista. Attorno, attorno sorgono colossali tigli, i quali avranno almeno duecento anni, e la cui vegetazione così rigogliosa, a tanta prossimità del vulcano, dimostra che la località è molto sicura. Difatti le pietre e le scorie eruttate dal cratere, descrivendo una parabola, passano di sopra al romitaggio, e la collina su cui sorge la chiesa, trovandosi separata da una profonda gola del Vesuvio, è protetta contro i torrenti di lava. Inoltre, una lastra nera, con caratteri gialli di ottone, ci fece conoscere che l'edificio era assicurato contro l'incendio, da una compagnia di Magdenburgo. Noi certamente non ci aspettavamo di trovare questo semplice ricordo della patria lontana alle falde del Vesuvio.
Negli ultimi anni abitava un romito presso la chiesetta di S. Salvatore; ma il parroco di Resina lo allontanò da quel posto che dava un certo reddito, ed ora sale egli stesso, di quando in quando, a celebrarvi la santa messa e a trattare gli ospiti, che gli capitano, con eccellente lacrima Christi. Il piccolo villaggio si compone di alcuni coloni, i quali si sono stabiliti ai piedi del monte, di impiegati dell'Osservatorio e di una stazione di carabinieri. Nel giorno della Pentecoste vi si celebra una festa, ed allora vengono dalle città vicine forse undicimila persone, le quali si recano devotamente in processione dalla chiesa di S. Salvatore fino alla Croce ai piedi del Vesuvio, per scongiurare con le loro preghiere il terribile flagello; Ora il vulcano tace, dal 1850, ed anche in quell'ultima eruzione non produsse gravi danni; il torrente di lava, di discreta ampiezza, prese la direzione di Ottaiano, devastò i giardini del principe di quel nome, e rovinò il convento di S. Teresa ed alcune case.[3]
Dopo una buona refezione presso il parroco don Michele, il quale ci fece stupenda accoglienza, essendo amico di uno della nostra comitiva, salimmo a Resina sul fiume di lava, che, con il suo nero aspetto, produce una malinconica impressione. Anche qui si può ammirare di quanto sia capace l'industria umana, imperocchè, non appena la lava è raffreddata, si cerca di trarne partito. Avevo già veduto nell'Osservatorio certe grotte bizzarre e chiusure di giardino lavorate artisticamente in lava, e nel romitaggio avevamo preso il caffè sopra un tavolo di lava stupendamente lavorato. Con questa si formano pure busti; ed a Catania, rimasi sorpreso nel vedere la varietà e la bellezza di tinte della lava dell'Etna, ed ebbi campo di osservare e riconoscere quanto bella diventi dopo la politura.
Scendemmo da Resina; ivi il torrente di lava disseccata era fiancheggiato da vigne stupende, ed a contatto della stessa lava, quasi nelle ceneri, vegetavano belle piante di melagrani, con i loro fiori purpurei che sembravano di fuoco.
Fummo talmente soddisfatti della nostra bella gita, che ci decidemmo farne presto un'altra. Dopo pochi giorni muovemmo, difatti, in carrozza, per il monte della Maddalena, verso il Vesuvio.
Era nostra intenzione di contemplarlo, questa volta, dal lato opposto, e prendemmo perciò la direzione del fiume di lava del 1850, il quale si stende sopra Boscotrecase e Boscoreale. Osservai allora per la prima volta questi strani villaggi, collocati nel punto più pericoloso del Vesuvio. La loro posizione, in mezzo alla ricca vegetazione del suolo, composto tutto di detriti vulcanici, è amenissima quanto quella dei villaggi che sorgono alle falde dell'Etna, con la differenza che hanno un carattere tutto orientale più ancora di quelli. Le case piccole e a volta come quelle dell'isola di Capri e gli stessi campanili delle chiese sono costruiti di lava bruna. La popolazione è rozza, timida, povera; non sono riuscito a vedere una bella fisionomia. Eravamo scesi in una bettola a Boscoreale, per proseguire di là il nostro cammino sui campi di lava. Domandammo inutilmente delle frutta, ed il nostro desiderio di averne fu accresciuto dall'impossibilità di trovarne, quando, ad un tratto, vedemmo, presso la nostra tavola, un cavallo che si stava mangiando tranquillamente un secchio pieno di carrubbe. Accadde allora una scena gustosa, imperocchè ci precipitammo tutti al secchio per disputare al cavallo quel cibo saporito e fu in quest'occasione che seppi per la prima volta che a Napoli si nutrivano di carrubbe i cavalli.
Visitammo il fiume di lava, a cui le vigne sono tanto vicine e a contatto di queste vedemmo annosi olmi, da cui pendono ghirlande di tralci, e quell'allegro aspetto di vita, presso tanto spettacolo di desolazione, mi parve pieno di contrasto. Vidi pure gli avanzi del palazzo del duca Miranda e le ruine di altre abitazioni distrutte dalla lava. Anche da questa parte il cono del monte produce uno splendido effetto.
Mi trovavo abbastanza inoltrato nei misteri del vulcano per visitare il suo cratere. Avevo udito ripetere, le mille volte, che l'ascensione del Vesuvio fosse molto più faticosa di quella dell'Etna, ma dopo aver fatto anche quest'ultima, posso assicurare che arrampicarsi sul Vesuvio non è che una semplice passeggiata in paragone agli sforzi che costa l'ascensione dell'Etna, sopratutto per la grande rarefazione dell'aria, e per le continue emanazioni di gas dal suolo caldo e oscillante. Anzi, dopo aver camminato a lungo sui neri campi flegrei dell'Etna, sconfinati, il Vesuvio, che pure ha distrutto popoli e città, non sembra più che un fuoco d'artifizio, destinato a divertire i Napoletani. Non si può negare, però, che nella sua piccolezza il cratere dia un'idea più viva e più animata delle regioni infernali, che non il cratere dell'Etna.
