IX.

Abbrevio.

Quando giunsi in Basilicata, la reazione vi fioriva. Non vi era altro a fare che nascondermi, uscire dal regno, o farmi impiccare. Questʼultimo partito mi sorrideva meno di ogni altro, e lo misi da banda senza più.

Mi nascosi dunque e cercai il modo di espatriarmi.

Era mestieri, per questo, dʼimbarcarmi. Due mari mi offrivano una via di scampo: lʼAdriatico ed il Tirreno, lʼuno per condurmi a Roma, ove la mano amica della Francia non aveva ancora strangolata la repubblica; lʼaltro per lasciarmi arrivare in Francia ove la repubblica agonizzava ancora.

Io mi decisi per Roma.

Nel frattempo in cui mi allestivano un imbarco, io dimorava in un castello ove la gendarmeria mi fece lʼonore di parecchie visite, avvegnachè io non le contraccambiassi lʼonore di riceverla personalmente.... No, la ricevei una volta.

Un giorno, sibariticamente coricato nella spessezza di un muro, leggendo i Pamphlets politiques di Cormenin—un repubblicano morto non ha guari senatore!—io udii quella buona gendarmeria lamentarsi forte della mia poca creanza di non permetterle di guadagnare il premio di 25,000 lire, prezzo a cui lʼeccellente prefetto Caracciolo aveva messa la mia testa. Quando quella brava gente ebbe dunque terminato la sua ventesima visita, e la si fu ritirata, la signora della casa invitò il capitano a desinare. Egli accettò.

Il gendarme ed il prete mangiano sempre.

Si chiusero le porte. Dodici domestici della casa, guardiani di campagna, armati fino ai denti, si tenevano nel cortile e nel tinello. Il rispettabile funzionario li aveva sbirciati. Si chiamò a tavola. Seduto a destra della baronessa, ella mi presentò il capitano seduto alla sua manca.

Io non ho mai conosciuto, negli Stati di S. M. siciliana, un più grande galantuomo che quel birro! Cosa strana! in quel paese, le più gangrenite sono le persone da bene!...

Partii infine per recarmi a Barletta.

A qualche chilometro da Bitonto, svolgendo ad un angolo di strada, eccoci faccia a faccia con la gendarmeria. Si aveva avuto sentore che io andava ad imbarcarmi e mi volevano risparmiare il mal di mare. Io portavo, dʼordinario, tutta la barba. Era quindi bastato tagliare i baffi, radere il cranio alle parti volute, prendere una tonaca, procurarmi una lettera di obbedienza, per trasformarmi in capuccino; il più zucco, zuccone, zucconato dei zoccolanti. Un amico si era travestito in mulattiere.

Zzi mò, mi disse interpellandomi il luogotenente di gendarmeria, siamo bene qui sulla via di Bitonto?

—Mai no, signor capitano, risposi io balbuziando un cotal poco. Vi siete forviati ove è la croce di pietra. Invece di prendere allʼest, avreste dovuto imboccare la via al sud. Voi andate a Modugno, per colà.

—Io lo diceva bene, rispose il luogotenente, dando lʼordine di retrocedere.

Io offersi loro dei sigari e del tabacco a fiutare, e mandai la forza pubblica di S. M. precisamente a Modugno.

Noi andammo dritto a Bitonto, ove eravamo attesi.

A mezzanotte, la gendarmeria faceva il diavolo a quattro alla nostra porta. Noi lʼaspettavamo cenando. Il padrone di casa fece girare una parte del solaio, ed una piccola scala si offerse ai nostri sguardi. Discendemmo, e ci trovammo in una bella camera di sottosuolo, preparata per riceverci, il mio compagno e me. La gendarmeria entrò, perquisì, bevve, si confuse in scuse, mangiò parte della nostra cena, e se ne tornò cospettando.

Bisognò rinunziare ad imbarcarmi nellʼAdriatico. Mi decisi pel Tirreno.

Traversai tre Provincie e mi recai nel Cilento, in casa di parenti. Fui ricevuto come uno zio povero! Io era adesso travestito da prete, ma che prete!.... Era proprio un gusto a contemplarmi. Ero sporco come una gerla da cenciaiuolo, e con un tantin di zafferano e di succo di liquirizia mi ero dato una squisita itterizia. Io andavo, alla fiera, del resto, per comperar maiali.

