I.

Quel vespro che fu visto Bastiano Cancelosi, il sensale, con la carabina nascosta sotto il ferrajuolo e la faccia buia, montare la guardia in su e in giù dinanzi al palazzo del barone Spinosa nella Piazza Maggiore, qualcuno ebbe davvero paura che stesse per nascere un guaio.... Ma i più ridevano e se ne stavano tranquilli davanti agli usci delle loro case osservando la sua manovra, una vera farsa da cui soltanto gl’imbecilli si lasciavano ingannare ancora, e che era ormai tempo di smettere! A chi credeva di darla a bere con la sua carabina e tutte quelle buffonate da paladino di Francia, quando si sapeva che, rientrando a casa, trovava la tavola imbandita quasi fosse festino tutti i giorni, quando alla domenica gli si vedeva far la ruota accanto alla moglie parata ed in fronzoli come un giannetto da palio, ed era riuscito persino — nient’altro che col suo lucrosissimo mestiere, si capisce! — a comprarsi un pezzo di vigna dalle parti di Mascalucia, che schiudeva il cuore a guardarlo?... Le risate gli fiorivano attorno, sul suo passaggio; delle occhiate piene di comico terrore gli correvano dietro, cercando sotto il ferrajuolo la forma del fucile che si disegnava minacciosamente, adesso ch’era venuto fuori con quest’altra ridicola novità! Ma egli continuava imperturbabilmente la sua parte di sentinella fedele alla consegna impostasi, la consegna di non accorgersi di nulla — nè più nè meno come certe guardie del comune, armate sino ai denti, e militarmente piantate dinanzi alla barriera del dazio, mentre i compari passavano il contrabbando sotto i loro occhi miopi.... Sua moglie poteva uscire anche con le fanfare dal portone del palazzo Spinosa, portandosi via tutta la grazia di Dio che il barone le seminava nelle mani (perchè i vecchi non lesinano quando perdono il cervello rammollito dietro ad una gonnella, ed il barone poi, era così prodigo per sua natura) senza che egli s’avvedesse di niente!...

Era uno spettacolo impagabile di cui nessuno avea goduto l’eguale, neppure quand’era capitata a Roccamarina quella compagnia di comici d’indimenticabile memoria, tanti anni avanti. Allorchè la Ricciuta veniva fuori, cogli occhi a terra e il viso di fuoco per la vergogna di tanti sguardi addosso a lei, il sensale si trovava sempre ad avere le spalle volte dall’altra parte.... La donna s’allontanava in fretta; poi, facendo mostra di scorgerlo così per caso, ritornava sui propri passi e gli andava incontro adagio, come se davvero venisse dal punto opposto. L’altro aveva una mossa di felice sorpresa, le sorrideva con l’aria confusa e beata di chi ha potuto constatare l’inesistenza di un sospetto terribilmente doloroso, e se ne andavano insieme, tenendosi a braccetto.

Ma la parte più interessante della commedia, quella che il pubblico non era ammesso a vedere, si svolgeva nell’intimità delle pareti domestiche. Come posava nell’angolo della stanza la carabina scarica, il sensale si metteva a passeggiare in silenzio.... Poi, si fermava a un tratto davanti alla moglie e le piantava nel viso gli occhi divenuti cupi davvero, inquieti e penetranti, che pareva la frugassero sino in fondo all’anima. La Ricciuta, sotto il fuoco del suo sguardo crudelmente inquisitore, abbassava tristamente la bella testa su cui pareva gravasse la massa lucente di riccioli corvini donde l’era venuto quel nomignolo; il petto colmo e sodo diceva l’agitazione penosa che l’opprimeva, e gli occhi neri, larghi, dolcissimi, quasi a fior di testa, si velavano di lacrime. Sommessamente, timidamente, una domanda le veniva sulle grosse labbra carnose di mora, sempre la stessa:

— Perchè mi ci mandi dunque?...

Allora, il sensale mutava subito faccia, disarmato da quell’accento toccante d’innocenza, commosso e pentito dinanzi alla muta eloquenza dell’amore e della purità di lei. Il lungo volto scimmiesco, scintillante di furberia, s’illuminava d’un sorriso carezzevole che gli allargava smisuratamente la bocca sottile, ed egli si metteva tranquillamente a tavola, lasciando correre volentieri la mano a tradurre in atto la carezza del sorriso....

