VII.

Per un momento, l’illusione di aver ricuperato la calma e la serenità dello spirito sorrise a Torreforte. La torbida febbre che gli avea tenuto acceso il cervello tutto quel tempo, gli dava tregua per un poco nell’espansione e nel sollievo insperato del cordiale ravvicinamento seguìto tra loro.

Ella era stata piena d’intelligente bontà per lui, aveva avuto un’arte delicata di allontanare da loro la memoria della critica sera, di liberarlo da ogni sentimento d’imbarazzo, come se nulla avesse turbato mai la perfetta intesa reciproca di prima. La resa a discrezione di Torreforte la rendeva felice perchè realizzava appieno le sue previsioni e solleticava dolcemente il suo orgoglio. L’orgoglio era la corda più facile a vibrare in lei: uno strano orgoglio che avea esso pure, come tutti gli altri suoi sentimenti, alcunchè di teatrale, e s’attaccava più alla esteriorità che al fondo delle cose. Era un po’ la fierezza, l’attitudine melodrammaticamente altera dei personaggi del proprio repertorio, trasfusasi in lei a furia di recitarne le parti; ella richiamava per tale riguardo il singolare spettacolo che offrono alla sera in palcoscenico certe comparse alle quali tocca di rappresentare la muta, ma superba parte di imperatore od altro eccelso personaggio, e che se ne stanno solitari e sdegnosi tra le quinte, con l’aria di non voler derogare alla propria dignità, portando in giro fieramente i loro falsi ermellini, le luccicanti armature di latta, le corone tempestate di cristalli multicolori.

Torreforte, col suo brutale attacco, con quell’aria di trattarla come la più facile delle conquiste, l’aveva ferita nel lato più sensibile, avea sollevato la sua indignazione di donna abituata a sentirsi sospirare ogni sera le più infiammate e deliranti frasi d’amore negli appassionati duetti dove non le si domandava spesso altro che un bacio. Sopratutto venendo da lui ch’ella sapeva già a mente, di cui aveva benissimo penetrato il fondo d’ingenuità e d’inesperienza, quel brusco attacco a tamburo battente l’avea fatta rivoltare perchè vi avea veduto un partito preso di facile conquista, una lezione imparata a memoria e mal digerita di libertina spigliatezza.

Ma non era stato ciò solo a farle prendere quella sera la superba posa di sdegno e di rivolta che Lucrezia le avrebbe invidiato. Resistendo a Torreforte, la cantante avea anche agito secondo un vago progetto accarezzato sin da quando lo aveva sentito abbandonarsi a lei con sincero trasporto, dopo il duello evitato: ella avea veduto in lui un possibile marito!

Il matrimonio era la sua mèta, ma un matrimonio all’infuori del teatro, che le permettesse di lasciare le scene anzi, malgrado le soddisfazioni e le ebrezze trovatevi, che le facesse in società il posto ambìto di signora della buona borghesia, stimata, rispettata, con delle visite da ricevere e da restituire, un salotto aperto a un dato giorno della settimana dove ella dovrebbe subire ogni volta la ressa degli amici e delle amiche per cantare qualche cosa, e dove ritrovare i trionfi del teatro. Torreforte le pareva possedere tutte le qualità per effettuare un tale bel sogno ch’ella vagheggiava come la maggior parte delle sue compagne d’arte, non escluse le dive, salvo a sentirsi riprese furiosamente dalla inguaribile nostalgia del palcoscenico appena abbandonatolo.

Per tutto il tempo ch’era durato il ghiaccio tra loro, la cantante era rimasta tranquilla ed ironica spettatrice delle galanti imprese di Torreforte, o piuttosto dei suoi disordini a freddo: ella sapeva bene di esserne la tormentosa causa, e appunto per ciò l’avevano lasciata freddamente serena, senza accenderle una sola scintilla di risentimento e di gelosia — l’esca più facile a prendere fuoco in lei! Invece avea aspettato pazientemente ch’egli tornasse a lei, e quando alla fine ciò accadde, ella sentì le sue aspirazioni matrimoniali toccare la realtà!