Era una bellissima notte quando scendemmo dal Vesuvio; il sole era scomparso in mare, dietro l'isola di Ponza e, a misura che crescevano le tenebre, Napoli e le città della pianura campana si andavano illuminando. L'azzurra volta del cielo era rischiarata dalla cometa annunziatrice di guerra e tutto insieme lo spettacolo, commoveva profondamente l'animo, già impressionato dall'aspetto del vulcano.
V.
Mi si era parlato a Napoli della festa di S. Paolino a Nola e mi si era anche assicurato che meritava di essere veduta. A questa festa accorreva tutta la popolazione della Campania, porgendo uno spettacolo che non ha l'uguale. Mi recai pertanto colà il 26 giugno, anche bramoso di conoscere Nola, la quale racchiude più di un ricordo storico. Alle porte di questa città, Marcello aveva inflitto la prima sconfitta ad Annibale; ivi era morto l'imperatore Augusto e ivi Tiberio era salito all'impero. È noto pure quale sorgente inesauribile di vasi preziosissimi sia stata Nola; i più belli fra tutti quei che si trovano nel museo borbonico, furono scoperti quivi, in Ruvo e in S. Agata dei Goti. Chiunque li abbia veduti, non può certo aver dimenticato il vaso grandioso di Nola, che rappresenta, in una composizione ricca di figure, la distruzione di Troia. Conviene pure ricordare l'invenzione delle campane di cui mena vanto questa città ed il suo Vescovo, S. Paolino, buon poeta e dotto padre della Chiesa, che fece molto onore alla sua città natale.
Saverio de Rinaldis, lo cantò in un poema epico latino, ad imitazione di Virgilio, dal titolo la Paolineide. Lo acquistai un giorno nel porto di Napoli, dove lo vidi in vendita sopra un muricciolo; ma, sebbene quanto avevo udito intorno alla festa del santo m'ispirasse curiosità, non mi bastò però il coraggio per leggere tutto quanto quel lungo poema. Non sarà tuttavia fuor di luogo accennare che il santo nacque nell'anno 351 in Guascogna, dove suo padre, prefetto della Gallia, era tuttora gentile, ed aveva educato il suo figliuolo al paganesimo. Se non che, convertitosi Paolino al cristianesimo in Bordeaux, non tardò molto a divenire zelantissimo della novella religione. Ottenuto il consolato, venne mandato ad amministrare la provincia della Campania e quivi giunto trasferì la sua dimora dal capoluogo Capua a Nola, per la ragione che in questa trovavasi sepolto il santo vescovo Felice, e che i molti miracoli da esso operati traevano gran folla alla sua tomba. Paolino, rinunciò al mondo, e le proprie convinzioni e le tristi esperienze fatte della vita lo portarono a dedicarsi tutto al sacerdozio, imperocchè accusato nientemeno che dell'uccisione di suo fratello, non aveva potuto provare la sua innocenza che grazie all'intercessione del santo suo protettore Felice. Diventato prete, Paolino non tardò ad acquistare grande rinomanza per il suo ingegno e per la sua dottrina nelle scienze ecclesiastiche, mentre la santità della sua vita gli procurò l'universale venerazione. Venne chiamato a succedere a Felice nella cattedra vescovile di Nola, e quando morì, nel 431, fu sepolto nella stessa cattedrale, di dove il suo corpo venne trasportato prima a Benevento, poscia a Roma, nella chiesa di S. Bartolomeo.
Nè il suo genio, nè i suoi miracoli contribuirono maggiormente però a mantenere viva nel popolo la memoria di S. Paolino, bensì una sua buona azione, un suo atto generoso. Mentre era vescovo, l'unico figliuolo di una vedova di Nola fu preso dai Vandali e portato come schiavo in Africa. Paolino, mosso da sentimento di carità cristiana, si portò colà per riscattare il giovane, sottoponendosi in vece sua alla schiavitù africana. Compiuta questa santa opera, tornò dalla Libia, ed i Nolani si recarono ad incontrarlo fuori della città, riconducendolo al suo vescovato, con musica, danze e con le più solenni manifestazioni di gioia. Questo ingresso trionfale ebbe luogo il 26 di giugno di non si sa quale anno e ogni anno si celebra la memoria di quel giorno, con straordinario intervento di persone, le quali accorrono da tutte le contrade della Campania, per prendere parte a divertimenti curiosi e originali.
Mi recai di buon mattino a Nola con la ferrovia. I prezzi dei biglietti erano stati ridotti e alla stazione vi era una grande ressa di gente, mentre tutte le altre strade che portano a Nola erano piene di carrozze di ogni specie, le quali, movevano verso la città in festa. Il mio viaggio durò poco più di una mezz'ora a traverso fertilissime contrade, tutte coltivate a viti. Giunto a Nola, vidi, per così dire, una fiumana di gente che entrava in città.
