II.
Costantemente, giunti alla fine, coloro ai quali il pittore si compiaceva di fare tali confidenze, si mettevano ad interrogarlo intorno alla contessa Barbara Federowna, volevano sapere se l’avesse più riveduta, perchè ella avesse dovuto ritornare così precipitosamente in Russia, che donna fosse, quello che n’era divenuto. Vico Arganti rispondeva allora vagamente, un po’ imbarazzato da simili inchieste.... Egli aveva ricevuto due o tre lettere dalla russa, nei primi tempi della sua dimora a Roma, col timbro postale di Pietroburgo. Poi, più nulla, e quante lettere le aveva indirizzate, una dopo l’altra, in epoche diverse, altrettante erano rimaste senza alcuna risposta. Nemmeno il pittore polacco al cui studio s’era messo, e che aveva molto conosciuto la contessa in Russia, ne avea saputo più nulla. Però, egli aveva ricevuto ogni mese, puntualissimamente, il suo assegno per mezzo del consolato di Russia a cui ne faceva rimessa un banchiere di Mosca, sino a quando, vergognoso di accettare ancora un aiuto che non gli era più necessario, aveva fatto delle dichiarazioni e delle pratiche perchè gliene fosse sospeso l’invio.
Più tardi, guadagnatasi insieme al nome l’agiatezza, aveva concepito il progetto di un viaggio in Russia per rintracciare la misteriosa benefattrice.... Ma poi, degli altri avvenimenti erano sopraggiunti a fargli dimenticare un tal proposito: la sua passione per una signora vedova della buona società romana, gli ostacoli da superare pel raggiungimento del suo sogno, infine il matrimonio, coronato dalla più pura felicità.
Perciò ora, dopo tanti anni, egli provava un penoso imbarazzo nel rispondere a quelle domande, nel confessare con che facilità s’era rassegnato a non saper più nulla di colei alla quale doveva tutto e avea rinunziato ad ogni ricerca, distratto dal corso lieto della propria esistenza, nell’oblìo del suo egoismo. E come vedevano quasi un velo di tristezza calargli sulla fronte, gli ascoltatori non aggiungevano più nulla, persuasi e commossi di ciò che Vico Arganti diceva in ultimo:
— Ho dei dati per credere ch’ella sia morta.... da un pezzo!...
Invece, non possedeva alcun dato da cui fosse autorizzato a fare un’ipotesi qualsiasi, non sapeva punto ciò che fosse avvenuto della russa, come non sapeva, come non aveva saputo mai nulla di lei, nè della sua esistenza, nè dell’anima sua, nè di tutto il segreto e dolente romanzo d’amore che la povera creatura aveva covato per lui, accanto a lui, senza ch’egli l’avesse neanche vagamente intuito!...
Egli era peranco un fanciullo allora, con tutta l’inesperienza della vita, con tutta l’ignoranza di certi sentimenti.... L’ardente vocazione svegliatasi in lui, l’aveva assorbito fin dall’inizio dei loro rapporti, e dipoi, una volta affermatasi e trionfante, se l’era preso tutto, rendendolo sordo ad ogni altro sentimento, impedendogli di accorgersi di nulla. Per questo ella s’era imposto, a prezzo di qualunque sforzo, di soffocare in lei la fiamma che la bruciava, di non lasciargli trapelare per niente il suo amore; le sarebbe parso di compiere una profanazione se così non avesse fatto, di sciupare un tesoro d’innocenza, l’intatta verginità del cuore e dei sensi di lui. Eppoi, ella avea sentito vergogna di confessare persino a sè medesima che amava quel ragazzo ingenuo e senza alcuna nozione quasi della vita reale, lei, una donna non più all’età dei sogni, così provata dal dolore, passata attraverso tante tristezze, tante miserie! Eppure come furiosamente l’aveva amato, malgrado ciò, nell’intimo dell’anima sua! Forse per questo anzi, perchè non aveva osato fissarla neppur lei, perchè s’era costretta a soffocarla nel fondo più recondito del suo cuore, la fiamma era divampata con tale veemenza. Che avrebbe potuto venirne a lei da tale amore?... Dei dolori, e null’altro. Ed ella pareva appunto nata per soffrire, sempre....