Torreforte provava un senso d’ineffabile sollievo, sentendosi arrestare dalla forza soave del sorriso con cui ella l’aveva accolto, sulla china rovinosa dove s’era lasciato a poco a poco scivolare. S’era arreso soltanto per stanchezza e paura, senza troppo contare sulla clemenza del vincitore; l’insperata generosità di cui era stato colmato al contrario, lo avea talmente sorpreso e commosso che tutto il suo rancore e le sue prevenzioni ostili se n’erano andati via ad un tratto. Anzi, era lui che si stimava condannevole adesso! Perchè ella gli aveva resistito, mentre provava per lui una visibilissima inclinazione?... Perchè apparteneva ad un’altra specie di donne che la polacca e Regina Morelli, perchè era una creatura onesta! Ed egli aveva potuto volergliene e farle una colpa d’essere onesta?!...

Così, il suo malanimo si mutava ora in un sentimento delicato e profondo d’ammirazione e di stima che gli svegliava il più pungente rimorso per l’attitudine ostile serbata ingiustamente tutto quel tempo di fronte a lei, e il più vivo desiderio di farsela perdonare a furia di devozione e di rispetto. Per la seconda volta, ella gli dava la prova di una bontà tanto fuori del comune e toccante che il cuore di lui non poteva restare chiuso ancora allo slancio di riconoscenza appassionata che lo invadeva per lei.

Da un giorno all’altro, Torreforte era ritornato l’amico privilegiato e carezzato dei bei tempi; egli riprendeva il suo posto con una gioia di fanciullo rientrato nel favore materno dopo un castigo meritato, senza più alcun determinato partito di conquista, abbandonandosi ad occhi chiusi alla corrente che lo trasportava. Come il suo desiderio esasperato e il superficiale sentimento provato sin’allora prendevano adesso, attraverso il lume del sorriso di lei, quella sera, e per la soave magìa dell’accoglienza sapientemente amorevole, il carattere di una vera passione, egli si spogliava del suo scetticismo di seconda mano, degli insegnamenti di strategìa dongiovannesca male appresi in palcoscenico, diventava sincero e timido come un collegiale.

Era il suo temperamento sentimentale che si rivelava schiettamente in tal modo e gli suggeriva certe fanciullesche fantasie di cui avrebbe riso egli medesimo prima. Per esempio, egli amava di mandarle sul palcoscenico, o a casa, dei fiori tra i più belli e costosi, serbando l’anonimo del dono, sorridendo al pensiero ch’ella forse avrebbe indovinato lo stesso che venivano da lui. Una fanciullaggine di tal genere anzi, gli avea procurato la più grottesca sorpresa, un giorno che s’era trovato insieme al deputato Ascani nel salotto della cantante, dinanzi ad un magnifico cestello di orchidee inviate da lui la sera avanti, per l’ultima rappresentazione di Gioconda. La prima donna s’estasiava nel mostrare i fiori e raccontava, guardando fissamente Torreforte, in modo da farlo arrossire sino alla radice dei capelli, come non fosse riuscita a sapere da chi venissero — mentre Ascani s’accarezzava sorridendo con intenzione la barbetta già grigia e ripeteva:

— Hum?... chi può averli mandati?... Hum!... chi lo sa?!...

Poi, intanto che scendevano insieme le scale, Ascani aveva infilato il braccio di lui, con un’aria di confidenza e di bonaria intimità da camerati, dicendogli con lo stesso sorriso che avea finito di sopra per scuotere la convinzione della cantante sulla provenienza degli anonimi fiori:

— Dunque hanno avuto un successo quelle orchidee?... Andiamo, voi non indovinate chi ha potuto mandarle?... Capirete, mio caro, che nella mia posizione, avendo famiglia, mi tocca fare le cose con riserbo ed evitare le chiacchiere!...

L’umoristico caso, non solo avea avuto per Torreforte il gustoso sapore di comicità di cui era pieno, ma avea anche esercitato su di lui un contraccolpo morale, spingendolo più che mai sulla via del sentimento per reazione, per l’intimo orgoglio di sentirsi ben diverso dagli Ascani, dai Valdora, da coloro che egli avea potuto per un momento prendere a maestri e che muovevano alle loro conquiste con certe armi della cui lealtà e dignità l’elegante deputato gli avea fornito un luminoso saggio!