In vicinanza della porta si teneva la tradizionale fiera; le antiche mura della città ed una torre aderente, erano tappezzate di cartelloni giganteschi, dipinti bizzarramente; nella torre stessa si faceva vedere la gran foca marina e sulla porta un uomo con una tromba faceva un fracasso del diavolo, ora suonando l'istrumento ed ora vantando i pregi del curioso animale. In una casa di fronte si faceva pure una musica infernale, interrotta di quando in quando dalle voci stentoree di una compagnia di giocolieri, i quali invitavano il pubblico ad ammirare le loro prodezze. Non è possibile descrivere la varietà delle merci che venivano offerte con alte grida nelle botteghe; nè il chiasso assordante della folla, la quale irrompeva nella città; nè la varietà dei colori dei vestiti che il popolo indossava e delle bandiere che quasi tutti i popolani agitavano in mano. Ero appena entrato a Nola che mi colpì la vista una strana cosa, della quale non avevo ombra d'idea e che mi fece dubitare di trovarmi piuttosto nelle Indie, od al Giappone, che in Italia, nella Campania. Vidi una specie di torre, alta, sottile, tutta ornata di carta rossa, di dorature, di fregi d'argento, portata sulle spalle da uomini. Era divisa in cinque ordini, a piani, a colonne, decorata di frontespizi, di archi, di cornici, di nicchie, di figure e coperta ai due lati di numerose bandiere. Le colonne erano rosse, lucide, le nicchie dorate all'interno e guarnite di rabeschi assai originali; le figure rappresentavano geni, angeli, santi, guerrieri, tutti vestiti nelle foggie più strane ed erano collocati gli uni sopra gli altri, e tenevano, in mano corni, mazzi di fiori, ghirlande e bandiere. Tutto si moveva, tremava e svolazzava, e la torre stessa, portata da circa una trentina d'uomini robusti, oscillava essa pure. Nel piano inferiore stavano sedute alcune ragazze, incoronate di fiori, in mezzo ai suonatori, i quali facevano un chiasso indescrivibile con trombe, tamburi e triangoli.
La torre si avanzava lentamente nella strada, superando l'altezza delle case, ed era sormontata in cima dalla statua di un santo. Da altre parti si udivano nuove musiche e si vedevano consimili torri.
«Dio mio!—dissi ad un uomo che mi stava vicino—che cosa significa tutto questo?» Mi rispose alcune parole in un dialetto incomprensibile, fra le quali, uniche che riuscii ad afferrare, quelle di guglie di S. Paolino. «Dovete sapere—mi disse allora un Napoletano—che queste torri e questi obelischi sono dedicati al santo, perchè quando egli ritornò dall'Africa, gli abitanti di Nola gli andarono incontro facendogli grandi feste e portando fra le altre cose tali obelischi. Di qui potrete vederli passare tutti, mentre si avviano alla cattedrale».
Preferii recarmi senza indugio sulla piazza stessa, davanti al duomo, dove dovevano prender posto tutte le torri.
Ne arrivarono subito nove da diverse parti ed erano quasi tutte della stessa altezza, ad eccezione di una più elevata delle altre, che raggiungeva i centodue palmi d'altezza appartenente alla corporazione degli agricoltori. Ogni corporazione, od arte di una certa importanza, prepara simili torri per la festa del santo. Le spese sono sostenute dall'arte e ascendono per ogni torre a circa novantasei ducati napoletani.
Nell'esaminare più da vicino quelle strane apparizioni che tanto mi avevano colpito, a prima vista rilevai che riproducevano l'architettura bizzarra e barocca degli obelischi che sorgono sopra alcune piazze di Napoli, e che, sopracarichi di sculture e di ornati, non dànno un'idea molto favorevole del buon gusto artistico dei Napoletani.
Ogni obelisco è fabbricato in istrada, presso la casa di qualche distinto maestro d'arte, sotto una grande e alta tenda destinata a proteggere contro le intemperie l'opera stessa e gli artisti che la stanno componendo.
Lo scheletro delle torri è formato di antenne e di travicelli; un piano si sovrapone all'altro e la parte anteriore e i due lati si ricoprono di carta, mentre la parte posteriore è formata tutta da foglie di rami di mirto e da una quantità di piccole bandiere. Sulle pareti di carta dei due lati sono dipinti geni i quali portano ghirlande. La parte anteriore è la più ricca di ornamenti, perchè a questa lavorano pittori ed architetti. Ogni piano è formato di colonne di ordine corinzio, sormontate da una cornice con una nicchia ed in questa sono collocate figure e statue. Le persone vive stanno al piano inferiore, e sono ragazze e giovanetti che vestono una gonnella corta e portano in testa elmi di carta dorata. Nella nicchia, a metà della torre, si trova la figura principale. In quella degli agricoltori, o mietitori, io vidi una Giuditta colossale stupendamente vestita, la quale teneva in mano la testa di Oloferne; in altre torri scorsi santi, o protettori, o patroni dei varî mestieri. A fianco di queste figure principali si trovano ad ogni piano emblemi di varia natura, angeli che tengono in mano bandiere, od arpe, e geni con corone di fiori e trombe. Nella nicchia del piano superiore sta un angelo con un incensorio, e sulla cupola dorata, o sull'ornamento a foggia di giglio, che forma l'estremità della torre, sorge un santo. Sulla torre degli agricoltori si vedeva S. Gregorio vestito da cavaliere dell'ordine di Malta, con una bandiera in mano.
Un emblema posto sulla cornice che sormonta la nicchia a metà della torre, indica la corporazione, o il mestiere a cui quella appartiene. Su quella degli agricoltori stava una falce; su quella dei pastai stavano due grossi pani; su quella dei macellai era un pezzo di carne; su quella dei sarti una bianca veste; su quella dei calzolai una scarpa; su quella dei pizzicagnoli una forma di cacio; su quella dei negozianti di vino un fiasco. Ogni torre inoltre è preceduta da un giovanetto, il quale porta un altro emblema: quello dei giardinieri portava un corno di abbondanza; gli albergatori e i bettolieri erano preceduti da un barile di vino sostenuto da due giovani, vestiti in guisa da raffigurare S. Pietro e S. Paolo.
Al suono delle loro bande musicali, tutte le torri si avviarono verso la cattedrale. Tutto quel chiasso, tutta quella gente dai costumi più svariati, tutte quelle bandiere, i balconi delle case gremiti di fiori e di belle ragazze, tutte quelle torri bizzarre che oscillavano, sotto il sole abbagliante del mezzogiorno, formavano uno spettacolo così vivace, così singolare che ne rimasi assordito, allibito: credetti di essere tornato ai tempi del paganesimo.
