VIII.

Sorgi, ungilo perchè egli è desso. Prese dunque Samuele il corno di olio, ed in mezzo ai suoi fratelli lo unse.

Reg. I. c. 16.

Gregorio si era costituito in quell'altezza maggiore che l'uomo sopra l'uomo può alzarsi. Aveva però compressa una molla elasticissimamente temperata, e così bruscamente, e con tanta violenza, che doveva aspettarsi per fermo reazione non meno ostile nè meno ostinata. Perocchè non solamente egli aveva gravata la mano sull'incauto re, venuto a penitenza, ma lungi dal perdonarlo, come quegli aspettavasi, con tradimento lo aveva rimandato per l'assoluzione al tribunale stesso, che avanti e' non aveva creduto competente, gli aveva interdette le divise regie, ed imposti patti vergognosi, a fine di tornarlo pienamente ligio e vassallo della Chiesa e dei pontefici. Ond'è che gl'Italiani, i quali niuna amorevolezza gli avevano mai posta per la sua troppa severità, gli tolsero affatto adesso ogni riverenza. Gl'Italiani vedevano conculcato con tanta petulanza l'onore del trono, da cui dipendeva l'unione e la franchigia del popolo. Vedevano rassodarsi il dispotismo teocratico del pontefice e lo temevano nemico più aspro, che Enrico mai non si era mostrato contro lo spirito di municipio e la costituzione dei comuni che allora cominciavano a pigliar vita. Per lo che, non dissimularono nè il loro sdegno, nè il loro sprezzo contro Enrico, che aveva siffattamente prostituita la dignità di re e la maestà dell'impero, nè il loro corruccio contro il vescovo di Roma che all'impero si sostituiva e sovraponeva. E di là comprendendo quanta arroganza avrebbe addimostrata per l'avvenire un pontefice, già per sè stesso intollerante e dispotico, contro di lui bandirono guerra, contro Enrico disdegnosi tumultuarono.

Ma Enrico non era tal uomo da non saper profittare dell'opportuna disposizione degli animi. Da Canossa si reca tosto a Reggio, dove vescovi e signori lo attendevano per penetrar chiari nei suoi disegni, e sapere a quale determinazione pensasse attenersi. Egli si giustificò. E lo credettero. E non vi fu più mestieri di sprone per mettersi sulla via di rompersi con Gregorio.

La guerra si dichiarò. Gli antichi amici di Enrico di Germania scesero in Italia. Da ogni terra italiana a storme cavalcavano militi al campo di lui, ed i nobili gli prestavano omaggio, gli giuravano fede gli ecclesiastici, forniva la plebe vettovaglie e danari.

Vuolsi che a quell'epoca, in un eccesso di divozione, avesse Matilde dichiarata la Toscana e la Liguria, paterni ed assoluti dominii, patrimonio di S. Pietro. Questa donazione però, è contestata da gravi e spassionati scrittori, ed assai dubbie sono le tracce negli antichi cronisti, sì che i soli spigolisti vi leggono chiaro. Ad ogni modo, voce ne corse in Italia, e l'imperatore avrebbe tolta ragione anche di quest'altra rapina, come erede della contessa, se Gregorio, per allontanarlo d'Italia, non avesse soffiato coi suoi legati nelle cose di Lamagna, e macchinata trama che miserie, morti e delitti infiniti originò.

La Germania, spartita in fazioni come l'abbiamo lasciata, divampava ogni giorno peggio dopo la discesa del re in Italia. Aspettava ansiosa la composizione del pontefice e del re, e trepidava, non sapendo a quali patti sarebbesi fatta. E come Rodolfo di Svevia, capo dei nemici di Enrico, udì che questi già riabilitato capitanava un esercito d'Italiani, comprese subito che, colte le opportunità, se lo avrebbe veduto piombare nel paese, dove a quell'ora partigiani moltissimi lo attendevano e sollecitavano. Intimò perciò dieta di nobili tedeschi a Forcheim, pregando tutti intervenire, e provvedere in comune alla salute dell'impero e della Chiesa. Gregorio, che avrebbe ambito mettersi in mano la somma delle cose di Lamagna, udito della dieta, alla quale oratori di Rodolfo lo invitavano, richiese Enrico, che barricava le Alpi, di un salvocondotto per recarvisi. Enrico gliel rifiutò. Allora Gregorio, per mezzo di corrieri, manda ai suoi legati doppio protocollo d'instruzioni, pubblico l'uno e tutto affusolato di pace e di carità, l'altro segreto cui la storia ha potuto sospettare, non mai stabilire per fermo.