Da parte sua, la cantante non era mai stata con lui più seducente nè più graziosa d’abbandono, sopratutto perchè anche lei incominciava a scaldarsi le ali alla stessa fiamma di Torreforte, e ve l’avrebbe volentieri lasciate se non fosse stato per la speranza che accarezzava. La sua natura di comediante, foderata di vanità e di egoismo, non era troppo fatta per amare, ma infine, poichè Torreforte le piaceva tanto ogni giorno dippiù, ella gli offriva tutto il modesto capitale di sentimento di cui poteva disporre.

Se l’offerta era povera, in compenso ella aveva un’arte profonda e delle preziose risorse per farla valere cento volte dippiù agli occhi di lui. A poco a poco, ella finì col creargli l’illusione di non cantare, di non stare sulla scena che per lui, per lui solo. Qualunque posto del teatro egli occupasse, gli occhi di lei lo cercavano dal palcoscenico, lo raggiungevano sempre in mezzo alla folla, come se fosse la calamita ad attirarli. Era sempre così, trovando modo di volgere e di fissare lo sguardo verso di lui, ch’ella cantava le più appassionate romanze, le frasi più deliranti d’amore. Torreforte allora, si sentiva prendere da un’esaltazione dolcissima che gli faceva battere il cuore tumultuosamente e quasi mancare il respiro: la sala più non esisteva per lui, abolita come per incanto dall’illusione di diretta ed appassionata corrispondenza che la corrente magnetica di quegli sguardi creava tra loro. Le parole d’amore che ella scandiva quasi per lui, la potente suggestione della musica, l’elettricità dell’ambiente dove la più intensa attenzione e l’entusiasmo regnavano, la finzione della scena, tutto infine contribuiva ad ubbriacarlo, a farlo vibrare sino allo spasimo sotto la carezza di quei fantastici occhi che lo raggiungevano dappertutto, attraverso la folla. Poi, vedendo dei binoccoli che s’appuntavano su di lui, indovinando d’occupare di sè coloro ai quali l’appassionata corrispondenza non isfuggiva, egli si scuoteva, usciva dall’illusione formatasi.... Ma era un’ebrezza che svaniva per lasciare il posto ad un’altra; il cuore gli si gonfiava di dolce orgoglio sentendosi l’oggetto della curiosità e certo dell’invidia svegliata nel pubblico dallo spettacolo della propria felicità. Se ancora non gli apparteneva, egli però poteva dire di lei adesso alla folla, come glien’era venuta la sete una sera lontana: “Questa donna che solleva così la vostra commozione, il vostro entusiasmo, i vostri applausi frenetici, non pensa che a me, non vede che me, non canta che per me in questo momento!„

Egli, in ricambio, non avea più occhi per alcuna in palcoscenico: le altre non esistevano nemmeno per lui. Aveva a poco a poco, anzi, rotto tutte le amicizie annodate lassù e nelle quali il partito preso di dispetto da cui era stato animato un tempo gli aveva fatto mettere ogni possibile ostentazione d’intimità e di calore.

Solo gli era rimasta dell’amicizia per il contralto, una buona ed onesta fanciulla che egli aveva preso a proteggere nelle colonne della Sera, senza alcun secondo fine, e che in ricompensa gli avea dato questo consiglio, una volta, con un accento di affettuoso interesse e di tristezza che l’avevano turbato e commosso profondamente:

— Fuggite il palcoscenico, amico mio!... Le tavole del palcoscenico sono troppo pericolose per i semplici ed i buoni come voi!