La marcia delle torri era aperta da due di queste, assai piccole, al piano inferiore delle quali erano ragazzi coronati di fiori; poi veniva una barca, in cui stava un giovanetto vestito alla turca, con in mano un fiore di granata. Dietro la barca veniva un grandioso legno da guerra, benissimo rappresentato, con a prua un giovane vestito da moro, che se ne stava fumando un sigaro, mentre sul ponte eravi la statua di S. Paolino, inginocchiata in atto di preghiera, davanti ad un altare.
Giunta poi ogni torre davanti alla cattedrale, incominciava uno strano spettacolo, imperocchè ognuna di quelle moli grandiose si dava a ballare a suon di musica. Precedeva i portatori un uomo con un bastone, il quale batteva il tempo, e le torri seguivano quello. Il colosso oscillava e sembrava ad ogni istante che volesse perdere l'equilibrio e cadere; tutte le figure si muovevano, le bandiere sventolavano; era un colpo d'occhio fantastico. Ogni torre incominciava a danzare davanti al duomo, e poi ballavano tutte insieme per quasi cinque minuti. Appena ogni torre si era fermata davanti alla cattedrale e aveva ripreso il suo posto, una ventina di giovani e di uomini si disponevano in circolo intorno ad essa, tenendosi le mani sulla spalla e ballavano. Intanto due ballerini facevano in mezzo a questi una danza particolare, finchè sopraggiungeva un terzo che veniva da questi sollevato per aria, dove si dimenava con tutte le membra. A poco a poco cominciava a divenir pallido e, quasi colpito da vertigine, cadeva a terra come morto. Gli altri continuavano a ballargli intorno, in circolo, mentre il morto si rialzava sorridendo e al suono di nacchere esso pure si rimetteva a girare. Quelle danze strane e originali, mi ricordarono il culto di Adone, ma non trovai nemmeno chi potesse fornirmi un'esatta spiegazione di quel ballo mistico. Davanti ad una torre, invece di ballare, si facevano giuochi di forza e un uomo faceva esercizi sulla testa di un altro. Ballò perfino il grosso legno da guerra. In alcuni momenti suonavano contemporaneamente le musiche di quattro di quelle torri, che insieme con gli urli, con gli schiamazzi e con le grida di migliaia di persone, facevano un baccano indiavolato.
Tutto questo chiasso avveniva sulla piazza, davanti alla cattedrale, mentre nell'interno della chiesa il vescovo cantava tranquillamente messa solenne che i fedeli in ginocchio stavano ad ascoltare devotamente.
Terminata la messa e finito il ballo delle torri, si chiuse la funzione religiosa con una processione a cui presero parte tutto il clero secolare, e tutte le corporazioni di frati; non vidi mai in Italia frati di un aspetto così imponente e così florido come questi e non so se ciò dipendesse dalla bontà dell'aria, dalla ricchezza e fertilità del paese, o dalla libertà con cui vivono i frati nel regno di Napoli. La processione con dietro tutte le torri, fece il giro di tutta la città accompagnata dallo scoppio incessante di razzi e di mortaletti.
Era intanto passato mezzogiorno; le funzioni religiose erano terminate e la popolazione cominciava ad andarsene per i fatti suoi. Stordito da tutto quel baccano, stanco di tutta quella folla, cercai rifugio in una trattoria, che trovai già piena di gente. In questi paesi tutto è allegro e chiaro, ed anche le pareti di quella bettola erano dipinte a colori vivaci. In un batter d'occhio vidi recare e scomparire piatti enormi di maccheroni, e di carne di agnello arrosto. Il vino rosso e denso era servito in brocche di terra cotta, a doppio manico, e non si beveva, come nell'Italia superiore e centrale, in bicchieri di vetro, ma alla brocca stessa, come nei tempi antichi. Il vino mi parve assai migliore, bevuto in una brocca la quale per la forma mi ricordava i vasi antichi e quelle brocche scoperte a Pompei, ora a Napoli nel Museo Borbonico e che hanno del pari doppio manico e la brocca a foggia di trifoglio. Oggigiorno, tutte queste brocche, nella Campania, sono verniciate in bianco con alcuni ornati che però non conservano più nulla dello stile greco.
Nel pomeriggio il calore insopportabile riversò tutte le persone nei caffè, i quali prendono il nome di Caffè nobile, non appena cominciano a presentare una certa apparenza. Cercai il migliore di tutti, che trovai però già pieno zeppo di persone; vi si soffocava per il caldo. V'erano contadini che cantavano ritornelli, improvvisatori, signori e dame elegantemente vestite, gli uni seduti, gli altri in piedi, e altri ancora che giravano attorno ai tavoli. Si prendevano gelati in abbondanza e di gusto squisito. Non ho mai provato come in quel caffè la voluttà di sorbire un buon gelato, tanto era soffocante il calore, e non tardai molto in mezzo a tutta quella folla, ad addormentarmi e sognai Marcello, Annibale, Augusto morente, Livia, Tiberio, le baccanti, gli affreschi di Pompei, i vasi di Nola, S. Paolino e la sua festa, e le torri che ballavano. Al di fuori la folla continuava a gridare e a far chiasso, ma siccome il rumore era continuato, si poteva benissimo dormire come si dorme sulla spiaggia del mare, al muggito delle onde.