La sua fantasia era stata colpita, sin dai primi incontri, dall’aspetto interessante del giovanotto, dal contrasto fra l’abito mezzo contadinesco, le selvatiche maniere, e la finezza aristocratica nel profilo, in ogni tratto del viso, nelle mani, quell’aria di razza che non si perde mai. Ancora, avea destato il suo interesse la furia con cui Vico Arganti s’allontanava dapprima, appena la vedeva, la fanciullesca e trasparente irritazione del sognatore sorpreso nel mistero della sua solitudine, turbato nell’intimità delle proprie fantasie. E quando il giovane parve a poco a poco addomesticarsi, ella ne provò un visibile compiacimento; e quando in seguito egli le avea rivolto la parola adoperando una lingua che mai si sarebbe attesa di sentir parlare da lui, al compiacimento si era aggiunta una viva sorpresa, e quando infine avevano famigliarizzato fra loro, interesse, compiacimenti, sorpresa erano rapidamente cresciuti, fondendosi in un sentimento di simpatia così vivo e così franco, ch’ella doveva frenarsi in alcuni momenti per non prendersi il braccio di lui sotto il suo, per non venire a certe piccole intimità, oltrepassando la naturale distanza che l’età e la condizione diversa stabilivano fra loro.
Come presto erano divenuti amici, come presto avevano imparato a conoscersi! Ella aveva appreso facilmente lo stato di Vico, la catastrofe che l’avea sbalestrato in quel paesello e lo costringeva a vivere così, tra la luminosa visione del passato e la squallida realtà del presente, nell’abbandono d’ogni speranza, nella mancanza d’ogni risorsa. Allora, una grande, un’acuta pietà le avea invaso il cuore, il cuore avido di maternità, fatto forse per le sue pure e non mai provate ebrezze. Ed era in tal modo infatti, con un senso di tenerezza materna ch’ella pensava a lui, allorchè si era sorpresa per la prima volta a pensarvi troppo a lungo.... L’aveva siffattamente conquistata con la sua grazia ingenua, con la sua aria di timida bontà, l’aveva così commossa col racconto rapido e semplice della sventura a cui soccombeva, delle proprie tristezze!...
Ella avea subito, naturalmente, concepito il proposito di adoperarsi per lui, di riparare come meglio le sarebbe riuscito alla durezza e all’ingiustizia della sorte, e quel proposito appunto l’aveva animata allorchè si era posta a secondare la vocazione che sembrava destarsi in lui, dapprima così, a mo’ d’esperimento, poi, grado a grado, con convinzione, con fede. Ma un simile sentimento, germogliando nel cuore di una donna ancora assai giovane, non guasta dall’esistenza, al contrario, spiritualizzata dai dolori trascorsi, per un bel giovine che aveva dei capelli così neri e così fini, dei grandi occhi vellutati e pieni di dolcezza, la carnagione delicatissima, d’un pallore sano e denso, una freschezza ed un’esuberanza vitale di arbusto venuto su all’aperto, non poteva non degenerare, non mutar natura, dato sopratutto lo stato d’anima eccezionalmente propizio traversato da lei. Il semplice profumo di tenerezza quasi materna con cui era nato, era persistito ancora, ma combinato con degli altri più acuti, soffocato alla fine sotto un’esplosione di odori tropicali così ardenti, ch’ella ne aveva provato persino la vertigine!
Barbara Federowna non aveva mai avuto delle romanticherie pel capo; ella avea sentito benissimo tutta la stranezza, l’anomalia del caso che l’avea fatta incontrare con Vico Arganti e l’aveva accesa per quel povero ragazzo confinato dalla propria rovina al di fuori d’ogni consorzio civile, cresciuto in uno stato d’incoltezza e di semplicità primitiva — lei, una forestiera, una gran signora nata nell’ambiente raffinato della miglior società di Pietroburgo — in un paese a lei quasi sconosciuto, avendo per sfondo un misero e pittoresco villaggio di pescatori. Troppo la sua natura era semplice, troppo ell’era sobria e triste, perchè l’imprevisto di un’avventura romanzesca potesse allettarla!