Era una povera e fiera creatura che s’era data al teatro per vivere lei e la madre, ma che ci si trovava insopportabilmente a disagio, senza potere aspirare ad una carriera fortunata e lucrosa perchè disponeva di assai limitati mezzi vocali e senza sapersi abbassare alle degradanti arti alle quali ricorrevano le altre nella sua situazione. Mentre vedeva delle compagne, senza più voce di lei, ma con meno talento e scuola, applaudite dagli amici, ben trattate dalla stampa, ella, che non accarezzava giornalisti, che non accettava protettori e teneva la sua casa chiusa a tutti, incontrava soltanto freddezza e ostilità. Ciò non impediva che in palcoscenico circolassero su di lei le voci più oltraggiose, e Torreforte aveva udito la prima donna affibbiarle persino per amante il cameriere dell’albergo. E poichè non avea saputo trattenersi dal protestare ch’erano calunnie, la sua amica l’aveva investito duramente, domandandogli se avesse qualche debole per quella gesuita, come lei la qualificava — cosicchè egli avea pensato con un sussulto di gioia: “Dio, com’è gelosa!„ e subito era diventato vile, mettendosi a ridere anche lui delle piccanti storielle ricamate sulla pura esistenza della fanciulla.

In luogo d’imitare l’esempio di lui però, la cantante non pensava punto a sacrificargli i propri amici. Valdora, Ascani, il direttore d’orchestra, tutta la sua corte infine, continuavano a starle attorno, ognuno più o meno con delle evidenti velleità di conquista, senza lasciarsi scoraggiare per nulla dal terreno guadagnato su di loro da Torreforte. Questi s’era dapprima consolato pensando che ella non poteva mutar condotta da un giorno all’altro verso della gente ammessa già alla sua intimità, e sperava che a poco a poco se ne sbarazzerebbe. Ma rimase amaramente deluso!... Ella non gli lesinava, è vero, il piacere di sentirgliene dir male, di regalarne a lui delle crudeli caricature, di mostrarsi, appena aveano voltate le spalle, annoiata e irritata della loro assiduità importuna che non permetteva ad essi di starsene un po’ soli e tranquilli, però in realtà non faceva nulla per allontanarli; tutto il contrario anzi.

Al giovane sfuggiva in gran parte il consumato machiavellismo di civetteria con cui ella sapeva tenerseli tutti attaccati malgrado la troppo evidente preferenza accordata a lui, i piccoli, intimi compensi di un’occhiata eloquente scambiata con uno, di certe lunghe strette di mano prodigate ad un altro.... Constatava però, soffrendone acutamente, ch’ella non avea l’aria di respingere la corte che le facevano, e al fuoco sottile di tale tortura il sentimento che lo possedeva — di cui non era più possibile negare a sè stesso la natura — si maturava, cresceva d’intensità e d’ardore.

Chi alimentava più degli altri la sua vaga, eppure mordente gelosia, era l’intraprendente Valdora, un elegante che passava la vita tra le quinte dove le sue avventure non si contavano più, e che disponeva spesso, per via della propria autorità di giudice competente nei clubs, nel pubblico speciale di turno dispari, del successo o dell’insuccesso degli artisti. Torreforte se n’era trovato affatto liberato, con suo profondo sollievo, all’arrivo di una nuova scritturata che passava per essere una rara bellezza. Ma n’era seguìta una sofferenza più acuta per lui davanti al geloso furore che s’era impadronito della cantante vedendosi abbandonata così per l’altra. Era più forte di lei: malgrado il calcolo prudente di non dispiacere al suo amico, malgrado il desiderio sincero di non farlo soffrire, allorchè incontrava Valdora tutto pieno di premure e di galanteria attorno all’altra, nè più nè meno come avea fatto con lei sino al giorno prima, ella impallidiva, diventava cattiva, non li perdeva più di vista un momento. E Torreforte si struggeva accanto a lei pensando ch’ella doveva pure amare colui per soffrirne così, domandandosi che cosa poteva esserci stato tra loro, durante il tempo ch’egli s’era tenuto lontano!

Più tardi, aveva acquistato per caso, vedendola restare del tutto fredda e indifferente alla improvvisa notizia di un disgraziato accidente capitato a Valdora, la certezza che questi non contava nulla per lei. Ma ai suoi occhi già offuscati dalla passione tale evidenza, invece di servire a rivelargli il carattere di lei, avea preso il valore di una grande prova d’amore, gli avea messo nell’anima il dolce orgoglio d’esser riuscito a toglierle Valdora dal cuore, per regnarvi solo!