La città, che visitai tutta quanta, non ha nulla di notevole, ma è abbastanza pulita e resa gaia dai molti e bei giardini. Nei tempi antichi Nola non era affatto inferiore a Pompei con la quale manteneva grandi relazioni commerciali. Le tre città più fiorenti della Campania erano infatti: Nola, Aceria e Nocera, che avevano il loro porto a Pompei, sulla foce del Sarno, ricoprendo allora il mare, che di poi si ritirò da Pompei, buona parte di quella fertile pianura.
Ero uscito di città per salire al convento di S. Angelo, appartenente ai monaci di S. Francesco, il quale sorge con un porticato aperto in una bella posizione ed è attorniato da una splendida vegetazione, quando incontrai per istrada una famiglia che tornava già dalla festa e che era composta di una matrona di forse ottant'anni, con le sue figliuole e nipoti. Non vidi mai vecchia di bellezza più classica, alta com'era della persona e d'imponenza tragica.
Vestiva un abito di seta color chermisino, con ampio bordo di broccato d'oro, stretto alla vita alla foggia greca, e sopra questo portava un farsetto tutto rosso, ricamato in oro. I suoi capelli canuti erano trattenuti sulla fronte da un nastro alla pompeiana. Procedeva coll'imponenza e con la dignità di una principessa, o di una regina dei tempi antichi, ed avrebbe potuto rappresentare benissimo nei Persiani di Eschilo la parte di Atossa, consorte sublime di Dario e madre di Serse. Mi ero unito a quella piccola brigata e, sebbene una delle nepoti della vecchia fosse di non comune bellezza, pur non potevo staccare gli occhi da quella imponente matrona. Le giovani che l'accompagnavano, non erano vestite riccamente come quella; portavano invece abiti a larghe maniche, di colori chiari ed avevano in capo, alla moda del paese, il muccador, specie di velo fissato poco sopra la nuca, in maniera da lasciar visibili i capelli sulle tempie, antica usanza che si può osservare anche negli affreschi di Pompei. Provavo molta fatica a comprendere qualche cosa, qualche parola del dialetto che quelle donne parlavano. Compresi però che mi invitavano ad accompagnarle a casa loro, la quale, mi dissero, che si trovava a poca distanza. Per curiosità ci sarei andato molto volentieri, ma il giorno era già inoltrato, mi premeva vedere S. Angelo, godere del panorama che di là si osserva e perciò ringraziai, declinando il cortese invito.
La vista che si gode dal convento è veramente bella. Si scoprono, a sinistra il monte Somma ed il Vesuvio, a destra i monti di Maddaloni, e sopra il monastero, in cima ad una collina, le rovine pittoresche del castello di Cicala. In mezzo a quei monti si stende la campagna di Nola, riccamente popolata di pioppi, di olmi, di alberi da frutta, da cui pendono, a guisa di festoni, le viti. In mezzo a tutte queste piante crescono rigogliosi il frumento ed il grano turco, e dovunque brillano gli aranci e i melagrani, e la città, irradiata da un sole abbagliante, trovasi come immersa in un mare di verzura, di vigneti e di fiori. È davvero una contrada adatta per continue feste: la stessa natura, eminentemente voluttuosa, invita senza posa al piacere.
Partii da Nola verso sera, quando stavano per cominciare le corse dei cavalli; più tardi doveva ancora aver luogo un'illuminazione generale. Quando a sera inoltrata mi trovai a Napoli, alla finestra della mia abitazione a S. Lucia, vidi la folla che tornava dalla festa e si avviava verso Chiaia; i cavalli erano guarniti di nastri e di fiori, la gente faceva sventolare le piccole bandiere; tutti, carrozze, cavalli, e uomini erano coperti di polvere. Gridando e schiamazzando la folla si recava a Chiaia a prendere parte alla sfilata per il corso.
VI.
Chiunque si sia recato da Salerno ad Amalfi, seguendo la strada lungo il mare, deve ricordare questa gita con vera soddisfazione. Non ve ne è un'altra ugualmente bella in tutto il regno di Napoli, e di tante escursioni che ho fatto in tutta quanta l'Italia, questa è quella che mi ha lasciata più grata impressione di tutte le altre.
La strada segue sempre la spiaggia del mare, mantenendosi ad una certa altezza, e piegandosi a tutte le sinuosità del suolo. Si hanno a sinistra i monti e le fresche valli, popolate di villaggi, le quali scendono al mare che rimane disotto, mentre lo sguardo può intanto benissimo abbracciare Pesto, i monti delle Calabrie, il capo Licosa e il golfo Policastro.
Il primo abitato che s'incontra in vicinanza di Salerno è Vietri; la posizione di questa piccola città mi ha ricordato Tivoli. Giace in una gola ampia e grandiosa, sulla riva di un torrente, il quale fornisce l'energia necessaria a parecchi molini, ed è un paese bruno, d'aspetto bizzarro, con parecchie chiese e cappelle. Sulla spiaggia del mare possiede il suo piccolo porto popolato di barche. Quasi tutti i paesi situati in alto hanno un piccolo borgo alla marina, dove si possono godere scene di vita marinaresca con maggior evidenza che nei quadri. Quando dall'alto di quelle rupi si contemplano le barchette, che ora compaiono sulle onde e ora spariscono, si direbbe che siano sospese per aria.
Tutte le torri che ancora si scorgono sulla spiaggia del mare, tutti i castelli situati sulle alture, fanno pensare ai tempi in cui i Normanni fondarono in queste contrade il loro meraviglioso regno, quel regno che segnò un'epoca nella storia della civiltà ed esercitò una grande influenza nell'Occidente e nell'Oriente.
In quel tempo erano, a dire il vero, assai strane le condizioni dell'Italia meridionale; aspre signorie di Greci e di Longobardi, scorrerie continue degli Arabi e repubbliche fiorenti come quelle di Amalfi, di Gaeta e di Napoli.