I legati, arrivati già in Germania, cominciarono a tentar pratiche presso i signori della dieta per soppannarli dei loro principii e dei loro disegni.

Il giorno della dieta giunge. Radunati a Forcheim l'arcivescovo di Magonza, i vescovi di Wurzburg e di Metz coi prelati delle loro diocesi, i duchi Rodolfo di Svevia, Guelfo di Baviera e Bertoldo di Carintia alla testa di margravi, conti, baroni, valvassori e quanti mai stessero dalla parte dei Sassoni, i legati mostrarono le lettere di credenza ed all'assemblea si presentarono. Poscia, primo Rodolfo, e dietro a lui gli altri in ordine di grado e di autorità, principiarono a lungamente produrre accuse di ogni maniera contro Enrico. Non è a dirsi di quanti delitti quei signori, tutti a lui nemici, lo accagionassero! Rodolfo ed il conte di Nordheim, che avevano animo nobile, prendevano a schifo l'impudenza di quei vili. Ma i legati, che nulla meglio cercavano, fingendo i peritosi, lodarono la lunganimità e la fedeltà dei nobili tedeschi per avere fino a quel ponto tollerato sì pazzo e crudele monarca. Conchiusero che, se non volevano ulteriormente tentare Iddio, e l'animo paterno di papa Gregorio addolorare, bisognava privarlo di regno ed eleggere un altro re. I principi, prevaricati di soppiatto, acclamarono il partito. Ma i legati che conoscevano di quanta delizia Gregorio vagheggiasse esser l'arbitro supremo nella contesa, supplicarono la dieta, non procedesse all'elezione prima della venuta di lui, ora bloccato in terra lombarda senza potere nè rientrare a Roma, nè le Alpi varcare.

I principi tedeschi non rifiutarono da prima, ma la notte considerarono com'e' fossero depositari della sovranità nazionale, che il papa non era balio dell'impero e non aveva dritto nè consultivo nè deliberativo nell'azienda dello Stato. Laonde alla tornata del domani, Ottone di Nordheim dichiarò ai principi ed ai legati: che, essendosi stabilita la deposizione di Enrico, gli era pericoloso lo attendere; mal condursi senza capo il governo, non patire l'intervento del papa nè le leggi, nè l'onor dell'impero, e che avrebbero creato il novello monarca senza aspettarlo niente affatto.

Per lo che, non curando le contestazioni dei legati, le diverse classi dei nobili si divisero in separate consulte. Ma siccome ciascuno aveva particolari interessi ed ambiva guadagni dalla qualità di elettore, così presero a metter fuori pretensioni, patteggiare, aprir mercato, sì che di tanto solenne attributo si sarebbe fatta vendereccia prostituzione, se i legati, assumendo dritto di regoli, non avessero dato in sulla voce ai petulanti ed agl'ingordi. Stabiliti prima alcuni canoni generali, i nobili ed il popolo delegarono ai prelati alemanni la prerogativa dell'elezione. Sigofredo, arcivescovo di Magonza, che aveva il primo voto lo diede a Rodolfo di Svevia. Adalberto di Wurzburg imitò Sigofredo; e l'esempio dei capi trasse dietro l'assentire del clero. Ottone, Guelfo e Bertoldo aderirono alla sentenza dei vescovi. I legati la sanzionarono, sapendo come caro a Gregorio fosse lo Svevo, per età, per costumi, per nascimento ed ingegno a quell'onore non disadatto.

Però come a Rodolfo, nel letto travagliato da febbre, Ottone di Nordheim, commissario della nazione, andò a recarne novella, quegli titubante rispose:

—Mercè, conte, dell'onor sommo donde i principi di Germania m'investono. Io non credetti mai meritarlo: e perciò lo rinunzio.

—Lo rinunziate, sire! sclama il Nordheim stupefatto. Vostra sublimità parlerebbe dunque da senno?

—Sì, signore di Nordheim. Nè per avventura crediate che io m'infinga. Conosco che per conservar questo scettro v'ha d'uopo della spada e del sangue civile. Enrico è fiero, ostinato, di spiriti guerreschi, ed ora a capo di esercito poderoso. Non si lascerà perciò, a volere di pochi ed a persuasione del pontefice, balzar così dall'eredità dei padri suoi, prima di aver tentate le fortune delle armi e funestato l'impero di sangue. Io non voglio esser causa di desolazione nel mio paese. I legati han persuaso fatal consiglio per ispalleggiare la vendetta di Gregorio. Si preparano per queste sfortunate contrade giorni terribili; credetelo, sire di Nordheim. Mandiamo invece i suoi messi al pontefice, ed invitiamo Enrico alla pace, noi signori di Lamagna che ne siamo i custodi.

