II.
La dolce amica, mentre si godevano in pace la loro parte di paradiso, aveva sentito mordersi il cuore dal presentimento di qualche brutta sorpresa che doveva capitare loro addosso, una volta o l’altra, perchè si volevano troppo bene, perchè erano troppo felici così, e la felicità non dura mai a lungo! Stefano Toralta non credeva ai presentimenti delle donne, e rideva.... Invece, era proprio il cuore che le parlava, povera creatura!
Un giorno, Marelli era partito di buon’ora per un giro elettorale nelle campagne, e sua moglie non avea mancato di avvisarne l’altro. Senonchè, il commendatore, per un impedimento sorto improvvisamente, aveva dovuto rimandare il giro incominciato ed avea preso il primo treno di ritorno, rientrando a casa sua mentre non era punto atteso.... Nel solito salotto, Toralta se ne stava sdraiato sul tappeto, col capo abbandonato sopra le ginocchia dell’amica, portandosi ogni momento le mani di lei alle labbra e dicendole tante piccole cose inconcludenti e soavissime..... Ad un tratto, ella era balzata in piedi spaventata, accennandogli di tacere con un gesto di terrore, e tendendo avidamente l’orecchio.... S’era udito un rumore di passi dietro l’uscio che comunicava con lo studio del marito, e l’imposta avea scricchiolato un poco, come per una lieve pressione dal di dentro; poi, silenzio! Allora, ella avea preso il suo coraggio a due mani, avea aperto l’uscio ed era passata nello studio.... Marelli era là, pallidissimo, con degli occhi stralunati e le mani tremanti, ma calmo in apparenza, che consultava delle carte e si sforzava, di sorridere.... Come avea trovato ella la forza per domandargli da quanto tempo fosse rientrato, e perchè fosse ritornato così presto in luogo dell’ora tarda annunziata prima?... Egli avea spiegato il contrattempo capitatogli a metà strada, e poi avea chiesto, con semplicità, ma evitando di guardarla:
— Hai gente di là?... Ah, Stefano!... Adesso vengo a salutarlo.
Ed erano entrati assieme nel salotto, lei dietro, trascinandosi a stento, pazza di terrore, Marelli colla solita cierai, il passo sicuro, tendendo da lontano la mano al giovinotto che s’aggiustava nervosamente con la sua il colletto della camicia. Quindi, poichè nessuno parlava, egli s’era messo a raccontare di nuovo, profusamente, il caso occorsogli, terminando col dire che degli affari lo chiamavano fuori e proponendo a Stefano Toralta di accompagnarlo. Questi s’era levato senz’altro, col viso serio, credendo di comprendere, pronto ad una spiegazione.... Invece nulla, nè una volta fuori del salotto, nè già in istrada, nè per tutto il tempo che camminarono insieme, sino al palazzo della Prefettura dove Marelli era salito, lasciandolo con una forte stretta di mano!... La sera, Toralta avea trovato modo d’aver notizie dell’amica: nulla neppure con lei, il solito contegno di prima, con la semplice variante che adesso le rivolgeva la parola il meno possibile. E così, tra l’estrema sorpresa e lo stupore d’entrambi, era stato il giorno appresso e gli altri giorni seguenti, come se proprio egli ignorasse tutto, mentre, al contrario, era facile accorgersi da cento segni che avea scoperto ogni cosa, che non voleva mostrarlo e credeva in buona fede di riuscirci.
Per prudenza, Stefano Toralta aveva diradato, ma non interrotto affatto le proprie visite, limitandosi ad andare in casa Marelli soltanto in compagnia di suo padre. In compenso, cercavano adesso d’incontrarsi fuori più spesso, e aveano stabilito tra loro un’assidua corrispondenza. Ella, nelle sue lettere, si accaniva contro il marito che era divenuto un vero soggetto di odio per lei, poichè era costretta a temerlo nel tempo stesso che lo disprezzava. “È un vigliacco — gli scriveva — un vigliacco che finge d’ignorare, perchè ha paura di te!„ — Allora, egli prendeva le difese di Marelli; le rispondeva: “No, povero amore, tu gli fai torto ingiustamente accusando di vigliaccheria un uomo che s’è battuto parecchie volte per motivi di nessun valore, che ha passato degli anni in sala d’armi ed esercitandosi al bersaglio, mentre sa, comprendi? — sa dalla mia bocca medesima come io sia appena capace di tenere in mano la spada o la sciabola, e punto poi la pistola. Se tace per ora, è che più forte del suo risentimento, più forte della sua collera, la quale in altro momento sarebbe scoppiata subito, con una violenza spaventevole, più forte di tutto è adesso in lui la sua folle ambizione politica, il pensiero di quest’elezione che rappresenta il sogno di tutta la sua vita! Un duello, uno scandalo nel momento attuale, coi giornaletti — libelli che pullulano e vanno facendo bassamente arma di tutto, potrebbe essergli fatale e compromettere ogni cosa. È perciò ch’egli trova adesso la forza di frenarsi: c’è dell’eroismo in questo, dato il suo carattere. Ma ad elezione compiuta, qualunque sia il risultato, sta’ pur sicura che si ricorderà e vorrà regolare la partita, rifacendosi ad usura del tempo lasciato trascorrere così!„ — E soggiungeva malinconicamente: “Di me non mi preoccupo; non sono un eroe; però, allorchè mi trovo nel giuoco ho del sangue freddo quanto ce ne vuole, e non guardo mai a quel che rischio. Ma è per te, anima mia, che ho paura, è per te, cara creatura adorata, che mi struggo adesso nell’ansia!...„
L’amico della moglie si mostrava più giusto verso il marito, che non la moglie stessa. Lo sforzo che, infatti, Marelli avea imposto a sè stesso, aveva addirittura qualche cosa d’eroico. Era un uomo orgogliosissimo, violento, incapace di sopportare in silenzio la più piccola offesa: eppure, la passione che lo dominava avea trionfato anche della sua stessa natura! Le conseguenze di uno scandalo alla vigilia dell’elezione lo facevano tremare, non soltanto per l’effetto morale che potevano produrre, ma ancora per un altro calcolo, la cui bassezza sfuggiva a lui medesimo, invaso com’era dall’idea di non appartenere più a sè stesso, ma bensì al partito ed ai principii che rappresentava. Delle violenze, un duello con Toralta, significavano in quel momento, date la forza e l’autorità di suo padre nel partito, alienarsi l’appoggio più solido e sicuro!... Così, egli non rinunziava alla vendetta, ma la rimandava a più tardi, consolandosi nell’attesa coll’immaginarla più completa e raffinata. Ciò che gli era costato orribilmente era stato il frenarsi subito; poi, una volta dominato il primo impeto, impostasi quella linea di condotta, l’avea seguita coraggiosamente, sostenuto dalla convinzione che nè l’uno nè l’altra sospettassero d’essere stati scoperti, deciso di andare così sino all’ultimo, a qualunque prezzo!
Data una simile singolarissima situazione, ne veniva che i due ripigliavano audacia, tornavano ad abbandonarsi come prima alla passione che li dominava. L’idea della fuga, messa avanti da Toralta per scrupolo di gentiluomo che non vuol sottrarsi alla propria responsabilità, non era stata accettata dall’amica, troppo timida e debole per prendere un tal partito. Quindi, entrambi stavano ad aspettare con stoico animo la catastrofe, e intanto s’affrettavano a cogliere avidamente, febbrilmente, l’attimo che fuggiva, col cupo ardore di quelli che non vedono il domani innanzi a loro.