I.

—Il nome che porto non è il mio, continuò il colonnello Zapolyi. Non oso più nominare il villaggio ove nacqui. Ciò che è una gloria ed una gioja per altrui, è un ricordo di vergogna e di orrore per me.

Mio padre era nobile. Da dodici secoli, i miei antenati accampavano nelle montagne della parte orientale della Transilvania, che serve di confine alla Moldavia. Noi siamo Szekely, Siculi, cioè a dire, quel ramo di Magiari che discende da una banda primitiva dellʼesercito di Arpad, gli ultimi avanzi degli Unni che sopravvissero, riparati nei monti, alla distruzione dellʼimpero di Attila. Questo paese, come pure quella lista di terra che si stende lungo tutto lʼimpero del sultano fino allʼAdriatico, formano i Confini militari, dove, sotto la dominazione dellʼAustria, tutti gli uomini sono soldati. Lʼamministrazione è militare. Il regime quello del reggimento. Il colono non possiede il terreno che lavora; ne gode lʼusufrutto soltanto. La terra paterna passa di diritto al figlio, il quale prende nel reggimento il posto del padre in ritiro. Allora il padre coltiva, restando sempre nella riserva. Gli altri figli non hanno nessun diritto. Mio fratello primogenito, morto poscia in Italia, era al servizio in quellʼepoca, e mio padre coltivava il pezzetto di terra, che, durante sei secoli, i nostri antenati si erano trasmesso, pagandolo, ad ogni generazione, col loro sangue e colla loro libertà.

Correva il 1845. Io aveva quindici anni, e vivevo con mio padre, che si era allora ammogliato per la seconda volta, con una giovine nobile slovacca. Il focolare domestico era felice. Mio padre lavorava alacremente. Egli si rispettava molto, aveva un alto sentimento della dignità dellʼuomo, qualunque sia il mestiere che esercita, ed un grande orgoglio per la sua origine, malgrado la sua povertà. Egli amava sua moglie, come amano i vecchi vigorosi che non sono corrotti dal vizio. La stimava, perchè la era rispettabile, e perchè la mi amava. Cʼera una profonda armonia dʼanima fra noi tutti, perchè nostro padre, avendo la religione del dovere e della giustizia, ci aveva formati sul suo stampo.

Ahimè! il serpente sguizzò nel nostro povero Eden. Il serpente ama i cespugli fioriti.

Questo serpente si chiamava il colonnello Schaffner—un tedesco.

Un giorno, egli vide mia madre, e se ne innamorò, come se fosse stato un giovine di ventʼanni. Nè la sua età, nè la sua bruttezza, nè le sue abitudini di libertino, dʼubbriaco e di carnefice, nè la lealtà ed i doveri di una donna maritata, che rispetta ed ama suo marito, non gli parvero ostacoli. Quel trapezio sgraziato e deforme pretese dʼessere amato. Egli impose il suo amore con delle atroci minaccie. Perseguitò, spaventò quella povera donna. Che fare? Stanca delle umiliazioni che soffriva, temendo una disgrazia, scorgendo degli agguati dovunque, stomacata, ella denunziò la persecuzione ed il persecutore a suo marito. Il bravʼuomo arrossì, poi impallidì, e tacque. Cenammo. Mio padre lesse un capitolo della Bibbia,—siamo protestanti—, poi andammo a coricarci.

Mio padre non dormì. Egli giudicò il suo colonnello.

Allʼalba eravamo tutti in piedi. Mio padre sʼapparecchiava ad andare al campo, io alla scuola. Appo i protestanti ungheresi lʼistruzione dei ragazzi non è negletta.

—Cosa devo fare? domandò timidamente mia madre.

Ella non aveva dʼuopo dʼindicare più chiaramente la questione. Ella vedeva il pensiero del suo oltraggio cristallizzato negli occhi di mio padre.

—Digli di venire domani sera.... Io parto in viaggio nella prossima notte.