Ma ancora, alla fine del desinare grasso e copioso, o mentre aspettava che ella venisse a raggiungerlo nel calduccio delle lenzuola, dove egli la precedeva sempre, con la fretta di chi ama il buon letto subito dopo il buon pasto, la torbida ubbìa gli riappariva negli occhi istintivamente, suo malgrado! Era il veleno che gli attossicava quotidianamente la vita, la vita molle e beata da cui veniva eccitata la mordente invidia di tutti. E non riusciva a darsene pace, e si rivoltava rabbiosamente contro sè stesso, perchè sentiva sua moglie così interamente devota a lui, così incapace di fargli il menomo torto, perchè le credeva come alla Vergine Maria.... Ma il pensiero di saperla esposta alla libidine ed alle insidie di un vecchio libertino impenitente, lo spasimo di vedersela tornare, un giorno o l’altro, violentata e disonorata sul serio, gli rodevano il cervello!

Quante volte ella l’avea rassicurato sul proposito con degli argomenti che sarebbero bastati a mettere in pace il cuore di chiunque altri! Bisognava vedere prima di tutto come il barone si riducesse dinanzi a lei, timido e sottomesso a mo’ di un bambino, tanto l’avea ubbriacato e rammollito col venire tutti i momenti — il vecchio non era riuscito mai a capirne in fondo il perchè — a mettergli sotto il muso il tesoro esaltante delle sue forme opulenti, senza punto permettergli di coglierne altro godimento all’infuori di quello degli occhi, così fiera ed onesta che non chiedeva e non accettava nulla. Eppoi, ella avea, per ogni evento, la forza e la difesa delle sue braccia superbamente modellate e robuste, che bastavano a respingere qualunque assalto, ed erano buone a spezzare in due quel vecchio pappagallo intisichito....

Pure tutto ciò non valeva a liberare il sensale dal sottile tormento. Forse era perchè la sua esistenza sarebbe stata troppo bella altrimenti e, come è scritto che ognuno deve sentire il peso della propria croce, il Signore gli avea dato per giustizia anche la sua da portare! Senza di questo infatti, un uomo più felice di lui, dove si sarebbe potuto trovare? La dolcezza di un’esistenza di agi e di beato far nulla accanto alla creatura per cui perdeva persino la pace — senza sua colpa, poverina, tanto grande era il bene che le voleva — lo trovava tanto più sensibile per quanto vi era pervenuto passando attraverso la più dura, la più avvilente miseria. Gli abiti di panno fine che adesso portava, non avevano ancora avuto il tempo di sciuparglisi addosso, in cambio di quelli luridi e cenciosi di prima. E la fame provata era stata ben poca cosa di fronte al tormento di veder languire nell’indigenza la moglie, che a lui pareva fatta per andare attorno carica di ori e di pietre preziose come la Madonna della Madre Chiesa, e che s’era tolta in casa senza saper bene in che modo avrebbe provveduto alla sua esistenza. Egli avea preso per lei una così violenta ubbriacatura, che non si riusciva quasi a spiegarla in un uomo del suo stampo, testa fine di contadino, prudente, astuto, calcolatore. Tale ubbriacatura non era punto sfumata all’indomani del matrimonio, e giusto perchè era durata, perchè era stata più resistente di tutto, gli avea procurato tante angoscie e lo spasimo del rimorso in fondo alla coscienza per la miseria che le faceva patire.

Lei, poveretta, a quel tempo non diceva nulla, non si lamentava mai, ma gli faceva coraggio al contrario, lo consolava col sorriso dei suoi dolci occhi bovini, sempre amorosa e sottomessa malgrado la propria superiorità fisica, malgrado la coscienza del proprio ascendente, dello stato di esaltazione carnale in cui, senza volerlo, lo manteneva sempre. E l’inalterabile sua attitudine di bontà valeva a farlo struggere dippiù, gli rendeva la vita amara come il fiele, lo eccitava a stillarsi giorno e notte il cervello alla ricerca di una via qualunque per uscire da tali angoscie.

Poi, v’era dell’altro ancora: suo padre che non finiva di volergliene e lo avviliva senza tregua perchè aveva lasciato la zappa, il pane sudato, ma sicuro di tutta la famiglia, di padre in figlio, per tradizione costante, e avea preso invece il bel mestiere di sensale di animali, una vera cuccagna in un povero paesello di marina, il modo più sicuro per morire di fame lui e quella buona a niente che s’era appiccicata alle costole!... Il sensale non osava rivoltarsi contro la collera del vecchio, ma la sentiva ingiusta, e con la moglie si sfogava amaramente. Che colpa ci aveva se era nato così debole e mingherlino, se non era capace di maneggiare la zappa, di starsi a spezzare la schiena all’acqua e al sole come suo nonno, come suo padre, come i suoi fratelli?... E del resto, egli aveva la coscienza di esser fatto per qualche cosa di meglio e di più elevato che il mestiere di contadino, sentiva dentro la propria testa l’irrequieto lavorio del cervello, il cervello fine che brillava del fosforo dell’intelligenza, che non stava mai queto sotto il sale della malizia. Ah, se egli fosse nato altrove!... Era il suo eterno e più acuto rimpianto.... A Roccamarina, uno che avesse avuto il genio più luminoso, il talento più inventivo, in che modo se ne sarebbe potuto servire, che risorse ne avrebbe potuto trarre?... E la miseria cresceva, diventava sempre più insopportabile!...

