III.
La vedova di Nunzio Candioto, allorchè vennero a dirle che il barone sposava la maestra, credette di sentirsi crollare il tetto sul capo. Giusto, don Rocco mandava da lei per vedere di accomodare le cose e sapere che prezzo ella metteva per non pensare più alla vagheggiata corona di baronessa. Ma ella scacciò il mediatore, e si chiuse in casa a piangere la propria sciagura. Suo figlio, vedendola consumarsi così, senza smettere un minuto di piangere, diventava scuro, e le convulsioni gli venivano una dopo l’altra. La supplicava:
— Prendete un boccone, che non vi reggete più!... Dormite un poco, che così v’ammazzate!...
Ma la poveretta non mangiava, non dormiva, e continuava a piangere con gli occhi gonfi e rossi che parevano divenuti due fontane.
— Per carità, finitela! — le gridò un giorno suo figlio — se no, mi fate commettere uno sproposito!
Ed ella avea risposto, senza pensare a ciò che faceva, nel furore scomposto della sua gelosia e del suo disinganno:
— Ah, come bene gli starebbe, sciagurato!
Poi, mentre affondava la testa nei guanciali del letto, mordendoli e bagnandoli di lacrime, non vide l’altro, col viso di cera, che staccava dal muro la carabina di suo padre e usciva zitto, zitto...
Don Rocco tornava allora dalla sua passeggiata consueta fuori porta. Quando se lo vide davanti in quella straduccia solitaria, con quel volto e la carabina di suo padre sul braccio, ebbe paura. Ma si rimise subito, punto dalla vergogna di aver tremato davanti ad un ragazzaccio.
— Che c’è? — domandò, aggrottando le ciglia.
— È vero che voi sposate la maestra?
— Tua madre non vuole ascoltare la ragione? Senti, dovresti dirglielo tu, dovresti persuaderla....
Ma l’altro ripeteva coi denti serrati:
— È vero che voi sposate la maestra?
— Ebbene sì, è vero!
— Ah!... — e gli scaricò la carabina nel petto.
***
Appena si sparse la notizia che don Rocco era stato portato a casa sua in istato gravissimo, tutti gli amici e i conoscenti corsero da lui e s’installarono nel vecchio palazzo, aggirandovisi con la faccia solenne delle grandi occasioni. Però si sa, l’abitudine è tiranna, e qualcuno incominciava ad intavolare nel salotto la partita di tresette o di calabresella, mentre gli altri fumavano e leggevano i giornali, come se la casa del moribondo fosse diventata la succursale del Circolo.
L’ultimo giorno, il cavaliere Nardi, prima di mettersi al tavolo di scopa, sollecitato dal pretore che lo tentava col mazzo nuovo delle carte in mano, si avvicinò al malato.
— State meglio oggi, mi pare! Voi, come vi sentite?...
— Eh!... come quelli che se ne vanno!
Ma quando venne l’arciprete a domandargli se volesse somministrato il santissimo sacramento, poichè era tempo di pensare all’anima sua, don Rocco disse, puntellandosi penosamente sui cuscini:
— Io?!.. Perdio!... Io mi sento un.... leo....ne!...