II.
L’attesa, nel salottino dell’albergo, cominciava a parere un po’ lunga a Filippo Torreforte. Finalmente s’udì un fruscìo, e la cantante comparve, avanzandosi con la mano stesa e il passo lungo e in cadenza che tradiva l’abitudine della scena. Le sue prime parole furono per farsi perdonare l’attesa e, malgrado le proteste del giovane, ella insisteva su questo, spiegandogli con un’intenzione di confidenza nel sorriso e nella voce come fosse stata trattenuta al piano dal maestro per concertare certi tagli e certe cadenze nell’opera in cui doveva presentarsi al pubblico, troppo irta di note acute per il mezzo-soprano che, poverina, non disponeva più di grandi mezzi vocali. Però, che cantante di scuola e che possesso di scena!... Ella s’affrettava a soggiungere ciò, premurosamente, indugiandosi a mettere in rilievo il talento artistico della sua compagna d’arte, lasciando intendere, in mezzo alle espressioni laudative, ch’era la sola risorsa che le restasse. Successe quindi nella conversazione una pausa imbarazzante. La cantante s’aspettava forse a questo punto che l’altro le agitasse sotto le narici il turibolo dell’incenso a cui era abituata, le dicesse del bel nome fattosi nel mondo lirico, del successo che l’attendeva, dell’impazienza sua d’udirla. Invece Filippo restava a guardarla e taceva, non sapendo che dire, come se la vena della bella eloquenza ch’era così ricca in lui si fosse inaridita.
Per la prima volta egli, già per natura ed abito di vita tanto schivo da contatti femminili in genere, si trovava di fronte ad una donna di teatro. Ne avea vedute soltanto dalla platea, attraverso l’illusione scenica e il melodrammatico convenzionalismo lirico; il fondo ingenuo di provinciale che restava in lui malgrado l’acclimatamento cittadino gliele faceva apparire come delle creature quasi di un altro mondo, al quale si sentiva completamente estraneo. Aveva quindi, in quel momento, il sentimento di subire una specie di iniziazione e ne rimaneva naturalmente un po’ sorpreso e interdetto. Ma non era ciò soltanto: lo paralizzava pure in certo modo l’impressione che la cantante gli avea prodotto entrando. Sorpreso improvvisamente dalla sua comparsa, in mezzo all’uggia dell’attesa che già degenerava in un principio di malumore per essersi lasciato determinare da un momento d’irrequieta gaiezza giovanile ad una tale visita troppo al difuori del suo sistema d’esistenza, egli s’era come sentito trasportare in una sala d’opera, avea quasi provato la rapida emozione che desta nel pubblico, in certe scene capitali del dramma, l’apparire in iscena della protagonista o di un altro importante personaggio muliebre, se l’artista che ne rappresenta la parte ha quelle particolari attitudini fisiche che il palcoscenico di preferenza richiede. Ora Alice Rossati possedeva una figura meravigliosamente fatta per la scena. Grandiosa, ma ben proporzionata di linee, ella aveva un busto e delle braccia superbe; i tratti del viso non peccavano per soverchia finezza, si potevano anzi dire comuni, sopratutto considerando la curva del naso pronunziata oltre misura, la larga bocca dalle labbra grosse, ma pallide, e il mento troppo forte. Ma per compenso, la sua testa, così modellata, era piena di carattere, aveva un’energia di contorno che s’imponeva all’occhio di chi la guardava.
