IV.

La Ricciuta, allorchè si ritrovarono insieme due giorni appresso nell’intimitè della loro casetta così gaia, linda e doviziosa, ripensando a tutte le ansie, i terrori, le angosce attraversate sino alla vigilia, quasi non osava abbandonarsi alla realtà. Gli girava a torno svelta e festosa come un buon fido cane restituito al padrone; attendeva a preparargli il desinare più ghiotto, il più soffice letto, ogni ristoro, ogni vezzeggiamento.

Il sensale, invece, conservava in mezzo alla sua allegrezza una certa nobile misura, la composta dignità di colui che non agli uomini, non alla Fortuna, non al Cielo deve il trionfo della propria sorte, ma solo a sè stesso! Non aveva adunque avuto ragione di felicitarsene, quando la sorpresa terribilmente minacciosa di quel processo gli era piombata sul capo? Ora, dopo il verdetto assolutorio dei giurati, neppure il Diavolo poteva nuocergli ancora; era una partita definitivamente chiusa che nessuno aveva potere di riaprire più mai. Liquidato, così, felicemente il passato, non restava innanzi a loro che il roseo, luminoso orizzonte dell’avvenire, tutta una vita molle e beata di agiatezza, di piacere, di dolce far niente. Il suo genio trionfava! Quel giorno lieto che solennemente coronava l’ammirabile edificio del talento e della malizia di lui, era come la sua apoteosi, ed egli ne assaporava la gioia esaltante con una serenità piena di grandezza....

Ma traendo fuor dall’impenetrabile nascondiglio, dove prima di lasciarsi arrestare l’aveva sepolto, il suo non disprezzabile tesoro — due sacchetti ricolmi di buon oro sonante, accumulato a furia di spacciare l’altro, quello falso — la curiosa maschera di olimpica compostezza gli cadde a un tratto dal volto.... Si mise a versare il contenuto luccicante e sonoro di quelle due piccoli otri di ricchezza nel grembo della sua donna, affondandovi cupidamente una mano, mentre nel tempo stesso brancicava i fianchi ed il petto di lei, accarezzando con non minore avidità l’altro tesoro suo, l’opulento tesoro di rosee carni fragranti di giovinezza per cui egli si struggeva. Un’ebrezza d’indicibile orgoglio lo invadeva tutto, gli accendeva gli occhietti di scimmia ladra e lasciva, abbacinati dal riflesso giallo dell’oro, intorbidati dal brancicamento voluttuoso. La coscienza della propria forza lo esaltava ancora più che la vista di tutto quel denaro ed il contatto della carne amata....

A parte un momento passeggero di debolezza e d’oblio là, alle Assise, allorquando l’angoscia troppo crudele della poveretta l’avea ridotto quasi al punto di tradirsi e di perdersi, come egli era stato inarrivabilmente ingegnoso, abile, astuto dal principio alla fine! Come era riuscito — egli così miserevole all’aspetto, così umile di condizione, e rozzo, digiuno di qualunque studio, tenuto da ognuno in conto di un buono a nulla — a cacciarsi in tasca il mondo intero! Tutti, dai cinquemila abitanti di Roccamarina, ai giudici istruttori, al Pubblico Ministero, al Presidente, ai giurati, alla folla insolente che aveva assistito al processo, tutti s’erano lasciati prendere nella mirabile trappola della sua furberia, erano rimasti ingannati e beffati!

La inesorabilità della giustizia punitrice a cui non sfugge alcun colpevole, costituiva ora un soggetto d’allegra incredulità per lui che avea saputo, con la sola risorsa del suo cervello fino, mettersi sotto i piedi il Diritto e la Legge, risolvere il problema di rompere senza pagare.... Là, alle Assise, dopo il verdetto dei giurati, quando la Corte avea fatto il suo ultimo ingresso, suscitando una mortale ansia negli altri imputati, egli, dinanzi alla solennità quasi lugubre delle loro toghe in quel momento, dinanzi alla gravità imponente dell’apparato e del prestigio che circondava le persone loro, s’era sentito assalire da uno scoppio a stento frenato d’ilarità. Mentre i suoi compagni di gabbia concentravano l’anima ansiosa e perduta in ogni parola della sentenza, egli che non aveva più nulla a temere, lasciava interiormente fluire la ricca vena del suo umorismo plebeo, si abbandonava dentro di sè ad ogni sorta di comiche osservazioni sul naso del Presidente, enorme, purpureo, costellato di escrescenze — sulla barba del giudice di sinistra che a furia di tinture avea preso certi vaghi riflessi di legno mogano — sulla figura del giudice di destra, ridotto dagli anni, forse anche dall’abitudine del proprio ministero, ad uno scolorito e cartilaginoso stato di mummificazione, come se da secoli dormisse il suo solito profondo sonno all’udienza.... Ah, che sforzo aveva dovuto imporsi per contenersi e conservare sino all’ultimo la sua aria di compunzione e di umiltà!...

Ma adesso, ricostruendo col pensiero la scena così terribilmente solenne per gli altri e così buffa per lui, non si tratteneva più, si cavava liberamente alla fine la prepotente voglia di riso che gli era venuta colà, nel tempio sacro della giustizia. E rideva, rideva inesauribilmente, d’un riso muto e fantastico che gli fendeva oltre ogni misura la bocca esangue e sottile, mentre continuava a rinvangare con una mano il mucchio d’oro versato nel grembo della donna, e a brancicare con l’altra il fiorente busto di lei....

FINE.

[ INDICE.]

La prima donna[Pag. 1]
Tempesta stornata[161]
La fine di Don Giovanni[191]
Novella sentimentale[219]
Il trionfo della malizia[267]

DEL MEDESIMO AUTORE:

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Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

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