Gli altri però s’incaricavano di avvelenargli simile gioia, specialmente Masselli, il direttore d’orchestra, ch’era nelle migliori grazie di lei perchè la sosteneva presso l’impresario e lavorava adesso per farle assegnare la parte di Margherita nel Faust — parte ch’ella teneva a portar via alla prima donna dell’altra compagnia per un puntiglio di vanità, malgrado non si adattasse punto ai propri mezzi artistici. Tutti i sorrisi, le dolci parole, l’ebrezza degli sguardi appassionati indirizzatigli dal palcoscenico, le cento piccole attenzioni delicate ed esaltanti ch’ella gli prodigava, non bastavano a neutralizzare in lui il morso velenoso della gelosia, così come le amarezze di cui soffriva non erano sufficienti a fargli perdere la fede nell’amore di lei.

Ma ne risultava un penoso contrasto, un’altalena continua di gioia e di tristezza, di esaltazione e di accasciamento, in cui la facoltà di ragionare, il possesso della propria volontà, gli sfuggivano, e l’impero della passione si affermava e si estendeva col suo seguito d’agitazione, di smanie, di debolezze, di transazioni.

L’illusione della calma ricuperata, della possibilità di non pensare più al possesso di lei come ad un bisogno improrogabile, era presto svanita tra le alternative d’animo nelle quali si dibatteva e la sete di desiderio che lo riprendeva più ardente di prima. Il desiderio forse costituiva in lui il vero focolare della febbre la quale gli accendeva il cervello ed il sangue, ch’era della passione ma che non era l’amore, per quanto attraverso la sua esaltazione ed il suo accecamento paresse a lui il contrario. Come ella aveva saputo inocularglielo gradatamente nelle vene, come avea saputo alimentarglielo a furia di sapiente seduzione! E quando la riconciliazione era seguìta, con tutte le sue dolcezze, gli abbandoni di tenerezza, le deliziose intimità nel salottino di lei, quel veleno gli s’era mutato in fiamma viva nel sangue, sopratutto perchè ella adesso obbediva, oltre che ad un calcolo, ad un sincero trasporto e si abbandonava volentieri, però sino al limite dopo il quale l’avvenire del suo sogno le imponeva di non andare.

Un solo reagente poteva trionfare della sua febbre e salvarlo: il possesso! Ma ella non si sarebbe data mai, lo sentiva; il crudele dilemma: O matrimonio, o nulla! non lo faceva più sorridere, dopo averne sperimentato a proprie spese la dura verità. Ciò nonostante, egli aveva ritentata ancora la prova, si era spinto altre volte ad osare delle appassionate violenze: ella non s’era più indignata, non l’avea duramente scacciato come allora, ma invece s’era messa a piangere, supplicandolo di esser buono, rimproverandolo di non avere stima per lei. Non le lacrime, non la retorica sentimentale delle solite frasi l’aveano disarmato (gli avevano frustato dippiù il desiderio anzi) ma la certezza che dietro a quei luoghi comuni della virtù alle prese con la tentazione di capitolare, ella serbava la più risoluta volontà di non cedere. E spezzandosi inesorabilmente contro la muraglia di granito della resistenza di lei, il bisogno di averla alla fine, che lo vessava senza dargli più tregua da quattro mesi, diventava furore, diventava pazzia!

Egli non osava più adesso volgersi indietro, a guardare ciò che per lui diventava quasi il passato, la serena e feconda esistenza d’una volta, la calma gioia in cui lo cullavano il pensiero di sua madre e la dolce certezza di prepararle un avvenire di benessere e di agiatezza!... Non gli riusciva più d’occuparsi di nulla; i suoi affari andavano a male, la clientela l’abbandonava: bastava quel soffio di vertigine a disperdere le pazienti conquiste di parecchi anni di febbrile lavoro!

