VIII.

—Ho di parlare di me, continuò il colonnello Zapolyi, in mezzo ai grandi fatti ai quali ho preso parte, ai grandi disastri che mi restano a raccontare. Ma voi mi avete domandata la mia storia, ed io la finirò.

La mia ferita era appena guarita. Si battevano dinanzi a Buda. Accorsi colà. Amelia e suo padre abitavano già Pesth, ove il Governo riportava la sua sede.

Görgey investiva la fortezza di Buda con forze considerevoli. Un primo attacco, per distruggere la pompa ad acqua che approvvigionava la guarnigione, era stato respinto. Era principiato il fuoco per aprire la breccia. Hentzi, che comandava la fortezza, rispose bombardando Pesth, come Windischgraetz aveva bombardato Vienna, come Radetzky bombardava le città italiane. Questa città monumentale ardeva in diversi punti.

—Sono le torce funebri intorno alla bara di Casa dʼAbsburgo! diceva Görgey.

Egli ordinò un assalto generale, benchè lʼartiglieria non avesse ancora resa praticabile la breccia. Lʼattacco ebbe luogo nella notte dal 16 al 17 maggio. Io era arrivato la sera; non mʼero ancora presentato al generale. Sentendo il cannone di notte, mi condussi in mezzo ai combattenti come semplice volontario, e mi trovai col corpo di Nagy-Sandor, che aveva ricevuto lʼordine dʼimpadronirsi della breccia. Il combattimento durò tre ore,—combattimento feroce, la baionetta contro il cannone!—Gli honved si slanciarono allʼassalto sei volte. Fummo sempre respinti. La breccia restava inaccessibile: le scale, colle quali tentammo la scalata, si trovarono troppo corte. Il giorno cominciava a spuntare. Gli altri Corpi non erano stati più felici di noi alla porta di Vienna, al Varkapu (porta del castello), al giardino, alla macchina dellʼacqua. Suonò la ritirata. Il cannone ricominciò lʼopera della breccia.

Il 21 maggio, questa sembrò praticabile. Allʼalba lʼattacco generale fu rinnovato, al grido formidabile di: Eljen a Magyar! La fanteria ungherese si slanciò di nuovo sulle mura. Noi corremmo alla breccia. Ci respinsero ancora. Gli altri Corpi ruppero la resistenza in tutti i punti. La pompa fu presa da Kmety, a cui mancata due volte. Noi ritornammo allʼassalto, e finalmente riescimmo ad impadronirci della breccia, ed a salire sugli spaldi dei bastioni. Io mʼera arrampicato in cima ad una scala. I soldati italiani della guarnigione ci porgevano la mano per aiutarci a montare. Io era sul punto di saltare sulla spianata, quando un ufficiale austriaco uccise lʼitaliano di un colpo di spada, e con un secondo colpo, traversandomi la spalla sinistra, mi precipitò sul terrapieno in mezzo ai mucchi di cadaveri. Ma la fortezza era nostra.

Ripresi i sensi allʼospitale del Tabor.

Görgey non prese parte allʼazione: egli restò a grande distanza, nel quartier generale, sopra la collina Kis-Svábhegy.

Mi assopii, dopo che la mia ferita fu medicata. Due ore dopo, mi risvegliai allʼimprovviso. Amelia serrava la mia testa sul suo cuore, ed appoggiava le sue labbra al mio fronte. Ella volle farmi trasportare in sua casa, o piuttosto nellʼappartamento che la occupava nel palazzo di suo padre. Io mi opposi, e resistei tre giorni. Al quarto cedetti. Ciò fu causa di una violenta scena fra Amelia e suo padre, ed il primo passo verso la catastrofe che doveva inghiottirci tutti.

Il principe Nyraczi era il più ardente patriotta, ma in pari tempo il più forsennato aristocratico dellʼUngheria. Nessuno si mostrò più generoso di lui, ma nessuno altresì più ostinatamente reazionario. Egli aveva dato alla patria centomila franchi, tutto il suo vasellame dʼargento dʼun enorme valore, degli oggetti in natura in quantità considerevole, dei cavalli per gli Ussari leggieri. Aveva equipaggiato una compagnia di duecentocinquanta volontarii, comandati da suo nipote come suo luogotenente: i berretti gialli, che da due anni facevano la guerra a sue spese. Egli sʼincaricava della coltura delle terre di quelli fra i contadini del suo distretto che combattevano fra gli honved. Ogni settimana, due o tre mila poveri del comitato venivano alla porta del castello, ove ricevevano elemosine, soccorsi, prestiti! Aveva fatto venire dallʼInghilterra una batteria di cannoni completa, coi suoi affusti, e lʼaveva regalata a Bem, suo amico. Nei suoi castelli non restava più nè biancheria, nè coperte, nè materassi. Tutto era stato inviato agli ospitali pei feriti. E tutto era stato inviato e ricevuto dietro i suoi ordini, senza rumore: la cosa era fatta per sè stessa, e non per ostentazione. Ma la voce del principe Nyraczi fu la sola che si oppose allʼemancipazione dei contadini, allʼabolizione delle corvèes, dei livelli, delle decime. Egli aveva esatto mai sempre questi tributi di servitù, per la servitù in sè stessa, non già per il profitto; perocchè egli trovava mezzo di dare ogni anno in regalo ai suoi contadini dieci volte più di quel che prendeva come signore. Abborriva lʼAustria, perchè lʼAustria è tedesca, e lʼimperatore perchè non è magiaro; ma non perchè lʼuna è la tirannia straniera, lʼaltro un padrone. Non poteva comprendere che un contadino e lui, principe Nyraczi, fossero dellʼistessa stoffa, e dovessero godere degli stessi diritti sociali, civili e politici. E, nella sua natura di bronzo, nè le idee, nè le passioni si modificavano mai.