Ma se la singolarità delle circostanze esteriori che aveano presieduto il sorgere della sua passione, non avea agito punto per sè medesima su di lei, non era bastata neppure a costituire un ostacolo contro il sentimento destatosi irresistibilmente, contro l’impulso del suo cuore.
Ciò che l’avea resa accessibile ad un amore così fuori del comune, era stata l’estrema sensibilità che le veniva dall’aver tanto sofferto, era stata la sua dolente esistenza, sin da quando l’avevano sposata quasi per forza ad un vecchio egoista e tirannico, perchè questi era ricco ed occupava un’alta posizione a Corte; erano stati gli anni d’ineffabile martirio nel tetro palazzo Federowna, subendo tutto, dagli accessi furiosi di collera agli orribili trasporti di senile lascivia, rassegnatamente, poichè non era di quelle che sanno facilmente consolarsi in simili casi — fino al giorno in cui la liberazione, almeno temporanea, era venuta, avendo i medici fatto questione di vita o di morte per lei se non si fosse decisa ad un lungo soggiorno in un paese caldo e di marina, e poichè suo marito, trattenuto da un altissimo ufficio presso il Gran Cancellierato, era stato costretto a lasciarla andar sola....
Sopra ogni altra cosa però, era valso a renderle possibile il concepimento di quella passione l’intatta verginità del suo cuore, l’assoluta mancanza in lei d’ogni precedente sentimentale. Passata dal convento, quasi senza transazione, sotto all’esoso dominio di un vecchio, ella era restata casta d’anima e di sensi; suo marito aveva ben voluto di poi spingerla in società, farle un posto a Corte, sebbene perseguitandola continuamente con una sorveglianza opprimente, ma Barbara Federowna si era sentita sempre così malata di spirito e di corpo, così tetragona ad ogni istinto di vanità e di civetteria femminile, ch’ella aveva terminato col rimanersene solitaria, fuori degli attacchi dei don Giovanni di salotto, quasi estranea al mondo in cui viveva.
Con tutto ciò però, la forte simpatia iniziale che il giovanotto aveva svegliato in lei difficilmente sarebbe andata oltre, sino a raggiungere il grado critico della passione, senza la cecità e l’incombustibilità di Vico, frutto dapprima della sua inesperienza, della sua timida ingenuità, poi di quell’amore per l’arte sviluppatosi in lui con tanto ardore, che l’avea assorbito affatto, rendendolo insensibile a tutto e corazzandolo d’egoismo. Forse, se egli avesse compreso quanto avveniva nella russa per lui, se alla sua volta avesse provato qualche cosa di simile, se avesse osato infine, il magico incanto da cui Barbara Federowna si era lasciata cullare, sarebbe svanito, provocando una salutare reazione, ed ella avrebbe trovato la forza d’irrigidirsi contro il suo amore, di svellerselo dal petto. Così, invece, ella avea potuto abbandonarsi interamente al soave suo sogno; l’idea che Vico non avea occhi per accorgersene, che non se ne sarebbe accorto mai, se da un lato avea lasciato ardere senza contrasto la fiamma, dall’altro l’avea alimentata terribilmente, facendole trovare nel suo amore, destinato a restare incompreso e indiviso, mistiche ebrezze, uno spasimo ineffabile, la penetrante voluttà dell’estasi solitaria.