Lasciai la notte stessa la casa dei miei cari cugini, che tremavano a scardina denti.

Ritornai a casa questa volta. Quarantʼotto ore dopo la gendarmeria capitò di notte a sorprendermi. Essa ebbe perfino il diletto di sfogliare il volume di Victor Hugo, cui io leggeva il dì innanzi, e rimuginò perfino sotto il letto di mia cognata, che agonizzava, e che infatti morì il dì seguente.

Io ero accoccolato sul tetto, in una grondaia, ove ero giunto per una via altra che quella dei gatti, cui avrebbero dovuto prendere anche i gendarmi se avessero avuto la fantasia di venirmi a trappolare. Eʼ se ne andarono borbottando contro i loro spioni—i miei cari compatriotti.

Mi risolsi infine di andarmi ad imbarcare a Napoli, sotto le finestre proprio di S. M. Siciliana, cui Dio abbia nella sua gloria! Traversai quattro provincie, vestito da calderaio adesso, perfettamente imbrattato di carbone, ma perfettissimamente incapace di stagnare una casseruola, quantunque mi avessero dato tre lezioni sulla bisogna. Io però facevo andare i mantici a meraviglia, e seducevo le fanti, affinchè dessero vasellame in copia ad aggiustare. Poi le baciava per mancia.

Entrai a Napoli la sera del 7 settembre 1849, la vigilia della famosa festa di Piedigrotta.

Unʼimmensa moltitudine arrivava quella sera dai contadi vicino Napoli per avere il sollazzo di ammirare, allʼindomani, il suo adorato padrone che si recava in grande gala, in mezzo ad una doppia siepe di Svizzeri, ad un santuario di non so quale Vergine. Io mi indirizzai in casa di uno zio, in via di diventar vescovo, per dimandargli lʼospitalità per una notte. Eʼ mi ricevette come un Turco che ha il gavocciolo, e mi mise fuori dellʼuscio alla prima parola. Io turbava la sua pinzocchera o scomodavo la sua serva-padrona. Lʼamico, che aveva tutto preparato per la mia fuga, mi accolse più decentemente; e la sera seguente, sera di orgia pel popolaccio napolitano, vestito questa volta da dandy, dando il braccio ad una bella signorina, mi andai ad imbarcare a Santa Lucia.

Avevo ora a trattare con contrabbandieri, fior di pesca di galantuomini.

Il capitano del battello a vapore. La ville de Bastie, che doveva condurmi a Marsiglia, non aveva consentito a ricevermi a bordo che in pieno mare, nello stretto di Procida. Le navi francesi erano guardate a vista dalla polizia di S. M. I contrabbandieri mi presero quindi nella loro barca la notte, mediante sessanta ducati. Passai la notte coricato in quella barca, sulla spiaggia, e dormii come un canonico. Allʼalba, sciogliemmo al largo, e mi andarono a nascondere in una delle grotte sotto il promontorio di Posilipo, ove dovevo restare fino alle quattro pomeridiane.

Io non ho mai visto nulla di così splendido che quelle rifrazioni delle onde del mare scomposte dal sole e riverberate nellʼombra. Una tribù di granchi in bellʼumore, diventando un poʼ troppo famigliari, mʼinquietò mica male e mʼimpedì di dormire.

Alle quattro, i contrabbandieri ritornarono. Ci dirigemmo allora verso il sito convenuto, remando lontano da Nisida, donde i doganieri sorvegliavano, dʼaccordo, i contrabbandieri.

Il vapore partiva da Napoli alle sei.

I nostri sguardi erano fissi allʼorizzonte. «Un pennacchio di fumo per il mondo», avrei sclamato io, se io mi fossi stato Filippo II o Carlomagno. Ma quel pennacchio non compariva. Il sole, ripercosso dal mare, mi aveva bruciato il viso. Avevo la febbre e mi sentivo svenire. Lʼora passò. Il vapore non compariva. Che sventura era dunque sopraggiunta?

La pazza della casa trottava, galoppava, volava con la celerità della luce. Mille dubbi, mille sospetti, come a Scalea. I contrabbandieri bestemmiavano come dei teologi ravveduti. Giammai io non aveva udito trattare il paradiso con tanta poca civiltà.