Egli conosceva tutta la mia storia, e le relazioni chʼio aveva con sua figlia dapoichè lʼavevo incontrata da suo marito, il colonnello Tichter. Ma io, per lui, era sempre il figlio degli impiccati, che avevano perduto il diritto di nobiltà; il contadino, al quale egli aveva fatto infliggere la pena disonorante del bastone. Cacciatore di contrabbando e ladro, per lui erano lʼistessa cosa. Aveva giudicato sua figlia in silenzio, perchè non ci era scandalo nella nostra condotta, perchè il nostro amore non era contaminato da nessuna macchia. Ma lo scandalo ora cʼera. Io abitava il suo palazzo, presso sua figlia.

Egli la fece chiamare, e lʼattese nel salone a fine di togliere allʼabboccamento ogni carattere di paternità. Non dovevano esserci colà che il principe di Nyraczi e la contessa Tichter. Amelia comprese tutto ciò di uno sguardo. Suo padre stava ritto presso il vano della finestra, chʼei riempiva della sua figura colossale. Aveva gettato sopra una seggiola la sua berretta di velluto nero dalla penna bianca, e con la testa alta squadrava la contessa. Il suo dolman di panno violetto, rattenuto sulla spalla sinistra da una catenella dʼoro, aggiungeva unʼaria marziale alla sua aria grave di vecchio e di aristocratico indurito. Lʼetà avanzata non aveva curvato di una linea la sua persona, come lʼesperienza non aveva fatto piegare lʼinflessibilità delle sue idee. Teneva la sciabola attaccata alla cintura, che risuonava ad ogni movimento contro gli speroni dʼargento degli stivali inverniciati, guarniti di astrakan, che gli arrivavano fin su del ginocchio. La sua bella barba bianca gli scendeva a mezzo il petto, armonizzando coi lunghi e ricciuti capelli. La commozione lo faceva pallido, e questo pallore prendeva una espressione di collera, sotto il riflesso di due pupille nere, accese dallʼinterna violenza. Gli occhi erano il dinamometro delle passioni del principe. Sua figlia aveva lʼabitudine di leggervi entro la calma o la tempesta. Ella conosceva il carattere di suo padre. Più dʼuna volta questi due nugoli carichi di fulmine sʼerano incontrati, ed avevano scambiato dei lampi.

—So, disse Amelia con voce ferma, perchè mʼavete fatta chiamare. Che ordine volete darmi?

—Uno di questi due, rispose freddamente il principe: spazzate il mio palazzo dalla lordura che vi avete introdotta, o lasciatelo voi stessa.

—Gli antenati di quello che voi chiamate una lordura, rispose fieramente Amelia, erano conti, quando i nostri non erano ancora che semplici nobilucci. Il titolo di quei baroni data dal quinto secolo, il nostro dal sedicesimo. Essi lo tengono da Attila, e furono capi di bande guerriere; noi lo abbiamo dalla Casa dʼAustria per servigi resi ad uno straniero, ad un padrone. Ecco, per la lordura. Io lʼamo, ecco la mia ragione.

—Lo so, rispose il principe, senza uscire dalla sua calma tempestosa; ecco perchè vi ho posto un dilemma, e non vi ho scacciata semplicemente.

—Il dilemma diviene inutile, dappoichè io non sono qui nè in casa di mio padre, nè in casa mia. Ah! pel principe di Nyraczi, una contessa.... che cosa? una contessa Tichter non è una lordura.

—Dei rimproveri, ora? Sono io forse che ha fatto codesto matrimonio? Non fui forse messo nella necessità di non poterlo rifiutare?

—Io aveva sedici anni allora.

—E cosa bisognava che io mi facessi, signora, la situazione essendo divenuta inesorabile?

—Uccidermi.

Il principe piegò il capo, e riflesse. Poi soggiunse:

—Hai ragione, Amelia, io fui un vile.

—Dunque, domani noi lasceremo il vostro palazzo.

—Noi! di già?

—Noi. Io sono vedova, non vi domando nulla, fuorchè la vostra benedizi....

—Giammai!

—Giammai. Che importa dʼaltronde? Non arriveremo forse mai a codesto punto. Gli avvenimenti si accalcano su di noi. Centomila Russi hanno già varcato il confine su tutti i punti; altri centomila ricalcan le tracce delle prime colonne; noi saremo schiacciati.

—Ed allora?

—Allora, voi sarete impiccato. Io mi ucciderò. Lʼaltro sarà già caduto sopra un campo di battaglia qualunque.

Il principe tacque per un momento ancora, poi sclamò:

—Basta. Addio.

—A rivederci, disse la contessa.

—Ah!

—Vado ad attendervi a Szeged, nel castello di mia madre. Quello è mio, ed io vi offro un asilo colà, quando i Russi vi avranno cacciato da Pesth.

Ella non attese la risposta, ed uscì.

Ella venne a trovarmi in un grande stato dʼesaltazione. Compresi subito la scena che era avvenuta, e che io aveva prevista. Mi raccontò tutto. Siccome io non era in istato dʼintraprendere un viaggio, il chirurgo, che aveva medicata la mia ferita, mi accolse nella sua famiglia, e mi affidò alle eccellenti attenzioni di sua moglie e delle sue figlie. Amelia lasciò Pesth pochi giorni dopo, incrociandosi con Kossuth, il quale ritornava in mezzo alle più entusiastiche ovazioni dei paesi che attraversava.

Aveva io il tempo di essere ammalato?