Non poteva più pensare a sua madre senza sentirsi agghiacciare l’anima dal rimorso; le lettere di lei, le povere lettere soavi sempre più inquiete, sempre più angosciate — come il vigile istinto l’avvertiva della dolorosa tempesta ch’egli attraversava e le giungeva vagamente la voce dei suoi disordini — si portavano via tutto il suo coraggio, tutta la sua energia, lo gettavano in uno sconforto disperato e senza fine, quasi che avesse dinanzi a sè l’irreparabile. Egli si sentiva affatto in balìa della sua passione, contro la quale non era più possibile rivoltarsi e per la cui soddisfazione bisognava calpestare il cuore di sua madre, tradirla, condannarla a languire nella povertà e nella tristezza, rinunziare per sempre al suo sorriso, alle sue carezze, alla sua benedizione!

Come mai quella passione, a cui erano bastati pochi mesi per svilupparsi e dominarlo, aveva potuto snaturarlo così, soffocare in lui a tal segno la voce di un affetto succhiato col latte, regnato sin’allora su tutto, divenuto il culto, lo scopo della sua vita? Egli non lo sapeva, non sapeva nulla, avea solo la coscienza d’essere mostruosamente colpevole, eppure senza responsabilità, d’essere vittima della propria sorte. La sorte era per lui tutto il complesso di circostanze apparentemente accidentali che l’avevano ridotto a tanta miseria: la lettera commendatizia dell’amico di Milano, la vertenza con Santo Stefano e la sua entrata al giornale che n’era seguìta, sopratutto lo straordinario concorso di feste — esposizioni, inaugurazioni di monumenti, congressi — che aveva tenuto aperti per circa dieci mesi consecutivi i battenti del teatro, dalla primavera all’inverno successivo, tutto il tempo che c’era voluto per alienare dalla cara adorata il suo cuore traboccante di amore filiale, per fondere la sua energia, per destargli quell’incendio nel sangue e nel cervello, perchè infine la propria rovina potesse compiersi!

I continui motivi di gelosa amarezza ch’ella gli procurava, in luogo di calmare la sua febbre e di guarirnelo, agivano su lui nel senso opposto, facevano salire ancora dippiù il termometro della sua esaltazione. Anzi, la fine della lotta che lo consumava, la fase decisiva, erano state provocate appunto da una crisi più acuta di gelosia. Ella s’era fatta accompagnare da lui una sera a teatro per assistere così, da spettatori, alla prova di un’opera a cui non prendeva parte. Mentre cercavano l’uscio di un palchetto di terz’ordine di cui aveano domandato la chiave per starsene più appartati, Torreforte, il quale teneva un fiammifero tra le dita che gli tremavano per l’emozione di sentirsela così da presso e senza difesa nel buio fitto del corridoio deserto, avea lasciato ad un tratto la debole fiammella morire e se l’era attirata sul petto, cingendole con le braccia la testa, cercando con le sue labbra avide la bocca, gli occhi, il collo di lei.... Ella avea lasciato fare senza reagire, poichè la sicurezza del luogo le permetteva di abbandonarsi senza pericolo all’ebbrezza che si sentiva lei pure circolare nel sangue, mormorando solo con un filo di voce:

— Filippo.... Filippo!...

Barcollando, tenendosi per mano, aveano trovato infine l’uscio cercato, e s’erano installati nella discreta penombra del palchetto, vicini vicini, con le ginocchia unite, le braccia a contatto, vibrando all’unisono sotto la mutua carezza degli occhi gravati dal desiderio come dal sonno, senza vedere nè ascoltare gli artisti che provavano sul palcoscenico appena illuminato.... Entrambi cadevano in una specie d’intorpidimento dolcissimo, d’ineffabile ebetudine che faceva loro smarrire la coerenza del luogo, del tempo.... E quando finì l’atto in prova, essi non se n’erano accorti neppure; e quando, improvvisamente, dei colpetti picchiati all’uscio risuonarono al loro orecchio, il risveglio era stato così brusco e doloroso che Torreforte s’era persino sentito male al cuore e aveva dovuto lasciar passare un istante prima che gli fosse stato possibile di levarsi ed aprire. Era Masselli, il direttore d’orchestra.... Come mai aveva potuto snidarli sin lassù, col buio fitto che avvolgeva la sala? — si domandava egli, investendo con un’occhiata furiosa l’importuno, talmente nervoso e contrariato che per poco non si metteva a piangere come un bambino. Il fatto sta che Masselli li avea veduti ed era venuto a mettere al corrente la prima donna sulla fase acuta in cui la questione della parte da lei pretesa era entrata.