In questa bella Salerno, che oggi riposa tranquilla in riva al suo mare, regnava allora il principe longobardo Guaimaro, quando comparve davanti alla città una flotta saracena e gl'infedeli diedero l'assalto alle mura. I Salernitani erano infiacchiti al pari dei Sibariti e dei Bizantini e la città, male guardata, stava in pericolo di cadere. Fortuna volle che si trovassero per caso in quel momento a Salerno quaranta pellegrini normanni che tornavano di Terra Santa, a bordo di un legno amalfitano. Domandarono subito armi, si precipitarono fuori della porta ed attaccarono con impeto i mussulmani. I Salernitani, animati dall'esempio, tennero lor dietro, e dopo un sanguinoso combattimento i Saraceni furono sbaragliati e costretti a levar l'assedio. Guaimaro ricompensò generosamente i pellegrini, i quali, ritornati in patria, eccitarono la fantasia dei loro compaesani con le narrazioni delle bellezze della spiaggia di Salerno, dei prodotti di quel suolo fertilissimo, della primavera perpetua che vi regnava e dei tesori che colà, uomini arditi e coraggiosi avrebbero potuto acquistare.
Gli avventurosi Normanni s'imbarcarono allora pel mezzodì d'Italia, guidati da Dragut. Ciò avvenne in principio del secolo XI e la stirpe dei Normanni fu più fortunata di quella dei napoleonidi e di Murat.
Sismondi osserva che da quell'epoca, nella lingua dell'Irlanda, si mantenne dell'antico dialetto scandinavo la voce figiakasta, vale a dire desiderî di fichi, locuzione figurata per esprimere un desiderio intenso.
Giungemmo frattanto a Cetara, luogo delizioso quanto mai sulla spiaggia del mare, una vera e fertile oasi in mezzo ai monti. Di questo paese mi colpì l'architettura tutta moresca. Le case sono piccole e ad un sol piano, con logge e verande circondate di viti; i tetti sono convessi e tinti di nero. La chiesa piccola e di architettura bizzarra, sorge in un boschetto di aranci. Tutto l'insieme del paese aveva un carattere così esotico, che non si sarebbe mai pensato di essere nel centro d'Europa. Allo splendore di un magnifico sole, le piante e i fiori sembravano sorridere e le piccole case con le loro verande, parevano sepolte nella verzura. Tutto era pulito, bello; v'eran piante di aranci, di carrubbe e di gelsi; stupendi cactus in fiore e magnifiche piante di aloe contribuivano a dare un carattere esotico al paesaggio.
Cetara fu il primo punto occupato dai Saraceni su questa riviera. Quivi essi si fermarono e in seguito estesero i loro dominî, fondando colonie ad Amalfi, Minori, Maiori, Scala e Ravello, perchè i mussulmani facevano scorrerie continue su queste spiaggie, prima ancora di conquistare la Sicilia. Costoro erano attirati e indotti su questi lidi, dalle continue lotte dei Greci, con le città e con i Longobardi. La stessa città di Napoli ne diede l'esempio in principio dell'anno 836, quando si rivolse, per mezzo del suo console Andrea, agli Arabi, onde avere soccorso e liberarsi dalla signoria di Sicardo principe di Benevento, e quella repubblica, allora fiorente, strinse lega con i Saraceni senza tener conto nè degli anatemi del sommo pontefice, nè delle minacce degli imperatori greco-romani. Tale lega durò circa un mezzo secolo e si narra che a quei tempi il porto di Napoli presentasse un aspetto addirittura saraceno. Quando, dopo la morte di Sicardo avenuta nell'839, la signoria longobarda cadde a Salerno e a Benevento, e pugnavano per questa fra di loro Radelchi e Siconulfo, quest'ultimo chiamò una banda di Saraceni e prese ai suoi servizi il mussulmano Apolofar con un certo numero di Cretesi. Gli Arabi presero liberamente stanza in Salerno e vi si stabilirono definitivamente, fabbricando case nei dintorni della città.
Finalmente, nell'anno 871, Radelchi e Siconulfo fecero la pace, dividendosi gli stati di Salerno e di Benevento e stabilirono la condizione che non si dovesse permettere più agli Arabi il soggiorno nella costa fra Amalfi e Salerno; ma ad onta di ciò, molti si fecero battezzare e vi rimasero. Costoro avevano già data a quella località un'impronta tutta moresca che non si è più cancellata. Altri Arabi vennero poi dalla Sicilia, di modo che nel corso del secolo IX tutta quanta la Calabria si trovò in pericolo di diventare mussulmana; a Bari regnava un sultano, Taranto cadeva nelle loro mani e minacciavano di prendere Roma stessa, dove i Saraceni sorpresero e saccheggiarono le chiese di S. Pietro e di S. Paolo, mentre Napoli continuava a stare con loro in buone relazioni, ad onta degli sforzi dell'imperatore Ludovico II.
Si stabilirono nuovamente in Cetara nell'anno 880 e la repubblica di Napoli assegnò loro alcune terre sulle sponde del Sebeto. Essi presero pure dimora alle falde del Vesuvio, nei dintorni classici di Pompei, non che sul Garigliano, donde partivano per fare scorrerie in tutta quanta la Campania. Fondarono parimenti la loro colonia di Agropoli, nelle vicinanze di Pesto.
Ai tempi del dominio dei Normanni si ritirarono più di una volta da queste contrade e molti abbracciarono il cristianesimo, altri rimasero al servizio di Ruggero, portando nella bella provincia di Salerno le costumanze e la civiltà orientale. Lo stesso nome di Cetara sembra che sia di origine orientale.