—Con la vostra sopportazione, sire, risponde il Nordheim, non mai. Da molti anni noi conosciamo la mente di Enrico. Egli non perdona mai. Ed ora dobbiamo paventarlo più indragato ancora, perocchè, dal nostro forfare come egli dice, ebbe ad ingozzare tanto vitupero dal pontefice. Se dunque ad ogni andare è inevitabile la guerra civile, si faccia pure, se non con certezza di vittoria, con speranza che l'onte nostre saranno pagate, i nostri dritti redenti. Arrendetevi dunque, o sire, e bandite gli scrupoli.

—E non conti, fratello, soggiunge Rodolfo intessendo le mani sul petto e sospirando, non conti la mutabilità del popolo, l'instabilità della sorte maligna, e l'invidia, e la fraudolenza dei signori che fino da ieri mi ebbero compagno e commilitone e mi amarono, e domani sdegnerebbero venerarmi come sovrano?

—Sire, perdonate se oso dirvi che vi apponete. Nè il popolo, nè i nobili tedeschi tennero mai lo stile degli Italiani che disvogliono oggi ciò che ieri desiderarono fino al delirio. Piegatevi, sire, ed accettate la corona che il popolo di Germania vi ha profferta.

—Così vuoi, sire di Nordheim? disse Rodolfo rassegnandosi dopo un po' di pausa; sia pure così. Possa io però, in un giorno di sangue, non rimproverarti questa violenza.

Ed il dì 15 marzo 1077 accettava lo scettro senza dritto di successione pei suoi, e con solenne promessa di vassallaggio alla Chiesa.

Il 26 lo consacrava a Magonza legittimo re e difensore del regno dei Franchi, l'arcivescovo Sigofredo, vicario pontificio in Lamagna.

Nel tempo stesso si spandeva la voce che Enrico già riedeva in Germania alla testa di grosso esercito.

Infatti questi, dopo aver celebrata la Pasqua a Verona, per la via che d'Aquileia mena al Friuli, alla testa di truppa lombarda penetrava nella Carintia. Poi non appena ebbe messo piede in Lamagna, comandava brillante esercito a lui devoto per volontà non per obbligo di feudale servizio.

Rodolfo che ogni dì assaporava novelle amarezze per le città che gli chiudevano sul viso le porte e gli mandavano ambascerie d'ingiurie, per le diserzioni che provava nei ranghi dei suoi partigiani, con soli cinquemila Svevi schivò la pugna ed entrò in Sassonia. E' lasciò Enrico inoltrarsi nel paese a dare il guasto, e muovere per la fedele Augusta dove mille altri cavalli della città lo raggiungevano. Enrico traversò la Baviera desolando, e vene a Ratisbona. Quivi il patriarca d'Aquileia gli condusse novella squadra di Lombardi che a loro volta, dopo essere stati tante fiate visitati dai Tedeschi, cercavano a menare le mani nelle terre di loro. Luogotenente di quello squadrone era Baccelardo seguito da un paggio. Egli si presentò al re. Allo scorgerlo, Enrico aggrotta fieramente le ciglia, non avendolo più visto dopo la trista avventura di Guiberto. Baccelardo piega a terra il ginocchio e sommessamente mormora:

—Sire, io vengo a mettermi a mercè di vostro valore.

—Alla mercè? per che cosa? dimanda Enrico.

—Sire, soggiunge Baccelardo, per l'appiccagione dell'arcivescovo di Ravenna, e per avervi lasciato senza torne licenza.

—Per Nostra Donna di Goslar! sclama Enrico, bisogna dire che tu sii veramente uno scomunicato, che ti imbratti così per gioco le mani nel sangue degli unti!

—Vi dimando perdono, sire, se oso appormi che non fu mica per giuoco.

—E perchè dunque, messere, se Dio ti aiuti?

—Sire, un uomo che è scomparso dalla faccia della terra come fuoco fatuo, quasi per testamento mi aveva confidata una giovane che apparteneva a nobile famiglia d'Italia, onde l'avessi protetta e le fossi stato amico e fratello. Nel metter piede nelle vostre stanze, sire, trovo questa donna dinoccolata dal lungo dibattersi, svenuta fra le braccia dell'arcivescovo. Lo sdegno mi acceca; e cedendo ad un impeto primo lo assalto, lo ferisco, lo disarmo, lo prostro, e stringendogli la gola col balteo della mia spada, non tanto forte veramente, l'appendo al camino. Indi, per salvarmi dall'ira di vostra possanza, con la donzella svenuta com'era mi partii. Ecco, sire, la mia colpa, punitemi se vi piace.