Un bel giorno, il sensale si decise a lasciare la moglie, il paese, ed a raggiungere a Catania due suoi cugini, figli di contadini anche loro, i quali come lui non avevano voluto saperne della zappa e, venuti da piccini a cercar lavoro e fortuna nella grande città, ora si guadagnavano lucrosamente la vita, uno con l’arte d’incisore, l’altro con quella di litografo. Dei mesi erano passati, eppoi degli altri ancora, senza che si sapesse più nulla di lui. Alla fine, egli era tornato in paese, più affamato all’aspetto e più cencioso di prima, che faceva pietà a vederlo!... Ma d’allora la Ricciuta s’era messa a frequentare il palazzo del barone Spinosa, ora per qualche piccolo servizio da rendere, ora col pretesto di certe uova ancora calde da portare, e tutt’a un tratto le cose avevano mutato radicalmente faccia, e la loro casa aveva cominciato a prosperare, a prosperare, di bene in meglio — sempre con l’aiuto di Dio, diceva qualche burlone.

Il sensale lasciava dire, lasciava ridere, e badava a recitare con tutto il suo impegno, come un vero artista, la propria parte di marito compiacente ed interessato, ma convinto in buona fede di darla ad intendere alla gente a furia di arie gelose e di comiche spagnolate. Era per lui una segreta e profonda voluttà l’ingannare così anche i più furbi, ridendo allegramente di coloro che al contrario credevano di godersela alle sue spalle! L’intima soddisfazione di prendere in giro per tal modo il paese intero, il successo con cui vedeva riuscire la sua trovata di genio, lo facevano ringalluzzire d’orgoglio, gli rendevano anche più gradito il dolce pomo della bella esistenza a cui mordeva adesso avidamente.

Chi invece soffriva crudelmente di quella commedia era la Ricciuta. Non pativa di eccessivo amor proprio, si adattava facilmente a tutto, ma il suo pudore di donna onesta non poteva non sollevarsi istintivamente sotto la vergogna che le toccava subire gratuitamente. Lo spettacolo che suo marito offriva al pubblico di lei, quasi ogni giorno, era un tale insopportabile supplizio, che avrebbe rinunziato con gioia alle agiatezze nelle quali nuotava ora e sarebbe ritornata alla miseria di prima, pur di sottrarvisi. Ma oltre ch’era troppo sottomessa e passiva per trovare l’energia di ribellarsi, ella sapeva, e comprendeva quindi tutta la terribile gravità della minaccia incombente loro sul capo e che il talento del sensale preveniva e parava con la sua inarrivabile astuzia. Eppoi, con qual cuore si sarebbe rifiutata a secondarlo, quando era per lei, per lei sola, che in fondo egli avea fatto ciò che avea fatto, rischiando tutto perchè fosse ben nutrita e ben vestita, per vederla andare intorno tutta parata di gioie, coi lembi delle orecchie che si stiravano sotto il peso di certi lunghi pendenti di oro massiccio, col collo circondato da un doppio giro di coralli grossi quanto le poste di un rosario, e le mani piene di corniole e di ametiste! così, non soltanto ella si prestava alla finzione del marito, ma faceva anche di tutto perchè non trapelasse punto a lui lo sforzo e lo spasimo che le costava. E si ingegnava di evitargli ogni motivo di amarezza, quella sciocca ed insensata gelosia sopratutto, e ancora la spina di suo padre, sempre più accanito contro di lui, magari adesso che non lavorava più e viveva beatamente alle spalle del figlio, passando tutta la giornata davanti all’uscio a parlarne male con chi capitava, a predicare ch’era il disonore della famiglia, che non voleva riconoscerlo più per sangue suo.

Però, tutto sommato, il sensale sentiva d’essere un uomo invidiabile! Il suo fine buon senso gli faceva comprendere come la gelosia da cui era tormentato provenisse naturalmente dall’eccesso medesimo del bene che voleva alla moglie, che sarebbe stato in ogni caso così, perchè questa è la sorte degli uomini troppo innamorati. Quanto a suo padre ed alla bella ricompensa con la quale lo ripagava di tutti i benefizi suoi, infamandolo anche presso gli estranei, e senza che gli potesse chiudere la bocca col dirgli la verità perchè sarebbe stata una pazzia fidarsene, egli si consolava pensando che a lui toccava senz’altro di adempiere al proprio dovere di buon figliuolo, che la sua coscienza era assolutamente in pace per questo lato.... E continuava imperturbabilmente la sua parte di marito ben pasciuto alle spalle della moglie, e di rodomonte per burla.