Il sole intanto si era fatto cocentissimo, riflettendosi sulle nude rocce dove camminavamo in fretta, e noi eravamo ancora a buona distanza da Amalfi. L'aspetto della riviera si faceva a mano a mano sempre più bello. Al nostro fianco sorgevano monti altissimi, le cui cime si perdevano nelle nubi, mentre la loro tinta oscura, sotto la sferza del sole che rendeva sempre più azzurre le onde del mare, faceva un grande contrasto con lo splendore di questo e con la limpidezza del cielo. Sorgevano qua e là, sul pendio dei monti, rovine di antichi castelli dei tempi normanni indicanti i luoghi dove un giorno esistettero villaggi. Stupenda ci apparve la posizione di Maiori e di Minori nei due punti più belli della riviera, due piccole città al pari di Cetara, appoggiate al monte e circondate da giardini amenissimi.
Le spiagge di Minori e di Maiori sono quanto c'è di più ridente in questo golfo, da Salerno ad Amalfi e Sorrento, ed io non esito a dichiarare che superano in bellezza la stessa spiaggia di Sorrento, a costo anche di esser tacciato di un'eresia. Sono due punti di una magica tranquillità, ristretti in breve spazio, freschi, ombreggiati e ridenti; si direbbero appartati da tutto il resto del mondo. Non ho veduto luoghi più graziosi. Il primo che s'incontra è Maiori, fondato da Siccardo di Benevento nel secolo IX; il paese giace quasi in riva al mare. Il monte situato dietro l'abitato, ridotto a foggia di terrazzi, è coltivato a giardini nei quali sorgono casette bianche e pulite che hanno l'aspetto di altrettante ville. Più in alto torreggia pittorescamente un antico castello.
Le strade ed i sentieri solitari e tranquilli si addentrano nei monti dai quali scaturiscono acque limpide e fresche. Tanta solitudine romantica ricrea l'animo e fa nascere il desiderio di vivere colà tranquilli, o almeno di trascorrervi un'estate. Ivi davvero l'abitante dei paesi settentrionali comprende che cosa significhi la figiakasta.
Trovammo colà, in riva al mare, una locanda graziosa, dipinta a colori vivaci, dove ci procurammo vino, ottimi fichi neri e aranci stupendi. Il sole che splendeva di fuori, quella tranquillità profonda, il frangersi delle onde sulla spiaggia e l'atmosfera pregna di profumi, conciliavano il sonno.
Poco dopo ci trovammo mezzo addormentati in un caffè del vicino borgo di Minori. Quivi le case sono piccole e basse quanto quelle di Pompei e le stanze così piccole che appena possono contenere quattro persone. Alla tavola della locanda il padrone ci girava attorno con un ventaglio in mano smovendo l'aria, cacciando le mosche e narrando nel suo dialetto una quantità di storie, parlando sopratutto della fabbricazione dei maccheroni, industria speciale della riviera di Amalfi, la quale ne provvede tutto il regno di Napoli.
Partimmo da Minori nelle ore calde del pomeriggio e, girato che avemmo un promontorio, ci trovammo di fronte ad Atrani, il quale è separato da Amalfi da una gigantesca rupe. La posizione di Atrani è imponente. Sorge a foggia di piramide sulla riva del mare, che in quel punto è altissima e scende assai ripida, addirittura a picco. L'architettura delle case, le quali hanno tutte la propria loggia, produce un aspetto piacevolissimo per il bianco delle mura che si stacca sul fondo nero della rupe. Questa, forma vicino al paese una verde valletta ed alla sua sommità si presenta il paesetto di Pontone. Sulla sommità delle falde di quei monti tutte rivestite di pini marittimi sorgono antiche torri e castelli. Si scorgono intorno villaggi che giacciono ancora più alti fra vigne e castagneti e dove sarebbe molto faticoso l'arrampicarsi. Oltre Pontone, soprastano Atrani gli altri paesetti di Minuto, Scala, e Ravello. Quest'ultimo è particolarmente notevole per i ricordi dei Saraceni. Vi si sale da Atrani percorrendo una ripida e faticosa strada, ma romantica, attraversando gallerie coperte e camminando fra vigneti, castagni e boschi di carrubbe. A misura che si sale, la vista del mare si fa più bella. Dalla cima delle nere rupi, coronate di torri, si getta lo sguardo sull'azzurro delle onde che si direbbero sgorgare dalla gola di Pontone. Si vedono pure verdeggianti pendici, seminate di case, dove per buona ventura gli abitanti non hanno più a temere le scorrerie saracene.
Arrivammo all'abbandonato monastero delle Clarisse e ivi trovammo le prime tracce dell'architettura moresca. Salimmo quindi alla villa Cembrano, casa di campagna di un ricco signore napoletano, la quale sorge tra le rose e gli oleandri, su di un altipiano da dove lo sguardo spazia nel mare. Questa villa è propriamente bella e sopra tutto attrasse la mia attenzione il pergolato, il quale forma un rettangolo attorno al magnifico giardino. Esso è sostenuto da pilastri bianchi, sui quali corre un tetto di verdi tralci, da cui pendono i grappoli in abbondanza; nel giardino poi, tenuto con molta cura, crescono i più bei fiori, e tutte le piante meridionali, nella vegetazione rigogliosa del mese di luglio. Sul margine dell'altipiano sorge un belvedere, circondato di statue, invero orribili, le quali però in distanza producono buon effetto. Si gode di là la vista dell'ampiezza del mare, delle coste delle Calabrie con le cime dei loro monti coperte di neve, dell'imponente punta di Conca e del bel capo d'Orso, presso Maggiori, tutte vedute severe che bisogna ammirare e tacere, anzichè provarsi a farne la descrizione. Nel contemplare da quegli orti di Armida, fra le rose e le ortensie, il mare magico nel quale si riflette l'azzurra tinta di un cielo limpidissimo, nasce il desiderio di poter volare. Io credo che a Dedalo ed a Icaro venne desiderio di poter spaziare per l'aria in una bella sera d'estate, sedendo su di un promontorio dell'isola di Creta.