—Capestro di un arcivescovo! sclama Enrico ridendo. E la giovane era bella, eh!

—Sì, sire; ma fosse stata laida come la maga di Endor, il mio dovere di cavaliere m'imponeva difenderla da ogni oltraggio, quand'anco non mi fosse stata affidata a proteggerla.

—E cosa hai adesso fatto di lei, messere?

Baccelardo esitò un momento a rispondere, poi disse:

—L'ho collocata tra le benedettine di San Sisto di Piacenza, sire.

—Sta bene, risponde Enrico; ti perdono l'attentato sacrilego, perchè nobile fu la cagione che ti spinse, e perchè niun male da ciò avvenne, sendo noi arrivati a tempo per salvare quel povero arcivescovo. Pensa però a meritarti la nostra grazia ed i nostri favori con quell'ardimento che suoli, ed a combattere da valoroso nella campagna che stiamo per aprire.

—Non chiedo meglio, sire, risponde Baccelardo inchinandosi, e rientrando negli ordini dei suoi.

Le ostilità infatti cominciarono. Alle sponde del Neckar, più volte Rodolfo gagliardamente armato chiamò il nemico a giornata, e parzialmente il re disfidò. Ma il re, che di truppa gli era inferiore, ogni partito ricusò, e mandò parlamentario per introdurre pratiche di pace. Enrico e Rodolfo si abboccarono. E' convennero di una tregua; e fissarono che i dritti e le ragioni di entrambi avrebbero esaminati i principi della dieta che intimavano in riva al Reno. Conchiuso il trattato, Rodolfo licenziò le sue genti e si ritirò in Sassonia. Enrico non si mosse. Anzi, ricevuti i rinforzi, si gittò nella Svevia, e sarebbe penetrato in Sassonia, se i principi constituitisi mallevadori della tregua non lo avessero arrestato. Saputasi l'infrazione dei patti, Rodolfo convoca a Goslar assemblea di patrizii e di vescovi, ove i legati del papa scomunicano novellamente Enrico, e le insegne reali gl'interdicono.

Enrico non curò gli anatemi. E' corse, a danno dei nobili e dei prelati avversi, il paese, e la battaglia andò a presentare al nemico. I due rivali si scontrarono nelle pianure di Melrichstadt alle sponde della Strewe. Dubbio e terribile fu l'urto. Quelli di Enrico finalmente sfondarono e cacciarono in rotta i partigiani di Rodolfo. I Lombardi sovra tutti, demonii capitanati da un demonio, dietro loro lasciavano solco di cadaveri come vi fosse strisciato il fulmine. Rodolfo tentò invano ricucire i fuggitivi. Ed e' credeva già perduta la pugna, allorchè Ottone di Nordheim, gridando la parola dei Sassoni: San Pietro! San Pietro! si rovescia sulle genti di Enrico ed a sua volta le sgomina.

Rodolfo passò la notte sul campo a celebrare la vittoria. Ma al domani, 15 agosto, Enrico ricomponeva le schiere, riprendeva Vurzburg, ed offeriva novellamente battaglia ai Sassoni che la schivarono. Il re fece affardellare il bagaglio, bruciare il resto, e si diresse a gran giornate a Smalkalda, mentre i suoi guerrieri saccheggiando il paese celebravano il trionfo cantando. I Sassoni si attribuirono l'onore di questa vittoria per essere restati padroni del campo. Ma la loro non era che illusione, dappoichè avevan perduta tanta gente che, al domani, non potevano trar profitto dallo scheltro di truppa malconcia che restava ancora.

Questa però non fu che foriera di battaglia più terribile, quella di Fladenheim. La quale, ferocemente combattuta da ambo le parti, e da ambo le parti guadagnata da un'ala perduta da un'altra, indusse Rodolfo a scrivere al pontefice, che con lui godesse della vittoria, ed Iddio ne ringraziasse. Però Gregorio riceveva due messaggi ad un tempo.

IX.

Sur les bancs dorés d'un concile romain
Presida dans Costance un brandon à la main.
De Jean Hus, en priant, signa l'arrêt barbare,
Au front d'un Alexandre égara la tiare.

Casimir Delavigne.