La contesa s’era fieramente invelenita perchè l’impresario aveva preso a sostenere il buon diritto della rivale, perchè la commissione teatrale minacciava d’intervenire pure in questo senso; ma il maestro teneva duro, dichiarando che l’altra non era idonea alle difficoltà della parte, che con quella egli non avrebbe mai provato l’opera. Epperò, sentiva il bisogno, come un torneante del buon tempo antico, di attingere dagli occhi e dal sorriso di lei l’ardore e la forza per uscire vittorioso dalla difficile lotta impegnata, motivo pel quale era salito a farle una breve visita, tra un intervallo e l’altro. Ella comprendeva bene ciò: così non gli lesinava nè le occhiate, nè il sorriso!... E Torreforte l’avea veduta, mentre ancora doveva certo vibrare per la tempesta di desiderio che li avea sollevati insieme, distaccarsi affatto da lui, con lo spirito come col corpo, dimenticarsene, non occuparsi più che dell’altro, parlandogli a bassa voce, sorridendogli con gli occhi che nuotavano ancora nel languore infusole da lui nel sangue, lasciandoselo venire vicino.... Egli s’era sentito soffocare dall’angoscia, aveva quasi creduto, nello stato d’esaurimento nervoso determinato dall’eccesso delle sensazioni provate di attraversare un momento di allucinazione; l’aveva chiamata, supplicata con gli sguardi smarriti e imploranti!... Ma ella non se n’era accorta neppure e aveva continuato a parlottare, a sorridere, a civettare tranquillamente con colui....

Ebbene, Torreforte ne avea orribilmente sofferto, ma non s’era più sorpreso. L’enigma del carattere di lei non gli restava più oscuro adesso. Egli sentiva che quella donna non sarebbe stata mai veramente sua, non gli sarebbe mai appartenuta nel senso intero della parola, anche se gli si fosse data, malgrado che gli volesse realmente del bene, l’avesse pure ella amato cento volte più di così! Ella era del pubblico, della folla, non aveva che una sola, una vera passione in fondo: l’applauso, il successo! — e per conquistare tale ebbrezza che le era necessaria come l’aria, come il sole, ella doveva darsi un po’ a tutti, far commercio del suo sorriso, della sua grazia, delle sue familiarità. Ed era questo l’insostenibile tormento di Torreforte, la ragione del suo delirio, perchè non solo egli la voleva, ma la voleva affatto per sè, perchè era geloso di tutti, del pubblico, della folla per cui ella viveva! E poichè non gli si offriva che una sola via per realizzare un simile esclusivo e troppo necessario possesso: il matrimonio e l’abbandono del teatro — egli si decideva finalmente a prendere tale partito, senza più indugio, sentendosi giunto all’estremo delle sue forze, abbandonandosi alla propria sorte.

Un’ora bastava a decidere l’esito della lotta durata dei lunghi mesi, accettata con superba sicurezza, combattuta fieramente sino alla vigilia. La vanità di ogni sforzo per resistere ancora gli appariva improvvisamente, portandosi via tutta la sua energia morale, rendendolo accomodante ed ipocrita dinanzi a sè stesso. Mille argomenti in difesa della sua caduta gli venivano suggeriti dalla coscienza divenuta compiacente. Che cosa infine si opponeva a che egli sposasse quella donna?!... Il non saper nulla della vita, del passato di lei?.... Ma la fermezza e la dignità con cui gli avea costantemente resistito, pure desiderandolo ed amandolo, non erano la miglior garanzia dell’irreprensibilità del passato?!... Quanto a sua madre, certo ella avrebbe sofferto di quel matrimonio così al difuori delle idee e dei pregiudizî di provincia, nato senza l’aggradimento della famiglia, ma poi si sarebbe consolata, avrebbe goduto di vederlo felice a modo proprio. Egli si sarebbe rimesso a lavorare come prima, più di prima, per la conquista del seducente avvenire promessole, avrebbe avuto anzi una ragione e uno stimolo dippiù per riuscire nell’opera di riedificazione della loro distrutta fortuna....