Un doloroso stupore si dipinse negli occhi della povera donna. Non comprese quellʼordine, o ebbe paura di comprenderlo. Nondimeno si guardò bene dal replicare. Da noi la donna è un oggetto amato, rispettato, ma inferiore allʼuomo. È la gioja, ma non il consiglio della famiglia. È unʼutilità. È lʼamore, ma non il giudizio e lʼautorità del cenacolo. Ella è la primogenita delle figlie. Mia madre non domandò dunque conto a suo marito dellʼordine strano ed offensivo, che le dava. Obbedì.

Lʼindomani nè io nè mio padre non uscimmo. Mia madre disse nel villaggio chʼeravamo partiti nella notte. Venne la sera.

Il colonnello non si fece attendere. Parmi ancora di vederlo! Sʼera fatto radere; si era lavato. Aveva bevuto meno che allʼordinario, perchè il vino usurpa sullʼamore. Aveva indossato il suo uniforme di gala, con tutte le sue decorazioni. I suoi mustacchi lucevano come un fiorino di zecca. Non aveva fumato che il zigaro, e anche il meno possibile, poichè lʼodor di pipa non lo precedette, non lʼannunziò avanti di entrare. Portava un paniere di provvisioni del pranzo. Le sue gambe, singolarmente contorte, barcollavano. Beveva già collʼimaginazione alla coppa della voluttà di cui veniva in busca. Entrò ridendo, a braccia aperte, attendendo che mia madre vi si gettasse. Il conte di Schaffner non ammetteva che mio padre, semplice soldato, semplice colono, potesse essere trenta volte più conte di lui,—conte di fabbrica imperiale—e quindi che mia madre non dovesse essere profondamente riconoscente degli abbracci chʼegli si sarebbe degnato di darle. Un lieve rumore gli fece volgere il capo.

Era mio padre, che chiudeva la porta dietro di sè.

Il colonnello si fermò di botto, e gli caddero le braccia. Non contava proprio sopra un simile testimone della sua felicità.

La nostra casa, posta in mezzo ad un ampio verziere, si componeva di tre stanze: un piano solo, ma una cantina al dissotto. Era situata allʼestremità del villaggio. Non cʼerano vicini. Delle colline sovrapposte una allʼaltra, sfrangiavano sullʼorizzonte azzurro. Era il mese di maggio: gli arbusti, gli alberi, i fiori delle aiuole che circondavano la casa, tutto cantava, ed attirava gli sguardi sotto i baci della primavera.

Dopo aver chiuso a chiave la porta, mio padre andò a chiuder pure la finestra. Mia madre accese due candele. Io guardavo, ritto sulla soglia dellʼuscio. Non una parola durante tutto ciò. Si udivano gli ultimi gridi della rondinella che accelerava la costruzione del suo nido. Mio padre aprì un vecchio cassettone, vicino al cammino, e ne cavò due spade, due sciabole e due pistole. Le spade erano due fioretti che servivano per le mie lezioni di scherma, e chʼegli nella giornata aveva aguzzati. Depose quegli oggetti sul tavolo, ove mia madre aveva messo i due lumi, stringò solidamente i suoi calzoni, e rialzò le maniche della camicia, la quale, aprendosi sul petto, lasciò vedere due cicatrici di ferite prese al servizio dellʼAustria.

—Avrei diritto di uccidervi, disse egli al colonnello; vi faccio lʼonore di battervi con me, e vi lascio il vantaggio di sceglier le armi e di tirare pel primo.

Il colonnello comprese finalmente. Egli conosceva la tempra di mio padre, e se lo vedeva li dinanzi, rizzarsi come un colosso, inflessibile, solenne come il diritto. Si guardò intorno: nessuno scampo. Fissò il suo sguardo sullo sguardo immobile e senza collera di mio padre. Non cʼera grazia da sperare. Si vide morto. Che fare? Giocò dʼaudacia.

—Domani, rispose egli assumendo un grugno severo, vi constituirete prigioniero per avere insultato e minacciato il vostro colonnello. Il Consiglio di guerra vi condannerà a morte. Io vi farò grazia, lasciandovi passare solamente tre volte per le verghe tra due file di trecento uomini.