Certo, la sua fantasia sentimentale avea trovato pascolo e s’era accesa febbrilmente nel segreto patema di una simile situazione, ma il sentimento che l’avea dominata era ben lungi dall’appartenere alla categoria artificiale degli amori di testa: nella grande sinfonia che si era svolta dentro di lei, ogni parte del suo essere avea vibrato all’unisono, fondendo il proprio accordo nel pieno concerto comune, e la voce languida, sommessa, inquietante dei sensi che si erano destati forse appena allora, era stata come un molle accompagnamento in sordina alla larga frase melodica sviluppantesi dal povero cuore malato, mentre l’anima fremente scandiva il canto con degli arpeggi toccanti. Che cosa sarebbe mai ella stata per Vico Arganti?... Nulla, all’infuori di una benefattrice, di una buona dama disposta a proteggerlo. Ella s’era convinta troppo bene di ciò, eppure l’avea amato; l’avea amato perchè gli era piaciuto estremamente con quella massa fine di capelli neri, con quegli occhi vellutati, la bocca e tutta la carnagione d’una freschezza di frutto ancora acerbo; l’aveva amato per la grazia agile e forte del corpo appena formato, per la sua adorabile inesperienza del mondo, per la sua aria malinconica di eterno sognatore, per quell’impronta di signorile distinzione e d’innata eleganza ch’egli portava indelebilmente con sè sotto gli abiti sciupati e in disuso, sotto alla biancheria grossolana; l’avea amato infine perchè la sorte l’aveva tanto duramente colpito!... Eppoi, ancora, per quanto era in lui istintivamente, pel suo vergine talento, per certe naturali finezze del suo spirito, per una somma di qualità non acquisite, che gli costituivano una spiccata e incosciente personalità. Così, ella aveva ammirato, per esempio, il senso squisito di pudore ch’egli aveva della sua miseria, la paura persistente di apparire ridicolo e melodrammatico per via della sua rovina, di quell’aureola di aristocrazia decaduta, di nobiltà in liquidazione, ridotta a ritirarsi in campagna — la paura che gli aveva fatto dire, additandole con una certa compiacenza la rustica casetta di villeggiatura dove abitava, un giorno che erano passati di lì:
— Vede?... Non ha punto l’aria di un vecchio castello in rovina!...
I mesi passavano uno dopo l’altro senza ch’ella ne avesse quasi nozione: doveva aver dimenticato persino l’esistenza del marito, la sua casa, l’indomani che l’attendeva al ridestarsi da quel dolcissimo sogno. Non le restava più alcuna velleità di resistenza; ella s’abbandonava, si lasciava andare tutta in balìa del sentimento che le fioriva nell’anima, resa sicura ed ardita dalla passività di lui. Forse che Arganti offriva alcun pericolo per lei, con la sua continua e desolante attitudine di rispettoso riserbo, dal momento che non vedeva, non comprendeva, non sentiva nulla?...
In ciò risiedeva il segreto della propria intima forza, di quel po’ di calma che le restava tuttavia, ma in ciò stava ancora e sopratutto il suo indicibile tormento, il suo disperato martirio. Ella diventava folle d’angoscia urtandosi inesoratamente contro la cecità e l’incombustibilità di Arganti!... Più s’accendeva in lui la sua straordinaria vocazione per l’arte, così rapidamente affermatasi e sviluppatasi, meno gli rimanevano occhi per avvedersi, senso per intuire la tempesta di passione che gli turbinava allato....
In certi momenti, lo spasimo diventava troppo grande, troppo al disopra delle sue deboli forze; ella si sarebbe messa a gridargli il suo segreto, se lo sarebbe preso furiosamente tra le braccia, stringendogli il capo con le mani deliranti, domandandogli come mai, in tanto tempo, non avesse saputo leggerle nel cuore, nel cuore che ardeva, che si fondeva per lui!... Come mai, come mai? Neppure all’ultimo egli avea finalmente compreso, quando l’ora del terribile risveglio era venuta con quell’ordine improvviso e perentorio di raggiungere tosto nell’interno della Russia suo marito gravissimamente ammalatosi ad un tratto, colpito da una paralisi senza rimedio.... Ah, Dio!, neppure allora!... Come mai?... Come mai?!... Ella avea singhiozzato, avea pianto, col viso d’un pallore mortale, col povero petto in tempesta, gli s’era fatta vicino vicino, covandolo con lo sguardo disperato, sfiorandolo con le mani tremanti, mettendogli sotto agli occhi l’atroce spettacolo della sua agonia — ed egli non avea compreso ancora, ed era rimasto là, distratto, nervoso, col pensiero lontano, correndo colla fantasia in tumulto dietro al luminoso avvenire che ora gli si schiudeva sicuramente dinanzi, ai suoi sogni di gloria, all’imminente viaggio, a Roma!...