La posizione d'Ildebrando era cangiata dopochè alla vetta della sua ambizione aveva poggiato. Gl'Italiani lo schernivano e gli si volgevano contro, fin nella Toscana sua divota. L'arcivescovo di Ravenna armava per invadere gli Stati della contessa Matilde e dentro Roma bloccarlo. Il re di Polonia, Boleslao l'ardito, da lui consacrato perchè protestava sottrarsi al dominio di Enrico, gli assassinava i vescovi a' piè degli altari, noiato dai loro troppi consigli e pretensioni. Il re di Francia, burlandosi degli anatemi, persisteva nel trafficare le investiture ecclesiastiche, e permettere le mogli al suo clero. Roberto Guiscardo, malgrado le scomuniche reiterate, addoppiava i conquisti nel patrimonio della Chiesa; ed il conte di Capua Giordano abbottinava arredi sacri nel monistero di Montecassino. Niceforo Botoniate scacciava dal soglio a Costantinopoli Michele Parapinace, che si era dichiarato quasi vassallo della Chiesa di occidente, e mandava tutti gli anni duecento libre di argento a suffragio dell'anima sua. Berengario si ostinava nella sua eresia. Guglielmo il conquistatore faceva il papa in Inghilterra. Il re di Dalmazia, creato da lui ed a lui come schiavo dedito, era oppresso dai nemici. Ed i Sassoni, dai suoi consigli e dalle sue promesse sedotti e nell'elezione del nuovo monarca e nella guerra civile indotti, lo insultavano per aspre lettere. Gregorio protestava non aver comandata proprio l'elezione di Rodolfo, ma avere dato instruzione ai suoi legati di solo promuovere la deposizione di Enrico e la scelta del novello re. Quella scelta e' riserbava a sè stesso, sia per aver ligio come cane l'uomo da ungersi; sia per arrogarsi il dritto di disfare i re e crearli; sia per mostrarsi alla terra insignito di quest'altro potere, per godere la gioia di veder le teste coronate, prostrate innanzi a lui, spazzargli il suolo della clamide, per consolidare il dritto di feudo che pretendeva sulla Germania, per mettersi infine alla testa dell'amministrazione dell'impero e tenere i Tedeschi, di lui già divoti, umiliati ed obbedienti come frati da cenobio. Quando udì dunque i principi non averlo curato, ed esercitato da sè il dritto che le constituzioni teutoniche davan loro, prese il broncio e ne concepì astio e dispetto. Sicchè fermò non procedere, se non all'estremo, alla sanzione dell'operato a Forcheim, e quando la somma delle cose ed il volger fatale della fortuna ve lo avessero spinto.

I Sassoni compresero i suoi intendimenti. S'incollerirono, e gli scrissero come a gente tradita convenivasi.

Gregorio rispondeva alle acerbe lettere per un guazzabuglio di luoghi comuni che nulla significava.

Ed ecco giungergli, primo, il messo di Rodolfo, che della vittoria di Fladenheim gli riferiva, e quindi non a guari l'oratore di Enrico che attribuiva a sè quella vittoria e con maligna compiacenza ne lo teneva conto per amareggiarlo, impaurirlo, spiccarlo dal partito di Rodolfo. A questa novella più precisa, il corruccio di Ildebrando ogni limite ruppe. Mandò araldi sacri, e per mezzo di colombi, ordinò ai suoi legati, sparsi per tutta Europa, di significare ai prelati cattolici che per la settimana santa avessero studiato il tempo ed il cammino di trovarsi al settimo concilio di Roma. In effetti e' vi giunsero.

E frequente, oltre ogni dire, di vescovi e abati riuscì il concilio. La contessa Matilde non vi mancò, perocchè dessa era l'ombra di papa Gregorio. Si ribadì al solito il chiodo delle investiture e del celibato, si scomunicarono Guiscardo, Guiberto, Ugo Candido e Rolando da Siena, nemici indomabili del papa, sempre fulminati, prostrati mai. Infine sorsero gli ambasciadori di Rodolfo che infinite calunnie vomitarono contro di Enrico, e di tutti i guai di Lamagna lo accagionarono. Allorchè Gregorio bandì novellamente spaventevole anatema e profetizzò che in quell'anno il falso re sarebbe morto! Mandò poscia a Rodolfo una corona d'oro nel cui cerchio stava scolpito questo cattivo calembour per epigrafe

Petra dedit Petro, Petrus diadema Rodulpho.

Dall'altro canto Enrico convocava prima a Magonza assemblea di principi e di prelati, dove si discusse a minuto la condotta di Gregorio, e colpe molte gli si apposero; poi l'arcivescovo di Ravenna indisse un sinodo a Brixen nel Tirolo, come luogo agl'Italiani ed ai Tedeschi più comodo, da lui stesso preseduto.