Fu appunto ciò che scrisse, che spiegò lungamente con l’eloquenza della propria passione a sua madre, annunziandole che sarebbe andato egli stesso subito dopo a domandarle il suo consenso e la sua benedizione. Ma invece fu lei, la povera vecchia minacciata nella parte più sensibile dell’anima, che accorse disperatamente, come se si fosse trattato di disputare suo figlio alla morte, lusingandosi ancora di salvarlo.... Il dibattito durò a lungo tra loro, supremamente doloroso ed inutile; quando alla fine ella riconobbe l’irrimediabilità della sua sciagura, si diede per vinta!.... E fece ritorno alla sua casa lontana dove le due figlie l’aspettavano ansiosamente, tremando per la sorte delle loro eterne speranze matrimoniali che dipendevano dal fratello; andò a seppellirvisi nel proprio dolore, sotto il crollo delle care speranze accarezzate per la sua creatura diletta. Però, prima gli avea detto, rialzando duramente la dolce testa divenuta tutta bianca in quei pochi mesi di agitazione e di angoscie, da grigia ch’era avanti:

— Sta bene, sposala pure quella donna, ma pensa ch’io non vorrò rivederti mai più, che la mia collera ti peserà sul capo come una maledizione!...

Ma dove mai ella avrebbe trovato la forza di tenersi a lungo in tale attitudine contro di lui?... Egli l’avea assediata di lettere disperate, piene di devota obbedienza, è vero, ma dove si sentiva la volontà di finirla in qualunque modo, con qualche follìa se non fosse riuscito a piegarla. E la madre s’era piegata alla fine, gli avea mandato il suo consenso in una lettera che avea la desolata tristezza di un distacco estremo....

Torreforte s’era messo a singhiozzare come un bambino, leggendola, s’era sentito fondere il cuore.... Ma non avea tardato un minuto per ciò a correre dalla cantante, a dirle con la voce tremante le supreme parole che dovevano decidere di tutta la sua vita, s’ella volesse accettare la mano di lui, s’ella volesse sacrificargli il teatro....

Uno scoppio di gioia, di gratitudine, di tenerezza fu la risposta! Mai ella era stata così sincera, così buona, tanto piena di profondo abbandono, come adesso che la felicità la trasformava. Ma Torreforte, mentr’ella gli prodigava le più appassionate carezze, si sentiva bruciare il cuore dalla lettera di sua madre: “Figlio mio, sia fatta la santa volontà di Dio, sposala: io mi rassegno! Perdonami le bestemmie che mi uscirono dalla bocca quel giorno, così come io ti perdono il colpo che mi dài e dal quale sento che non mi rileverò mai più!...„

Quanto a lei, non avea avuto che un pensiero, appena passato il primo stordimento della felicità: annunziare al mondo lirico, attraverso tutti i giornali teatrali, il suo addio alle scene, malgrado i trionfi riportativi e che ve l’aspettavano ancora, per unirsi in matrimonio col barone Filippo Torreforte! Allorchè questi lesse la notizia così concepita che le trombe della pubblicità dovevano spargere in pochi giorni per tutto il regno dell’arte, non mancò di protestare, le ripetè come tante altre volte di non aver diritto a quel titolo poichè egli apparteneva al ramo cadetto della famiglia.... Ma ella trovava che erano delle sciocche sottigliezze dal momento che il titolo esisteva bene in famiglia, e non avea voluto rinunziare per nulla a ciò che più l’ubbriacava di vanità nel partecipare il suo matrimonio.

— Anzi — gli disse col più seducente dei suoi sorrisi — se vorrai essere gentile, non dimenticherai di mettere in fondo alla corbeille di nozze una piccola corona baronale da appuntare qui, sul petto....