Ciò che però colpiva dippiù in lei erano gli occhi, degli occhi straordinariamente grandi e neri che avevano una singolare intensità d’espressione, una fissità esaltante, e che parevano covare perpetuamente il fuoco lirico della scena, riverberare la melodrammatica luce della ribalta. Ora, perchè gli occhi le splendessero a quel modo, perchè il suo sguardo facesse pensare a questo, necessariamente ella doveva mantenersi sempre nell’illusione e nell’attitudine di avere dinanzi a sè il pubblico, di non calpestare che delle tavole di palcoscenico. Così era appunto; anche fuori del teatro, anche nell’ambiente meno propizio, nel campo limitato d’una conversazione senza intimità, ella non lasciava di essere la prima donna. E sotto la particolare suggestione dei suoi occhi, della sua figura, di certi atteggiamenti, di certi gesti, davanti al suo incedere lento e in cadenza, tutta una folla di vaghi fantasmi lirici si levava confusamente nell’immaginazione così colpita: ella era Norma, ella era Valentina degli Ugonotti, Eleonora del Trovatore, la Gioconda, Lucrezia Borgia — tutta la galleria di creature appassionate e patetiche che formavano il suo esteso repertorio di soprano drammatico....
Tale era l’impressione che Filippo Torreforte aveva provato e che lo faceva restare tuttavia assorto, senza troppo saper che dire. Ma poichè il silenzio diventava imbarazzante alla lunga, la cantante riprese a fare le spese della conversazione, avviandola sopra un terreno positivo e sottomettendo l’altro ad un breve interrogatorio.
— Dunque, lei è tra i redattori della Sera? — gli domandò.
Torreforte, poichè non gli pareva il caso di diffondersi in particolari a proposito della parte limitatissima e personale ch’egli avea nel giornale, disse di sì senz’altro. Alice Rossati domandò ancora:
— Ed è molto intimo col suo collega della parte teatrale?
— Abbastanza. — Egli rispose, indugiandosi a fare il ritratto del collega in questione, il quale era un giovane gran signore che faceva del giornalismo per puro e passeggero dilettantesimo, così com’era passato successivamente attraverso la scienza, la politica, lo sport.
Allora, la cantante gli confidò le sue pene. Le aveano riferito che Luca di Santo Stefano, il critico teatrale appunto della Sera, era stato l’amante della prima donna che avea cantato prima di lei al Massimo, e che in seguito al fiasco e allo scioglimento dalla scrittura di costei, il suo protettore avea giurato di far la guerra senza quartiere nel proprio giornale a qualunque altra fosse venuta a prenderne il posto e la parte. Questa minaccia la preoccupava seriamente, sopratutto data l’importanza del giornale ch’era tra i più letti e autorevoli, la rivoltava, la metteva addirittura in orgasmo. Ella protestava di voler essere giudicata per il poco che valeva in arte, ma giudicata ad ogni modo onestamente, senza preconcetti ostili.
Torreforte allora si credette in dovere di assicurarle che il suo amico era assolutamente incapace di un partito preso così odioso, che dovevano averle riportate dalle malignità senza fondamento, che poteva vivere tranquilla da quel lato. Ma la cantante insisteva sullo stesso tono di allarme e di toccante risentimento, pur non mettendo in forse nel critico tutte le qualità di un galantuomo, scagliandosi invece sulla protetta di lui, perchè, si sa, certe donne possiedono la maligna potenza di far deviare e di accecare anche i migliori! — così che Filippo Torreforte non potè fare a meno di dirle che ne avrebbe parlato a Santo Stefano e che stesse tranquilla.
Ella parve sorpresa e commossa dei buoni uffici offertile; disse, stendendogli la mano con slancio:
— Non so come ringraziarla! Il nostro buon amico di Milano non poteva farmi un regalo più caro e prezioso indirizzandomi a lei! — E comentava le parole col sorriso, arrovesciando leggermente il capo, socchiudendo un poco i grandi occhi neri, così come dovea sorridere sulla ribalta in certe scene col tenore.
Il momento d’accomiatarsi parve infine venuto al giovane. Ma prima di lasciarlo andare, ella volle le promettesse che sarebbe tornato da lei presto e spesso.
— Nel nostro mondo, un buon amico affabile e gentile, senza secondi fini, è come l’araba fenice! Io vi conosco appena — gli disse, saltando con una certa brusca grazia il fossatello di riserbo che separa il voi dal lei — ma mi pare che voi sarete per me quest’araba fenice!...