Sul finire di giugno il concilio si aprì. Vi trassero tutti i vescovi di Lombardia e moltissimi degli altri Stati d'Italia, tutti prelati partigiani di Enrico, sì che essi soli avrebbero composta numerosa curia, tutti i capitani e gli ottimati dei due eserciti italico e tedesco, quasi tutti i signori dell'impero che pel re tenevano, ed egli stesso. Si passò a rassegna con severo scrutinio la vita di Gregorio. Se ne ponderarono le opere, se ne interpretò lo spirito, si discussero tutte le riforme che aveva volute introdurre, si scese alla sua condotta privata, alle relazioni, ai disegni, ai gusti, alle passioni, e dopo averlo esaminato d'ogni lato con acuta penetrazione, con inesorabile sangue freddo fu giudicato e pubblicato il decreto che lo deponeva dalla sedia di Pietro.

Indi proclamarono papa l'arcivescovo di Ravenna. E mentre Enrico ripassava in Lamagna per dar l'estremo crollo al suo rivale, Guiberto, ora Clemente III, sormontava il Brenner, accompagnato da splendido corteggio di vescovi e di nobili, scendeva in Italia, si metteva alla testa degli uomini d'armi, di quaranta vescovi e meglio di duecento baroni, assaltava le terre toscane e le correva a guasto, ed a Volta presso Mantova, avendo sotto la sua condotta lo stesso secondogenito dell'imperatore Enrico, investiva le numerose truppe di Matilde e riportava completa vittoria.

E Gregorio aveva ad un tempo la novella della sua deposizione, quella dell'elezione di Guiberto, quella dell'invasione della Toscana, quella della vittoria di Volta sopra la sua bella penitente, unitamente ad un'altra, che più di tutte lo spaventò, da un foglio grazioso del suo amorevole fratello Guiberto, ora come abbiam detto, Clemente III.

Enrico, recatosi a Ratisbona vi congregava una dieta, dove intervenivano i grandi della sua fazione, i condottieri dell'esercito, Federico il bellicoso, conte di Staufen, sire di un castello sul cucuzzolo più sublime delle Alpi, e Goffredo di Buglione, quel pio Goffredo

che nel purpureo ammanto
Ha di regio e d'augusto in sè cotanto!

Goffredo, discendendo da Carlomagno per parte del padre, e dai re lombardi della madre, sembrava

Veramente costui nato all'impero,
Sì del regnar del comandar sa l'arti,
E non minor che duce è cavaliero,
Ma del doppio valor tutte ha le parti:
Nè fra turbe sì grandi uom più guerriero
O più saggio di lui potrei mostrarti.

Enrico si alzò da sedere, e prendendo il gonfalone dell'impero, appoggiato al suo soglio, si trasse presso al giovane duca, e gli disse:

—Messer Goffredo di Buglione, questo, come vedi, è lo stendardo dell'impero: te lo affido a portare nella campagna che siamo per aprire, e riposo sicuro che, sia che fossimo vinti, sia che vincessimo, mel renderai incontaminato.

—Mercè, sire, dell'onor grande che mi fate, rispose Goffredo, piegando a terra il ginocchio e stringendo la bandiera; la difenderò per quanto Iddio mi darà di forza e di vita.

Allora il re si rivolse a Federico di Staufen e soggiunse:

—Signor conte, io ti ho trovato il più prode nelle armi ed il più fedele in tempo di pace. Io serbo memoria dei tuoi servizi; e vedete, o baroni, se coi miei fedeli so essere grato! Prendi, giovane guerriero, la mia unica figlia in isposa, perchè conosco che vi amate, e sii conte di Svevia, paese che i ribelli hanno invaso.

Federico resta da prima mutolo, non ben sapendo raccogliere i suoi pensieri, poscia bacia la mano del re e mormora:

—Mercè, sire! voi mi avete degnato di guiderdone che supera ogni mio poco servizio ed ogni mia speranza.

Ed Enrico stringendogli la mano, risponde:

—Va, conte di Svevia, e sii prode come sempre il fosti.

Indi consultò coi suoi il piano della guerra; e dopo averlo fermo, ringrazia tutti della fedeltà mostrata, li prega di non istancarsi nè mutarsi per infausto mutar di cose, e scioglie la dieta.

In ottobre di quell'anno 1080 Enrico aprì la campagna invadendo la Sassonia con forze poderose, e disertò il paese. La mattina del 15 ottobre risolse dare la battaglia. Allogò sull'Elster le truppe di rincontro al nemico, in luogo non opportuno al guado, e senza scampo alle spalle. Ridusse così i suoi a vincere o a morire da eroi.