—Domani, replicò mio padre, voi farete ciò che potrete. Per ora fate ciò che io voglio: scegliete le armi.

—Non mi batto con un mio inferiore. Voi che avete servito venticinque anni, voi dovete saperlo.

—Se non vi battete, sarò costretto di battervi io, di schiaffeggiarvi.

—Non mi oppongo. Domani vi farò rendere codesti schiaffi dal carnefice avanti di farvi appiccare.

Ogni discussione era inutile. Mio padre si avvicinò al colonnello, e lo percosse fortemente alla faccia. Il colonnello Schaffner restò bravamente impassibile, avvegnachè la sua testa piegasse a dritta ed a sinistra sotto la possente mano dellʼoltraggiato. Eʼ credeva cavarsela con quella correzione, e guardava dal lato della porta. Ma mio padre aveva tutto previsto. Conosceva lʼuomo. Fece quindi un segno a mia madre, la quale tirò dal cassettone un gomitolo di sottil corda. Il colonnello tremò. Divenne bianco come la camicia che aveva probabilmente portata al suo primo ritrovo di amore.

—Volete dunque appiccarmi? sclamò desso.

Mio padre non gli rispose. Sciolse la corda, si avvicinò allʼuomo, e, di un colpo di pugno nel petto, di un calcio nelle gambe, lo gettò a terra. Avanti che il colonnello avesse compreso ciò che volevasi fare di lui, si trovò i due polsi solidamente legati, i piedi strettamente avvinti alle cavicchie, mani e piedi legati dietro la schiena, in maniera che il trapezio era divenuto oramai un gomitolo. Mia madre aprì la botola che chiudeva la cantina. Mio padre trascinò il colonnello, che gridava ora come un pappagallo incollerito, e lo lasciò rotolare giù, sopra un piano inclinato di ventidue gradini.

—Ajuto, soccorso, mi assassinano! fu lʼultimo grido che gettò colui arrivando al fondo della scala.

La botola ricadde su lui, e non intendemmo più che un gemito soffocato. Mia madre preparò la tavola, e levò dal fuoco una casseruola, ove cuoceva lentamente un pollo tagliato a pezzi entro unʼeccellente salsa rossa. Cenammo, come se nulla fosse accaduto. Poi, al solito, mio padre lesse un capitolo della Bibbia prima di andare a letto. Quando la preghiera fu finita, eʼ si rivolse a mia madre, e le disse:

Perla mia, Maurizio ed io abbandoniamo immediatamente questa casa ed il paese. Tu resterai qui cinque giorni, e poi ritornerai nella tua famiglia. Tuo fratello verrà a cercarti. Durante questo tempo, porterai ogni giorno un pezzo di pane di una libbra, e una brocca dʼacqua, a quel cane lì abbasso. Quando tu e tuo fratello sarete partiti alla vostra volta, il diavolo avrà cura della sua preda. Vi metterete in cammino alla notte. Verrò a vederti, tosto che avrò un riparo ove condurti. Così Dio ci protegga, e ci benedica!

Mio padre abbracciò religiosamente mia madre, e uscimmo da quella casa fortunata che i nostri antenati avevano abitata per dei secoli, da quel villaggio ove mio padre era stimato da tutti e benedetto dai poveri. Lʼultimo suono che percosse le nostre orecchie fu il singhiozzo della povera donna, che restava sola a far fronte alla retroguardia nemica.

Ahimè! non dovevamo più rivederla.

Ecco ciò che avvenne.

Mia madre restò tre giorni prima di portar da mangiare e da bere al prigioniero. Ella era spaventata dai sordi ruggiti che risuonavano incessantemente alle sue orecchie, e dal rumore che udiva, poichè il colonnello rotolava e si batteva a tutti gli angoli, a tutti gli utensili della cantina. Finalmente il terzo giorno ella discese, per obbedire agli ordini di suo marito. Il colonnello non era riuscito a slegarsi. Ma la corda penetrava nella carne ai polsi e martorizzava terribilmente le cavicchie. Sembrava talmente esausto, che udendo avvicinarsi mia madre, diede solo un debole gemito. Mia madre temette per un momento chʼegli non rendesse lʼultimo sospiro. Poggiò il lume sopra lʼultimo gradino della scala, andò verso quellʼuomo, accovacciato dietro un barile. Aveva la brocca ed il tozzo nelle mani. Glieli mostrò, e gli disse:

—Mangiate e bevete.