Due ore di ritardo!

I contrabbandieri, vedendo che la Ville de Bastie non giungeva, che le barche della dogana si staccavano e vogavano verso di noi, volevano senzʼaltro gittarmi al mare e continuare la pesca delle sardine. Io li addolciva. Affè di Dio! io non mi sapevo che fossi così eloquente e persuasivo! Infine, eccolo codesto fumo tanto sospirato! Il vapore avanza, va presto, presto, prestissimo; eʼ vola.... Eʼ ci sorpassa.

Il capitano Cambiaggio aveva avuto non so che riotta con la polizia, aveva a bordo un carico di vescovi e di gesuiti, che tornavano al loro nido dopo la caduta della repubblica romana, ed era forte in collera.... Insomma, il capitano mi aveva obliato. Figuratevi, quindi, lʼansia, il terrore che si accasciò su di me vedendo il naviglio allontanarsi a tutto vapore. Avevo creduto aggrapparmi ad un ramo ed avevo stretto un boa! Cominciammo a gridare, ad agitare pezzuole bianche. Infine, un medico francese, il dottore Adolfo Richard, scorse i nostri segni e li fece rimarcare al capitano. Questi si risovvenne allora, pestò e stoppò. Ci avvicinammo.... mi lanciai sul ponte....

Io non avrei mai creduto ad una simile potenza dʼavvelenamento dello sguardo umano, se non avessi sostenuto gli sguardi di quei monaci e di quei vescovi, che gremivano le banchette, vedendomi così piovere in mezzo di loro. Eʼ compresero chi io mi fossi, e si sentivano impotenti a bordo. Tre giorni dopo io mettevo il piede sul suolo francese; otto giorni più tardi io mi sentivo sicuro come un re sotto la bandiera della fiera Inghilterra.

FINE.


INDICE

Maurizio ZapolyiPag.[1]
Il conte Giovanni Lowanowicz»[105]
La Polonia, e la Russia»[267]
Il Marchese di Tregle»[303]

ERRATA.CORRIGE.
Pagina a lineaLeggete
67del pranzopel pranzo
id.27sullʼorizzontelʼorizzonte
121ad uno squadroneuno squadrone
1813scivolò sulla pozzanella pozza
6213lamaonda
6525e mai a coscienzae mal coscienza
7017a cui mancatache lʼaveva mancata
721decinedecime
8016si trascuravanosi trascinavano
1286RibitkaKibitka
12912datodato ancora
id.15ZchoukosTsciuktscias
14115lʼaltro nel partito figliolʼaltro figlio nel partito
14518KiuKiew
1528Mi vi assisiMi riassisi
1534quando condannatiquando i condannati
15826ToruTom
1601OltaiAltai
id.2IrkeretskYrkutsk
id.4PekiaPekin
id.7fa assaifa affari
id.28fosforicosolforico
16212obrupteabrupte
1633VablonoiYablonoi
id.15TchitaKiahkta
id.23caimanonibbio
16420espertoaperto
16630SablonoiYablonoi
16712squallido di freddosquallido e freddo
17025motovuoto
17520non malemica male
id.25lavorareesplorare
17615dietro da redigeredietro a redigere
18229non andavamonoi andavamo
1856correggiavacarreggiava
1897gausligouzli
1907Jakuti,Yakutski,
id.9Andyr.Anadyr
19721cavati dasbarrati da
2027cuorecuoio
20630YadighirkaYndighirka
2071che formavanoche formava
2228scalepale
22513sottodi botto
22825nappastesa
23930sterpiosterpi
2407AvadyrAnadyr
id.32passanoavevan passato
2444torendrastundras
id.20StunovoiStanovoi
24921OstrovnorseOstrovnoye
25133filosito
26119lasciavanolasciava
2803non soprimerannonon sopprimerà
29414su sesu di se
id.20et passim—provato laprovato della

Una grande parte di questo volume fu stampato quando lʼautore era chiuso in Parigi dai versagliesi. Di qui, questi ed altri errori tipografici, che lʼintelligenza del lettore correggerà da sè.

E. TREVES, EDITORE.—MILANO.


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