Al levarsi del sole, Enrico, scoperto il movimento dell'oste nemica, ordina le sue genti in battaglia. I Sassoni, trafelati dal cammino e manchi d'uomini, affogati tra le male fitte dei paduli percorsi, secondano il movimento del re, ma pavidi e scorati; perchè i loro fanti, nerbo dell'esercito, impediti dalle vie rotte tardavano; i cavalli stanchi non sentivano più lo sprone. I fanti si stringono in ordini serrati; i cavalieri smontano da cavallo, ed a passo di carica vanno a cercare l'antiguardo nemico. I vescovi intuonano il salmo 82, Deus quis similis erit tibi! e cantando precedono. Quando ecco che alle parole: fac illis sicut Madian et Siræ..... disperierunt, facti sunt ut stercus terræ; si trovano in faccia al nemico, separatine solo dalla palude di Grona. Da una parte e dall'altra si provocano al valico, onde, dando addosso all'incauto che lo tentava, affogarvelo. Ma niuno è tanto imprudente. I Sassoni, rialzati di spirito ed in Dio confidenti, girano la costa e si presentano alle truppe regie che al varco li attendevano. La battaglia s'impegna con furore. Enrico teneva già in pugno la vittoria, quando alcuni suoi fanti ritrassero dalla mischia il cadavere di Rapoto, sire di Iunthal, il più ricco principe di quei tempi, che da Boemia a Roma poteva pernottar sempre in castelli di suo dominio, e gridano: fuggite! fuggite!

Di fatti sopraggiungevano a briglia sciolta i cavalli del duca di Nordheim, reduce da Goslar, e questi, sbaragliati gli arcieri che avevan respinto l'antiguardo sassone, sfondavano un battaglione di fanti ed invadevano il campo del re. I Sassoni, certi della vittoria, volevano sbandarsi a predare. Ottone di Nordheim li contenne, serrò gli ordini e li fermò con le lance in resta. In effetti non aveva appena ristabiliti i ranghi dei suoi, che ecco appare il conte Enrico di Lacha alla testa di coorti trionfanti, cantando Alleluia! e Baccelardo, coi Lombardi, che all'altro lato aveva guadagnata la pugna. Il Nordheim li aspetta fermo un tratto. Indi dicendo ai suoi: Coraggio, figliuoli di Sassonia, raccomandatevi ai santi e seguitemi, perchè nulla costa a Dio con un drappello fugare un esercito! investe con tale impeto le truppe nemiche che parte ne rovescia nel fiume, parte ne vede afferrare l'opposta sponda malconci e fuggitivi. Però i Lombardi, che venivano dietro a quelle schiere, gli si serrano allora addosso e pugna mortale si stabilisce. Non durò lungamente. Perocchè, mentre gl'Italiani si vedevano piegare innanzi le lance i cavalli del Nordheim, irono alle spalle i fanti sassoni che, da Radolfo riaccozzati, avevano novellamente caricato Enrico e lo avevano vinto. I Lombardi si cominciano a ritirare passo a passo, battagliando sempre, senza nullamente scomporre gli ordini. Allora si presenta ad Enrico Goffredo di Buglione e dice:

—Sire, la battaglia è perduta. Rimetto nelle vostre mani lo stendardo dell'impero, che niuno più valorosamente di vostra grandezza saprebbe difendere, ed io spero nel potente Signore degli eserciti e nella Beata Vergine di Goslar di dar qui termine alla guerra.

E sì dicendo, Goffredo volgeva il cavallo per partire, allorchè il re, comprendendo che il prode meditava alcuna audace impresa, lo raggiunge e parla:

—Andremo insieme.

E vedendo venir Baccelardo, tutto brutto di fango e di sangue, senza neppure dimandargli novella dell'esito della pugna dall'altro lato, soggiunge:

—Principe Baccelardo, ti affido questo sacro deposito, eredità di eroi: mel renderai o vi morrai sotto da valoroso.

E sì parlando gli gittava in braccio la bandiera imperiale, e senza attender risposta, sicuro che ben l'aveva data a custodire, seguì Goffredo. Questi però, sia che temesse per la vita del re, sia che fosse geloso dell'opera concepita, nel passar di galoppo tra un gruppo di baroni tedeschi, in mezzo ai quali stava Federico di Staufen, grida loro:

—Baroni, se vi è caro il nome di fedeli arrestate il re dal disegno di seguirmi. Si tratta di morte: fategli violenza.

E mentre questi accerchiavano Enrico, risoluti dalle parole e dall'accento del duca di Buglione, questi attraversava il campo come uno strale e spariva.

E già i Sassoni predavano nel campo reale tende di porpora, ornamenti ecclesiastici, vasellame d'oro e di argento, moneta, cavalli, vestimenta, armi d'incomparabile tempra e splendore, tutte le ricchezze degli arcivescovi di Colonia e di Treviri, di quattordici vescovi, del duca di Buglione, del conte di Staufen, di Enrico palatino, di molti altri cavalieri e baroni, ed in fine il bottino di Erfurt, e già la pianura echeggiava dei canti della vittoria; quando ecco l'allegrezza si muta in subito terrore, e la novella che Rodolfo spirava giunge.