Stese le due mani nellʼistesso tempo, lasciandogli la scelta di mangiare innanzi di bere, o di bere innanzi di mangiare. La testa del colonnello era spinta indietro, livida, quasi nera, il collo torto, le vene gonfie come due gomene; gli occhi suoi parevano due macchie di sangue; la bocca, pure insanguinata, restava aperta. La corda, che gli passava attorno al collo, avanti di legare i piedi e le mani, aveva roso la cravatta e intaccato la carne. La respirazione sembrava soffocata. Mia madre nʼebbe pietà. Essa prendeva nella sua tasca un piccolo coltello per recidere quella corda, allorchè senti afferrare la sua mano. Due terribili file di denti lʼazzannarono, la serrarono, frangendola fino alle ossa nella loro morsicatura. Mia madre gettò un grido. Il colonnello la spinse, rotolando sui suoi piedi con tutto il peso del suo corpo, e la rovesciò. La povera donna era debole, essendo ammalata ed incinta. Il colonnello strisciò sopra di essa, e raggiunse il suo viso, ove la morse orribilmente. Le grida avrebbero scosso la casa e risvegliato i morti. In quel momento una testa apparve allʼapertura della botola. Era mio zio, mandato da noi.

Arrivava in tempo per liberare sua sorella, così bella poco dianzi, e ora così atrocemente e spaventevolmente mutilata. Ma non arrivava in tempo per salvarla.

La scomparsa del colonnello aveva dato lʼallarme. La nostra partenza, lʼarrivo dello zio destarono dei sospetti. Si cercava già da pertutto il conte di Schaffner. Il giudice del circondario si presentò per fare una visita nella nostra casa, come aveva fatto in altre. La vista di mia madre, le grida soffocate che uscivano dal sotterraneo denunziarono lʼopera del padre mio. Occorre dir altro? Tre mesi dopo, quella disgraziata donna era appiccata; mio zio posto in una segreta; la casa, lʼorto, le suppellettili, i nostri pannicelli, tutto fu confiscato.

Il colonnello aveva presieduto la Corte marziale che emanò la sentenza.

Mio padre era anchʼesso condannato al patibolo, e si prometteva un premio a chi lo denunziasse e lo consegnasse nelle mani della giustizia.

La mancia era inutile. Era io che dovevo consumare la sua perdita.

Avevamo marciato, senza fermarci, dritto alla puszta—ovverossia alla pianura dellʼUngheria magiara. Mio padre mi aveva lasciato presso un cugino della mia vera madre, la sua prima moglie, sulle rive della Tisza, ed egli, dopo un giorno di riposo, aveva raggiunto Rosza Sandor, suo amico.

Rosza Sandor era un poʼ ciò che glʼItaliani chiamano un brigante. Celebre per i suoi audaci colpi di mano, preso, si evase, ed errava nella puszta da anni, conducendosi come un bravo ed onesto masnadiero, non odiando nè facendo male che agli Austriaci. Più tardi Rosza Sandor comandò ad uno squadrone di volontarii, i suoi ussari, che servirono la rivoluzione fedelmente, ma con troppe collere. Rosza Sandor teneva la campagna ancora nel 1856, malgrado la ricompensa promessa dallʼAustria di 10,000 fiorini a chi lo catturasse. Mio padre restò sei mesi con Rosza Sandor. Quando fu sicuro che la giustizia austriaca aveva perduto le sue traccie, ci fissammo in un villaggio della puszta nei dominii del principe Nyraczi, che ci diede in affitto una casa ed un campicello.

Mio padre prese il nome di Paolo Nagy.