Salimmo ancora più in alto, al convento di S. Antonio; anche questo è collocato in amenissima posizione ed è di stile interamente moresco, con archi spezzati e colonnette graziose. Raggiungemmo quindi l'antica Ravello e ci trovammo tutto ad un tratto in una città moresca, con torri e case di stile arabo, fabbricata di tufo nero solitaria e tranquilla, abbandonata, quasi morta, sopra una verde pendice del monte. Si direbbe che è segregata da tutto il resto del mondo; non si vedono che alberi e rocce e da qualche punto il mare in lontananza. Nei giardini si osservano alte torri nere, case di stile moresco con arabeschi in parte rovinati, finestre ad arco con piccole colonne.
Sulla piazza del Mercato, presso la chiesa, sorge un antico edificio di architettura araba, con ornati di gusto fantastico e con colonne meravigliosamente lavorate negli angoli. Il tetto riposa sopra una graziosissima cornice. Questo edificio è designato col nome di teatro moresco e non vi è dubbio che era il palazzo degli antichi signori di Ravello, imperocchè questa città, ora deserta e derelitta, fu un tempo una colonia fiorente di Amalfi che contava trentaseimila abitanti. Ricche famiglie vi avevano introdotto il lusso a cui davano origine le loro relazioni con l'Oriente e il continuo commercio con i Saraceni stabiliti in Sicilia. Fra le più illustri erano annoverate le famiglie degli Afflitti, dei Ragadei, dei Castaldi e sopratutto dei Ruffoli. Si erano fabbricate tutte palazzi di stile moresco, con vasche, con getti d'acqua di vero gusto arabo, su disegni e sotto la direzione di artisti arabi. E' noto che Ravello si mantenne in relazione continua con i Saraceni, molti dei quali vi avevano presa dimora e gli Arabi vi tennero il presidio fino ai tempi di Manfredo. Avvenne perciò che questa piccola città fu una delle prime che accolse nell'Italia meridionale l'architettura araba ed oggidì è una delle poche che ne conservi ancora gli avanzi.
Trovai in Ravello maggiori avanzi di architettura moresca che in Palermo stesso, dove i castelli di Cuba e della Zisa sono per la massima parte distrutti. Il palazzo Ruffoli in Ravello è una vera miniera di architettura moresca di quei tempi, e di queste contrade. Esso trovasi in un giardino, ed appartiene da tre anni all'inglese sir Nevil Reed, il quale lo ha fatto per primo sgombrare dalle macerie. E' addirittura un piccolo Alhambra, uno stupendo edificio a tre piani, che conta più di trecento stanze sostenute tutte da colonne moresche. Le sale sono ornate di rabeschi in puro stile arabo-siculo e un tempo debbono essere state magnifiche. Esistono ancora nei giardini una rotonda di stile moresco, alcuni avanzi di mura, fra le quali una torre quadrata di gusto bizzarro, rovine di porticati, di bagni, di archi e di cortili, i quali debbono aver fatto parte di una specie di castello cinto di mura, e da questi ruderi è agevole farsi un'idea delle grandi ricchezze che dovevano aver accumulato un tempo le famiglie distinte di Ravello.
In tutte le città impoverite del regno di Napoli, queste reliquie di tempi migliori provano la triste decadenza delle contrade. Due volte furono in fiore queste regioni predilette dalla natura: la prima nell'antichità greca, come lo attestano le rovine di Pesto; la seconda durante le Repubbliche del medio evo, allorquando Napoli, Gaeta, Amalfi, Sorrento, riempivano i mari delle loro flotte, ben molti anni prima che lo spirito repubblicano, avanzo degli ordinamenti politici greci e romani, risorgesse nell'Italia settentrionale e desse origine alle repubbliche di Pisa, di Genova e di Venezia. Nella prima epoca furono i Romani quelli che spensero il fiore della civiltà nell'Italia meridionale; nella seconda epoca cominciò a venir meno sotto il dominio dei Normanni; e quindi, a poco a poco, quelle contrade si vennero riducendo alla misera condizione in cui si trovano attualmente. Manca tuttora una buona storia di quelle Repubbliche dell'Italia meridionale dal secolo VII ai tempi di re Ruggiero di Sicilia, e gli archivi di Napoli potrebbero fornire tutti gli elementi necessari, se non fossero chiusi, ed impenetrabili più della sfinge egiziana.[4]
Vidi intanto, mentre mi trovavo nei giardini del palazzo Ruffoli, un meraviglioso fenomeno di luce in mare. Il sole stava per tramontare, ed i monti di Pesto e di Salerno cominciavano ad oscurarsi, assumendo una tinta dolce di verde cupo, mentre sopra a Pesto stava un'ampia nuvola bianca, la quale non tardò a tingersi in rosso acceso. Si sarebbe detto che divampasse in cielo un immenso incendio, la cui luce si proiettasse in mare, sembrando fosse in fiamme tutto quanto il golfo di Salerno; a poco a poco il mare assunse prima un color d'oro, quindi verde pallido, violaceo, gialliccio, finalmente grigio, finchè vennero le tenebre. Colpito da quegli scherzi indescrivibili di luce, non potei più muovermi finchè fu notte.
Potrei ancora narrare molte cose di Ravello, particolarmente dell'antico duomo edificato da Niccolò Ruffoli nel secolo XI, il quale possiede un pulpito raro in mosaico ed antiche porte di bronzo e dove si conserva in un'ampolla il sangue di S. Pantaleo, che bolle al pari di quello di S. Gennaro; ma non conviene vedere tante cose, e sopratutto descriverle molto a lungo.