Rodolfo in un drappello dei suoi menava ancora gli ultimi colpi al nemico abbattuto, allorchè si vede a briglia sciolta rovesciar sopra un cavaliero che gli grida:

—A me, duca di Svevia, a Goffredo di Buglione!

Rodolfo ebbe appena il tempo di volgergli contro il cavallo e di ricevere da mano degli scudieri un'asta più salda, che già Goffredo gli si spingeva contro. Terribile fu l'urto dei due valorosi. I cavalli si piegano sui garretti, i cavalieri percuotono dei reni le groppe; e l'asta di Rodolfo si spezza in mezzo alla rotella di Goffredo, e va in minute schegge, quella di costui gli colpisce il cimiero crestato, rompe le gorgiere, manda per aria l'elmo, scoprendogli la testa, e s'infigge al suolo. Goffredo traversando di volo, la riprende; e gli scudieri son presti a darne un'altra al loro signore Rodolfo, che coprendosi il capo con lo scudo ricarica il duca. Questa volta l'asta di Rodolfo piaga alla spalla sinistra il Buglione: questi lo coglie agl'inguini, la lancia vi si spezza e vi resta infisso profondamente il moncherino. Nulla curante della mortale ferita, lo Svevo tira la spada. Il Buglione gli scarica sopra il capo, difeso dallo scudo, tal poderoso colpo, che fende in due la rotella, lambisce di sghembo il vertice del cranio, e colpitolo all'avambraccio destro glie lo taglia netto con la mano. Allora Rodolfo, rintronato, cade di cavallo, e Goffredo, dopo averlo considerato un momento con occhio malinconico, sclama:

—Era un eroe! pace all'anima sua.

Indi volgendo al cielo gli sguardi ringrazia Iddio della vittoria, ripone la spada, ed a passo lento ritorna dove aveva lasciato il re.

La voce della morte di Rodolfo gitta l'allarme nel campo dei Sassoni. Corrono i baroni subitamente, e lo trovano che già boccheggiava. Tentano invano portargli soccorsi. Lo adagiano sopra una barella e sel recano al campo sotto il padiglione di Enrico, nel letto stesso di lui. I vescovi, ornati di stola, cominciano a recitare i salmi dei morti. I baroni, col capo dimesso e gli occhi velati di lagrime, fanno cerchio ginocchioni al suo feretro. Allora, moribondo, Rodolfo dimanda vedere la sua mano. Il duca di Nordheim glie la presenta ed egli:

—È quella appunto, sclama, con la quale giurai obbedienza ad Enrico!

Indi, sentendo vicina la sua fine, solleva alquanto il capo, tentando riconoscere alcuno, chè la vista gli si era già velata, e dimanda:

—Ora di chi è la vittoria?

—È vostra, sire, risponde il duca di Nordheim malinconicamente; ma che ci giova la vittoria se vi dobbiamo perdere, o sire!

Rodolfo ricade sui guanciali, e con voce intelligibile appena susurra:

—Mi rassegno ai voleri di Dio! Non mi grava la morte celebrata dal trionfo.

E spira.

La profezia di Gregorio si era avverata—avvegnachè non nel senso di lui.

Rodolfo, dopo una vita di guerriero, ed una lunga corona di vittorie, era morto da eroe sul campo di battaglia, e da cristiano, senza mormorare di alcuno. Ildebrando lo aveva sedotto, come attestano le sue lettere, e spiccato dal partito dell'imperatore a cui era stato sempre carissimo. Il suo corpo fu deposto nel sepolcro dei re. Nel duomo di Merseburg esiste un'urna magnifica, e sovra di quella la sua statua di bronzo. Nel duomo medesimo si conserva e si mostra ancora la sua destra, il suo scettro, la corona e la spada.

I Sassoni fecero gran duolo della morte di lui, e ricche elemosine si distribuirono ai poveri, alle chiese ed ai conventi in suffragio dell'anima sua. Essi lo avevano conosciuto buono, affabile, di cuore gentile; lo avevano amato qual padre e salvator della patria, venerato qual prode.

La battaglia dell'Elster decise del destino dell'impero.

E Gregorio udiva ad un tempo, della morte del suo propugnacolo Rodolfo, e che l'imperatore Enrico, correndo precipitoso in Italia, era alle Chiuse.

Fine del terzo volume.

INDICE

LIBRO QUINTO.—Il 26 gennaio 1077 Pag. [5]

LIBRO SESTO.—Rodolfo di Svevia. » [123]